La parola, il legame.
A un anno dalla sua morte esce in libreria “Sillabario. Temi scottanti di psicoanalisi e psicoterapia di gruppo”, l’ultimo libro di Claudio Neri, pubblicato postumo dalla casa editrice Astrolabio-Ubaldini, con la prefazione di Mercedes Lugones e la postfazione di Alfredo Lombardozzi.
In un’epoca dominata dalla rapidità digitale e dalla frammentazione dell’attenzione, Claudio ha scelto di muoversi controcorrente, utilizzando una forma antica per esplorare e curare dolori contemporanei; compie così un atto di straordinaria generosità culturale, offrendo alla comunità scientifica psicoanalitica, e non solo, un’operazione epistemologica che riflette la natura stessa del materiale inconscio e della psicoanalisi, sia duale sia di gruppo.
Mercedes Lugones, nella prefazione evidenzia l’architettura del piccolo (solo per dimensioni) volume pensata per trasmettere l’esperienza clinica profonda senza saturarla in costrutti rigidi. Strutturato in ordine alfabetico, il libro non si presenta come un trattato accademico, ma un’opera che disinnesca la gerarchia teorica, permettendo a concetti metapsicologici complessi di dialogare orizzontalmente con l’arte, la filosofia, la sociologia e il quotidiano. Claudio sviluppa la dimensione del reale, del quotidiano, e della “vita di tutti i giorni” intrecciandola strettamente con l’esperienza clinica e la teoria psicoanalitica. Il suo “doppio sguardo” da una parte si rivolge all’esperienza accumulata in una vita intera di lavoro clinico, insegnamento e ricerca; dall’altra, si rivolge alle dinamiche del mondo contemporaneo e alla precarietà del contesto sociale odierno.
Il testo si profila come una mappa fluida dell’inconscio contemporaneo, profondamente coesa nella sua visione teorico-clinica. Questa modalità di scrittura si inscrive nella tradizione bioniana, configurandosi come un insieme di “pensieri senza pensatore” che attendono di trovare un apparato per essere pensati dal lettore e dialogare in modo flessibile con i rapidi mutamenti culturali e sociali.
Come ricorda nella postfazione Alfredo Lombardozzi il libro, che si ispira all’opera Sillabari di Goffredo Parise raccoglie brevi capitoli dedicati a tematiche chiave urgenti, che l’autore definisce “temi scottanti”.
I temi del vissuto giornaliero vengono chiamati “scottanti” proprio perché la vita di tutti i giorni si svolge oggi in un contesto caotico e fragile. Di conseguenza, anche i sentimenti e le azioni quotidiane più comuni devono essere costantemente risignificati, ripensati e aperti al dialogo con altre forme di linguaggio. In Sillabario il quotidiano di Claudio Neri si sviluppa come un serbatoio dinamico di riflessioni aperte e insature che invitano il lettore a ritrovare la profondità psicoanalitica nei piccoli gesti, nei rancori e nelle speranze della propria vita di ogni giorno.
Come suggerito da Mercedes Lugones e Alfredo Lombardozzi, voci come Ascolto, Campo, Autenticità, Vergogna, Rancore, Fede, Lutto e Speranza vengono sviscerate attraverso una scrittura discreta e minimalista. Questo stile, chiaro e profondo, riproduce la stessa semplicità delle “sillabe” di base del linguaggio per indagare la complessità emotiva umana. È un modo di fare teoria che rispetta il ritmo della vita quotidiana e non la sovrasta con sovrastrutture rigide.
