Domenica, Agosto 14, 2022

Focus e Dintorni

OLTRE LA STANZA: Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche Adulti (25 giugno 2022). Report di Mariaclotilde Colucci e Enrico De Sanctis

La giornata scientifica “Oltre la stanza”, introdotta da Alessandra Balloni[1], è organizzata dal Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche Adulti (CCTP) del Centro di Psicoanalisi Romano.

Angelo Macchia[2], che sostituisce Maria Giovanna Argese[3] in qualità di Chair della giornata, sottolinea come l’incontro di oggi indaghi le estensioni del metodo psicoanalitico evocate dal titolo “Oltre la stanza”, che ricorda lo psicoanalista senza divano di Paul-Claude Racamier. Il dibattito che riguarda lo psicoanalista che va oltre la sua stanza e diventa una figura che si confonde con lo sfondo dell’istituzione psicoanalitica, prosegue Macchia, è molto attuale, come testimoniano gli interventi di oggi.

 

Giuliana Rocchetti

Presentazione del libro L’ascolto psicoanalitico in emergenza

 

Il primo intervento, presentato da Giuliana Rocchetti[4], riguarda il libro L’ascolto psicoanalitico in emergenza[5], che nasce da una prima elaborazione dell’esperienza inedita dell’ascolto psicoanalitico nell’emergenza del Covid-19. Rocchetti ricorda che questa esperienza è stata condotta dai Centri di Consultazione di tutti i Centri SPI. È stato un processo creativo, di riflessione e di studio insieme, che rientra nel filone dellattuale approfondimento sul metodo psicoanalitico e sulle sue possibili declinazioni. L’esperienza così originale del gruppo di lavoro, raccolta nel volume, ha anche avuto grande attenzione internazionale presso l’IPA[6].

 

Ornella Filograna

Presentazione del Centro di Consultazione e Psicoterapie Psicoanalitiche Adulti

e introduzione alla giornata scientifica

 

Dopo la presentazione del libro L’ascolto psicoanalitico in emergenza, Ornella Filograna[7] nell’introdurre i successivi interventi della giornata scientifica, propone alcuni cenni storici del Servizio di ascolto, approvato a livello nazionale nel 2019. Il Servizio deriva dai Servizi di consultazione attivi fin dagli anni Novanta, di cui i CCTP sono la naturale derivazione. Filograna sottolinea il grande valore del gruppo che forma i Servizi, con l’obiettivo di creare connessioni tra la SPI e la società civile, favorendo lo sviluppo del pensiero scientifico sul metodo e sulle sue estensioni nel confronto con la clinica contemporanea. Vengono descritti l’organizzazione del CCTP, le fasi della presa in carico dei pazienti e dell’inizio del trattamento. La consultazione di ciascun caso si conclude con la compilazione di una scheda clinica, riformulata di recente con l'apporto di Anna Bincoletto[8], con la formulazione diagnostica secondo il PDM-2.

Filograna ricorda l’importanza fondamentale del ruolo del gruppo, che rappresenta una ricchezza inestimabile per il continuo e rispettoso confronto, per il contenimento degli elementi affettivi in circolo e per la cura dei legami al suo interno. La coesione del gruppo e il senso di appartenenza identitaria all'Istituzione[9] contribuiscono a mantenere la rotta del metodo degli analisti al lavoro, alle prese con casi a volte molto complessi.

Il CCTP si configura anche come spazio formativo all’interno del Training, prevedendo la partecipazione di Candidati che lavorano con la supervisione di Angelo Macchia.

Viene infine presentata una raccolta dati del 2021, tramite un sistema di elaborazione statistica, per sintetizzare gli elementi principali che caratterizzano il lavoro del CCTP.

Macchia commenta che vi è una ricerca molto viva e continua circa la dimensione della specificità del trattamento all’interno dell’Istituzione, ricerca che si riflette non solo nel lavoro clinico ma anche nell’organizzazione.

Al termine della sua presentazione, Filograna presenta la professoressa Michela Di Trani[10], con la quale il CCTP ha avuto un’importante collaborazione rispetto al Servizio di ascolto per l’emergenza Covid-19. Di Trani parla della ricerca in cui sono stati indagati l’impatto e gli effetti degli interventi di ascolto psicoanalitico durante l’emergenza attraverso un’intervista ai soggetti che avevano effettuato la consultazione; l’esito della ricerca, che si è svolta a distanza di un anno dall’esperienza, ha mostrato un grado molto elevato di soddisfazione del Servizio. Di Trani esprime la propria gratitudine per la partecipazione alla ricerca e l’auspicio per nuove collaborazioni future.

