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Argese M.G., Filograna O. - I ritorni alla consultazione: una riflessione sui transiti (2012)

15 dicembre 2012

I RITORNI ALLA CONSULTAZIONE: UNA RIFLESSIONE SUI TRANSITI

Maria Giovanna Argese e Ornella Filograna

ANTIGONE E LA PHILIA ALLA CONSULTAZIONE

Antigone fa parte, con Edipo re e Edipo a Colono, del ciclo tebano di Sofocle. Le tre tragedie non compongono una vera trilogia come si presentava negli agoni, ed Antigone, la cui storia rappresenta l’esito del ciclo, in realtà viene composta e rappresentata per prima. Sofocle ritorna poi sul mito con Edipo re e alla fine della sua vita, quando è “carico di anni” come Edipo, compone l’Edipo a Colono. Il ciclo tebano racconta la saga dei Labdacidi, i cui temi centrali sono: nascita, parricidio, incesto, morte e sepoltura. In Antigone è descritto il dramma che si consuma davanti alla reggia di Tebe dopo che i fratelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono reciprocamente dati la morte combattendo per il potere sulla città, realizzando così la maledizione del padre. Creonte, fratello di Giocasta, tornato sovrano di Tebe, ordina di lasciare insepolto il cadavere di Polinice, considerato nemico della città e per questo non degno degli onori funebri, e minaccia di morte chiunque oserà trasgredire. Ma Antigone, che con Ismene è l’altra figlia di Edipo, rifiuta fieramente la legge della polis e pretende di seguire quella prescritta dagli dei che richiede la pietà verso i morti, dando sepoltura al fratello. Creonte la condanna a morire d’inedia chiusa in una grotta, negando quindi anche a lei la sepoltura, ma Antigone nella grotta si uccide. Vicino a lei si darà la morte Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte  e, a questa notizia, si impiccherà la madre Euridice. La tragedia si conclude con la disperazione di Creonte, vinto dalla distruzione dell’intera famiglia.

E’ inutile richiamare l’importanza che il ciclo delle tre tragedie di  Sofocle ha per le origini e lo sviluppo della psicoanalisi.

Nel partecipare al congresso nazionale della SPI  di quest’anno, centrato su temi per me di particolare interesse per il loro collocarsi tra l’etica, il sociale e la psicoanalisi e quindi per l’apertura a varie discipline, molti lavori mi hanno colpita ma uno in particolare, “La philia di Antigone” presentato dalla prof.ssa Borutti, mi ha suscitato subito una sorta di fascinazione. In quel momento era poco decifrabile ma si connetteva intensamente al pensiero di questa relazione ed agli eventi “interni“ riguardanti l’attività della consultazione nel nostro Servizio. Gradualmente dall’emozione si è formato un pensiero: come se i contenuti universali ed insieme profondamente personali portati dalla tragedia evocassero l’esperienza analitica, ed in particolare le vicende riguardanti Antigone come trattate dalla Borutti sulla costituzione di una nuova soggettività ed il ruolo in questo processo della philia richiamassero l’esperienza della consultazione, intesa come ricerca di un cambiamento di sé insieme ad un altro da sé.

Nel suo lavoro, la prof.ssa Borutti esordisce con un proposito: “ragionerò su quello che può suggerire sulla costituzione della soggettività l’amore espresso da Antigone: la philia di Antigone dice a mio parere che la soggettività non è sostanziale, ma è originariamente incompiuta, ed è costituita dalla relazione all’altro”.

La sua ricerca crea un legame di senso tra la costituzione del soggetto e le regole intorno a cui si struttura una società; la nostra ricerca vi si accosta pensando il paziente alla consultazione istituzionale come una novella Antigone che sfida le rigide regole interne – Creonte e animata da una philia che la spinge alla ricerca di una nuova soggettività discende nella caverna come luogo di trasformazione[1], non di morte ma di nascita di nuove regole, interrogando lungo la strada l’analista – indovino Tiresia.

Alla  fine di questo più o meno breve percorso, quando si può verificare un buon incontro reciproco, l’indovino si è trasformato nell’amico platonico, quello che sta accanto guardando progettualmente in avanti, dal quale si può anche tollerare di separarsi, magari per andare  a fare un’altra philia, più duratura.

