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Articoli storici

Bonaminio V., D.W. Winnicott e la posizione dell’analista e dell’analizzando nella situazione psicoanalitica. 1991

 

1. Nel suo scritto su “Criteri differenziali fra personalità psicotica e non psicotica” letto alla Società Psicoanalitica Britannica il 5 ottobre 1955, Wilfred Bion riporta l’illustrazione clinica di un caso precisando – con la sua capacità di invertire le prospettive scontate – “che essa costituisce piuttosto un’esperienza derivante dalle teorie (…) esposte, che non viceversa, la descrizione di una esperienza dalla quale le teorie scaturiscono” (1957, 87). Bion, dunque, riferisce dei momenti iniziali della seduta di un paziente che, giunto in analisi con 15 minuti di ritardo, aveva incominciato a girarsi e rigirarsi lungamente sul lettino alla ricerca della posizione più comoda: “Dopo questa operazione aveva detto: ‘Credo che oggi non combinerò niente. Avrei dovuto telefonare a mia madre’. Silenzio. Poi aveva soggiunto: ‘No, lo sapevo che sarebbe andata così’. Ancora silenzio più lungo, e poi: ‘Solo roba sporca e puzzolente’. Dopo un altro po’: ‘Mi sa che ho perduto la vista’. Si era intanto arrivati ai 25 minuti e a questo punto fornii una interpretazione. Vorrei però renderla prima comprensibile con qualche chiarimento di ciò che era a mia conoscenza in quel momento” (1957, 87-88). Circa due pagine più avanti, dopo aver cercato di raccordare il materiale presentato ad alcuni aspetti precedenti della storia del paziente (l’ernia) e del processo psicoanalitico con lui, Bion ci chiarisce il suo punto di vista: “‘Avrei voluto telefonare a mia madre’ significava che il suo non essere stato in grado di telefonare era da lui considerato una punizione per non essere capace di combinare niente per l’analisi. Significava anche che la madre sapeva cosa fare al riguardo, avrebbe saputo tirar fuori a lui le associazioni e a me le interpretazioni (…)” (1957, 90).

Questa citazione, necessariamente lunga per rendere comprensibile il discorso che intendo sviluppare, offre un’idea abbastanza chiara del modo di lavorare di Bion, della sua capacità di ascolto, del suo situarsi all’interno del processo psicoanalitico con il paziente, lungo una tradizione di teoria della tecnica quale è quella kleiniana. Il riferimento alla madre è per Bion il riferimento ad un “oggetto interno” persecutorio da un lato e dall’altro sentito così onnipotente da saper “tirar fuori” al paziente le associazioni e all’analista le interpretazioni.

Il 7 ottobre del 1955, due giorni dopo la presentazione del lavoro suddetto, Donald W. Winnicott prende carta e penna e scrive: “Caro Bion, mi trovo a desiderare di scriver Le a proposito del suo lavoro di martedì scorso. Per prima cosa vorrei dirLe che la considero il grande uomo del futuro, nell’ambito della Società Psicoanalitica Britannica” (1987, 153). La lettera prosegue restituendoci in modo molto immediato il clima di vivace contrapposizione di quegli anni all’interno della Società Psicoanalitica Britannica. Ma non è tanto questo aspetto che mi pare importante sottolineare. Mi interessa piuttosto arrivare subito ad un altro punto della lettera in cui Winnicott riprende esplicitamente i temi del lavoro di Bion: “Mi trovo d’accordo con la sua idea che la sua interpretazione era probabilmente giusta in quel momento, anche se, subito dopo essere stata data, è diventata immediatamente inadeguata o imprecisa. Mi piacerebbe andare un po’ oltre nell’esprimerle ciò che ho iniziato a dirLe quando ho preso parte alla discussione. Mi è parso che il materiale che lei ha riferito richiedesse assolutamente un’interpretazione sulla comunicazione” (1987, 154).

Qui dunque, Winnicott pone esplicitamente il problema della comunicazione fra due persone all’interno del rapporto psicoanalitico; sposta il punto di vista di Bion, aggiungendovi una ulteriore prospettiva che, nella giustapposizione per contrasto con quella del suo interlocutore epistolare, mette in risalto la sua propria posizione e ci permette di entrare nel vivo della concezione winnicottiana del rapporto di transfert/controtransfert nella situazione psicoanalitica. “Vorrei dire che se un mio paziente si muovesse avanti e indietro nel divano come ha fatto il suo paziente, e poi dicesse: ‘Avrei dovuto telefonare a mia madre’ io saprei che sta parlando del comunicare e della sua difficoltà a stabilire una comunicazione. Se le interessa saperlo, le dirò come io avrei interpretato. Gli avrei detto: ‘Una madre adeguatamente orientata sul proprio bambino capirebbe dai suoi movimenti ciò di cui ha bisogno. Ci sarebbe una comunicazione per via di questa sua comprensione dei bisogni del figlio, che le deriva dall’essergli interamente dedicata e la madre vorrebbe fare qualcosa per mostrare che la comunicazione ha avuto luogo. Io non sono abbastanza sensitivo, né abbastanza orientato in tal senso da essere in grado di agire in modo adeguato, e pertanto, nella situazione analitica attuale, io rientro nella categoria della madre che fallisce nel rendere possibile la comunicazione. Nell’attuale rapporto, quindi, si ha l’esempio del fallimento originario da parte dell’ambiente che ha contribuito alla sua difficoltà di comunicazione. Naturalmente lei potrebbe sempre urlare e richiamare in questo modo l’attenzione sul suo bisogno. Potrebbe anche telefonare a sua madre e averne una risposta, ma questo rappresenta un fallimento a livello di comunicazione più sottile che è la sola base per la comunicazione che non viola il fatto dell’essenziale isolamento di ogni singolo individuo’. Comprenderà che, dal mio punto di vista, lei stava parlando dell’ambiente anche se aveva detto che non intendeva farlo, ed aveva indicato con questo materiale clinico che quest’uomo aveva una relativa mancanza di capacità di comunicazione, per via di esperienze in cui la madre, o chi per lei, aveva fallito nel compito originario materno nello spazio in cui la madre è strettamente identificata con il proprio bambino” (1987, 155, corsivo mio).