 

 

Antonio Braconaro

Caso clinico

Disappear

 

Dopo queste preziose presentazioni e riflessioni, si entra ora nel vivo della clinica. Macchia presenta Antonio Braconaro[11], che parlerà del primo caso clinico della giornata scientifica, il primo caso che è stato trattato nel CCTP.

L’analista parla di uno stato psicologico, che definisce “disponibilità in attesa”, sottolineando l’appartenenza al gruppo di lavoro, in cui è il referente ad assegnare i casi attraverso una turnazione. L’assegnazione avviene nel 2020, nel pieno della pandemia, con tutte le fatiche che essa comporta, tra cui la necessità di effettuare incontri telefonici finché necessari.

Il paziente ha una storia di vicende traumatiche precoci, che compromettono il senso di sé e sviluppano una depressione narcisistica. Infatti, mostra una forte dimensione di ritiro, fino a scomparire (“disappear”).

Braconaro mostra una grande cura nel suo ascolto psicoanalitico, una solida tenuta e una capacità di contenimento indispensabili fin dal primo incontro con il paziente. Viene sottolineato il valore fondamentale nel trattamento sia della ripetizione transferale degli eventi traumatici sia della dimensione controtransferale utile per orientarsi nella relazione analitica e nella gestione del setting. Una metafora molto suggestiva viene descritta dall’analista, il quale sente di essere nella “pancia della balena”, ed è là che deve restare vivo e pensare.

Infine, Braconaro ricorda l’importanza del ruolo del CCTP che, come gruppo e come Istituzione, rappresenta un fondamentale punto di riferimento per l’analista e un valido contenitore per la cura, in grado di accogliere e di sostenere, in grado di contribuire alle trasformazioni necessarie per il paziente e per tutti coloro che chiedono aiuto.

 

 

Antonino Sorce

La polifonia del pensare. Alcune riflessioni sul lavoro di Antonio Braconaro

 

La parola passa a Antonino Sorce[12] che ringrazia Braconaro per la chiarezza e la precisione con cui ha raccontato il caso clinico, suscitando un intenso coinvolgimento e permettendo di prendere contatto con alcune emozioni e pensieri che lui stesso ha vissuto nella propria esperienza di lavoro presso il CCTP.

Riprende la felice espressione di disponibilità in attesa”, coniata da Braconaro, che mette a fuoco uno speciale stato d'animo con cui chi lavora al CCTP si confronta regolarmente. Tale disponibilità in attesa, condivisa da tutti i membri del gruppo, non è a costo zero per il terapeuta, sia in termini pratici - dover fare il tragitto per arrivare, trovare parcheggio ecc. - sia in termini metaforici, venendo a mancareil comfortdel proprio studio che ci connota e ci identifica in quanto analisti.

Sorce si sofferma nel descrivere la sua esperienza personale di ingresso nel CCTP da Candidato, di come un sentimento diinadeguatezzasi sia trasformato nel tempo in familiarità, permettendo un cambiamento emotivo in se stesso, come se il gruppo dei colleghi diventasse anche un gruppo interno partecipe e affettivo, assumendo la forma di una coralità e polifonia di pensieri ed emozioni; un gruppo interno, al quale potersi rivolgere, con il quale potersi confrontare e dal quale potersi sentire sostenuti.

Infine, Sorce riprende lo stare “nella pancia della balena”, sottolineando che l’analista abbia fatto una gestazione: ha ospitato alcuni vissuti del paziente e ha aspettato tempi di maggiore maturità della relazione. Sorce conclude ricordando che il lavoro faticoso di Braconaro, e di noi tutti, abbia l’enorme valore e la grande ambizione di riuscire a tornare alla carne, di riuscire a tornare alla vita.

 

 

Discussione con la sala

 

Riprende la parola Macchia, il quale ringrazia Sorce per la relazione toccante e ricca di spunti per la discussione. Invita i partecipanti a intervenire.

