Il libro di Anna Maria Nicolò rappresenta un contributo importante alla psicoanalisi della coppia e della famiglia, ci racconta di un lungo e tortuoso itinerario di ricerca, una vera passione per la conoscenza e per lo sviluppo del pensiero clinico.
Chi conosce Anna sa che non le manca il coraggio, è un’infaticabile esploratrice della mente che osserva, studia e cerca in continuazione di accoppiare in maniera mirabile la prassi con la teoria psicoanalitica. Da sempre lavora non solo dentro l’alveo psicoanalitico, ma è anche affascinata dai confini del sapere psicoanalitico, senza aver paura di rimanere isolata, evitando la deriva eretica. In poche parole, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per chi si occupa di clinica psicoanalitica, costituisce di fatto una bussola che permette di orientarsi e non perdersi nei paesaggi della contemporaneità.
Un libro da leggere per chi desidera avere una panoramica sulle ricerche sulla clinica psicoanalitica della coppia e della famiglia, una ricerca affascinante, attualmente in progresss che apre nuove visioni, aggiunge e propone nuovi paradigmi che fanno avanzare il sapere e il pensiero clinico psicoanalitico.
I primi due capitoli del libro parlano dell’inconscio, un inconscio multiplo, che continuamente si ripropone nei diversi contesti di vita dell’individuo: “gli inconsci ci abitano”; da questo ne deriva l’importanza di osservare i legami soggettuali che emergono nelle psicopatologie e che si evidenziano soprattutto attraverso le difese transpersonali delle coppie e delle famiglie. Qui ci troviamo nel pieno della concezione interpersonale dell’inconscio in cui è spesso impossibile distinguere ciò che accade nella mente individuale e ciò che accade nell’interazione con l’altro. Siamo al centro della discussione psicoanalitica contemporanea in cui siamo invitati, se accettiamo l’affascinante ipotesi di inconscio ectopico di Kaes, ad utilizzare concetti come il campo analitico e la teoria del legame. In questa direzione l’altro non è un oggetto bensì un soggetto che produce continuamente un’attività processuale caratterizzata e innescata fin dall’origine con l’interazione dell’altro. Seguono numerosi capitoli con approfondimenti sul funzionamento delle famiglie, sul complesso fraterno, sulle dinamiche di coppia, come il divenire genitori o sui legami di coppia dove prevalgono la violenza e le relative patologie transpersonali. E ancora un interessante capitolo sul valore del sogno nella coppia e nella famiglia.
In questo contributo cercherò di approfondire alcuni capitoli finali del libro che riguardano il funzionamento delle famiglie e delle coppie genitoriali soprattutto nelle cosiddette patologie gravi dove è indispensabile ricorrere ad una modellistica psicoanalitica complessa e non canonica. Cercherò di dialogare con lo scritto di Nicolò, valorizzando alcuni passaggi, proponendo un altro sguardo che cerca d’interrogare lo scritto, una sorta di controcanto con il fine di ampliare e rafforzare la rete di comprensione che propone il libro. Prederò in considerazione i capitoli 10, 13 (sul funzionamento delle famiglie di pazienti gravi) e infine un accenno al capitolo 17 (quello sulla valutazione).
Sappiamo che storicamente i casi difficili stanno ai margini della letteratura psicoanalitica classica; gli analisti spesso non si occupano di pazienti con prevalente funzionamento psicotico e quando lo fanno singolarmente si ritrovano, quando non ci sono interruzioni precoci da parte dei pazienti, in terapia analitiche spesso a vita, cioè interminabili. Sono terapie eroiche che hanno un valore conoscitivo ma che non incidono nella prassi clinica.
Pensiamo ad esempio ad un servizio di salute mentale in cui i pazienti non si scelgono, sono innumerevoli e non ci sono risorse per un ascolto rispettoso che duri nel tempo. Come possiamo in tale contesto proporre delle terapie individuali infinite? Da qui la necessità di pensare e praticare un fare psicoanalitico che tenga conto del contesto in cui si sviluppa la psicopatologia severa; in tali scenari la capacità terapeutica è quella di individuare setting adeguati e utili per affrontare lo spessore del dolore mentale di quel paziente, di quella famiglia.
I gravi funzionamenti borderline e psicotici cimentano il pensiero clinico, richiedono una torsione del sapere consolidato, mettono a dura prova la ricettività del terapeuta e lo confrontano continuamente con il fantasma dell’impotenza che si ripresenta sotto forma di qualcosa che si ripete, un identico che non ammette riduzione e cambiamento.