Il nucleo teorico si articola attorno a polarità dialettiche fondamentali, tra le quali spicca l’oscillazione tra Fede e Speranza strettamente correlate al processo del lutto. Claudio risignifica il concetto freudiano di lutto, declinandolo in senso relazionale e gruppale. All’interno del gruppo, il Lutto diviene un processo attivo di transizione psichica in cui la sofferenza si fa connessione transindividuale. Questa rielaborazione costituisce il prerequisito per l’emergere della Speranza. In quest’ottica, la speranza viene sottratta all’ottimismo ingenuo e ridefinita come una faticosa tensione creativa verso il futuro. Essa rappresenta l’investimento sulla possibilità che dalle ceneri della distruzione oggettuale e della frammentazione possa sorgere un elemento generativo inedito. Clinicamente, l’oscillazione tra la depressione del lutto e la spinta vitale della speranza traccia le coordinate del movimento terapeutico, in cui la mente apprende a tollerare il dolore del vuoto per consentire la nascita del nuovo.
Affrontando la voce Fede, Claudio opera una risignificazione radicale. La fede clinica non ha a che fare con la certezza o con l’adesione acritica a un dogma teorico e/o religioso. Al contrario, essa si configura come l’atto di coraggio supremo sia del terapeuta che del paziente: la capacità di sostare nel vuoto, tollerando l’oscurità del non-sapere. Rifacendosi all’Atto di Fede di Wilfred Bion, Claudio la descrive come una Fiducia incrollabile nell’esistenza di una verità psichica. Nel gruppo, la fiducia diventa un’esperienza intersoggettiva: la fiducia reciproca che si costruisce quando i membri accettano di deporre le proprie difese narcisistiche per consegnarsi al flusso del dialogo collettivo. Senza questa specifica declinazione della fede, il gruppo rimarrebbe una mera somma di solitudini iperconnesse; grazie a essa, invece, si trasforma in un campo generativo. Claudio mostra come la fede sia l’antidoto principale al cinismo contemporaneo, una forza che permette di scommettere sul legame umano proprio laddove la realtà esterna sembra suggerire la ritirata e la diffidenza.
Se la Fede è l’ancora che permette di tollerare l’ignoto nel presente, la Speranza è la forza proiettata verso l’orizzonte. Claudio ne ripensa i confini strutturali nel suo Sillabario, differenziando la speranza come vago sentimento dalla speranza come possibilità di operare nella realtà. Una tensione vitale verso il futuro, la convinzione profonda che, nonostante i traumi e le derive della frammentazione moderna, sia sempre possibile la nascita di qualcosa di radicalmente nuovo e trasformativo. La speranza si rivela dunque come una funzione psichica attiva e strettamente legata all’area transizionale di Donald Winnicott: uno spazio di gioco, di illusione creativa e di progettualità in cui l’individuo riacquista la propria agency. Nella clinica dei gruppi, questa dimensione circola in modo contagioso. Quando un singolo paziente perde la capacità di sperare, è il gruppo a farsi carico di questa funzione, custodendo la speranza per lui finché la sua mente non sarà nuovamente in grado di introiettarla e tollerarla.
L’intreccio profondo che Claudio tesse tra Fede e Speranza costituisce il baricentro emotivo e intellettuale del libro. Queste due voci dialogano costantemente all’interno della struttura del testo, mostrando come l’una sia il prerequisito dell’altra. La Fede nell’incontro clinico fornisce le fondamenta su cui può edificarsi la Speranza di un cambiamento terapeutico ed esistenziale. In questo senso, il Sillabario si propone come uno strumento terapeutico esso stesso, una mappa per orientarsi nel disordine della contemporaneità che parla un linguaggio universale, accessibile tanto allo specialista quanto al lettore curioso delle dinamiche dell’animo umano.