Il dibattito molto vivo si concentra sulla differenza tra il transfert sull’Istituzione e il transfert sull’analista da parte del paziente. Il transfert sull’Istituzione si distribuisce e si diluisce sulle varie figure istituzionali prima di arrivare all’invio del paziente in studio privato.

Altri interventi riprendono l’immagine dello stare “nella pancia della balena”, come contenitore della gestazione in trasformazione della relazione analista paziente e dell’Istituzione che la contiene.

In conclusione, Macchia dà nuovamente la parola ai relatori Braconaro e Sorce per chiudere il dibattito. Braconaro si sofferma sul significato di un setting in tre tempi nel CCTP, rappresentato dal quadro della pittrice Tonia Ciavarella, scelto da lui come immagine/copertina della sua relazione. Sorce esprime la sua gratitudine per tutti gli interventi che hanno espresso una partecipata sintonia con l’immagine di un CCTP che sta facendo un progetto di crescita e di sviluppo.

 

 

Stefano Lussana

Caso clinico

Dog Therapy”

 

Alla ripresa dei lavori, dopo la pausa, Macchia presenta e dà la parola a Stefano Lussana[13], che parlerà del secondo caso clinico della giornata scientifica.

Con la sua relazione, Lussana fornisce un’idea di come si costruisca la rete di interventi che costituisce il CCTP, dal piccolo gruppo (quattro analisti discutono tutti i casi in consultazione) al gruppo allargato (trenta analisti discutono alcuni casi selezionati e l'invio al collega per la terapia analitica). Più menti al lavoro costruiscono un patrimonio comune che arricchisce sia l’esperienza del singolo analista, sia i pazienti che usufruiscono di una consultazione condivisa con il gruppo di riferimento. A proposito del transfert sull’Istituzione, Lussana precisa che questo tipo di transfert può evolvere in altri tipi di transfert durante tutto il trattamento.

Si ricorda che l’analista ha condotto online la consultazione e, seppur con alcune sedute dal vivo, ha proseguito nella stessa modalità il trattamento, testimoniando la sua esperienza di essere “oltre la stanza”. Vengono descritti i primi tre colloqui di consultazione con riferimento al transfert e al controtransfert, all’osservazione dell’andamento emotivo e delle trasformazioni avvenute dal primo all’ultimo colloquio. È stato possibile durante la fase di consultazione trasformare vissuti emotivi altamente esplosivi in vissuti più tollerabili e sostenibili. L’analista osserva che durante la consultazione si sia sviluppato un transfert evolutivo, ovvero che lui sia qualcuno che la paziente non ha avuto. Il transfert ripetitivo avrà modo di esprimersi durante il trattamento.

Dal punto di vista della concezione del campo il personaggio del cane morto, protagonista delle sedute, assume particolari connotazioni personali e gruppali con riferimento alla famiglia, che consentono interventi trasformativi capaci di alfabetizzare le emozioni in gioco.

 

 

Discussione con la sala

 

Riprende la parola Angelo Macchia, il quale apre la discussione sull’importanza della scheda di valutazione introdotta nel CCTP per motivi di ricerca e di confronto, ma anche per motivi di verifica diagnostica e di riflessione sull’andamento del trattamento in corso.

I numerosi interventi convergono sull’esperienza creativa, non priva di difficoltà, di essere analisti “oltre la stanza” di Braconaro e Lussana.

Il dibattito si conclude con un vivo e ricco scambio, ringraziando i relatori per la loro generosa partecipazione e il loro onesto contributo.

 

 

Luigi Solano

Conclusioni

 

Al termine della discussione con la sala, Macchia presenta e dà la parola a Luigi Solano[14], il quale ringrazia tutti gli organizzatori e i partecipanti a questa giornata così ricca e stimolante. Un ringraziamento particolare va a Ornella Filograna che, da tanti anni, coordina il CCTP e a Maria Giovanna Argese che, da qualche tempo, la sta affiancando in questo compito operativo.

Dopo una breve storia su come trenta anni fa si sia costituito il Centro di Consultazione del CdPR, Solano si focalizza sul lavoro degli ultimi dieci anni che ha consentito cambiamenti e ampliamenti del CCTP. Afferma Solano: “Il CCTP ha assunto progressivamente la connotazione di un gruppo fortemente funzionante come tale con funzioni di discussione, di ricerca, direi nell’insieme di costruzione di una cultura istituzionale, che si somma, integrandosi, a quella di ciascuno come analista individuale e che costituisce una occasione specifica di apprendimento per i Candidati”.

