Mercoledì, Luglio 24, 2024

Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne, 25 novembre 2023. "C'è ancora domani (Ma non per tutte)". Note con cronaca di Mariaclotilde Colucci

Anno: 2023

Regista: Paola Cortellesi

Sceneggiatura: Furio Andreotti, Giulia Calenda, Paola Cortellesi

Genere: drammatico, commedia, storico

Durata: 118’’

Note con cronaca di Mariaclotilde Colucci.

 

 

Ti diranno che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna.

Spesso è vero.

Quello che non ti diranno è che questa immagine contiene già

l’idea di cui cercheranno di convincerti per il resto della vita:

che il tuo compito di uomo sia quello di stare sempre davanti.

Matteo Bussola

Un posto in cui fermarsi, Einaudi 2023.

                                                                                                                                                              

È sabato 18 novembre, una splendida, assolata e frizzante mattinata di autunno, di quelle che Roma riesce ancora a regalarci, nonostante la sua inarrestabile decadenza, quando apprendo in diretta la notizia del tragico ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, 22 anni, uccisa per mano dell’ex fidanzato Filippo Turetta, ancora in fuga e irreperibile. La fuga si è arrestata domenica 19 novembre in Germania dove il ragazzo è stato ritrovato con la macchina in panne sul ciglio di una strada e arrestato dalla polizia stradale tedesca. Filippo è stato estradato ed il suo rientro in Italia, dove sarà processato per sequestro di persona e omicidio volontario è previsto per sabato 25 novembre che, per una casuale coincidenza, è anche la Giornata Internazionale per la Eliminazione della Violenza contro le Donne.

Giulia si sarebbe dovuta laureare in Ingegneria biomedica presso l’Università di Padova pochi giorni dopo il suo sequestro e omicidio; Filippo, frequentava lo stesso corso di laurea e non voleva che la ragazza si laureasse prima di lui. Giulia avrebbe dovuto rallentare, aspettare, non osare superarlo né emanciparsi dal suo controllo. Giulia non avrebbe dovuto osare di sognare ancora un domani senza di lui!

Alla notizia del ritrovamento del corpo della sorella, Elena Cecchettin ha postato sui social una foto di entrambe in bianco e nero.

In bianco e nero è anche il film di Paola Cortellesi[1] al suo esordio cinematografico come regista. Scelta azzeccata e che ci catapulta immediatamente in un passato eternamente presente; una dimensione spazio temporale nella quale ieri, oggi, domani coincidono. La regista alterna sapientemente momenti divertenti a scene drammatiche, trattando i temi della violenza domestica e di genere in modo leggero, delicato ed efficace tanto da essere riuscita ad arrivare direttamente al cuore di un pubblico molto vasto[2].

Siamo nella seconda metà degli anni ’40 e un’umile famiglia, come tante altre, vive nella Roma post bellica divisa tra la speranza della liberazione e le miserie della guerra da poco conclusa.

Delia è una donna che si definisce unicamente nel ruolo di madre di tre figli e di moglie di Ivano, un marito violento costantemente giustificato.

È molto stressato, ha fatto due guerre” è la battuta ripetuta con efficace ironia durante il film, allo scopo di veicolare un messaggio pericolosamente attuale, cioè che la tendenza delle donne in situazioni simili è legittimare le motivazioni violente del proprio carnefice.

L’unica aspirazione per Delia è che l’imminente fidanzamento dell’amata figlia Marcella con Giulio, un bravo ragazzo” di ceto borghese, esiti in un “buon matrimonio” e che possa essere il riscatto sociale che emancipi la ragazza dallo stesso destino che è toccato al lei. Tuttavia l’arrivo di una misteriosa lettera dà a Delia il coraggio di immaginare un futuro diverso per entrambe.

Sullo Sfondo un momento di grande cambiamento per l’Italia del 1946, appena uscita dalla dittatura fascista, e che si affaccia al referendum che sancì la fine della monarchia e l’inizio della repubblica e in cui votarono per la prima volta le donne.