P. Ricoeur  in “Sé come un altro“(1993) dice: “se la tragedia di Antigone può ancora offrirci un insegnamento, ciò accade perché il contenuto stesso del conflitto …ha conservato una permanenza incancellabile“ e ricorda come G. Steiner[2] ha individuato nello scontro tra Antigone e Creonte gli elementi di base della conflittualità umana: l’opposizione uomo-donna, vecchiaia-giovinezza, società-individuo, vita-morte, umano-divino. Ricoeur commenta: “il riconoscimento di sé richiede il prezzo di un duro apprendistato acquisito nel corso di un lungo viaggio attraverso questi persistenti conflitti…”

In un’ottica contemporanea, la Borutti intende collocare il concetto di philia fuori dal dualismo polis / ghenos  (città / famiglia ), che oppone al soggetto costituito dalla appartenenza alla legge della città il soggetto costituito dall’appartenenza di sangue; intende invece sostenere che Antigone “esprime la legge dell’incompiutezza del soggetto“.

A questo scopo prende in esame la concezione di philia in Platone ed Aristotele: per entrambi il sentimento di amicizia  che lega gli individui nella polis rimanda alla non compiutezza del singolo ed al bisogno dell’altro, ma “mentre per Aristotele la philia è l’incontro col simile, con un altro noi stessi, in Platone l’amicizia invece è un incontro destabilizzante con qualcuno che oggi siamo abituati a chiamare altro … “.

E ancora oltre, viene raffrontato “l’aspetto narcisistico dell’amore ( amiamo nell’altro ciò che è simile a noi )“ sostenuto nel discorso di Agatone nel Simposio, con “il modello del Fedro: amiamo nell’ altro ciò che ci manca …Ciò significa una tensione verso ciò che è diverso, e un allargamento della nostra identità, che ricompone anche il rapporto con  sé.

 Platone mostra la radice erotica della philia come non narcisismo ma alterazione del sé da parte dell’altro. In questo senso la philia comporta un progetto di costituzione del sé, comporta un agire, una nuova natalità: gli amici stanno non uno di fronte all’altro, come due innamorati, ma uno di fianco all’altro, e guardano progettualmente in avanti, mirano altrove, mossi dalla traccia di qualcosa di originario“.

Più avanti, la Borutti mette in rilievo gli aspetti perturbanti insiti nella philia di Antigone a partire da un commento di Heidegger sui versi della tragedia ( 332-333 nel primo stasimo): “molte sono le cose mirabili, ma nessuna \ è più mirabile dell’uomo”. Antigone è perturbante perché col suo gesto, “il sacro crimine” (verso 74 ), rivela come “le leggi della polis non sono sufficienti a dare senso alla mortalità dell’uomo, e che l’uomo è dunque un essere radicalmente incompiuto”. Quello stesso gesto esprime l’intenzione politica di “voler allargare la legittimità del diritto, oltre la legalità rappresentata da Creonte, di voler allargare il concetto di comunità risalendo ad una philia fondante”.

La conclusione dell’appassionato ed appassionante lavoro sottolinea i significati simbolici espressi dal femminile di Antigone sul corpo del fratello e rappresenta nella grotta-letto nuziale in cui i promessi sposi si danno la  morte una scena di “nuovo inizio”.

Ancora una volta il mito greco, con i suoi personaggi eterni, ci offre una strada da percorrere, oggi a braccetto di una scienza sorella come è la filosofia, alla ricerca di significati. L’esperienza della consultazione, pur se limitata nel tempo e nello spazio, in realtà mette in gioco sempre gli aspetti costitutivi dell’identità dei due partecipanti, anzi dei tre, perché nel nostro caso l’Istituzione è presente anche in modo esplicito. Pertanto la dimensione mitica e tragica con la sua solenne essenzialità ci offre una scena che accoglie sia lo spazio mentale istituzionale che le trasformazioni degli attori protagonisti: Antigone rappresenta chi va a consultare l’Istituzione, che è il tempio dell’oracolo di Delfi il cui motto è “conosci te stesso”, e Tiresia è l’analista che aiuta a realizzare lo scopo, interpretando i segni.