Nel variegato panorama attuale di offerta psicoterapeutica il CCTP offre una “disponibilità in attesa” ovvero una garanzia di qualità all’utente disorientato e in difficoltà nel reperire un ascolto adeguato. Un altro elemento da non sottovalutare, secondo Solano, è l’annoso problema dell’invio a un terapeuta diverso dal consultante. Dai dati incoraggianti presentati durante la mattinata sembra che la continuazione del trattamento nello stesso luogo svolga una funzione in questo senso. “È possibile”, conclude Solano, “che in una dimensione indifferenziata l’invio a un’altra persona risulti addirittura secondario rispetto al permanere nella stessa Istituzione, nello stesso luogo”.



[1] Psicoanalista, membro Ordinario della SPI. Segretaria Scientifica CdPR.

[2] Psicoanalista, membro Ordinario con funzioni di Training della SPI, Supervisore presso il CCTP.

[3] Psicoanalista, membro Ordinario della SPI.

[4] Psichiatra Dirigente presso il Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 1 e Psicoanalista, membro Ordinario della SPI. È stata coordinatrice nazionale del progetto di ascolto per l’emergenza Covid-19 ed è co-autrice di uno dei capitoli del volume L’ascolto psicoanalitico in emergenza.

[5] Volume a cura di Anna Maria Nicolò, con la collaborazione di Carla Busato Barbaglio, Cesare Davalli, Amedeo Falci e Giuseppe Saraò. Edito da FrancoAngeli nel 2021.

[6] Il volume vanta una prefazione di Heribert Blass, attuale Presidente della Federazione Europea di Psicoanalisi, e di unintroduzione di Marianne Leuzinger-Bohleber, Psicoanalista svizzera Direttrice del Sigmund Freud Institut.

[7] Psicoanalista, membro Associato della SPI, referente del CCTP e coordinatrice del gruppo Servizio di ascolto per lemergenza Covid-19.

[8] Psicoanalista, membro Associato della SPI.

[9] I CCTP nazionali sono coordinati dal Prof. Nicolino Rossi, membro Ordinario con funzioni di Training della SPI.

[10] Professore Associato presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute dell’Università Sapienza di Roma. Direttore della Scuola di Specializzazione dello stesso Dipartimento.

[11] Psicoanalista, membro Associato della SPI. È analista di gruppo (Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo) ed è componente del gruppo promotore del CCTP.

[12] Psicoanalista neoqualificato della SPI.

[13] Psicoanalista, membro Ordinario della SPI e componente del gruppo promotore del CCTP. È autore di uno dei capitoli del volume L’ascolto psicoanalitico in emergenza, dal titolo “Conversazioni in remoto con un medico anestesista sula pandemia Covid-19”.

[14] Psicoanalista, membro Ordinario con funzione di Training della SPI e Presidente del Centro di Psicoanalisi Romano.

Lo spazio Peri-Personale nei funzionamenti psicotici. Anatolia Salone dialoga con la neurobiologa Francesca Ferri (7 maggio 2022). Report di Donatella Verrienti

Ad introdurre l’evento è Alessandra Balloni, Segretaria Scientifica del Centro di Psicoanalisi Romano, che inquadra l’oggetto di riflessione della mattinata come un campo nuovo di studio e di ricerca che nasce nel crocevia tra Psicoanalisi e Neuroscienze, laddove il confronto interdisciplinare è generatore di nuovi e fecondi progetti di speculazione teorica ed insieme di indagini scientifiche.

Il tema in questione, lo Spazio Peri-personale, si definisce quale area di spazio che circonda il corpo e che, in veste di dimensione multisensoriale che delinea la percezione di sé ed il confine sé-altro, costituisce il campo entro cui è negoziata l’interazione con l’ambiente circostante. A spiegarne il concetto, che trova origine all’interno delle ricerche delle neuroscienze sui sistemi di rispecchiamento e declinazione in ambito psicoanalitico nei costrutti di inter-corporeità ed inter-soggettività, due colleghe, una psicoanalista ed una neurobiologa, unite da un rapporto di amicizia e collaborazione,ne propongono la descrizione attraverso prospettive distinte ma al contempo complementari, in un confronto dialogico che appare ampliarne le potenzialità esplicative ed euristiche.

