Venerdì, Giugno 21, 2024

Amor. Note di Mariaclotilde Colucci

Anno: 2023
Regista: Virginia Eleuteri Serpieri
Sceneggiatura: Virginia Eleuteri Serpieri
Genere: documentario, drammatico
Durata: 101’’

Note di Mariaclotilde Colucci

Il film Amor è stato presentato fuori concorso alla ottantesima edizione del Festival del Cinema di Venezia.
La regista che proviene dal documentario e dal cinema sperimentale indipendente, si è messa alla prova con quest’originale opera prima realizzando un lungometraggio, che tiene insieme documentario, biografia e autoanalisi, in un viaggio intimo, onirico e poetico.
Le immagini, (foto e video) per lo più tratte dell’archivio di famiglia di Eleuteri Serpieri, e dall’Archivio dell’istituto Luce, come in un sogno, danno forma visiva ad un pensiero capace di rappresentare ricordi, metabolizzare emozioni e sensazioni, mettere in relazione affetti, ed esperienza estetica.
Una narrazione per immagini, utile a elaborare la memoria traumatica ed organizzare il dolore mentale della propria vicenda personale: una notte di venticinque anni fa, la madre della regista si è lasciata cadere nel Tevere. Il film è un pre-testo per ripercorrere quel drammatico evento, riannodare i fili della memoria e ricomporre le lacerazioni del tessuto identitario e familiare.
La depressione della madre, come un fiume in piena, sommerge tutto non lasciando tracce di vita, fino a quando ripercorrendo al contrario le tracce della memoria è possibile trovare una dimensione di cura: il pianeta Amor.
Il film è un flusso di coscienza creativo “salva vita” che costituisce un vero e proprio ponte temporale tra il ‘qui e ora’ e il ‘là e allora’, ponendo le basi per la speranza di un futuro fecondo e vitale attraverso un processo dialettico tra vita e morte.
il pianeta Amor, il pianeta della cura, rappresenta simbolicamente il processo creativo della mente umana, che mosso da Eros, inteso come forza propulsiva che si oppone alla tensione e all’immobilità di Thanatos, e spinge l’autrice a rielaborare il proprio passato, così da riformulare la narrazione della propria esperienza personale e di quella della propria famiglia, attraverso le immagini della memoria.
Le torbide acque del fiume Tevere, che lambiscono la Città Eterna, diventano l’elemento centrale della riflessione artistica e personale della regista, in seguito all’evento traumatico.
Nel tentativo, ben riuscito, di tracciare attraverso la dimensione cinematografica un percorso introspettivo, di consapevolezza e consolidamento della propria esperienza emotiva frammentata, la ferita privata si intreccia con la ferita pubblica e dolente della città di Roma, che mette in connessione il dolore personale con il dolore dell’esperienza umana rendendolo universale.

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