Tra gli appunti annotati nel corso degli anni durante gli incontri col gruppo della consultazione ho ritrovato una mia riflessione circa la questione dell’ invio, cioè del passaggio del paziente dall’analista consultato a quello indicato: … come se (l’invio) avvenisse in uno spazio mentale di nessuno specificamente ma dei tre fusi inestricabilmente in un rimando di aspettative delusioni e speranze non sempre decifrabili …

Era un passaggio della ricerca del nostro gruppo, che continua tuttora, sull’ esperienza della consultazione analitica., esperienza veramente a metà strada, tra fuori e dentro, in una terra di frontiera attraverso cui ci accompagniamo – ci affiliamo – ai pazienti che entrano passano escono e a volte ritornano

Ornella Filograna

CRONACA DEI RITORNI

                      “Ma quando, a volte, ti capita di dire -spesso, in verità- “la donna che sono”,

                        quasi sempre le mie orecchie da pipistrello captano una risonanza lievissima,

                        un minuscolo spazio vuoto tra te e la parola…….”

                                                            (D. Grossman, Che tu sia per me il coltello, pag. 127)                 

   Nel corso del tempo, abbiamo osservato che alcuni pazienti si sono nuovamente rivolti al servizio di consultazione, non chiedendo dell’analista precedente e, a volte, non menzionandolo; si è trattato di ritorni in situazioni diverse tra di loro, ma accomunati dalla ricerca di “qualcosa” presso il servizio che  aveva accolto una prima domanda. Abbiamo ipotizzato che il gruppo istituzionale svolga una funzione importante nella dinamica psichica del paziente, diversamente da ciò che accade quando questi torna a rivolgersi ad un singolo analista.

Seguono casi clinici che non si riportano per motivi di riservatezza...

Interrogandoci su questi pazienti, abbiamo individuato come centrali questioni riguardanti  la funzione che l’istituzione svolge per i singoli, i legami tra  il fenomeno dei ritorni e il funzionamento del gruppo di consultazione, il tipo di investimento che fa sull’istituzione il paziente che ritorna.

Maria Giovanna Argese

IL FUNZIONAMENTO ISTITUZIONALE

   I riferimenti teorici presi in considerazione, per poter analizzare la funzione che l’istituzione svolge per i singoli, partono dagli scritti di Freud in cui vengono indagati i rapporti tra individuo e gruppo, passano poi  per Bion,  Jaques, Fornari, Bleger,  per arrivare a Kaës  e infine ai colleghi del nostro centro che hanno studiato il concetto di campo (Corrao, Neri, Correale).

   L’istituzione può essere intesa come una struttura organizzativa che nasce per svolgere alcuni compiti assegnatigli dal gruppo sociale, e che acquista delle caratteristiche di stabilità e costanza; queste, ne garantiscono la sopravvivenza nel tempo e hanno una ricaduta nel determinare  le modalità di funzionamento del gruppo sociale stesso, da cui sono nate. La funzione sociale, che l’istituzione svolge, corrisponde a una funzione psichica, che viene specificata in maniera diversa, a seconda dei vari modelli usati; tutti, comunque, sottolineano unanimemente, l’indispensabilità dell’intreccio tra interno e esterno, tra singolo e gruppo per la formazione della psiche individuale. La diversità tra le varie teorizzazioni, mi sembra riguardare quali siano gli aspetti psichici che sono implicati e che si evolvono nella reciprocità del rapporto tra individuo e gruppo istituzionalizzato. Per alcuni modelli, in questo rapporto, è possibile individuare la costituzione di elementi psichici normativi e di proibizione rispetto a  spinte individuali potenzialmente distruttive (Freud in Totem e Tabù[3] o nel Disagio della Civiltà); per altri l’accento è posto sulla formazione di difese dalle angosce  persecutorie e depressive che il singolo può tenere a bada, grazie a dinamiche proiettive e introiettive con l’istituzione (la corrente chiamata socioanalisi di Jaques, Menzies, Fornari)[4]. Accanto a queste funzioni, mi sembra si possa indicare nel processo di formazione della propria identità, attraverso le identificazioni, una qualità fondante del rapporto individuo- istituzione ( Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io,[5] Bleger, Kaës, in parte Bion e le teorizzazioni sul campo). E’ soprattutto utilizzando questo vertice, che si possono fare ipotesi sul fenomeno dei ritorni al servizio di consultazione: all’istituzione viene affidato il compito di riconoscere e ritrovare aspetti di sé che , almeno in una certa fase, non possono essere collocati ed elaborati nel rapporto analitico.    