A Giuseppe Moccia, Psicoanalista Membro Ordinario con funzioni di Training della SPI, Coordinatore, tra le molte aree di interesse, della Commissione Nazionale Psicoanalisi e Neuroscienze, il compito di aprire e moderare la presentazione a due voci che, come una “danza” interdisciplinare, vede le relatrici avvicendarsi nell’esposizione, mettendo in scena in modo emblematicamente rappresentativo la co-costruzione di uno spazio di pensiero.

Moccia sottolinea come la presente mattinata si ponga in relazione di continuità rispetto al precedente Congresso SPI sul tema “il Sé e l’Altro”, proponendo una ulteriore specificazione degli argomenti trattati e focalizzando l’attenzione sullo spazio peri-personale da intendere come lo spazio di prossimità al corpo, non coincidente con l’Io pelle di Anzieu, che definisce lo spazio di interazione, la cui caratteristiche variano in funzione del modo in cui ha avuto sviluppo la relazione primaria madre-bambino. Di questo costrutto – anticipa Moccia - sarà esplorata la progressiva formazione nei primi mesi di vita del bambino, verrà descritta come essa sia attivata da una serie di scambi intersoggettivi che risultano mediati in prevalenza da sensazioni tattili e uditive, preminenti rispetto a quelle visive, ma misurate dai ricercatori attraverso l’orientamento visivo. Il delineamento di uno spazio interpersonale costituisce dunque un’ulteriore espressione della presenza di una intersoggettività primaria, preriflessiva e sensoriale, la prova di una originaria competenza del bambino ad investire l’altro non solo come oggetto di pulsione ma come altro da sé. Ed è proprio nelle vicende più o meno armoniche di questa interazione che si possono rintracciare le fondamenta del sentimento di Sé e le sue declinazioni patologiche laddove, come nel funzionamento psicotico, il confine Sé-Altro collassa in una drammatica confusione tra mondo interno e mondo esterno.

Nell’introdurre il brillante lavoro di ricerca di Francesca Ferri, Anatolia Salone - psichiatra, psicoanalista, membro associato SPI, dottore di ricerca in neuroscienze - descrive brevemente il curriculum formativo della collega (dottorato di ricerca presso il dipartimento di neuroscienze di Parma e di biologia molecolare di Bologna) e ne ricorda il loro primo incontro a Chieti, momento di inizio dei comuni studi sui sistemi di rispecchiamento nella schizofrenia in accordo con F.M. Ferro e V. Gallese. Da qui la nascita di una proficua collaborazione dove l’unione di tre differenti vertici di osservazione – Psichiatria, Psicoanalisi e Neuroscienze – ha centrato come oggetto di indagine la relazione Sé-altro, ed in particolare i livelli di integrazione multisensoriale, con i relativi processi neurali sottostanti, che dalla sensorialità conducono alla rappresentazione del mondo vissuto. Ne è conseguita la definizione dello Spazio Peri-Personale (PPS) inteso come porzione di spazio più vicina al corpo, area di vitale importanza nella vita quotidiana, in quanto è all’interno di questa che si realizza l’interazione con oggetti e persone e la possibilità di difendersi dagli stimoli a carattere di pericolo. Del concetto, inaugurato all’interno delle ricerche neuroscientifiche condotte da Vittorio Gallese e del suo gruppo, si è avviato uno studio volto a indagarne le mappature, a conoscerne l’evoluzione nonché a verificarne le modifiche in precise condizioni psicopatologiche.

Elemento saliente emerso da questo studio è che la codifica di tale confine sia venuta a definirsi in chiave evolutiva al fine di favorire le interazioni sociali, essendo una sorta di estensione soggettiva dei propri confini corporei entro cui è possibile interagire o viceversa rispetto a cui si sviluppa il timore di farlo. Al carattere soggettivo dello spazio si associa inoltre la sua connotazione emotiva in quanto risulta valicabile solo in presenza di una forte carica emotiva. Citando Marleau Ponty che descrive “lo spazio non come l’ambito reale o logico in cui le cose si dispongono ma il modo in virtù del quale diviene possibile posizionare le cose” (1945), Anatolia Salone si rifà ad una concettualizzazione operazionale dello spazio visto come mezzo per costruire la relazione piuttosto che semplicemente come luogo fisico. Al contempo nella clinica psichiatrica già Minkowski (1953) aveva identificato un forte intreccio tra lo spazio e lo scopo nelle azioni e le sue alterazioni nei pazienti schizofrenici, “laddove la linea di demarcazione tra Io e non Io non è più la superficie del corpo ma passa altrove e può divenire rigida, opaca, impenetrabile, può trasformarsi in una vera e propria corazza”.