Ho riportato per esteso questo passo per una serie di motivi. Innanzitutto per cercare di trasmettere il modo disimpegnato, disinvolto, quasi ingenuo, eppure così partecipe e personale, attraverso cui D.W. Winnicott affronta la problematica clinica che è quella che indiscutibilmente più gli interessa a paragone della elaborazione e sistematizzazione teorica. Queste qualità di “naturalezza” (fino quasi all’ingenuità apparente) e di personale partecipazione ad un tempo – qualità che sono piuttosto note a chi frequenta con attenzione i suoi scritti – risaltano ancor di più in un brano epistolare come questo in cui l’unica preoccupazione di D.W. Winnicott era quella di comunicare privatamente con Bion, di capire e di farsi capire.

L’oggetto di cui parla a Bion, la “comunicazione con il paziente”, diventa tutt’uno con il problema che, dal suo punto di vista, in quel momento coinvolge lui e il suo interlocutore, la possibilità di comunicare. Questa capacità winnicottiana di trasferire nell’écriture l’esperienza clinica con il paziente – anche quando paradossalmente, come in questo caso, non si tratta di un suo paziente – è una qualità che M.M.R. Khan (1975) ha sottolineato efficacemente e che risulta ancora più evidente in questa come in molte altre lettere recentemente raccolte in volume e tradotte anche in italiano.

C’è un ulteriore motivo per il quale mi sono dilungato su questo brano: esso in qualche modo riassume con immediatezza la concezione di Winnicott del rapporto terapeutico, e della posizione reciproca analista-analizzando nel setting clinico affermata, elaborata e sviluppata in più di quarant’anni di pratica terapeutica e di riflessione su di essa. La riassume, la sua posizione, per chi naturalmente la conosce già ed è in grado apprezzarne la coerenza e nello stesso tempo l’evoluzione interna.

Innanzitutto il problema, per Winnicott fondamentale, della comunicazione: si tratta sempre di una comunicazione a doppio senso, dal paziente, adulto o bambino, all’analista e viceversa; la comunicazione dell’esperienza che mette in gioco l’autenticità del rapporto per entrambi i partner della relazione. Questa affermazione tuttavia non deve generare l’equivoco, cui spesso viene associata la sua teoria, che D.W. Winnicott sia un interazionista. Indubbiamente, nella sua concezione dei processi maturativi dell’individuo, l’interazione reale, concreta madre (ambiente)-bambino ha un ruolo assolutamente fondamentale, così come nella concezione correlata del rapporto di transfert-controtransfert il modello dell’interazione madre-bambino diventa il perno centrale del processo trasformativo psicoterapeutico. Ma appunto all’interno di questa interazione il problema della comunicazione riveste un significato del tutto particolare ed è questo un tema estremamente complesso da seguire nel testo winnicottiano. L’autenticità della comunicazione è innanzitutto connessa con la tematica del vero e del falso sé e di nuovo in questa lettera Winnicott si riconnette a questo problema, interloquendo con Bion: “Per inciso, mi interessa moltissimo il suo sviluppo del tema della parte nevrotica della personalità che, per così dire, porta la parte psicotica in analisi, argomento (…) a cui io ho fatto riferimento parlando del falso sé che nasconde il vero sé e che a tratti permette al vero sé di venir fuori per l’analisi” (1987, 155).

Eccoci dunque arrivati ad un problema fondamentale: che cosa ci si aspetta che “venga fuori” nell’analisi? Quali sono i “fini” del trattamento psicoanalitico? Il mondo interno del paziente, il coacervo delle sue fantasie primitive, la loro elaborazione attraverso l’analisi del transfert fino al raggiungimento della posizione depressiva, cioè di un rapporto più integrato con l’oggetto. Certo per Winnicott l’analisi è tutto questo; ma “oltre” questo – o “al di là” o “prima”, a seconda del punto di vista che si assume – c’è il problema della comunicazione del vero sé. Per dirla in modo più preciso: la possibilità, o l’impossibilità, di entrare in contatto autentico per il paziente-e-per-l’analista con il nucleo privato del vero sé che per Winnicott è fondamentalmente incomunicabile. Come si vede, la descrizione si complica; c’è una sfida – caratteristica del pensiero winnicottiano – a pensare in termini paradossali. Ma è questo – della comunicabilità e della incomunicabilità – il livello di esperienza che rende per Winnicott vera, cioè autentica una analisi, è questo il livello di esperienza sul quale tende a fecalizzare la nostra attenzione.

In un saggio datato 1963, “Comunicare e non comunicare: studio su alcuni opposti”, D.W. Winnicott prende, per così dire, di petto questo problema: “Secondo me, nella persona sana c’è un nucleo della personalità che corrisponde al vero sé della personalità scissa; questo nucleo non comunica mai col mondo degli oggetti percepiti ed il singolo individuo sa che esso non deve mai essere in comunicazione con la realtà esterna o influenzato da essa (…). Sebbene le persone sane comunichino e godano di questo comunicare, è pur vero l’altro fatto, ossia che ogni individuo è isolato, costantemente non comunicante, costantemente ignoto, di fatto non scoperto” (1963a). In ciò risiede a mio modo di vedere un paradosso estremamente generativo del pensiero di Winnicott. Nella relazione madre-bambino, come nella relazione analista-analizzando, egli attribuisce un ruolo assolutamente fondamentale all’altro per lo sviluppo e la maturazione dell’individualità. Il bambino può crescere e svilupparsi solo in rapporto alla madre, e solo se la madre, in quanto altro, lo riconosce come individuo. “Il paradosso del rapporto madre-bambino per Winnicott sta nel fatto che l’ambiente (madre) rende possibile per il bambino diventare sé, cioè una persona” (Khan 1975, 36-37).

