Mercoledì, Luglio 24, 2024

Killers of the Flower Moon. Note di Roberta Leone

Anno: 2023

Regista: Martin Scorsese

Sceneggiatura: Martin Scorsese insieme a Eric Roth

Genere: film storico, thriller, drammatico

Durata: 3 ore e 26 minuti

 

 

Killers of the Flower Moon è un film tratto dal libro del giornalista americano David Grann Killers of the Flower Moon: The Osage Murders and the Birth of the FBI, edito nell’aprile 2017 e presto inserito nella top ten dei saggi dal New York Times e definito uno tra i migliori libri di saggistica dal Time.

Il film presentato in anteprima fuori concorso a Cannes durante il Festival del 2023 è stato acclamato dal pubblico in sala con 9 minuti di plausi. Un vero e proprio lungometraggio, 3h 26m, stile western, di produzione USA, attualmente disponibile sulle piattaforme di streaming. La visione richiede tempo e pazienza ripagate dalla maestria del gruppo di interpreti che rimane fedele al ruolo da inizio a fine opera coerentemente.

 

Viene narrata la storia di una minoranza etnica, schiacciata da avidità e imperante capitalismo, alla stregua di un sadismo dominante che esige spazio, lo pretende. Il ricordo va a Il buio oltre la siepe.

Tre artisti, big, a confronto: Scorsese, De Niro e Di Caprio che ha collaborato con il regista (come di sua consuetudine) durante la stesura e la modifica della sceneggiatura; tra gli artisti amati e riconosciuti dal grande pubblico vi è una stella emergente che brilla di luce propria: Lily Gladstone, attrice acclamata dalla critica nei suoi 10 anni abbondanti di carriera sul grande schermo. Sincera nel suo ruolo ammalia lo spettatore che si affeziona facilmente alla sua interpretazione seguendola nei suoi sguardi e sorrisi magnetici ed enigmatici al contempo, che ricordano la donna del grande Leonardo da Vinci, la Monna Lisa. Come rilevato da Freud nel saggio del 1910 Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci (Eine Kindheitserinnerung des Leonardo da Vinci) a seduzione e riserbo, si accostano anche tenerezza e sensualità. Nel film Gladstone è la protagonista che con tenacia difende i propri valori anche dopo che uno dopo l’altro gli arbusti della foresta della sua stessa stirpe vengono sradicati. È madre che protegge, è donna che si confronta con le grandi istituzioni chiedendo giustizia, è montagna stabile che non si sposta al muovere del vento.

 

Questo film non può avere una definizione univoca, non si tratta soltanto di un film storico, il che attira e rende la visione intrigante basandosi su fatti realmente accaduti, ma si tratta anche di un film western, al suo interno si sviluppa una storia romantica con i suoi aspetti più crudi scorre sinuosa nel dispiegarsi della storia intera. Ogni personaggio ha le sue ragioni, i propri interessi e valori più o meno lodevoli che cerca di perseguire, c’è una certa cura nei dettagli che permette di immergersi in quel reale di decenni passati.

 

Un piccolo accenno alla trama: un giovane nipote si ricongiunge allo zio in cerca di ricchezza, ricchezza che spetta ad un popolo indiano degli Osage che abita le terre in cui l’oro nero è venuto a galla. Il film parla di come a un popolo sia stata espropriata non soltanto la terra e le annesse ricchezze spettanti per diritto ma anche la pace e la fratellanza, la cultura e la storia da tramandare di generazione in generazione, ciò che di più prezioso un popolo può possedere. La resistenza è in opposizione alla morte e alla forza bruta di chi vuol comandare. Sia Di Caprio che De Niro rivestono ruoli chiave con maestria. La visione della pellicola fa emergere il ricordo della prepotenza del maligno, la serietà di un disturbo manipolatorio (che ricorda Il Padrino) che rende il protagonista convinto per primo della fondatezza della propria bugia oramai verità, egli non cede a sentimentalismi banali ma usa agito e pensiero in via strumentale per il solo raggiungimento degli obiettivi preposti, allo scopo di dominare. Anche il resto del cast non è da poco, le interpretazioni degli artisti sono aderenti ai ruoli, alla narrazione, i costumi sono scelti accuratamente, la qualità della fotografia attira per i colori luminosi e ben calibrati.

 

La bravura di Di Caprio affascina, egli mantiene un ghigno sul volto da inizio a fine pellicola con grande abilità, così lo spettatore dimentica in fretta la sua interpretazione romantica ed elegante ne Il Grande Gatsby o l’ingenuità giovanile e il coraggio di Jack in Titanic o ancora la resistenza tenace di un aitante Redivivo. Stavolta si avverte soltanto la presenza di un uomo in cerca di corrispondere l’ideale di un padre nel mondo interno e le aspettative di uno zio-re nel mondo esterno per sentirsi vivo, sicuro, esistere. Ricorda il self-cutting in quanto gesto per sentire sulla pelle una prova dell’esistenza. L’assunzione di responsabilità rispetto alla propria carne, al proprio sangue arriva tardi, così come il rifiuto quindi di quella identificazione (malsana con un padre sadico e sprezzante del benessere altrui) che diventa evidentemente violenta soltanto quando altre spalle si offrono disponibili al pensiero condiviso e l’uomo cede, lacerato dalle perdite e dall’alcolismo. La condivisione in due, intima, umana, vicina, favorisce lo smantellare delle difese. Il nuovo capo di una neonata FBI fa bene il proprio mestiere, cerca verità e le trova, sa ammaliare e come durante un agguato felino si avvicina all'uomo che vive e esiste dietro il crimine perché lo confessi, senza tanto giudicare ma lavorando in modo neutrale e chiaro per il ritorno a uno stato di equilibrio.

Il fatto che artisti americani con origini migratorie, come tutti noi viaggiatori erranti su questa terra, si siano occupati delle macchie di sangue sulle mani di chi prima di loro ha scelto di predominare è un gesto apprezzabile che chiarisce la candidatura a 10 nomination agli Oscar 2024.

 

I sapori che rimangono dopo averlo visto sono amari e pieni di verità concrete, la compassione per una donna forte e tenace che non si spezza di fronte al dolore ma che continua a lottare e permette al suo popolo di approdare a una difesa seria, coerente, corretta.

L’epicentro: Lily Gladstone, un’attrice dai lineamenti candidi e ben definiti, bellezza rara che trasmette molto dagli sguardi e dai silenzi, i pochi sorrisi che concede inebriano e permettono di assaporare passione per una cultura antica schiacciata dal peso dell’avidità. Il rischio più alto: la perdita (com’è reso chiaro da una scena iniziale) della cultura specifica di un gruppo da tramandare ai figli e ai figli dei figli, che troppo spesso si perde sotto il peso di cambiamenti e avanzamenti (ad es. tecnologici, social network di vario genere) che non sempre portano ad evoluzioni. Ad esempio quando si è accecati dall'obiettivo di apparire e curare all’estremo il proprio essere estetico oppure dall’accumulo di beni materiali: l’avere sostituisce l’essere. L’identità di un popolo, di una cultura, di una tribù, di una famiglia perde valore e il materialismo favorisce il tramonto della salvaguardia di racconti e storie che costituiscono la memoria di un gruppo e ne mantengono la possibilità di preservarsi di generazione in generazione. Da vedere seppure estremamente lungo.

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