Questa breve introduzione anticipa e connota in termini metateorici la presentazione della neurobiologa Francesca Ferri, professore Associato al Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma, che spiega come i concetti finora espressi intorno allo spazio peri-personale in termini di vissuto esperienziale trovino un fondamento scientifico ed una comprensione neurofisiologica. Lo spazio peri-personale, infatti, non coincide né con il corpo né con lo spazio ma con ciò che l’individuo è e costruisce intorno a sé. Le ricerche neurobiologiche ne hanno consentito la descrizione attraverso la mappatura dei neuroni situati nella corteccia prefrontale, premotoria e parietale codificanti i movimenti di ricerca e di difesa. Questi neuroni bimodali dello spazio peri-personale tendono a codificare gli stimoli esterni come se fossero ancorati al corpo creando dei campi recettivi specifici situati in varie zone del corpo che si attivano nel momento in cui lo stimolo si avvicina piuttosto che quando sia allontana. Dal 2012 molteplici studi hanno indagato modalità e tempi di reazione neurale alla somministrazione di stimoli tattili sulla mano di individui, registrando le variazioni in relazione alla vicinanza dello stimolo al corpo e identificando lo spazio peri-personale individuale come il confine entro cui lo stimolo viene percepito come appartenente al corpo. L’applicazione di questo paradigma di indagine ai neonati ha consentito di verificare l’esistenza di uno spazio peri-personale strutturato sin dalla nascita e di valutarne le caratteristiche di plasticità e dinamicità. I primi studi su questo tema sono stati effettuati con una doppia misurazione prima e dopo un training di 20 minuti con uno strumento utilizzato per afferrare degli oggetti ed avvicinarli al corpo. I risultati hanno dimostrato come negli individui testati l’esercizio di esplorazione motoria del campo determinasse un’estensione del proprio campo peri-personale. Utilizzando lo stesso metodo di indagine si è inoltre osservato come l’ampliamento del confine fosse soggetto a variazioni in base al contesto emotivo delineato attraverso la qualità semantica dei suoni somministrati (pianto piuttosto che risata), tendendo ad ampliarsi nel caso in cui i suoni evocavano delle emozioni negative, interpretabile come rispondente alla necessità di un ampliamento dello spazio di difesa, e viceversa andando a restringersi quando il contenuto emotivo diventava positivo o neutro.

Altro dato significativo emerso è che l’estensione del confine peri.personale muta in rapporto alla presenza di un contesto interattivo ed alla sua qualità, in quanto se la presenza dell’altro tende a determinare un restringimento del confine, la dimensione collaborativa rispettivo ad una di tipo competitivo porta ad una rimodulazione dello spazio peri-personale che in questo caso tende ad estendersi in modo da includere l’altro.