Per questo motivo abbiamo bisogno di modelli psicoanalitici pluripersonali che ampliano la possibilità di comprensione di fenomeni complessi e imponenti, non basta una conoscenza ed un intervento unipersonale.
Sappiamo molto su come funziona la mente a prevalente funzionamento psicotico, ma abbiamo pochi strumenti su come intervenire e soprattutto su che cosa scegliere e privilegiare quando facciamo un lavoro terapeutico.
La modellistica dei gruppi e quello delle famiglie hanno rappresentato in Italia, sin dagli anni 80 del secolo scorso, una nuova via e Nicolò è stata una pioniera, ha tracciato dei collegamenti fondamentali fra le teorie sistemiche prima e dopo si è inoltrata nella ricerca di modelli psicoanalitici nuovi e rivoluzionari.
I casi difficili per il pensiero e le conoscenze psicoanalitiche costituiscono da sempre un rompicapo ma anche una grande opportunità conoscitiva. Ad esempio ci sfidano a ripensare al valore delle difese psichiche che il gruppo famiglia adotta nel proprio sviluppo, non ci sono solo i classici meccanismi di difesa degli individui ma c’è da approfondire, per ogni famiglia quali strumenti psichici utilizza per processare il dolore mentale e il cambiamento che è connaturato nella vita di quella famiglia.
Per osservare tale complessità è necessario un lavoro di rilevamento che inizia nella fase di consultazione e che impegna la capacità valutativa del terapeuta, mette a dura prova i sentimenti controtransferali, sottopone, nei casi difficili, a sentimenti di confusione e grande impotenza in un clima in cui prevalgono agiti e perplessità su come andare avanti.
Un’altra questione fondamentale è la necessità del terapeuta di fare un lavoro, spesso preparatorio e lungo, sul contenitore del gruppo famiglia, o meglio sull’apparato psichico del gruppo famiglia che è dissestato e spesso solo abbozzato quasi allo stato embrionario. In tali contesti bisogna fare con quello che c’è, spesso ci troviamo molto lontani da quello che i nostri modelli interni desiderano; infatti siamo di fronte ad un disastro, ma dobbiamo valorizzare quello che abbiamo sul campo, restaurare la “virtualità sana” di cui parla Badaracco (1986). Per questo motivo è prioritario lavorare sulla trama del contenitore, sul favorire gli elementi di elasticità residue senza procurare buchi e soprattutto evitando ulteriori strappi e amputazioni. E’ un lavoro delicato ma incisivo in cui il terapeuta, già nella fase di consultazione, lavora ad ascoltare e valutare ma nel contempo diventa garante della possibilità dell’incontro in un contesto in cui spesso si evita di stare insieme come nucleo familiare. Infatti stare insieme, ascoltarsi e accettare il punto di vista dell’altro è un obiettivo di un lungo percorso terapeutico, ma all’inizio ci sono paure, rabbie inespresse, movimenti in cui amore e odio s’intrecciano in un garbuglio transgenerazionale infernale. Testimone di tutto ciò sono i pesanti meccanismi di difesa del gruppo famiglia che cercano di affrontare il dolore mentale con modalità primitive come la scissione e la proiezione, la dislocazione e la negazione, per non parlare degli agiti o dei deliri che propone il cosiddetto paziente designato come un tentativo di mettere in scena il canovaccio delle patologie transpersonali. Stiamo parlando del riverbero clinico dei legami traumatici e che ci porta nel vivo del fallimento della famiglia come contenitore della sofferenza (Meltzer, Harris, 1983). Ecco che il terapeuta, sin dall’inizio si pone come intermediario tra parte folle e parte sana della famiglia (Zapparoli, 2000), fa continuamente la spola tra le due rive che non si parlano e si guardano in cagnesco, è un lavoro duro perché il terapeuta si trova e si muove in uno spazio saturato dai fantasmi persecutori dove prevale la forza del pensiero operatorio e in cui domina l’Antedipo rispetto all’Edipo (Racamier, 2003). Il sistema famiglia in pratica gira all’incontrario, c’è spesso una consolidata erotizzazione delle difese che non tengono, si è creata una breccia che non si chiude più, la coppia dei genitori è in grande difficoltà e spesso il legame di coppia è colmo di odio e risentimento.