Per Bion, l’istituzione, intesa come l’establishment nel suo aspetto dirigenziale, ha il compito di mediare tra il mistico, il genio, l’idea nuova e il gruppo  sociale allargato: l’evoluzione in “O”, intesa come evoluzione del pensiero nella direzione di un ampliamento dell’esperienza di sé, comporta la percezione del nuovo, di qualcosa che non si conosce sia a livello individuale che di gruppo; affinchè questa contatto non sia distruttivo, ma trasformativo, per il gruppo sociale allargato, è necessario che si stabilisca un buon legame (Bion individua vari tipi di legame) tra il mistico che tende verso “O” e il gruppo dirigenziale.[6]

Bleger nell’individuare le aree della mente che sono implicate nel rapporto individuo-istituzione studia la presenza nella psiche individuale di un livello gruppale attraverso il concetto di socialità sincretica e di aspetti simbiotici depositati nell’ambiente esterno, ben spiegati dall’esempio del bambino che gioca tranquillamente nella stessa stanza in cui c’è la madre che pure non interagisce con lui, occupata nelle sue faccende; ma quando esce dalla stanza, il bambino smette immediatamente di giocare e la insegue. In ogni gruppo e in ogni individuo esiste una relazione che è non-relazione, nel senso che è presente un livello di indifferenziazione, di non-individuazione ed è su questo sfondo che è poi possibile l'individuazione e l'interazione.

 Nella teorizzazione di Kaës , molto complessa e articolata, le modalità di costituzione della psiche individuale sono fin dall’inizio di natura gruppale: la psiche individuale è in realtà costituita da un apparato gruppale, al cui interno sono presenti formazioni psichiche  che nascono dall’interazione con l’esterno. Il punto che ci sembra offra una chiave di lettura rispetto alla nostra riflessione sui ritorni, è che le istituzioni svolgono la funzione fondamentale di “fornire rappresentazioni comuni e matrici identificatorie”, una base fondamentale per la nostra vita psichica, in quanto permette, grazie alla condivisione,  di dare un senso ai propri pensieri, stati emotivi, percezioni non integrate di sè. I garanti metasociali, intesi come strutture che regolano la vita collettiva attraverso le ideologie, le regole, le credenze, l’organizzazione delle gerarchie, si costituiscono come garanti metapsichici che a livello individuale guidano, regolano la vita psichica in modo silenzioso. Quando le istituzioni non assolvono più  questa loro funzione principale e sono in atto forti cambiamenti sociali e culturali, come secondo l’autore sta avvenendo nei tempi moderni, ci sono delle rotture a livello sociale e individuale:  ciò che prima non era avvertito, era come sullo sfondo, perché funzionante, appare adesso in primo piano come mancanza.

   Infine, un’utile e originale lente di lettura per studiare il funzionamento istituzionale  è  il concetto di campo, sviluppato in Italia da Corrao, Neri, Correale. La situazione gruppale può essere descritta come un’immersione dei singoli in un contesto affettivo, emotivo, cognitivo, da cui sono fortemente influenzati e che a loro volta contribuiscono a determinare, in un movimento reciproco. In particolare, gli elementi psichici presenti nei gruppi istituzionali  sono caratterizzati dalla presenza di una fantasia originaria sulla propria nascita, un mito fondante, che fa riferimento al compito socialmente assegnato e che determina le caratteristiche del campo. La storia delle proprie origini che contribuisce a formare il senso di appartenenza, si intreccia poi con la storia che nel corso del tempo si svolge; l’identità stessa del gruppo si amplia attraverso i suoi movimenti evolutivi.  Quindi  ogni istituzione può essere vista nella sua processualità potenziale con elementi di conservazione dell’esistente ed elementi di assimilazione del nuovo, per cui secondo Correale, il campo del gruppo “si modifica storicamente e ininterrottamente”.

Maria Giovanna Argese

RELAZIONE TRA I PAZIENTI CHE RITORNANO E IL GRUPPO DELLA   CONSULTAZIONE

   Il più celebre caso di ritorno all'analisi cui va inevitabilmente il pensiero, è quello dell'uomo dei lupi: Mack Brunswick ipotizza che il paziente esprima, attraverso il nuovo grave sintomo ipocondriaco, “un reliquat di transfert” su Freud; viene lasciato, depositato, qualcosa di non risolto. Ci possiamo chiedere se le vicende del paziente possono essere lette non solo all’interno dei rapporti analitici duali, ma anche alla luce del campo più allargato dell’istituzione psicoanalitica che si occupa in questo caso, di un “testimone privilegiato”, tanto che alcuni autori hanno studiato la sua storia, anche dal punto di vista dell’intreccio dinamico con l’istituzione.