Il diritto al voto, come svolta narrativa nella sceneggiatura del film, diventa il simbolo di una speranza; un monito per il futuro e per le battaglie sui diritti civili e sulle violenze di genere che dobbiamo continuare a portare avanti e a combattere ancora domani.

Stando ai dati ufficiali diffusi dal Viminale e aggiornati al 20 novembre scorso, da inizio anno, sono stati più di 100 i femminicidi, in Italia, ovvero uno ogni 4 giorni. Sono stati registrati in totale 295 omicidi, con 106 vittime donne, di cui 87 uccise in ambito familiare e affettivo. Di queste, 55 hanno trovato la morte per mano del partner o ex partner.

Numeri sconcertanti, trasversali per ceto sociale e per età, che da nord a sud non risparmiano nessuna regione della nostra penisola. Una strage continua che ha richiamato ancora una volta la necessità da parte del Governo in carica di potenziare leggi e pene più stringenti ed accelerare i tempi per l’approvazione di un rafforzamento delle norme attuali, il Codice Rosso. Tuttavia, nel nostro paese mancano a tutt’oggi strategie di prevenzione di medio e lungo periodo che agiscano sulla diffusa cultura patriarcale e maschilista e che promuovano un cambiamento culturale radicale. Ricordiamo che per la Convenzione di Istanbul, gli Stati hanno l’obbligo di adottare norme e misure per promuovere i cambiamenti nei comportamenti e nei pregiudizi socio culturali sull’inferiorità della donna o su modelli di genere stereotipati e culturalmente legittimati.

Il fenomeno della violenza di genere appare sempre più ampio, negli ultimi anni, tra i giovani nati tra il 1997 e il 2007. Nella GenZ, che ne è protagonista, la violenza di genere è reale, si consuma ai danni delle ragazze in molti modi e forme, subdole o palesi, attraverso gesti, parole o comportamenti discriminatori e stereotipati, di bullismo, cyberbullismo, revenge porn e sexting,[3] violenza sessuale e stupro di gruppo. Tale ed estesa cultura della violenza praticata è un ostacolo concreto allo sviluppo delle donne come persone, come soggetti agenti nella società e infine come risorse per l’economia.

Un aspetto inquietante e che colpisce, quando si arriva agli eventi più drammatici che esitano nel femminicidio, è la brutalità dell’aggressione nei confronti della donna per mano di un partner o presunto tale “lasciato”, “tradito”, “umiliato”, “ferito” e per questo in diritto di autorizzarsi la licenza di uccidere. Mi sono chiesta in che modo eventi di tale efferatezza possano essere correlati alla cultura maschilista/patriarcale, così fortemente radicata e ramificata, palese e/o mascherata che sia, nella nostra società; e in che modo fra le trame della tessitura psichica dei soggetti agenti la cultura patriarcale si possa inscrivere un difetto di soggettivazione caratterizzato da stati mentali e affettivi non-integrati e non-rappresentati privi di una raffigurabilità psichica che renda pensabile un’esperienza di sé.

Un interessante contributo ce lo offre lo scienziato Simon Baron-Cohen (2012)[4], accurato studioso dell’empatia, che definisce “erosione empatica” quello stato d’animo che “può svilupparsi a causa di emozioni corrosive, come il portare risentimento, il desiderio di vendetta, l’odio cieco, e anche il desiderio di proteggere”. L’erosione empatica di fondo trasforma le persone in oggetti. La relazione “Io-Tu” che ci mette in rapporto con un'altra persona, con la sua soggettività, fatta di pensieri e sentimenti, si trasforma in relazione “Io-Esso” che ci mette in rapporto con una persona trattata come un semplice oggetto, ignorando la sua soggettività, i suoi pensieri e i suoi sentimenti. La ricerca neuroscientifica di Baron-Cohen ha messo in evidenza come l’incapacità di empatizzare, la perdita del desiderio di comprendere ciò che provano le altre persone trasformandole in oggetti è alla base della crudeltà umana. In questi termini sarebbe possibile offrire una comprensione del perché quel “bravo ragazzo della porta accanto”, tanto gentile ed educato, cresciuto in una famiglia perbene che non gli ha mai fatto mancare nulla sia capace di azioni tanto efferate e crudeli. Come psicoanalista mi piacerebbe capire in che modo i fattori che influenzano la cultura patriarcale e maschilista siano correlati alla mancanza di empatia e nei casi più estremi alla crudeltà umana.