Accanto alla variabilità intraindividuale del concetto - in rapporto al contesto emotivo e relazionale – emerge inoltre anche una differenza interindividuale legata sia alle caratteristiche morfometriche (lunghezza del braccio) che a tratti di personalità (una netta differenza si coglie tra gli individui claustrofobici e individui interocettori, il cui confine è risultato rispettivamente più e meno esteso). Tale diversità è imputabile alla variabilità delle risposte neurali che tendono ad oscillazioni spontanee in base agli stimoli esterni e mostrano la plasticità del cervello. In condizioni patologiche, tuttavia, è rilevabile un’alterazione di questa capacità oscillatoria che può tendere verso una riduzione o verso l’aumento eccessivo, con l’esito di produrre un eccesivo rumore neurale. La plasticità e capacità adattativa individuale sarebbe dunque – come testimoniano questi studi - assicurata da un certo range di variabilità delle risposte neurali che consentono la rimodulazione del confine dello spazio peri-personale a seconda del contesto e delle varie condizioni di stimolo. Nella misura in cui la variabilità dell’attività neurale è estrema, cioè molto più “rumorosa” che negli individui sani, e ciò è stato riscontrato in pazienti con schizofrenia e pazienti con alti tratti di schizotipia, si determinerebbe un “collasso “del confine dello spazio peri-personale, cioè una riduzione estrema del confine verso il corpo e l’esistenza di un passaggio molto brusco tra ciò che è percepito come vicino, in parte strutturato, e ciò che è lontano, vissuto viceversa come nebuloso e destrutturato. Per spiegare il dato osservativo è stata formulata l’ipotesi che la sorgente del rumore neurale eccessivo fosse un deficit dei meccanismi di controllo top-down, uno squilibrio tra meccanismi di eccitazione ed inibizione dei neuroni tattili multisensoriali, ed una riduzione della densità sinaptica tra neuroni unisensoriali e multisensoriali. Si è supposto inoltre che tale deficit fosse in questi pazienti alla base della loro ridotta capacità discriminativa degli stimoli tattili somministrati sul corpo, percepiti in maniera imprecisa e localizzati in modo non appropriato rispetto al gruppo di controllo, e che queste alterazioni delle rappresentazioni della localizzazione del tocco sul corpo potessero costituire un fattore predisponente ad una mappatura “anomala” dello spazio peri-personale. Il dato induce a supporre – afferma in conclusione Francesca Ferri – che la mancanza di una rappresentazione coerente di Sé come entità incarnata nel mondo potrebbe essere un elemento chiave nei disturbi del Minimal Self.

Nel riprendere la parola Anatolia Salone traccia un raccordo tra le ricerche della collega neurobiologa e le più attuali concezioni psicoanalitiche che sottolineano il ruolo primario che il corpo riveste nello sviluppo psichico in quanto protagonista delle prime esperienze intersoggettive ed al contempo luogo che reca traccia dei molteplici codici comunicativi presenti nella dinamica interattiva madre-bambino, custoditi in una forma pre-rappresentazionale. Tali elementi presimbolici contribuiscono, accanto a modalità rappresentazionali più evolute e mediate viceversa dal linguaggio, al costituirsi graduale della percezione e del riconoscimento dell’oggetto come altro da sé. Citando Carla de Toffoli e la sua visione intersoggettiva dello sviluppo della mente, la relatrice si rifà al suo concetto di psichesoma, mettendo in evidenza non solo il carattere di unitarietà originario - in quanto l’esperienza dei primi anni di vita risulta principalmente inscritta nel corpo ed utilizza codici preriflessivi di codifica - ma al contempo descrivendo una matrice interattiva in cui “il corpo, la mente, lo spazio e il tempo vengono creati all’interno della relazione tra la madre ed il neonato”, in un territorio dove i confini Sé-Altro non sono ancora definiti. È in questo assunto teorico che si situa la ricerca neuroscientifica che del concetto unitario di Sé ne scompone gli elementi utilizzando la componente somatica, automatica e preriflessiva, come specifico oggetto di indagine, in questo inevitabilmente operando una scelta riduzionistica che al contempo può risultare necessaria a studiarne le caratteristiche, in un dialogo tuttavia continuo con la teoria psicoanalitica.

Le recenti ricerche neuroscientifiche che hanno condotto alla scoperta dei neuroni bimodali visuo-tattili, infatti, hanno restituito al corpo un ruolo preminente nell’esperienza psichica, in quanto ad esso competerebbe la mappatura dello spazio. Diversamente dalle precedenti interpretazioni delle neuroscienze cognitive che attribuivano questa funzione alla corteccia cerebrale, in un modello ingegneristico della mente di processamento seriale degli input in cui al vissuto esperienziale non veniva riconosciuto valore, gli studi odierni sembrano viceversa confermare l’ipotesi che la dimensione corporea possa costituire il baricentro della percezione e della costruzione dello spazio extracorporeo, uno spazio che si configura dunque come vivo, relazionale, fatto di oggetti. A tale conclusione si è giunti dallo studio dei neuroni bimodali la cui caratteristica sta nel codificare la posizione dello stimolo non in termini sensoriali astratti bensì in relazione all’attivazione motoria che si determina nel raggiungere l’oggetto nello spazio. La ricerca ci conduce a pensare dunque ad una nozione di spazio estremamente interessante poiché alla sua qualità percettiva si associa una componente pragmatica in quanto intrinsecamente modulata dall’azione e la sua rappresentazione perde le caratteristiche di staticità e passività ed acquista una veste attiva, modificabile in relazione alle modalità d’azione. Altro aspetto su cui Anatolia Salone pone l’accento è la dimensione evolutiva del concetto di spazio e di come la sua strutturazione possa essere correlata a forme più o meno armoniche di funzionamento psichico.

