Mercoledì, Luglio 24, 2024

Paolo Fabozzi, Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott. E oltre. 2024. Invito alla lettura di Stefano Carnevali

Questo libro ci riguarda un po’ tutti. Ne abbiamo bisogno come analisti e come esseri umani perché riesce nell’intento di farci sentire meno soli. Avvertiamo rassicurazione quando l’autore riprende le idee winnicottiane che abbiamo già conosciuto nel corso della nostra formazione psicoanalitica e siamo inevitabilmente stimolati ad approfondirle quando egli ne dà una sua visione utilizzando sempre la propria esperienza nella stanza di analisi.

Paolo Fabozzi ci prende per mano in un percorso che parte dalle origini del pensiero di Winnicott passando attraverso un’analisi puntuale dei suoi concetti spesso rivoluzionari per la storia della psicoanalisi fino ad arrivare alle ripercussioni che il corpo teorico winnicottiano ha sulla tecnica nella clinica.

L’autore riesce nei nove saggi di cui è composto il volume a sviluppare una costante e continua interazione tra i testi winnicottiani e la sua esperienza clinica dove gli uni necessitano dell’altra, e viceversa, per acquisire senso e vitalità. Il lettore potrà notare come i concetti winnicottiani che incontrerà nello scritto siano presentati in principio fedelmente e in seguito accresciuti con una personale interpretazione da parte dell’autore che fin dalle premesse dichiara l’intenzione di contribuire allo sviluppo del pensiero di Winnicott proprio come egli stesso concepiva la ricerca psicoanalitica sede di dialogo e tensione creativa tra soggettività per un continuo rinnovamento della psicoanalisi.

Winnicott ha mosso i suoi primi passi analitici nel contesto kleiniano e nel tempo, mantenendo una dialettica continua con Melanie Klein, ha tradotto in un suo idioma le intuizioni e scoperte da lei compiute. L’autore afferma che Winnicott, conferendo maggiore responsabilità all’oggetto, ha mostrato come la mente nasca ed evolva sia da un lavoro di costruzione intrapsichica sia da processi inconsci di costruzione interpsichica. Facendo tesoro dell’esperienza clinica con pazienti gravi, Winnicott ha ipotizzato che alcune dinamiche psichiche hanno luogo analogamente nella primissima infanzia e nella relazione analitica. L’analista può sperimentare la posizione della madre di un bambino appena nato poiché il paziente psicotico sembra riprodurre un funzionamento mentale primitivo simile a quello del neonato. L’inconscio del soggetto produce conseguenze e modifica l’inconscio dell’oggetto. Gli effetti della mente del paziente psicotico sulla mente dell’analista sono come l’effetto della mente del bambino sulla mente della madre e viceversa.

Winnicott ha fondato principalmente la sua ricerca sui fenomeni della nascita dell’incontro con la realtà esterna e del rapporto tra soggettività e oggettività. L’autore, in uno stretto confronto tra teoria e clinica, passa in rassegna i concetti fondamentali che si legano all’idea winnicottiana di narcisismo, sottolineando come questi temi siano profondamente radicati nel lavoro con i pazienti gravi.

Il soggetto e l’oggetto hanno la possibilità di entrare in contatto per la prima volta se si realizza una sovrapposizione tra qualcosa che proviene dalla psiche della madre e qualcosa che proviene dalla psiche del neonato. Questa esperienza d’inizio di esistenza per il bambino, come ci ricorda l’autore del testo, può avvenire solo se, in precedenza, soggetto e oggetto hanno fatto bene il loro lavoro. Nelle primissime fasi, madre e neonato costituiscono un’unità individuo-ambiente in cui la prima, grazie ad una particolare capacità definita da Winnicott “preoccupazione materna primaria”, cerca di sintonizzarsi con lo stato psichico del figlio e di garantirgli holding, handling e object-presenting che lo aiuteranno ad acquisire una crescente integrazione dell’Io, un’integrazione psiche-corpo e una capacità di stabilire relazioni oggettuali. Il neonato dal canto suo prova a seguire e vivere l’illusione di winnicottiana concezione che implica un atto energico verso quel qualcosa che potrebbe rispondere al suo stato di bisogno. L’autore del volume rileva come per Winnicott siano fondamentali il contributo soggettivo dell’oggetto e il contributo creativo del soggetto per un sano sviluppo emozionale. Una compartecipazione ricorre anche nella creazione di un oggetto soggettivo che avviene se ciò che offre la madre è vissuto dal lattante come se fosse stato lui magicamente a inventarlo.