La violenza in tutte le sue forme perpetrata quotidianamente da un uomo ai danni di una donna è una crudeltà umana, che priva la donna della propria soggettività, svuotandola, annientandola e rendendola un oggetto privo di valore se non quello di essere di proprietà dell’uomo che afferma di amarla e che desidera proteggerla. In queste ultime settimane l’indignazione generale e le invettive lanciate contro la cultura patriarcale sui social da più parti dell’opinione pubblica, compresa la sorella della vittima, hanno focalizzato l’attenzione sulla mancanza di una narrazione al maschile circa la violenza verso le donne e l’aggressività del patriarcato insita nel maschio[5]. Numerosi gli interventi in questo senso sulle principali testate giornalistiche fra i quali Francesco Piccolo, Michele Serra, Michela Marzano, Chiara Valerio, Agnese Pini, Flavia Perina, per citarne solo alcuni.  

Cosa spinge un uomo ad ignorare la soggettività di una donna, cosificandola, a tal punto da annientarla, prima psicologicamente e successivamente togliendole la vita? Fermo restando che la nostra professione ci impedisce di generalizzare, spingendoci invece a considerare le peculiarità di ogni singola situazione, appare necessario interrogarsi e cercare delle risposte, che oggi appaiono non del tutto soddisfacenti o sufficienti. Tanto da farci domandare, ad ogni femminicidio, perché. Per ogni domanda in più c’è una donna di meno. Necessitiamo di risposte e di un profondo cambiamento sociale e culturale affinché ci possa essere ancora domani per tutte.


[1]Paola Cortellesi, attrice, sceneggiatrice, autrice, regista, Premio David di Donatello per la sua interpretazione in Nessuno mi può giudicare e vincitrice di tre Nastri DArgento per Come un gatto in tangenziale, Ma cosa ci dice il cervello, e Figli. C'è ancora domani ha aperto la 18^ edizione della Festa del Cinema di Roma 2023, dove ha vinto diversi premi fra cui il Premio del Pubblico, il Premio speciale della Giuria e una menzione speciale per la migliore opera prima, come film desordio alla regia per Cortellesi.

[2]Da quando è uscito nelle sale italiane C’è ancora domani, ha registrato il record di incassi al botteghino e sta riscuotendo un successo di pubblico che ha sorpreso critici e addetti ai lavori. Il film è stato visto da più di 1,5 milioni di spettatori e ha già incassato quasi più di 8 milioni di euro, ed è stato premiato con il Biglietto doro 2023, un riconoscimento assegnato dall’ANEC al film italiano che vende il maggior numero di biglietti in un anno.

[3] Il termine sexting deriva dall’inglese ed è composto da due parole, sex (sesso) e texting (messaggiare) e indica lo scambio di messaggi, audio, immagini o video, attraverso smartphone o chat di social network, a sfondo sessuale o sessualmente espliciti. Questo fenomeno si è molto diffuso negli ultimi anni tra gli adolescenti.

[4]La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà. Raffaello Cortina editore 2012.

[5] Dall’inizio degli anni 2000 sono attivi su territorio nazionale i CAM (Centri di Ascolto uomini Maltrattanti) che affrontano dal versante maschile, la violenza di genere contro le donne nei suoi molteplici aspetti sociali e culturali; essi promuovono l’accettazione dei cambiamenti che stanno avvenendo nelle relazioni tra i sessi improntate ad una crescente autodeterminazione e libertà delle donne, come affermano già da tempo le associazioni femminili e femministe e i CAV (Centri Antiviolenza) insistendo sul fatto che il problema della violenza di genere nel nostro paese è strutturale e non emergenziale.

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