Allo stesso modo, nell’analisi l’individuo può conoscersi solo tramite l’analista in quanto altro. Ma contemporaneamente l’altro (la madre, l’analista), se ne è capace, permette all’individuo di riconoscere e di entrare in contatto con quel “sé centrale non comunicante, immune per sempre dal principio di realtà e silenzioso per sempre. Qui la comunicazione non è non-verbale: è assolutamente personale come la musica delle sfere; essa rientra nell’essere vivo. E, nello stato di salute, è da questo che sorge naturalmente la comunicazione” (1963, 248).

Non vorrei qui che un Winnicott ritenuto da alcuni troppo “semplice”, “ambientalista” o “interazionista”, come dicevo prima, apparisse ad altri, con queste citazioni, addirittura il contrario, quasi mistico o metafisico e distante dalla concretezza del rapporto clinico. In realtà pochi autori psicoanalitici sono interessati, come Winnicott, prevalentemente alla dimensione clinica: egli non si allontana mai dai dati clinici, indipendentemente da quanto ingegnosamente o profondamente li possa concettualizzare (M.G. Fromm, B.L. Smith 1989). Il problema, semmai, è un altro: l’interesse per il piano clinico è così prevalente in Winnicott da dare al lettore l’impressione che egli perda talvolta di vista la dimensione metaforica delle sue descrizioni della relazione analista-paziente come relazione madre-bambino. Ma è questo un punto al quale non posso dedicare che un fugace riferimento in questo lavoro.

Per tornare al tema della comunicazione, esso è complicato in sé perché Winnicott ci sfida a cogliere nel rapporto psicoanalitico un particolare aspetto dell’esperienza, come nella lettera a Bion egli tenta, per l’appunto, di “comunicare”.

Questa distinzione è cruciale per comprendere il suo contributo su quella che potremmo definire la posizione reciproca tra paziente ed analista nella situazione clinica. “La madre-ambiente è umana e la madre-oggetto è una cosa, sebbene sia anche la madre o parte di essa” (1963a, 236). Questa distinzione si interseca nel pensiero di Winnicott, soprattutto rispetto all’area che sto fecalizzando, con quella tra “oggetto soggettivo” ed “oggetto percepito oggettivamente”, nonché con l’opposizione fra “comunicare” e “non-comunicare”: quest’ultimo, a sua volta, viene distinto in un “non-comunicare” puro e semplice ed un “non-comunicare” attivo o reattivo.

Questo complesso nodo di concetti è fortemente ancorato alla descrizione dei fenomeni clinici che si presentano nella situazione psicoanalitica la quale per Winnicott è sostanzialmente la riproduzione sui generis della relazione madre-bambino ma nell’accezione in cui egli ha teorizzato questa configurazione originaria. Per comprendere più da vicino quest’ultimo concetto e per fare un passo ulteriore nella mia descrizione, mi pare utile riformularlo nei termini in cui lo pone Christopher Bollas (1979). Allorquando parla del contributo di D. Winnicott allo studio parallelo e comparativo della relazione madre-bambino e della situazione psicoanalitica, questo autore sostiene che l’ecologia analitica è una messa in atto (acting out) di ciò che Freud ha rimosso: il primo rapporto oggettuale della madre e del bambino

Ma torniamo in particolare alla distinzione fra “madre-oggetto” e “madre-ambiente”: riportata alla situazione clinica essa, per Winnicott, segna una fondamentale differenziazione fra il contributo dell’analista in quanto individuo – con cui il paziente entra in una relazione oggettuale manifestando i fenomeni di transfert – e il contributo dell’analista in quanto sostegno (holding), che, per il tramite del setting analitico, fornisce al paziente lo spazio, il tempo e la presenza stessa dell’analista. Masud Khan (1969) ricollega esplicitamente la funzione di sostegno dello scenario analitico all’essere del paziente e il transfert (la relazione oggettuale) allo sperimentare del paziente. Dice infatti Winnicott: “È utile postulare per il bambino immaturo l’esistenza di due madri. Devo chiamarle la madre-oggetto e la madre-ambiente? Non desidero inventare nomi che finiscano col diventare rigidi e di ostacolo; tuttavia sembra possibile usare le parole ‘madre-oggetto’ e ‘madre-ambiente’ in questo contesto per descrivere la grande differenza che esiste per il bambino piccolo fra i due aspetti delle cure materne: e cioè la madre come oggetto, proprietaria dell’oggetto parziale che può soddisfare i suoi bisogni urgenti e la madre come persona che allontana l’imprevedibile e che fornisce attivamente le cure nel manipolare e più in generale nel gestire l’assistenza al bambino. Ciò che il bambino fa al culmine della tensione dell’es e l’uso che in tal modo viene fatto dell’oggetto mi sembra molto diverso dall’uso che fa della madre come parte dell’ambiente totale. In base a questa terminologia si può dire che la madre-ambiente che riceve tutto quanto è definibile come affetto e come coesistenza sensuale, mentre è la madre-oggetto che diventa il bersaglio dell’esperienza eccitata sostenuta dalla cruda tensione istintuale” (1963 b, 92-93). L’analista dunque rispetto al paziente si trova – esattamente come la madre rispetto al bambino – di fronte a due fenomeni clinici sostanzialmente diversi; è – come abbiamo visto – due cose diverse per il paziente.

