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Giornata internazionale contro l'omolesbobitransfobia - 17 maggio 2024 - Simone Alliva, "Caccia all'omo. Viaggio nel paese dell'omofobia". Fandango, 2020. Invito alla lettura di Laura Porzio Giusto

Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia
17 maggio 2024

Laura Porzio Giusto

In occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, invitiamo alla lettura di “Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia” (Alliva, 2020), prima inchiesta giornalistica sull’odio omotransfobico in Italia. Dalla pubblicazione dell’inchiesta sul settimanale L’Espresso, l’autore ha viaggiato da nord a sud del paese per “dare voce a chi non viene mai ascoltato e non si capisce perché” (p.199).

Ma facciamo un passo indietro, per ricordare.
Il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità rimuove l’omosessualità dalle liste delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie, definendola “una variante naturale del comportamento sessuale”. Con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007, l’Unione Europea dichiara il 17 maggio Giornata internazionale contro l’omofobia.
Questa, in breve, la storia della ricorrenza.
Le storie, quelle di oggi, non sono isole sconnesse con la storia, quella passata. C’è un filo, nemmeno tanto sottile, che le collega.
E sono le storie le protagoniste di questo libro, che offrono lo spunto per numerose riflessioni dello scrittore che continuamente allarga e restringe lo sguardo dal contesto politico sociale alla specificità di ciascun racconto di vita. Alliva intervista anche due esperti (Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi) al fine di interrogare e comprendere le cause profonde dell’odio omotransfobico.

“Caccia all’omo” è un libro che si legge tutto d’un fiato e, al contempo, convoca il lettore a fermarsi, a immaginare volti, luoghi, atmosfere, scene. A partecipare, a porsi domande, a pensare. Apre una strada per uscire dall’indifferenza.
“Un libro scritto per capire, per sapere cosa pensa una persona che ne ammazza un’altra senza conoscerla” (p. 9). Una narrazione che si dipana attraverso un ascolto sensibile e uno sguardo lucido e diretto.
Violenza fisica e verbale non sono filtrate. Nessun addolcimento. Niente asterischi o sottointesi. La violenza ha parole e volti.

Era una sera d’estate in piazza Bra, Verona, uscivano da una gelateria molto nota con la Gran Guardia sulla loro destra. Mano nella mano, è sera e sono pronti ad avviarsi verso casa. Da un branco di ragazzi arrivano i primi insulti: culattoni di merda, femminucce, rotti in culo. “Ho detto ad Andrea lascia stare. Lui no, si è girato e ha chiesto spiegazioni. Uno di loro si è staccato dal gruppo, ha dato una spinta a me e una sberla fortissima ad Andrea. Dietro le nostre spalle c’erano i militari. Davanti i vigili urbani. Ci dirigiamo verso di loro con questo coro che ci perseguita. Sai, io non riuscivo nemmeno a realizzare quello che stava succedendo. Poi il ragazzo che ha schiaffeggiato Andrea si è avvicinato al vigile e gli ha detto: ‘Non vedi che sono due froci di merda?’. Non un sussulto. Il vigile si è limitato a mandarlo via.” (pp. 100-101).

I dati relativi alle aggressioni omotransfobiche sono sottostimati: “per le persone Lgbt nascoste denunciare spesso significa confessare quello che hanno sempre cercato di mascherare per paura” (p. 15). Non si denuncia per vergogna, per timore, perché non esiste una legge. Perché non si viene ascoltati. Invece “chi aggredisce non ha più paura né vergogna […] Un’offensiva che viene da un fronte spudorato. […] adesso chi sputa parole di odio lo fa guardando in faccia il nemico” (pp.18-19).

Due ragazzi camminano, è notte “non ci tenevamo per mano […]. Non ci siamo neanche sfiorati. A un certo punto sentiamo un ragazzetto che urla: “Froci!”. I due ragazzi provano a nascondersi in un parco, l’aggressore chiama persone più grandi e insieme entrano nel parco a cercare i due ragazzi. “È l’inizio della caccia”. Gli spaccheranno in faccia bottiglie di vetro. “Qui non ci troviamo di fronte a un punto di contatto che degenera, non è una rissa, non è una rabbia che sale. Lo schema è lucido, preciso: i bracconieri trovano la preda e non la lasciano andare”. (pp.16-17).