In un territorio cosi inospitale, per la vita mentale, il terapeuta si muove tra i legami esistenti, è costretto talvolta a ricorrere a setting variabili in attesa di una maggiore stabilità e contrattualità con la famiglia. Lavora soprattutto sui confini tra intrapsichico e interpersonale ed è costretto a percorrere il versante inospitale del negativo (Green, 2003), in cui prevalgono la colonizzazione maligna, il rinnegamento e l’alienazione dell’altro (Aulagnier, 1979). Ma il terapeuta deve conservare la percezione e la speranza che anche nei casi più estremi del funzionamento psicotico permane sempre una zona di contatto con la realtà, c’è sempre una parte resiliente che cerca. Ad esempio se si colloca la richiesta di consultazione nel ciclo vitale della famiglia si potranno cogliere le specificità di quel passaggio e si potranno calibrare anche interventi mirati, in attesa di fatti nuovi che possano consolidare l’alleanza terapeutica, intesa come ricerca di risorse residue esistenti distogliendo lo sguardo dai consolidati meccanismi di difesa individuali.
Questo significa lavorare a lungo sui confini dei sottosistemi familiari e considerare come fondamentali il linguaggio criptico delle dimensioni interattive; ma soprattutto qui entra in gioco, diventa decisiva, la capacità interattiva del terapeuta che con la sua persona si allontana dal consueto ruolo ossificato della neutralità analitica. Il terapeuta è costretto ad andare oltre la capacità di ascolto, sta sul campo, è un intermediario che costruisce insieme alla famiglia un tessuto connettivo di esperienza di fronte alla pervasività della sofferenza mentale; si rende disponibile a non capire ma nel contempo testimonia con la sua presenza che altro è possibile, che altre forme di vita psichica si possono perseguire. E’ un lavoro lungo e spesso preparatorio in direzione di una di differenziazione possibile e in cerca di setting parziali che prevedono anche setting multipli ma con la finalità di costruire nel tempo un “Noi” conoscitivo e come tale terapeutico (Granjon,2018). L’obiettivo è quello di dare corpo ad una contrattualità condivisa con l’auspicio che nel nucleo familiare possano prendere forma e forza modalità rappresentazionali e nel contempo ridursi i livelli interattivi patogeni.
Tutto ciò presuppone una formazione attenta del terapeuta, non basta la percorrenza analitica; c’è bisogno di una grande apertura che preveda la dimensione pluripersonale come atto conoscitivo, il campo dell’interpersonale come cultura della complessità (Morin, 1997) che mal sopporta riduzionismi pacificanti. Oltre l’individuo c’è tutto un modo da scoprire e valorizzare, gli insiemi pluripersonali (Kaes, 2015) rappresentano una nuova frontiera, soprattutto in una fase storica in cui prevale la logica rassicurante della semplificazione e della medicalizzazione.
Abbiamo la necessità di affermare una cultura psicoanalitica della prassi che guardi oltre e che valorizzi la dimensione interattiva come fonte di conoscenza dell’umano. In poche parole l’interpersonale diventa un vettore di esplorazione e apprendimento, la presenza dell’altro (Berenstein, Puget, 1988) da impedimento si trasforma per l’individuo, in testimonianza e significativa opportunità di trasformazione: non si può concepire il soggetto senza il proprio contesto di appartenenza.
Bibliografia
- Aulagnier P. (1975). La violenza dell’interpretazione. Roma: Borla.
- Badaracco G. J. (1986). Identification and its vicissitudes in the psychoses. The importance of the concept of the “Maddening Objiect”. Intern. J. Psycho-Anal., 67, pp. 133-146.
- Berenstein I., PugetJ. (1988). Lo vincular: Clinica y tecnica psicoanalitica. Buenos Aires: Aidos, 1997
- Granjon E.(2018). Articolarsi del neo-gruppo in terapia psicoanalitica. In: Interazioni, 1-2018/47.
- Green A (2003). Negativo e negazione in psicoanalisi. In : Baldassaro A. (2018), La passione del negativo. Omaggio al pensiero di Andrè Green. Milano, Franco Angeli.
-Kaes R. (2015). L’estensione della psicoanalisi. Milano , Franco Angeli, 2016.
- Meltzer D., Harris M. (1983). Il ruolo educativo della famiglia. Torino: Centro Scientifico Torinese, 1986.
- Morin E. (1997). “Dialogo con Edgar Morin”, Nicolaus O., Ranieri A. (a cura di). In: Interazioni, 2, 10:15-20.
- Racamier P.-C. (2003). Incesto e incestuale. Milano: Franco Angeli.
- Zapparoli G. C. (2000). La follia e l’intermediario. Dialogos Edizioni.
Giuseppe Saraò è Psichiatra, già Resp.le Servizio Salute Mentale Firenze 2, Psicoanalista membro ordinario SPI-IPA, Presidente Società Italiana di psicoanalisi della coppia e della famiglia (PCF). giusepp.sarao@gmail.com