 Pensiamo che la possibilità di studiare il fenomeno dei ritorni è data dall’esistenza stessa del gruppo istituzionale del servizio di consultazione; il modo in cui si accoglie una domanda, influenza l'evolversi della stessa, o comunque la possibilità di vedere qualcosa che altrimenti, con altre modalità di accoglimento, non si vedrebbe. Quindi  l’offerta al paziente di uno spazio istituzionale  favorisce il ritorno ad un’esperienza che evidentemente ha avuto una pregnanza significativa: la consultazione  può configurarsi come un’area di riferimento in cui si lascia “qualcosa”, un deposito, un ripostiglio, secondo le metafore usate da Roussillon, ed è questo “qualcosa” che il paziente va a ricercare.

 Potremmo ipotizzare che il transfert sull’istituzione non si limiti allo svolgimento dei colloqui di consultazione, ma preceda e accompagni, il più delle volte silenziosamente, il transfert nel lavoro analitico. E’ quando il paziente ritorna, che diventa visibile l’investimento istituzionale, chiamato in causa per svolgere una qualche funzione nella dinamica psichica del paziente e della sua relazione analitica.

  Nei vari casi di cui ci si è occupati , si è evidenziato che il gruppo istituzionale si è posto come salvaguardia, come sponda, dall’emergere di varie problematiche all’interno della relazione analitica. Si può pensare che nel ritorno del paziente ci sia un transfert sull'istituzione  che può assumere  una valenza protettiva e facilitante un processo di cambiamento in atto, oppure, se resta non capito e irrisolto, può assumere un carattere difensivo che irrigidisce le possibilità evolutive.

  Possiamo poi ipotizzare che una domanda nuovamente rivolta all’istituzione e accolta in prima istanza dall’analista che fa la consultazione,  possa trovare nel gruppo istituzionale il luogo privilegiato di ascolto, per vari motivi.

 Innanzitutto è importante per la comprensione di questi pazienti, che ci sia una circolazione di notizie che permettono di ricostruire la loro storia  e i  movimenti tra i vari analisti conosciuti. In secondo luogo, lavorando in gruppo è possibile rimettere insieme vari aspetti o scissioni presenti nel paziente con una situazione psichica particolarmente complessa, dal momento che non tutto viene affrontato in analisi e c’è qualcosa che viene portato fuori (o si va a riprendere fuori). Infine, è utile considerare il rapporto tra l’analista consultante e il gruppo: l’analista è fortemente investito dal sentirsi rappresentante dell’istituzione psicoanalitica con risvolti fantasmatici di varia natura, sia idealizzanti che persecutori; il gruppo della consultazione si costituisce come un luogo in cui questi aspetti possono essere decantati. L’incontro tra paziente e analista, in particolare quando si tratta di ritorni, si svolge in un campo in cui l’istituzione ha un forte peso e il gruppo può porsi come intermediario tra l’istituzione allargata nel suo aspetto idealizzato e il paziente che porta una domanda da accogliere e decifrare; il gruppo che ha una certa stabilità e continuità, da una parte può garantire al consultante un senso di appartenenza, che fortifica un aspetto identitario protettivo, e dall’altra, può favorire una certa libertà e spontaneità, nel momento in cui si possono porre interrogativi, esprimere punti di vista diversi, insomma si può usufruire di una situazione di maggiore circolazione di pensiero.

   In un articolo in cui F. Corrao parla di epistemologia e del come si costruisce la conoscenza, viene sottolineato che i modi di conoscere dell’individuo sono legittimati dal gruppo sociale di appartenenza e le classi dominanti decidono quali siano le pratiche di conoscenza, facendole passare come una naturale e necessaria conseguenza della conoscenza data in modo aprioristico. In realtà, dice Corrao, è come pensare che il vasaio all’inizio della storia dell’uomo, ha costruito una teoria della tecnica di costruire il vaso; “non è invece più probabile che abbia costruito prima il vaso e poi elaborato una teoria della struttura del vaso?” Questa seconda modalità di approccio epistemologico è quella che può caratterizzare il lavoro conoscitivo del piccolo gruppo, seppure con l’incertezza data dalla sospensione momentanea degli abituali strumenti di ricerca.