Ho avuto il privilegio e il piacere di intervistare Claudio su queste tematiche nel 2024 per il numero della rivista “Argo Gruppo Omogeneità e Differenze dedicato alla dinamica della Crudeltà. In quell’occasione, nel dialogo ravvicinato e intenso che ebbi con lui, insieme con Stefania Marinelli, emerse con chiarezza come l’orizzonte clinico e sociale sembrava drammaticamente saturo dalle forme multiformi e distruttive che la ferocia assume nei legami contemporanei e operi innanzitutto svuotando di senso le parole, desertificando e attaccando alle fondamenta la capacità stessa di pensare. All’interno di quell’intervista “giocammo” ad identificare l’opposto della crudeltà e il binomio centrale che emerse fu il contrasto radicale tra la crudeltà e la compassione. Secondo Claudio la Compassione, come controffensiva alla crudeltà, traccia le coordinate necessarie a ricostruire i legami spezzati. In psicoanalisi di gruppo, la compassione si spoglia di qualsiasi deriva sentimentale per farsi postura clinica: è il patire-con, la capacità di sintonizzazione affettiva profonda con il dolore dell’altro. La compassione diventa così la controffensiva analitica d’elezione: la capacità del gruppo e del conduttore di soffrire il dolore - Koinodinia- e di accogliere la sofferenza più primitiva ed evacuativa senza rispondere con altrettanta ferocia o con il rifiuto.
A distanza di due anni, da quell’intervista la pubblicazione di Sillabario. Temi scottanti di psicoanalisi e psicoterapia di gruppo risuona non solo come il naturale approdo di quel filone di pensiero, ma come una necessaria, urgente contromisura terapeutica e umana. Il libro si presenta con una scelta formale precisa e quasi spiazzante nella sua apparente semplicità. Di fronte alla frammentazione generata dai traumi e dalle violenze relazionali, il gesto stesso di offrire un “sillabario” – l’ABC dell’umano – si configura come un atto di ri-alfabetizzazione emotiva. Laddove la realtà frammenta e disperde, il Sillabario raccoglie, nomina e ricompone. Claudio ci mostra come le singole voci del suo libro – i suoi “temi scottanti” – non siano semplici definizioni astratte, ma i microscopici elementi anatomici che compongono la natura umana. In questa prospettiva, il Sillabario si configura come una vera e propria mappa emotiva per il clinico contemporaneo; una mappa tanto più preziosa quanto più è fluida e priva di rigidi confini. L’inserimento del Rancore è un tassello fondamentale di questa mappatura. A differenza del lutto, che mobilita il dolore e permette di andare avanti, il rancore, sentimento insidioso “congela” il tempo psichico: è un legame perverso con l’offesa che cronicizza il dolore originario, tenendo in scacco il soggetto in una ripetizione sterile che tenta di mantenere vivo il legame con l’oggetto in una forma tossica e rivendicativa: un legame indissolubile con il carnefice o con l’ingiustizia subita, che sabota preventivamente ogni apertura all’altro. Riprendendo alcuni interrogativi che si era posto in un suo precedente lavoro - Rancore - pubblicato nel 2023 su Rivista di Psicoanalisi, il rancore non viene visto semplicemente come un sentimento negativo, ma viene analizzato come uno stato d’animo profondo, una forma di “fantasia agita” che può collegare la dimensione individuale e quella collettiva. In ambito clinico e relazionale la Vergogna, (insieme al rancore) viene letta anche come un passaggio un segnale dinamico all’interno del rapporto analitico, duale e gruppale, un indice di fatiche, aspettative deluse o ferite che cercano una forma di elaborazione. L’emergere di questo sentimento indica, dunque il crollo di vecchie barriere difensive e segna il delicato momento in cui il paziente inizia a esporsi autenticamente all’altro. Claudio mostra come la vergogna sia la spia della difesa a “mostrarsi umani” e della paura di presentarsi al cospetto dell’altro, dell’analista e/o del gruppo “senza l’armatura delle proprie difese”. È la manifestazione del timore profondo di svelarsi nella propria nuda e fragile essenza di essere umano. Proprio per la natura scottante e pervasiva la vergogna e il rancore richiedono una specifica postura clinica. Bisogna che il setting si trasformi in un luogo di attesa permettendo la presa di contatto con queste emozioni che potranno così essere pensate, condivise e infine trasformate. Il tema scottante della vergogna e strettamente correlato ai temi del Vitalismo e della Vitalità e alla loro “contrapposizione” dialettica. Il Vitalismo si configura come una cieca eccitazione, una performance esasperata o un entusiasmo forzato che serve a mascherare il vuoto o il crollo interno. Un’armatura difensiva di invulnerabilità che viene indossata per non dover fare i conti con la propria fragilità, e che allontana dagli altri e blocca il vero scambio emotivo e l’evoluzione terapeutica e trasformativa; al contrario la vitalità accetta la vulnerabilità. La Vitalità autentica non è un dato astratto ma una risorsa legata all’ambiente, alla cultura di appartenenza e alla qualità delle relazioni. Per spiegarla Claudio ricorre all’analogia del Mito di Anteo: il gigante Anteo era invincibile solo finché rimaneva a stretto contatto con la madre Terra, da cui traeva continuo nutrimento e rigenerazione. La vera vitalità non è autosufficiente, ma nasce dalla capacità del soggetto di appoggiarsi e rimanere in contatto profondo con un “oggetto sicuro” che sia l’analista, il gruppo, un affetto, un ideale fertile che sia in grado di rivitalizzarlo. È proprio qui che si inserisce il legame cruciale con la vergogna: il passaggio dal vitalismo manierato alla vitalità autentica richiede necessariamente di attraversare la vergogna.