Due minorenni, fuori da un locale, aggrediscono due ragazzi tra i venti e i trent’anni. “Ho avuto l’impressione, mentre ci stavano picchiando, che una persona si sia alzata per partecipare alla rissa” (p.18). Risulterà infatti dalle telecamere un uomo di 46 anni sceso in campo ad aggredire gli aggrediti.

In questo dettaglio (“Ho avuto l’impressione che … “) riportato da una delle vittime, “un dettaglio piccolo dove sempre però fa il nido il senso delle cose” (p. 18), Alliva coglie la legittimazione che gli adulti consegnano alle nuove generazioni. È la riflessione che l’autore estende all’omotransfobia istituzionale, che proviene dalla politica, che legittima e alimenta un clima sociale di odio, tutto giocato a volto scoperto: insulti, degradazioni, vuoti legislativi che costringono le persone Lgbt (e i loro figli) a vivere in uno stato di diritto minore. E, al momento in cui Alliva scrive, non avevamo ancora assistito agli applausi e al tifo da stadio per l’affossamento del ddl Zan.

Ma l’omotransfobia non si consuma solo per strada, tra sconosciuti.Si annida anche nei luoghi di cura: le famiglie, le stanze di consultazione e terapia.

Una ragazza di 14 anni viene mandata dalla madre da una psicologa che avrebbe potuto aiutarla a farsi “mettere a posto”. “Stai tranquilla” diceva la psicologa “è una malattia curabile. Basta lavorare sul pensiero e sul modo di ragionare” (p.69). Accade nel 2016.

Ale, ragazzo trans, al compimento del suo diciottesimo compleanno trova una valigia davanti alla porta della propria stanza. Il padre lo pone di fronte a una scelta: o riempie la valigia o accetta di essere curato. Ale si troverà, a 18 anni, su una strada.

“L’omotransfobia non è solo una coltellata o un insulto, ma l’assenza di attese nell’immaginario sociale” (p.83), è “l’informazione corrotta” (p. 158), è tradire l’esistenza di una persona con una vocale, è bandire libri e progetti in nome di un’inesistente teoria del gender, è il vuoto di rappresentazioni, sono le risatine in una sala cinematografica di fronte a una pellicola che mostra due uomini o due donne che si baciano.
La maggiore visibilità delle persone Lgbt sembra condizione che scatena e accende la miccia. È la storia che si ripete, in cui oggi sono gli attivisti che vengono iscritti nelle “liste rosa”: un ritorno alla “congiura omosessuale” pronunciata da Hitler nel 1934 (p. 31). Si vorrebbe ricacciarle nell’armadio, ma questo non è più accettabile. Chi “sopravvive non ha più intenzione di sentirsi tollerato, di tollerare. È inevitabile. È questa la lezione che ho imparato dalle vite degli altri” (p. 202).
Una lettura preziosa per chiunque voglia capire cosa significhi omolesbobitransfobia.
Cosa sia davvero questa parola.

Alliva S. (2020), Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia. Isola del Liri, Frosinone: Fandango.

Simone Alliva, giornalista professionista. Vive a Roma dove scrive di cronaca politica e diritti civili. Autore per L’Espresso di diverse inchieste tra le quali L’Italia è omofoba, inchiesta vincitrice del Diversity Media Awards 2020, da cui nasce il primo libro del giornalista “Caccia all’omo”. Nel 2017, per Huffpost Italia, ha raccontato per primo in Italia gli orrori della persecuzione degli omosessuali in Cecenia. Nel 2021 ha pubblicato per Fandango “Fuori i nomi! Intervista con la storia italiana Lgbt”. Oggi collabora con L’Espresso Italia, La Stampa.

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