Dalla filosofia, con Heidegger e Merleau Ponty, sino alle più recenti teorie psicoanalitiche si è sempre più radicata una concezione intersoggettiva dello sviluppo psichico che vede la crescita del soggetto imprescindibilmente legata alla presenza dell’oggetto. Grazie all’Infant Reserch si è ipotizzata l’esistenza di un “senso di sé emergente” (Stern,1985) sin dai primi due mesi di vita, aspetto che gli studi di Gallese e Castiello sui gemelli hanno ulteriormente anticipato alla vita intrauterina dove sarebbe presente una primitiva intenzionale ricerca dell’altro, correlata alla presenza di un sistema sensomotorio già funzionante ed alla possibile mappatura dello spazio. Le ricerche esposte da Francesca Ferri costituiscono un’ulteriore conferma della presenza, a poche ore della nascita, di un primordiale spazio peri-personale entro cui risulta attiva una risposta visiva ad una stimolazione uditiva e tattile. Ciò a conferma del primato del tatto e dell’udito, rispetto alla vista, come canali principali di interazione e mediazione con l’ambiente accudente laddove è proprio il toccare e il parlare della mamma a poter ricreare la condizione di sicurezza intrauterina. La relatrice attribuisce a questa precoce competenza di integrazione multisensoriale, già presente in utero ed immediatamente visibile alla nascita, un ruolo fondamentale per lo svilupparsi della relazione in quanto consentirebbe di orientare l’attenzione verso ciò che ha luogo all’interno dello spazio-peri-personale, ed in particolare all’interazione con i genitori, consentendo al neonato così la possibilità di creare e modulare lo spazio condiviso in termini concreti e non solo in fantasia. È facile supporre, date queste premesse, che la quantità eccessiva di stimolazione che eccede la sua capacità di integrazione sensoriale possa non solo modificarne la possibilità recettiva ma influire sensibilmente nella costruzione dello spazio peri-personale determinando una variazione della percezione di sé e dell’altro. Pertanto una maggiore distanza, una disponibilità intermittente alla stimolazione, il timing stesso dello stimolo rappresentano condizioni in grado di determinare un precoce condizionamento della capacità relazionale del bambino, e possono favorire alterazioni disfunzionali della personalità, come la ricca teorizzazione psicoanalitica sul trauma relazionale ci ha aiutato a comprendere.

In conclusione, questi rilievi scientifici ci spingono a pensare al bambino come ad un essere dotato sin dalla nascita di un apparato mediato dal sistema percettivo-motorio che lo predispone all’elaborazione di confini, dalla dimensione fusionale verso una graduale emersione del sé. L’evidenza di un confine intersoggettivo che si instaura precocemente e che ha carattere inizialmente preriflessivo costituisce una conferma del carattere di continuità dello sviluppo psichico sia su di un asse temporale sia rispetto ad una prospettiva psicopatologica. I dati riportati dalle ricerche neurobiologiche sembrano dare testimonianza di una coartazione dello spazio-peri-personale in relazione a funzionamenti psichici progressivamente più gravi (dalla schizotipia alla psicosi) e documentare al contempo rilevanti alterazioni della capacità di integrazione sensoriale negli schizofrenici, nei quali la maggiore valicabilità del confine sé-altro sembra potersi riferire ai precoci strappi nella costruzione del sé. Significative possono essere pertanto le conseguenze di queste considerazioni sul piano della tecnica analitica all’interno della quale sembra meritare una sempre maggiore attenzione la dimensione intercorporea della relazione, e l’idea che un ascolto vivo, multisensoriale, di tutti gli elementi presenti nel campo condiviso costituisca un fattore “catalizzatore” di trasformazioni intra e intersoggettive nel paziente e nel campo stesso.

 

 

Bibliografia

De Toffoli C. (2014). Transiti corpo-mente, FrancoAngeli

Merleau-Ponty M. (1945). Fenomenologia della percezione, Bompiani 2003

Minkonsky E. (1953). La schizofrenia, Biblioteca Einaudi 1998

Stern D.N. (1985). Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri

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