  Infine quindi, mantenendo una visione binoculare sul paziente e sul gruppo istituzionale, è necessario tener conto che la consultazione, come noi la pensiamo, è aperta  a ricevere una domanda di aiuto spesso generica, non, o non ancora, supportata da motivazioni chiare per iniziare un percorso analitico secondo i canoni classici, oppure una domanda che allude a una gravità psicopatologica maggiore e diversa da quella che caratterizzava i pazienti fino a qualche decennio fa ( e i pazienti che ritornano, ci sembra che appartengano a questa categoria).  L’analista perciò si trova esposto a confrontarsi in un terreno meno conosciuto, o comunque più problematico, come già sosteneva Gaddini, quando descrivendo il cambiamento dei pazienti (1984), individuava il transfert imitativo: si diventa “magicamente“ l'altro, senza progredire verso le fasi successive di introiezione e identificazione che comportano la percezione dell'alterità.  

Il fatto che i pazienti oggi sono cambiati, è dovuto al progresso delle conoscenze scientifiche che hanno permesso di individuare e trattare aree patologiche come i disturbi narcisistici e borderline, prima non affrontabili. Ma, come indicava Bordi (2004), bisogna anche considerare che i cambiamenti sociali e culturali sono determinanti nell'influenzare i cambiamenti dei paradigmi scientifici. E Marion specifica che nei pazienti oggi “ciò che difetta...è proprio lo spazio interno, corroso e dominato da un'immagine di sé rivolta al presente, tesa all'immediatezza, ma anche alla superficialità del contatto, alla rapidità della realizzazione di desideri e progetti”.                                                                                                                        

  Ai notevoli cambiamenti presenti nel contesto sociale attuale che riguardano lo status della donna, le nuove strutture familiari, le identità di genere, i confronti ravvicinati tra culture diverse, i cambiamenti nelle strutture di potere, oggi dobbiamo aggiungere la grave situazione economica che forse più degli altri fattori, produce una crisi degli assetti mentali precedenti, individuali e gruppali.[7] Dobbiamo perciò, chiederci come  questi cambiamenti  entrino nella stanza d’analisi e, a maggior ragione, attraversino un servizio di consultazione che ha come suo obbiettivo principale, quello di ascoltare i bisogni emergenti delle persone e di proporre  un accoglimento psicoanalitico. Come sostiene Rizzi, nella consultazione l’istituzione si presenta al paziente con i suoi miti, la parte invisibile legata alle proprie origini, e i suoi riti, la parte visibile che attualizza il mito, attraverso dei comportamenti. Allora si tratta di mettere in tensione, ripensare “ le aree mitiche del proprio operare” e i riti a queste collegate, nel riflettere sulle spinte al cambiamento che nascono nell’attuale contesto sociale.

Maria Giovanna Argese   

I RITORNI

Una considerazione di ordine generale è che il paziente che si rivolge alla consultazione, ma ancor più quello che ritorna, sta attraversando una situazione di crisi, cioè di rottura di legami con gli oggetti esterni ed interni, più o meno profonda ed estesa, ma comunque tale da rappresentare una minaccia alla coesione del  Sé. Tale stato può a volte essere ricondotto in modo palese ad eventi concreti, come separazioni e perdite, altre volte a passaggi esistenziali sentiti come fondamentali, oppure decisioni e scelte significative, ed altro ancora. Come si vede nelle nostre vignette cliniche, i ritorni sono in relazione più o meno diretta con vicissitudini riguardanti il percorso analitico: interruzioni, empasse, fughe ripetute. Possiamo ipotizzare che in questi frangenti si riattivino dinamiche regressive  riferibili a stadi di sviluppo arcaici nei quali le interazioni con gli oggetti primari si sono presentificate in forma fallimentare. Pertanto questo stato psichico porta a ricercare un oggetto che risponda a criteri non solo di affidabilità ma di supposta infallibilità, per garantire l’impossibilità del ripetersi di rotture, delusioni, ridimensionamenti: un oggetto che si presti ad essere idealizzato, come è l’Istituzione.