È qui che il contributo di Winnicott sulla teoria della tecnica psicoanalitica diventa particolarmente esplicito ed originale. La situazione analitica è relativamente poco importante quando vi è un io strutturato e l’analista può considerare come acquisiti e scontati i primissimielementi dell’assistenza al bambino, vale a dire quando l’esperienza del bambino con la madre-ambiente ha avuto le caratteristiche di attendibilità e si è sedimentata come continuità dell’essere. La situazione analitica (vale a dire le componenti di spazio, tempo e presenza dell’analista, come ho sottolineato più sopra) diventa, al contrario, più importante dell’interpretazione quando il paziente si trova in uno stato di profonda regressione – intendendo per regressione il ritorno alla dipendenza assoluta e ai processi primitivi di sviluppo (1956, 353 e passim). In queste due differenti forme di analisi – che Winnicott riconnette a due diverse psicopatologie del paziente, nevrotica da un lato e borderline, schizoide o psicotica dall’altro, o meglio a due differenti momenti evolutivi che si possono presentare nella stessa analisi – l’analista si trova dentro il processo clinico in due posizioni che sono sostanzialmente differenti: l’analista oggetto del transfert (vale a dire la madre-oggetto) e l’analista funtore della ecologia analitica (spazio, tempo e presenza dell’analista) vale a dire madre-ambiente. La natura di quest’ultimo rapporto è alla base di quella relazionalità dell’io che Winnicott (1958) considera come una possibile matrice del transfert.

È chiaro allora che questa differenziazione concettuale fra madre-ambiente e madre-oggetto sarebbe ampiamente fraintesa se venisse collegata solo alla teoria winnicottiana dello sviluppo e dei processi maturativi del bambino. Essa invece, come ho cercato di mostrare, ha principalmente una portata clinica le cui implicazioni per la tecnica e per la dinamica fra paziente e analista nel modello winnicottiano ho fin qui solo incominciato ad esplicitare. Occorrerebbe procedere in modo più sistematico in questa direzione ma non è questa presentazione più generale l’ambito in cui è possibile farlo. Tuttavia si può avanzare di un po’ collegando questa distinzione clinica al tema della comunicazione già accennato in precedenza e a quello dello statuto dell’oggetto che sono due angolature che convergono nel permetterci di osservare cosa avviene nel processo clinico secondo Winnicott.

L’oggetto, che è inizialmente un fenomeno soggettivo, diventa progressivamente un oggetto percepito aggettivamente (1963a, 232). È nota l’affermazione di Winnicott secondo cui il bambino che può fare l’esperienza dell’onnipotenza all’interno di un ambiente facilitante crea e ri-crea continuamente l’oggetto finché il processo non si stabilizza gradualmente e raccoglie un supporto di memorie (1963a, 233). In questo processo di creazione dell’oggetto, la trasformazione o modificazione dell’oggetto stesso da “soggettivo” a “percepito oggettivamente” è messa in movimento, secondo Winnicott, più dalle insoddisfazioni pulsionali che dai soddisfacimenti: “La gratificazione delle pulsioni dà al bambino una esperienza personale e fa ben poco per la posizione dell’oggetto” (1963a, 234, corsivo mio). Qui, di nuovo, questa affermazione va ricondotta alla situazione clinica per mettere in evidenza – contrariamente a quanto alcuni ritengono – quanto poco gratificante di per sé sia la posizione dell’analista nei confronti del paziente secondo la teoria di Winnicott; e questo perché “l’aggressività sperimentata dal bambino, quella che appartiene all’erotismo muscolare, al movimento e alle forze irresistibili che incontrano oggetti che non si muovono, questa aggressività si presta al processo di posizionamento dell’oggetto, posizionamento dell’oggetto fuori dal sé, nella misura in cui il sé ha incominciato ad emergere come entità separata” (1963a, 234). Prima che sia raggiunto lo stato di fusione, si deve tener conto però del fatto che il comportamento del bambino è reattivo ai fallimenti dell’ambiente facilitante o della madre-ambiente; e ciò può apparire come aggressività mentre in realtà è l’espressione dello stato di accentuato disagio e sofferenza da parte del bambino stesso. Quando, invece, il bambino raggiunge la fusione, l’aspetto frustrante del comportamento dell’oggetto ha valore nell’educare il bambino rispetto all’esistenza di un mondo non-me. I fallimenti nell’adattamento da parte dell’ambiente hanno valore nella misura in cui il bambino può odiare l’oggetto, vale a dire può mantenere l’idea di un oggetto che è potenzialmente soddisfacente nel mentre riconosce il suo fallimento nel rispondere in modo adeguato (1963a, 234). Come si vede, quindi,nella teoria clinica di Winnicott il riconoscimento da parte dell’analista del fallimento ambientale è inscindibile dalla ricognizione di dove esso si colloca lungo lo sviluppo del bambino, in quanto ciò non solo implica un diverso problema clinico del paziente, ma correlativamente anche un diverso tipo di risposta, o meglio di attitudine da parte dell’analista nei confronti di questo fallimento inscritto nel sé del paziente.

E questo è per Winnicott un problema di comunicazione: quando l’oggetto è soggettivo, per comunicare con esso non è necessario essere espliciti; quando l’oggetto diventa percepito oggettivamente, la comunicazione può essere esplicita o dumb cioè muta, ottusa (1963a, 235). Nei casi in cui la patologia è meno grave, di tipo nevrotico, nel processo psicanalitico si deve attendere, secondo Winnicott, una non-comunicazione attiva (il ritiro clinico) per il fatto che la comunicazione diventa facilmente legata ad un certo grado di relazionare con l’oggetto falso o compiacente: la comunicazione segreta e silenziosa con gli oggetti soggettivi – che comporta un senso di realtà – deve periodicamente ricomparire per ristabilire l’equilibrio (1963a, 238).