Se il processo di crescita procede bene, il bambino fa esperienza dell’oggetto transizionale testimone esperienziale di ciò che avvia le funzioni simboliche e anche rappresentante di un’embrionale capacità di collocare l’oggetto nella realtà esterna.

Molto stimolante è il punto di vista di Paolo Fabozzi riguardo al concetto di spazio potenziale ideato da Winnicott quando, utilizzando un paradosso, afferma che il destino di questo spazio è quello di non esserci. Con tale espressione, l’autore introduce una inclinazione del giocare come opportunità per il soggetto e per l’oggetto di colmare lo spazio potenziale che, a questo punto, è simultaneamente presente e assente.

Per l’autore, il gioco non è in assoluto una condizione naturale della seduta psicoanalitica poiché lo ritiene essere un’area psicologica che vada co-creata da paziente e analista. Aggiunge che il giocare è qualcosa che svela un modo di entrare in rapporto con l’oggetto. In questa prospettiva, il gioco è da considerarsi un’area di scoperta del sé che si differenzia dalle riedizioni transferali. Riflettendo sulla tecnica, l’autore considera lo scopo in analisi il costruire un nuovo spazio che dia l’opportunità di arricchimento del sé del paziente favorendo movimenti tensivi tra soggettività e oggettività, mondo interno e mondo esterno, tra l’allucinazione e la percezione, tra fantasia e realtà.

Esaminando le funzioni e il senso della risposta dell’analista con i pazienti psicotici, l’autore dà un taglio nettamente clinico al concetto winnicottiano di “uso dell’oggetto”. Quando noi analisti veniamo incorporati dal paziente grave nell’area della sua onnipotenza, come possiamo evitare un’analisi fallimentare? In realtà, anche in questa situazione c’è bisogno di un lavoro congiunto delle due parti. Il paziente adotta un funzionamento mentale onnipotente per difendere il proprio fragile sé non facendolo entrare in contatto con l’oggetto, nella fattispecie l’analista si trova ad essere protetto dal soggetto poiché non è ancora reputato affidabile nella possibile reazione ad un gesto spontaneo. Il prezzo da pagare è alto, però, in quanto così funzionando il paziente non ha l’opportunità di crescere psichicamente. La capacità dell’uso dell’oggetto dà l'occasione al bambino-paziente-soggetto di avere una relazione con oggetti non più soggettivi ma percepiti oggettivamente e di conseguenza ad alimentarsi psichicamente di ciò che offre la madre-analista-oggetto. Per arrivare a tale conquista dello sviluppo emotivo nella stanza di analisi, c’è bisogno di un’analista che, quando il paziente comincia a testare la disponibilità dell’oggetto non proteggendolo più dalle sue forze potenzialmente distruttive, sopravviva mantenendo viva la propria soggettività, vitalità, creatività e autenticità. L’autore ritiene la risposta dell’analista fondamentale per far sì che il paziente faccia esperienza di un oggetto vivo e reale al fine di configurare il proprio personale senso di essere reale.

Paolo Fabozzi ci fa notare quanto i pazienti con funzionamento gravemente narcisistico, che ha incontrato nel suo lavoro clinico, siano congelati in una sorta di coma psichico verosimilmente frutto di esperienze primordiali in cui si sono trovati costretti a reagire agli eventi a causa di risposte disgreganti dell’oggetto.

Più il testo entra nelle dinamiche cliniche che avvengono nella stanza di analisi più il lettore psicoanalista si sente stimolato a riflettere sulle proprie esperienze con i pazienti. Disconnessioni, ritiri, esplosioni e sparizioni possono essere risposte alla catastrofe già vissuta o rischiata in passato e sempre sul punto di accadere di nuovo che alcuni pazienti manifestano durante la propria analisi personale nella ricerca che qualcuno disconfermi il risultato traumatico.

Se uno degli scopi della cura psicoanalitica è incontrarsi, il paziente attraverso il transfert fa vivere il proprio mondo all’analista che dovrebbe avere il compito di accogliere quell’estraneità per poterla poi elaborare e restituire al mittente in forma d’interpretazione. Questa forma di interpretare è molto rilevante perché rappresenta per l’analista il proprio essere vivo nonostante gli elementi angoscianti e depressivi che il paziente gli fa provare. Ciò che è centrale nel pensiero dell’autore rispetto al concetto dell’interpretazione è la trasformazione dell’analista che avviene quando si fa attraversare dalle emozioni che il paziente porta in analisi. Se l’analista si concede di far sue quelle emozioni che in principio gli erano estranee, allora egli potrà restituirle in parole che hanno un potenziale trasformativo per il paziente.