Questa specifica impostazione risente profondamente del concetto di Fusionalità, da lui sviluppato storicamente fin dagli anni '80 insieme ai colleghi del Centro di Psicoanalisi Romano L.Pallier, G.Petacchi, G.C. Soavi e R. Tagliacozzo e che lo avvicinò al pensiero di Heinz Kohut. Mentre nel volume del 1990, Fusionalità. Scritti di psicoanalisi clinica, il concetto veniva analizzato nella sua dimensione strettamente teorico-clinica e fantasmatica, nel Sillabario la fusionalità risente di un’evoluzione relazionale e stilistica del modo in cui Claudio intende tale dimensione nella clinica, riflettendosi su più livelli della struttura del testo e dello stile di scrittura: le singole voci sono elementi autonomi che mantengono una forte interconnessione sotterranea, proprio come l’individuo sperimenta la tensione tra il bisogno di autonomia e il desiderio di essere “tutt’uno” con l’altro; la prosa è descritta dallo stesso Claudio come fatta di “pensieri senza pensatore”, allusivi e insaturi. Questa “apertura” accoglie il lettore in uno spazio comune di co-pensiero, rispecchiando la funzione originaria della fusionalità intesa come area germinativa e non satura della mente. Negli sviluppi della sua teoria, Claudio ha dimostrato che la fusionalità - ricordo i suoi seminari durante il Training - non è una semplice regressione patologica, ma svolge una fondamentale funzione di contenimento all’interno del setting terapeutico, sia duale che di gruppo. Nel Sillabario, i “temi scottanti” e caotici della contemporaneità o della clinica più grave vengono affrontati offrendo al lettore una costante sensazione di accoglimento e sicurezza. La componente fusionale agisce come un ammortizzatore contro l’angoscia di frammentazione: permette di tollerare il contatto con emozioni primitive senza che il soggetto si senta alienato o si disperda. Nel Sillabario, questo concetto si traduce nella capacità dell’analista di oscillare costantemente tra la dimensione del singolo (il bisogno di differenziazione e la solitudine intima) e la dimensione del collettivo/gruppo (lo spazio comune, il campo gruppale e il senso di profonda appartenenza reciproca). In sintesi, il Sillabario non è semplicemente un elenco di lemmi, ma rappresenta la messa in pratica editoriale e divulgativa del concetto di fusionalità: un libro che crea un “campo relazionale” con chi legge, offrendo un contenimento affettivo e intellettuale per esplorare le aree più profonde e “scottanti” della psiche.
