Numerose e interessanti recensioni della serie Netflix “Adolescence” hanno cercato di indagare i problemi del ragazzo che ha ucciso la sua compagna di scuola rimandando alla complessa definizione dell’identità dell’adolescente maschio attraverso una diagnosi individuale, o tutt’al più connettendola ai problemi della sua famiglia di origine. Quasi mai è stato preso in esame il contesto: l’irruzione violenta e traumatica della polizia nella casa di un ragazzino tredicenne che in Italia non sarebbe nemmeno imputabile; una scuola che sembra un lager - dove gli insegnanti ci appaiono come kapò che devono mantenere l’ordine, più che educatori protesi a trasmettere il senso delle regole da rispettare; l’anomia di una cittadina dove tutti sembrano spiarsi - per giudicare e persino punire gli errori degli altri, piuttosto che manifestare solidarietà per una famiglia sofferente. E anche l’importanza corrosiva sui ragazzi della scuola degli influencer che, evidentemente, rispondono alla fame degli adolescenti di modelli da introiettare, dato che i compagni adulti competenti sono oggi sempre più rari, in famiglia e fuori. Infine, il burn out dei poliziotti, evidentemente carenti di formazione e di motivazioni a svolgere bene il proprio lavoro. La diagnosi individualista (quante volte si parla di mele marce?) si sposa all’incapacità di aprire la prospettiva sui movimenti dell’inconscio collettivo, e dello spirito dei tempi che lo attraversa, dove il mito della forza sta sopraffacendo la motivazione a condividere le proprie emozioni e pensieri con gli altri. E l’adolescenza? Un mio maestro di psicoanalisi diceva, provocatoriamente, che l’adolescenza non esiste perché più che all’età bisognerebbe guardare al rapporto fra le generazioni. Oggi, sull'adolescenza si versano fiumi di inchiostro: alcuni colleghi cercano visibilità colpevolizzando i genitori dei ragazzi e altri, addirittura, sul tema riempiono i teatri e si improvvisano attori. Non che non si debba continuare a interessarsi a questa fase specifica del ciclo di vita con le sue svolte repentine e i turbamenti associati, l’insediamento della psiche nel corpo, le diagnosi segrete da intercettare per condividerle e discuterne il senso. Tuttavia, almeno per una volta, saremo capaci di alzare lo sguardo e vedere il contesto in cui i giovani stanno vivendo? Saremo capaci di smetterla di diagnosticare figli o genitori, almeno per un attimo e chiederci se c’è un rapporto fra il disagio adolescenziale e i femminicidi, le guerre (quelle vere e quelle commerciali) che imperversano nel mondo, la crisi climatica, le morti sul lavoro, la fine di tutte le regole e di tutti i diritti, che non siano quello della forza della pulsione di impossessamento? Per cogliere il legame fra il presente e un futuro in cui gli adolescenti di oggi, se riusciranno a sopravvivere alle catastrofi che li aspettano, si sentiranno come gli ultimi dei mohicani perché non avranno ricambio da un mondo di bambini, sempre più rari, sempre più isolati, che dovrebbero aiutarli a sostenere viva la fiamma della speranza e della vita. Almeno per un attimo, saremo capaci di smetterla di compartimentalizzare i fenomeni e intravedere il disagio di una civiltà sempre più centrata sul fare piuttosto che sul pensiero, in cui persino gli psicoterapeuti stanno perdendo la loro umanità, prima assorbiti da piattaforme che invitano a lavorare a cottimo e a distanza e poi da veri e propri robot che simulano l’ascolto e la comprensione degli umani, guidati dall’intelligenza artificiale? Forse gli adolescenti esistono solo nei nostri laboratori e nelle nostre fantasie perché non siamo più capaci di crescere neppure noi? Forse occuparci ossessivamente di loro ci serve per dare un senso alle nostre esistenze senza più visione e ideali da perseguire? O forse viviamo tutti - bambini, giovani e adulti - immersi in una società che cancella differenze, visioni e responsabilità, in un mondo-corpo sempre più concreto dove ciascuno deve fare da solo, in una sorta di gigantesco si salvi chi può?