Winnicott segnala dunque il rischio che anche nei casi di psiconevrosi classica, in cui apparentemente non ci sono difficoltà perché la comunicazione analitica si svolge esplicitamente sul piano verbale, si verifichi la possibilità che l’analisi stessa diventi una collusione ad libitum dell’analista con la negazione del paziente della sua non comunicazione. In tali casi il silenzio può essere un contributo più positivo che il paziente può offrire e l’analista dal suo versante si trova impegnato in un gioco di attesa. “Più pericolosa, tuttavia, in un’analisi è la situazione in cui il paziente permette all’analista di giungere agli stati più profondi della sua personalità a causa della sua posizione come oggetto soggettivo o a causa della dipendenza del paziente nella psicosi di transfert; questa situazione è pericolosa se l’analista interpreta invece di attendere che il paziente creativamente faccia le sue scoperte. È solo qui, nel punto in cui l’analista non si è ancora trasformato da oggetto soggettivo a percepito obiettivamente, che la psicoanalisi è pericolosa, e tale pericolo può essere evitato se sappiamo come comportarci. Se aspettiamo, diventiamo percepiti obiettivamente secondo il ritmo proprio del paziente, ma se falliamo nel comportarci in un modo che risulti facilitante per il processo analitico del paziente (che è l’equivalente del processo maturativo del bambino) diventiamo improvvisamente il non-me per il paziente, e allora sappiamo troppo e diventiamo pericolosi perché comunichiamo troppo da vicino con il punto centrale, immoto e silente, dell’organizzazione dell’Io del paziente” (1963a, 244).

Questo passo illustra efficacemente, a mio modo di vedere, il complesso intreccio di concetti clinici cui più sopra facevo riferimento: la comunicazione del vero e del falso sé nel processo psicoanalitico, il passaggio da oggetto soggettivo a percepito oggettivamente, i due tipi o i due diversi livelli di profondità di analisi, il secondo dei quali, soprattutto, riproduce esplicitamente il processo maturativo del bambino nella sua relazione con la madre.

3. La relazione madre-bambino costituisce infatti per Winnicott – come osserva A. Phillips (1988, 87) – “letteralmente la fonte di analogia nel suo lavoro. Le sue nuove idee sullo sviluppo precoce e sulla psicosi come un ‘disturbo di deprivazione ambientale’ hanno comportato necessariamente delle modificazioni nella tecnica psicoanalitica classica”.

Non si tratta tanto di esaminare, qui, in termini puramente tecnicisti, gli scostamenti di Winnicott dal modo di procedere psicoanaliticamente. Bisognerebbe infatti leggere, o ri-leggere, il suo saggio sui “Fini del trattamento psicoanalitico” (1962, 213) per cogliere il rigore e ad un tempo l’originalità e la dimensione paradossale del suo pensiero in merito alla tecnica: “Allorché io svolgo una psicoanalisi io miro a stare vivo; stare bene; stare sveglio. Miro ad essere me stesso e a comportarmi di conseguenza”. E alla fine del saggio conclude: “A parer mio, i nostri fini nell’applicare la tecnica classica non si modificano se ci capita di interpretare meccanismi che rientrano nei disturbi di tipo psicotico e negli stati primitivi dello sviluppo dell’individuo” (1962, 217). Ma poi sorprendentemente aggiunge con il suo piglio original e paradossale: “Se il nostro fine continua ad essere quello di verbalizzare il conscio nascente in termini di transfert, allora applichiamo la psicoanalisi; in caso contrario siamo degli analisti che fanno qualcosa di diverso e che comunque riteniamo adatto a quella situazione. E perché no?” (1962, 218).

Ma il punto da sottolineare in questa sede è piuttosto un altro: nel momento in cui Winnicott parla del paziente regredito allo stato di dipendenza infantile, per il quale l’analisi può diventare pericolosa se l’analista non sa rispondere adeguatamente, il problema del cambiamento della tecnica è qualcosa di molto più complesso di un mero artificio tattico. Esso implica l’atteggiamento dell’analista in toto rispetto a ciò che egli si propone con le sue interpretazioni: “Per parte mia a questo proposito ho sempre pensato che una funzione importante dell’interpretazione sia quella di stabilire i limiti della comprensione dell’analista” (1963a, 244). E in un altro passo dello stesso articolo Winnicott commenta: “Specialmente quando lavoriamo sugli aspetti schizoidi invece che su quelli psiconevrotici della personalità, noi aspettiamo che i pazienti stessi diano creativamente da sé l’interpretazione che avremmo potuto fare noi; se presentiamo l’interpretazione solo come frutto della nostra abilità ed esperienza, allora il paziente deve rifiutarla o distruggerla. Una paziente anoressica mi sta insegnando questo” (1963a, 235).

In un saggio, inedito, del 1968, pubblicato solo recentemente (2), Winnicott propone con la sua consueta, provocatoria, naiveté un “enunciato molto semplice sull’interprelazione”: “L’analista riflette (reflects back) ciò che il paziente ha comunicato” (1968, 209, corsivo mio). A queste posizioni tecniche fanno eco le affermazioni di Winnicott riportate da Giovacchini (1973, 36): “Io interpreto per due ragioni: (1) per far sapere al paziente che sono vivo, e (2) per fargli sapere che non sono onnipotente, che posso commettere errori”.