Di conseguenza è di “scottante” rilevanza etica e tecnica la posizione soggettiva del terapeuta, articolata attraverso le voci Ascolto e Autenticità. L’ascolto e l’autenticità del conduttore nella clinica di Claudio si configurano come una disposizione ricettiva radicale: una capacità di fare silenzio dentro di sé per accogliere l’ignoto e l’inatteso. Questo tipo di ascolto richiede all’analista la capacità bioniana di sostare in uno stato di “capacità negativa”, sospendendo la memoria e il desiderio per aprirsi al campo istituzionale e gruppale in statu nascendi. Claudio demistifica l’illusione dello specchio opaco, sostenendo che l’efficacia del processo analitico risieda nella reale presenza psicologica dell’analista. L’autenticità non implica una selvaggia self-disclosure, bensì il coraggio del clinico di riconoscersi come parte attiva del campo intersoggettivo, accettando la propria fallibilità e le proprie risposte controtransferali. È proprio l’autenticità dell’analista a fungere da disvelatore per il gruppo, offrendo un modello di integrazione del Sé e consentendo ai pazienti di sperimentare un incontro oggettuale reale, privo di manipolazioni difensive.
In Sillabario, Claudio porta a compimento un altro tema “scottante”: il superamento delle barriere tra tre giganti della psicoanalisi: Wilfred Bion, Donald Winnicott e Heinz Kohut. Lemma per lemma questi tre autori interagiscono nel perimetro teorico-clinico del setting duale e nella polifonia del setting di gruppo. Il focus si sposta continuamente dalla mente del singolo a quella del gruppo, ridefinendo alcuni concetti chiave della psicoanalisi contemporanea mettendo in dialogo questi tre autori fondamentali:
1. La dimensione trasformativa e ricettiva, la capacità negativa e di sognare la seduta in dialogo con Bion, si fondono con una una profonda partecipazione affettiva.
2. Lo spazio della relazione e dell’autenticità in dialogo con Winnicott diventano quel terreno transizionale in cui il paziente nella stanza d’analisi può sperimentare il crollo e ritrovare un senso di continuità dell’essere, superando le barriere difensive del Falso Sé.
3. Il riconoscimento e la coesione del Sé, in dialogo con Kohutconnettono il concetto di Sé nucleare e della sua spinta evolutiva con i processi di gruppo in grado di riparare i deficit strutturali del Sé, promuovendo quello che l’autore definisce il “progetto vitale” del soggetto.
L’integrazione epistemologica proposta da Claudio evidenzia come la psicoanalisi contemporanea non possa più affidarsi a un modello terapeutico unico. Esige, al contrario, una pluralità di vertici capaci di mantenere un solido ancoraggio alla tradizione, pur rimanendo aperti alle sfumature e agli imprevisti della clinica odierna. In questa direzione si inscrive, a mio avviso, la scelta di dedicare l’ultimo capitolo del volume alla “Zona di sviluppo prossimale” (ZSP) di Lev Vygotskij, rielaborata in chiave psicoanalitica e gruppale. La ZSP viene così configurata come quello spazio intermedio (Area B) in cui il paziente, immerso nel campo emotivo del gruppo, compie un salto evolutivo, sviluppando potenzialità psichiche (Area C) che in una condizione di isolamento autonomo (Area A) non avrebbe potuto raggiungere.
Al cuore della ZSP risiede la co-costruzione di nuove possibilità e lo sviluppo delle potenzialità psichiche inespresse. Questo spazio di sviluppo permette di far emergere e attualizzare risorse emotive, espressive e relazionali rimaste congelate da traumi o blocchi evolutivi. Al contempo, offre la sicurezza necessaria per tollerare l’incertezza dell’avventurarsi nel “nuovo” e nell’inesplorato, grazie alla presenza protettiva e sintonizzata dell’analista o del gruppo. La clinica attuale non si limita più a decodificare il rimosso alla ricerca delle origini: si focalizza sulla co-costruzione della destinazione. Questo cambio di paradigma sposta il baricentro verso un campo generativo, concentrandosi sulle potenzialità in divenire del paziente e interrogandosi, soprattutto, sulle sue direzioni di evoluzione: verso dove la persona può evolvere.
Non a caso, Claudio chiude il suo Sillabario con una domanda aperta: “Che fare?”. Ci consegna così, come una vera e propria eredità teorica e clinica, la libertà di continuare la ricerca sui temi scottanti che ha tracciato.