Nell’ottavo capitolo del libro, il lettore s’imbatte nelle manifestazioni cliniche dell’inconscio non rimosso. Anche in questa parte, l’autore focalizza la sua osservazione sul duplice lavoro che la coppia analitica deve svolgere per dare la possibilità di cambiamento e arricchimento a paziente ed analista. Il paziente, dopo aver riproposto angosce traumatiche impensabili all’interno del contesto analitico che lo hanno tenuto in una paralisi psichica, attraverso delle “azioni rumorose”, come le definisce Paolo Fabozzi, tenta un contatto con l’oggetto. Se l’analista si lascia modificare dall’incontro con ciò che gli ha inconsciamente mostrato il paziente e sopravvive al proprio vissuto, allora in quanto oggetto separato egli potrà essere usato dal soggetto che in questo modo farà esperienza dell’essere reale e autentico e nutrirà il proprio sé.

L’ultimo saggio è dedicato al controtransfert con una declinazione particolare cui l’autore attribuisce l’aggettivo “pervasivo”. Descrivendo quattro esperienze cliniche con bambini, adolescenti e adulti, Paolo Fabozzi espone come il controtransfert “pervasivo” rievochi nell’analista l’ambiente primario in cui il paziente da bambino nelle prime fasi dello sviluppo emotivo è stato immerso e da cui è stato appunto pervaso. Per l’analista questa esperienza è fondamentale per conoscere e approfondire le vicissitudini del sé del paziente anche se è facile trovarsi a colludere con un funzionamento narcisistico e schizoide che fa sembrare certi percorsi analitici dei veri successi. Quelle analisi personali tanto fluide e senza scossoni che ci fanno sentire degli analisti molto efficienti, in realtà, nascondono dei fallimenti psicoanalitici, poiché non riescono a raggiungere l’obiettivo dell’incontro tra soggetto e oggetto che è una precondizione per uno sviluppo del sé del paziente che da tempo immemore era stato incapsulato e mortificato difensivamente contro la disgregazione già vissuta e sul punto di essere vissuta di nuovo.

Questo libro è ben articolato in quanto integra accuratamente la clinica con la teoria senza dimenticare il punto di vista dell’autore sui tanti temi trattati come il “playing”, l’uso dell’oggetto, la relazione tra la teoria del narcisismo e distruttività, la genesi dell’interpretazione tra soggettività e oggettività, alcune manifestazioni cliniche dell’inconscio non rimosso e il funzionamento di una modalità specifica del controtransfert.

Dalla lettura del volume rimane florida l’impronta di Paolo Fabozzi quando ci espone le complesse dinamiche cliniche mentre respiriamo Winnicott. Mi riferisco al filo rosso che dà continuità a questo intenso percorso di ricerca psicoanalitica: la compartecipazione di lavoro psichico del paziente e dell’analista. L’uno non può farcela senza l’altro. Se il fine della cura psicoanalitica è la scoperta del sé, il suo sviluppo e il suo arricchimento, l’obiettivo primario rimane il contatto tra soggetto e oggetto. Per avvicinarsi, analista e paziente devono tollerare che l’inconscio dell’altro possa trasformarli. Il compito richiesto agli analisti viene spesso dato per scontato. Essere vivi in presenza di vissuti mortiferi, forti angosce, emozioni dirompenti che il paziente affida a noi analisti. Essere affidabili nonostante la tempesta disorientante. Essere in solitudine.

Personalmente, voglio ricordare il contributo soprattutto umano dell’autore come generosa comunicazione di partecipazione a chi è alle prese con una responsabilità e un impegno molto gravosi che coinvolgono la persona nella sua interezza. Se, a volte, ci chiediamo in cosa consista il beneficio umano di una fatica così intensa che spesso è anche priva di successi e riconoscimenti, nel testo possiamo trovare una delle risposte a questa domanda, quando l’autore, in più di un’occasione, pone l’accento sulla trasformazione temporanea alla quale anche l’analista si concede accogliendo l’inconscio del paziente. Intendo questa trasformazione non solo come pre-condizione alla trasformazione del sé del paziente, ma anche come una trasformazione che può essere letta come un’esperienza di arricchimento reale per il sé dell’analista, sempre se accettiamo che anche solo un aspetto di quell’esperienza vada oltre il limite della temporaneità.

 

Vedi anche

Paolo Fabozzi, Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott. E oltre. Milano: Franco Angeli, 2024

 

 

 

 

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