Si può ipotizzare che in questi casi si attivi nei confronti dell’Istituzione una identificazione narcisistica, da considerare nella sua funzione evolutiva più che in quella difensiva[8], come una tappa nel processo di formazione di rappresentazioni e quindi  di strutture psichiche. L’istituzione a cui si rivolge il paziente rappresenta un oggetto investito narcisisticamente dunque non separato, un oggetto ideale, che può dare calma e contenere le angosce di frammentazione, svolgendo una funzione per la quale il paziente è in quel momento sprovvisto di risorse psichiche. Parallelamente però l’avvicinamento all’oggetto ideale può anche attivare angosce claustrofobizzanti di inglobamento[9]: a seconda del dispiegarsi delle vicende infantili di accudimento e delle conseguenze sullo stato del Sé, ne deriverà una oscillazione che regola la possibilità di affidarsi o la necessità di evitare il legame con l’oggetto.

Dalle vignette e poi dal caso clinico si può vedere come alcuni pazienti, nonostante la ripetitività del trauma relazionale subìto nella loro esistenza e riattualizzato nei percorsi di cura, sono in grado di utilizzare transfert evolutivi investendo narcisisticamente sulla Istituzione e ricavandone un senso di coesione che permette di ricontattare, sul versante della cura, i transfert ripetitivi all’origine del conflitto e della resistenza. La relazione con l’Istituzione pertanto rappresenta uno sfondo che può passare in primo piano quando la relazione analitica duale è in crisi, pronta a  cedere nuovamente il campo quando la frattura è ricomposta. Altri pazienti invece, pur cercando l’accesso a questa possibilità ritornando alla consultazione, non sembrano in grado di uscire dalla dimensione della ripetitività.

Segue caso clinico che non si riporta per motivi di riservatezza……

Ornella Filograna

SULL’ INVIO

Ritengo che il passaggio dell’invio sia cruciale e mobiliti, in maniera potenzialmente traumatica, le dinamiche già accennate. Anche nei casi più favorevoli in cui, riprendendo la metafora iniziale, l’analista-oracolo semidivino si è potuto trasformare nell’amico platonico che stando accanto guarda progettualmente in avanti, la nostra Antigone deve comunque affrontare una separazione e, per andare a fare un’altra philia, questa volta più duratura, percorrere a ritroso la frontiera varcata entrando nell’Istituzione attraversando una “terra di mezzo” (S. Salvadori, 2007)[10]. L’esperienza evolutiva fatta nella consultazione dà coesione e fiducia che forse veramente qualcosa può cambiare, ma l’invio rinnova la frustrazione per il rifiuto e la perdita, e riporta il senso di solitudine. Quando questi elementi, ascrivibili a transfert ripetitivi, non sono troppo massicci e possono prevalere quelli evolutivi che spingono a cercare il cambiamento, il passaggio può avvenire. Non escluderei anche in questi casi un ruolo alla compiacenza, che ora rende un buon servizio al paziente ma anche all’analista consultante, gratificato narcisisticamente dal successo del suo lavoro. Od anche, è un’altra ipotesi, che il passaggio avvenga come ad un’altra parte di un corpo indifferenziato comune che, col tempo, potrà prendere contorni e confini più definiti.

Vorrei a questo punto ricordare le considerazioni fatte da A.M. Nicolò nella introduzione al testo prima citato, a partire dall’interrogativo: ci preoccupiamo ancora dell’analizzabilità? L’Autore, conducendo un pregnante excursus storico della revisione del concetto di analizzabilità, da Limentani (72) che lo sostituisce con quello di idoneità all’analisi, passando per Etchegojen (86) che ne individua il maggior inconveniente nell’inflessibilità, approda a quello di accessibilità all’analisi introdotto da B. Joseph. Inoltre, tenendo presente il modello della coppia analitica al lavoro, viene sottolineato che oltre al paziente anche l’analista ha il suo limite all’analizzabilità (di alcuni tipi di pazienti, o per fasce di età, etc.), riportando il pensiero di N. Ferro (96) e la sua proposta del concetto di cimentabilità.

                                                                                                                   

BIBLIOGRAFIA

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BORDI S.(2004). L’interpretazione oggi: come sono cambiate le interpretazioni dell’analista e come sono cambiati i nostri pazienti, letto al Centro di Psicoanalisi Romano,4 Giugno,2004.