Ciò che quindi emerge da questi passi è sostanzialmente il richiamo da parte di Winnicott al cambiamento di posizione di fronte al paziente, in particolare di fronte al paziente regredito allo stato di dipendenza. È questo un problema teorico e tecnico relativo a ciò che chiamiamo controtransfert Sarebbe interessante inoltrarci in questo percorso concettuale che implicherebbe però un accurato riesame delle varie posizioni presenti in letteratura per collocare adeguatamente Winnicott in un suo spazio teorico-concettuale. Qui però è rilevante sottolineare come Winnicott sia molto esplicito nell’essere favorevole ad un ritorno del termine “controtransfert” al suo significato originario, anche se non gli sfuggono i motivi che ne hanno reso necessario un certo ampliamento. Ma – dice Winnicott – il ritorno del termine al suo significato originario “ci permetterebbe di discutere le molte cose interessanti che gli analisti sanno fare con i pazienti psicotici che sono temporaneamente regrediti o dipendenti nei confronti dei quali potremmo usare il termine di Margaret Little: la risposta totale dell’analista ai bisogni del paziente” (1960, 212, corsivo mio). Questo guardare al controtransfert da questo particolare punto di vista era già stato affermato da Winnicott in un lavoro precedente del 1947, intitolato “L’odio nel controtransfert”, uno scritto che appare radicale e autorivelatore già nel titolo. Egli, innanzitutto, in questo scritto classifica i fenomeni di controtransfert come segue: 1) il controtransfert come fattore di disturbo nel rapporto col paziente, ostruzione patologica della sua possibilità di comprenderlo; 2) le identificazioni e le tendenze che forniscono la situazione positiva per il lavoro analitico e lo rendono personale per ogni analista; 3) il controtransfert che egli chiama autenticamente oggettivo, vale a dire l’amore e l’odio dell’analista, oggettivamente osservabili in reazione alla personalità e ai comportamenti effettivi dei pazienti.

Winnicott è molto esplicito: nel lavoro terapeutico con i pazienti psicotici (o con gli analizzandi in uno stato di profonda regressione alla dipendenza) l’analista “si trova nella posizione della madre di un bambino che sta per nascere o che è appena nato” (1947, 239, corsivo mio): “(Egli) deve essere pronto a sopportare la tensione senza sperare che il paziente sappia nulla di ciò che fa, forse per un lungo periodo di tempo. Per riuscirvi bisogna che possa facilmente rendersi conto delle proprie paure e del proprio odio (…). Per finire dovrebbe essere in grado di dire al paziente cosa gli ha fatto sopportare, ma un’analisi può anche non giungere mai a questo punto” (1947, 239).

Cosa intende affermare Winnicott con una posizione così radicale? Lo scritto in questione va naturalmente riportato al clima del dibattito scientifico e delle forti tensioni emotive in seno alla Società Psicoanalitica Britannica alla metà degli anni ’40. Senza entrare in una disamina storica che sarebbe comunque molto interessante per la chiarificazione di molti concetti clinici e teorici con i quali tutt’oggi abbiamo a che fare, è sufficiente ricordare almeno un aspetto centrale: le esperienze cliniche di analisi con pazienti psicotici, borderline o schizoidi che andavano effettuando in quel periodo molti analisti, da M. Klein e i suoi seguaci, allo stesso Winnicott, a Balint, a Fairbairn etc., ponevano pressanti domande in merito a che cosa il paziente trasferiva dal suo passato sull’analista e a come l’analista doveva rispondere (A. Phillips 1988). La posizione del gruppo che faceva capo a M. Klein è nota: l’analisi con gli psicotici, come quella con i bambini, non richiede nessuna sostanziale modificazione della tecnica classica. D.W. Winnicott replica, per così dire, spostando il punto di vista su questo problema: “Nell’analisi degli psicotici l’analista (…) si addossa un carico ben diverso come quantità e qualità” (1947, 237). Questa frase pone inequivocabilmente in risalto a quale tipo di partecipazione Winnicott alluda, dal versante dell’analista, nel processo terapeutico con i pazienti psicotici o regrediti allo stato di dipendenza primaria. Così egli prosegue più avanti: “Vi è una gran differenza fra quei pazienti che hanno avuto delle esperienze precoci soddisfacenti, che si possono scoprire nel transfert, e quei pazienti le cui esperienze sono state così incomplete o così alterate che l’analista deve essere il primo, nella vita del paziente, a fornire certi elementi ambientali che sono essenziali” (1947, 239, corsivo mio).

Ho già chiarito più sopra quale sia, secondo me, l’accezione winnicottiana del termine “ambiente”: vale a dire “l’altro”, ossia il fattore umano psicologico ineludibile per descrivere la configurazione primaria della vita psichica, fattore che “all’origine” (e nella regressione) è inestricabile dal fatto stesso dell’esistere, dell’esserci. Non mi pare pertanto necessario soffermarmi a sottolineare che in questo passo Winnicott non intende affatto la funzione terapeutica dell’analista come una “esperienza emozionale correttiva”. Più importante, invece, mi sembra il sottolineare che Winnicott, qui come altrove, allude ad una differenziazione qualitativa del transfert sul piano clinico. Anzi sembrerebbe più esatto dire, a mio avviso, che Winnicott, qui come altrove, sembra circoscrivere o limitare il transfert alla ripetizione di quei fenomeni e di quelle relazioni che sono state almeno una volta vissute. Dal transfert come concetto clinico sarebbe quindi da escludere tutta quell’area di fenomeni primari o originari che possono in alcuni pazienti non essere stati mai sperimentati e che, per così dire, aspettano l’occasione dell’analisi – e la disponibilità dell’analista a farsene carico – per trovare per la prima volta uno spazio di germinazione. “Per il nevrotico il divano, il calore e il benessere possono simbolizzare l’amore materno; per lo psicotico (e per il paziente regredito) sarebbe più esatto dire che queste cose sono l’espressione fisica dell’amore dell’analista. Il divano è il grembo dell’analista o il suo ventre, il calore è il calore vivo del corpo dell’analista” (1947, 239-240).