In conclusione, una nota personale.
Per chi scrive, esiste un’associazione profonda e radicata tra il titolo Sillabario e il legame che mi unisce a Claudio e al suo insegnamento. Come molti di noi, ho conosciuto il “Professor Neri” durante gli anni della facoltà di psicologia; seguire le sue lezioni è stata un’esperienza arricchente ed estremamente significativa per la mia formazione, sia universitaria sia post-universitaria. Presso la sua Cattedra di Teorie e Tecniche delle Dinamiche di Gruppo ho mosso i primi passi e pronunciato le prime “sillabe” della disciplina psicoanalitica, all’interno di uno spazio che si configurava come un vero e proprio contenitore di quella Buona Socialità che lui stesso avrebbe successivamente teorizzato.
Ricordo ancora vividamente quando, da studentessa, mi trovai ad affrontare la lettura di “La parola e il legame” di René Kaës per preparare il suo esame. Ho ancora impressa nella memoria l’ansia che mi stringeva lo stomaco di fronte alla fatica di comprendere quel testo così denso. Claudio accolse la mia vulnerabilità con una modalità talmente rassicurante e clinicamente umana da trasformare la paura in passione. Quell'incontro segnò l'inizio di un lungo percorso: mi sono laureata con lui e ho collaborato per molti anni all'interno della sua Cattedra in qualità di cultrice della materia, conducendo gruppi esperienziali e seguendo gli studenti nella preparazione degli esami e delle tesi di laurea. Quella Cattedra era un’incubatrice di legami autentici; tra noi giovani collaboratori si respirava un entusiasmo travolgente, lo stesso che ci portò a condividere l’avventura collettiva, guidata da Claudio, della fondazione della rivista Funzione Gamma.
Successivamente, il percorso professionale mi ha regalato il piacere di ritrovare Claudio alla SPI (Società Psicoanalitica Italiana) durante il training presso l’Istituto Nazionale di Training (INT). In quell’alveo il nostro antico legame si è evoluto, permettendomi di esplorare ancora più da vicino lo sviluppo e le trasformazioni del suo pensiero scientifico, intellettuale e umano.
Se potessi aggiungere due lemmi a questo Sillabario, sceglierei Gratitudine e Rammarico.
• Gratitudine per l’opportunità di aver potuto attingere a piene mani a quel serbatoio ampio e generoso di sapere psicoanalitico – e non solo – che è stata la sua mente.
• Rammarico per non essermi mai del tutto emancipata da quell’asimmetria e da quella postura timorosa tipica dell’allieva al cospetto del Maestro. Eppure, fin dalle prime battute successive alla mia discussione di laurea, Claudio mi disse con totale naturalezza che da quel momento in poi avremmo potuto darci del tu, perché eravamo colleghi. Nonostante quel suo invito precoce e generoso a metterci sullo stesso piano, una reverenza interna non mi ha mai del tutto permesso di abitare e ampliare fino in fondo quella zona di sviluppo prossimale che avrebbe potuto aprirsi tra di noi.
Riferimenti bibliografici.
R. Kaës, La parola e il legame. Processi Associativi nei Gruppi. Borla, Roma, 1994.
C. Neri, L.Pallier, G.Petacchi, G.C. Soavi e R. Tagliacozzo, Fusionalità. Scritti di psicoanalisi clinica. Borla, Roma, 1990.
C. Neri, Rancore. Rivista di Psicoanalisi, 2023/1, pp. 205-210. Raffaello Cortina Editore, Milano.
C. Neri (2024) Dialogando con Claudio Neri. Intervista a cura di Mariaclotilde Colucci e Stefania Marinelli culturali in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024. Crudeltà e follia nell’epoca dell’incertezza catastrofica del tempo digitale e della intelligenza artificiale. (A cura di Mariaclotilde Colucci e Roberta Cardia) www.argo-onlus.it
C. Neri, Sillabario. Temi scottanti di psicoanalisi