BORUTTI S.(2012). La Philia di Antigone, lavoro presentato al XVI Congresso Nazionale della SPI: Realtà Psichica e Regole Sociali (Roma, 25-27 maggio 2012)

BREZZI F. (2004) Antigone e la philia. Le passioni tra etica e politica , Franco Angeli

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[1]  Brezzi; Antigone e la philia, 2004

[2] G. Steiner, profondo conoscitore ed estimatore dell’antica cultura greca, assegna ad essa compiti fondanti la sensibilità ed i modelli di identificazione del pensiero. In “Le Antigoni” ( 1990) ci porta a pensare con lui che dopo 20 secoli dalla Grecia classica la cultura europea non ha aggiunto una sola forma grammaticale nuova: “ la gamma dei passati e dei futuri, degli ottativi e dei congiuntivi che autorizza il ricordo e che permette alla speranza ed all’ipotesi irreale di creare uno spazio per lo spirito in mezzo alla ressa degli imperativi del biologico, si organizza in una struttura greca”. Egli ripercorre con appassionata erudizione gli ultimi tre secoli della cultura umanistica occidentale per illustrare il ruolo stimolante di questa tragedia nello sviluppo della filosofia moderna, da Kant a Hegel, Kierkegaard, Heidegger e Marx, della poesia, della musica e del teatro .

[3] In questo testo c’è una prima indicazione del ruolo svolto dalle usanze, dalle regole, dai divieti che guidano la vita dei gruppi presso gli uomini primitivi: l’istituzione del totem è posto a salvaguardia delle due leggi fondamentali concernenti il non uccidere e il non avere rapporti sessuali tra i membri di uno stesso clan. Viene quindi svolto un lavoro gruppale che tiene a bada le ansie edipiche; le nevrosi vengono definite “formazioni asociali perché cercano di ottenere con mezzi individuali ciò che nella società si produce attraverso un lavoro collettivo” .

[4] Nello studio fatto da Jaques presso un’industria, quando viene introdotto un cambiamento riguardante il sistema di pagamento dei dipendenti, dal cottimo al salario, si sviluppa una crisi nel gruppo, con l’emergere di pensieri depressivi e paranoici: la precedente strutturazione aziendale permetteva la proiezione di tali vissuti su alcune figure dirigenziali, la cui posizione era adesso necessariamente rimessa in gioco. Fornari specifica quali sono le angosce tenute a bada dall’istituzione, ricollegandole alle angosce basiche dei fantasmi originari della famiglia: i codici paterno, materno, di coppia e fraterno sono configurazioni basiche affettive che fondano i gruppi istituzionali.

[5] Freud individua il meccanismo dell’identificazione tra i membri  e quello dell’identificazione con il capo collocato al posto dell’Ideale dell’Io, che aprono la strada a considerare il funzionamento gruppale, tanto più se istituzionalizzato,  come determinante, imprescindibile, nella formazione delle psiche individuale.

[6] Bion studia il gruppo istituzionale, cogliendo due prospettive diverse, coerentemente con  lo sviluppo del suo pensiero. Nella formulazione precedente,(Esperienze nei gruppi), assegna  alla Chiesa, all’ Esercito, all’ Aristocrazia, il compito istituzionale di gestire gli assunti di base, stati emotivi basici (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) che caratterizzano uno dei due livelli di funzionamento dei gruppi; l’altro  è costituito dal gruppo di lavoro che ha degli obiettivi razionali da raggiungere.

[7] Questi assetti erano caratterizzati da una certa fiducia nel futuro, dall’esperienza di un progresso crescente illimitato, dagli stili di vita guidati dal consumismo, dalla percezione di risorse inesauribili a disposizione dell’uomo, dalla possibilità di individuazione delle responsabilità nell’andamento dei fatti sociali. Pellizzari nel suo intervento all’ultimo congresso della SPI , ha sottolineato che siamo di fronte alla fine del “tempo assiale”, il tempo che seguendo un asse evolutivo, progressivo, dà un senso alla storia individuale e collettiva;“ il senso non è più deducibile o derivabile, poiché non vi è un  paradigma unitario, ma deve essere inventato strada facendo senza che vi sia un modello stabile di riferimento”. E questo ovviamente investe anche il funzionamento delle istituzioni.

[8] Meterangelis, 2004

[9] Pallier e Soavi, 97

[10] “Forme della consultazione psicoanalitica”, il testo è frutto anche del lavoro del gruppo della consultazione, nel saggio citato in particolare ne è ben rappresentato lo stile di lavoro.

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