Ma perché Winnicott parla di odio nel controtransfert? L’affascinante esempio chiarificatore da lui utilizzato è quello del bambino adottivo che mette alla prova con un comportamento aggressivo il nuovo ambiente familiare in cui si viene a trovare, alla ricerca della conferma che i suoi genitori adottivi sono capaci di odiarlo: egli può credere di essere amato solo dopo essere riuscito ad essere odiato. Analogamente, “in certe fasi di certe analisi l’odio dell’analista è effettivamente richiesto dal paziente e diventa allora necessario un odio che sia oggettivo. Se il paziente cerca un odio oggettivo o giustificato, bisogna che possa ottenerlo, altrimenti non potrà sentire che può ricevere un amore oggettivo” (1947, 240).

Un fattore non secondario per spiegarci questa accentuazione winnicottiana del tema dell’odio è il già citato clima del dibattito scientifico nella Società Psicoanalitica Britannica a metà degli anni ’40. Più in particolare la necessità di Winnicott di percorrere la sua propria strada, rovesciando di centottanta gradi la prospettiva assunta con determinazione da Melanie Klein. Come fa notare A. Phillips (1988), laddove M. Klein aveva costruito la sua teoria sulla distruttività innata del bambino verso la madre, Winnicott propone l’alternativa opposta: “La mia ipotesi è che la madre odi il bambino prima che il bambino odi la madre e prima che il bambino possa sapere che sua madre lo odia” (1947, 241).

Sarebbe interessante partire da questo punto in cui le due concezioni divergono così diametralmente, per procedere ad un’analisi comparata dei due modelli clinico-teorici di M. Klein e di D. Winnicott. Ma questo richiederebbe, e forse richiederà, un lavoro a parte.

È fondamentale invece sottolineare – e questo è il mio punto di vista – che Winnicott fa riferimento all’odio per enfatizzare la necessità dell’autenticità dei sentimenti tanto della madre quanto dell’analista, l’autenticità della loro presenza perché il rapporto sia sentito vero: “È necessario che una madre possa tollerare di odiare il suo bambino senza farvi niente (…). Ciò che vi è di più notevole in una madre è la sua capacità di essere offesa dal bambino (per il suo amore senza scrupoli, primitivo verso di lei) e di odiare così tanto senza farla pagare al bambino, e la sua capacità di attendere ricompense che potranno o no venire in un secondo tempo” (1947, 243). Analogamente “se l’analista (nell’analisi degli psicotici e dei pazienti regrediti) deve vedersi imputare dei sentimenti rozzi e brutali è meglio che sia avvertito e quindi si premunisca di fronte alla necessità di tollerare il fatto di essere collocato in questa posizione. Soprattutto non bisogna che egli neghi l’odio che esiste realmente in lui. L’odio che è giustificato nella situazione attuale deve essere individuato e conservato da una parte e messo a disposizione prima o poi per l’interpretazione” (1947, 236). In quest’ultima frase è evidente la funzione psicoanalitica del riconoscimento interiore, da parte dell’analista, della autenticità e realtà dei propri sentimenti verso il paziente. Potremmo allora vedere in questi termini quale sia secondo Winnicott la cosiddetta dinamica di transfert/controtransfert. Il transfert – per quanto abbiamo mostrato prima – sfuma, nella regressione profonda, verso una qualità diversa che può essere definita in termini di “transfert psicotico”: ma per Winnicott è comunque anche una comunicazione primitiva attuale del paziente verso l’analista, comunicazione che non ha ancora assunto “l’idioma del transfert”, per riprendere l’espressione di M. Khan. Correlativamente, anche con il controtransfert, al di là del suo aspetto di disturbo e di identificazioni e tendenze positive per il lavoro psicoanalitico, si arriva, per così dire, al nocciolo, cioè alla sua caratterizzazione autenticamente oggettiva: cioè i sentimenti “ oggettivamente osservabili in reazione alla personalità e al comportamento effettivi del paziente” (1947, 235). Ed è in questo senso che il concetto di controtransfert si dissolve, per così dire, in ciò che nel 1960, come abbiamo visto, egli preferirà chiamare “la risposta totale dell’analista ai bisogni del paziente”.

Per quella che è la mia interpretazione del testo winnicottiano, questi temi della ridefinizione, in una diversa prospettiva, dei concetti convenzionali di transfert/controtransfert, vengono ulteriormente chiariti in un altro suo saggio “Le forme cliniche del transfert” del 1956. Anche qui Winnicott distingue tra due diverse forme di analisi. “Mentre nelle nevrosi di transfert il passato entra nello studio dell’analista, in questo (altro) lavoro è più esatto dire che il presente ritorna nel passato ed è il passato. E così l’analista si trova con il processo primario del paziente nel quadro in cui questo processo aveva il suo valore originario” (1956, 354).

Dal versante della posizione di “adattamento sufficientemente buono” da parte dell’analista (“ambiente” primario) verso il paziente – un’attitudine di base che solo forzando il pensiero winnicottiano potrebbe essere definita controtransfert – si determina, a questi livelli profondi di analisi, un fenomeno o una configurazione che secondo Winnicott deve essere riconosciuta e individuata: “Sono le carenze dell’analista che il paziente utilizza” (1956, 355). Esse vengono utilizzate come carenze ambientali passate che il paziente può ora percepire e circoscrivere e nei confronti delle quali può ora esprimere la sua collera e la sua rabbia: “Bisogna che l’analista sia capace di usare le sue carenze in funzione del loro significato per il paziente, e se possibile di spiegare ognuna di esse, anche se ciò gli costa un esame del suo controtransfert inconscio” (1956, 355).

Egli prosegue dicendo che ciò che nel lavoro con i pazienti nevrotici si chiamerebbe “resistenza”, in questo tipo di lavoro analitico indica sempre che l’analista ha compiuto un errore: è solo utilizzando i propri errori che egli può svolgere la parte più importante del trattamento in queste fasi: “La parte che permette al paziente di esprimere la propria collera per la prima volta nei confronti di quei particolari della carenza che (all’epoca in cui si sono verificati) avevano provocato l’interruzione del suo sviluppo emozionale. È questa parte del lavoro che libera il paziente dalla sua dipendenza dall’analista” (1956, 355-356). E subito dopo una affermazione ancora più rilevante per il nostro discorso: “In questo modo il transfert negativo dell’analisi ‘nevrotica’ viene sostituito da una collera oggettiva contro le carenze dell’analista” (1956, 355). Il transfert dunque sfuma in un sentimento “oggettivo” del paziente verso l’analista analogamente a come il controtransfert si dissolve per arrivare al nocciolo dei sentimenti oggettivi dell’analista verso il paziente. Questo lavoro a questi livelli è impegnativo, dice Winnicott, perché l’analista deve essere sensibile ai bisogni del paziente e deve desiderare di offrire una situazione capace di soddisfare questi bisogni. Ma poi sorprendentemente aggiunge (1956, 355) – e con ciò concludo: “L’analista non è, dopo tutto, la madre del paziente” (corsivo mio).

(1) Questo passo di Bollas, presente nell’edizione originaria dell’articolo (1979) e nella traduzione italiana, non compare nell’omonimo capitolo incluso nel volume L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato (1987), Borla, Roma, 1989. Più recentemente, mi è parso che Bollas, nella sua relazione sulle “Origini dell’alleanza terapeutica”, presentata alla Weekend Conference far English-speaking Members of European Societies (Londra, ottobre 1990) abbia sviluppato ulteriormente questo punto di vista qui solo accennato. “Sapeva Freud che la struttura del processo analitico poteva evocare il trasferimento di differenti anche se interconnesse alleanze: del feto dentro l’utero, del neonato dentro il mondo materno, del bambino dentro la legge del padre, del figlio dentro la complessità della famiglia, del sé dentro il sogno, dell’interlocutore dentro la tessitura dei discorsi dell’io’? Sapeva Freud dell’ampiezza e della portata di ciò che aveva evocato con la creazione dello spazio analitico?”.

(2) Si tratta dell’articolo “Interpretation in Psycho-Analysis” incluso, insieme ad altri inediti, nel volume Psycho-Analytic Explorations (1989), che per l’interesse che riveste costituisce, a mio avviso, uno strumento fondamentale per riconsiderare la genesi di alcuni concetti winnicottiani e ampliarne la portata.

Pubblicato nella Rivista di Psicoanalisi, 1991(3), pag. 627-667

 

SOMMARIO

L’idea su cui implicitamente poggia questo articolo è che le concettualizzazioni di Winnicott non sono semplicemente il risultato di un approdo alla psicoanalisi dalla pediatria – come per esempio lascerebbe intendere la traduzione italiana del titolo di uno dei suoi libri più noti – quanto piuttosto una esplorazione psicoanalitica passata attraverso la conoscenza partecipe di quella coppia formata dal bambino e da chi se ne prende cura. La peculiarità di questo percorso ha messo Winnicott nella vantaggiosa posizione di ottenere una sorta di visione binoculare del paziente nel processo clinico e quindi del paziente-e-dell’analista nella situazione psicoanalitica.

Bibliografia

Bion W.R. (1957). Criteri differenziali fra personalità psicotica e non psicotica. In Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma, 1970.

Bollas C. (1979). L’oggetto trasformativo. Neuropsichiatria Infantile 232-3, 1061-1080 (1980).

Fromm M.G., Smith B.L. (eds) (1989). Introduzione a The Facilitating Environment. Clinical Application of Winnicott Theory. International Universities Press, Madison.

Giovacchini P.L. et al. (1973). Discussion of “Character Disorders: with Special Reference to Borderline State” by P.L. Giovacchini. Int. J. Psycho-Anal. Psychoth. 2, 21-36.

Khan M.M.R. (1969). Vicissitudini dell’essere, conoscere e sperimentare nella situazione terapeutica. In Lo spazio privato del Sé, Boringhieri, Torino, 1979.

Khan M.M.R. (1975). Introduzione a AA.VV., Il pensiero di Winnicott, Armando, Roma, 1982.

Phillips A. (1988). Winnicott. Fontana Press, London.

Winnicott D.W. (1947). L’odio nel controtransfert. In Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott D.W. (1956). Le forme cliniche del transfert. In Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott D.W. (1958). La capacità di essere solo. In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1960). Il controtransfert. In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1962). I fini del trattamento psicoanalitico. In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1963 a). Comunicare e non comunicare: studio su alcuni opposti. In Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1963 b). Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi. In Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

Winnicott D.W. (1968). Interpretation in Psycho-Analysis. In Psycho-Analytic Explorations, C. Winnicott, R. Shepherd, M. Davis (eds), Karnac Books, London, 1989.

Winnicott D.W. (1987). Lettere. A cura di F.R. Rodman, Cortina, Milano, 1989.

2. Winnicott stesso, infatti, riconosce che il suo discorso su questo tema del comunicare e del non-comunicare “si complica” (1963 a, 236) per il fatto che il bambino sviluppa due tipi di relazione ad un tempo: quella con la madre-ambiente e quella con la madre-oggetto.

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