Giovedì, Aprile 18, 2024

"Sognando" un solo Stato. Di Emilio Masina

In questi cinque mesi di guerra, cominciata con l’attacco di Hamas del sette ottobre ai territori israeliani di confine gli aspetti geopolitici, militari, religiosi, storici ed economici del conflitto sono stati sopraffatti e silenziati da quelli emotivi/affettivi. Il dibattito pubblico è stato pesantemente influenzato dall’irruzione di emozioni intense e per così dire infinite, cioè non orientate dalla ragione: amico o nemico, tertium non datur. La brutalità dell’attacco di Hamas teso ad uccidere, violentare, umiliare e alla fine rapire quanti più ebrei possibile e il conseguente attacco israeliano a Gaza che da azione difensiva si è andato sempre più configurando come una brutale rappresaglia incapace di distinguere fra i miliziani del gruppo terrorista e la popolazione civile, ha suscitato e suscita tuttora sentimenti violenti dentro ciascuno di noi, inducendoci a prendere parte per una o per l’altra delle fazioni contendenti e a perdere lucidità e visione d’insieme.

Freud e poi Matte Blanco[1] ci hanno spiegato che l’Inconscio non è solo un luogo della mente ma soprattutto una modalità di pensare o un modo di essere diversi da quelli del pensiero cosciente. Una modalità che a differenza del pensiero logico-dividente, che segue il principio di non contraddizione e stabilisce criteri di asimmetria fra gli oggetti, si basa su caratteristiche come la condensazione, lo spostamento, l’assenza di contraddizione e di tempo, la sostituzione della realtà interna con la realtà psichica. Questo modo di essere e di sperimentare la realtà, emanazione dell’emozione che tende all’unificazione e all’indivisibilità, fa prevalere i vissuti sui fatti, distorce le lenti con cui guardiamo il mondo e mantiene attivi meccanismi di difesa come la negazione, la proiezione dei propri misfatti e l’identificazione con l’aggressore invece del riconoscimento della sua alterità.

L’inconscio, in questa prospettiva, non riguarda il territorio della mente di ogni singolo soggetto ma una modalità di pensiero che può caratterizzare anche coppie, famiglie, gruppi e persino popoli interi. È infatti evidente a tutti che continuare a utilizzare le categorie amico-nemico o vittima-carnefice, non aiuta a trovare soluzioni alla guerra ma ne produce piuttosto una recrudescenza. Queste categorie, infatti, in un conflitto come quello israelo-palestinese che non è stato mai risolto negli ultimi settantacinque anni si rovesciano costantemente producendo un infernale e paranoico circolo vizioso. Si potrebbe dire che “chi la fa l’aspetti”. Come si può immaginare di dare vita a uno Stato palestinese fantasticando la scomparsa di Israele, uno degli Stati militarmente più forti della terra, in possesso della bomba atomica? Come si può garantire la sicurezza ai cittadini di Israele usando indiscriminatamente la forza militare per colpire e sottomettere i propri vicini e continuando a costruire insediamenti in Cisgiordania che violano il possesso palestinese della terra, istigando all’odio contro gli occupanti?

Cercando di sognare i popoli in conflitto, come propone di fare Ogden nella relazione con i propri pazienti, mi sono venute in mente le tante coppie che ho visto arrivare al mio studio dilaniate da un conflitto esacerbato e violento. La rabbia che inizialmente mi pareva solo distruttiva si è dimostrata nel tempo - quando riuscivamo a sopravvivere alle prime deflagrazioni - un prezioso indicatore che rivelava l’importanza dell’investimento emotivo che ciascuno aveva fatto sull’altro e la motivazione profonda a rimanere in relazione. Nel caso delle coppie in oggetto è stata la presenza di un interlocutore terzo che ha contenuto le angosce dotandole di senso, svelato la dinamica collusiva e consentito di aprire nuove prospettive nel rapporto. Naturalmente svolgere una funzione terza non vuol dire necessariamente rimanere equidistante fra le parti. Se nella coppia dei partner la responsabilità del fallimento della relazione appare condivisa è molto spesso il maschio ad avere il potere, fisico, economico e sociale per produrre i danni peggiori e richiede un aiuto maggiore per curare il dolore delle ferite narcisistiche. Inoltre, mentre per noi è relativamente facile identificarci con la sofferenza dei partner di una coppia perché tutti abbiamo avuto esperienza di una relazione finita male è estremamente difficile empatizzare con gli ebrei che vivono l’angoscia trasgenerazionale della Shoah e la piaga sempre viva dell’antisemitismo e con i palestinesi, cacciati dalle proprie case e assoggettati da tanti anni a un regime di apartheid.

Tuttavia, dobbiamo disporci a fare esperienza di questo terribile dolore e chiederci, continuando a sognare i sogni non pensati del conflitto: quale potrebbe essere il figlio generato da questa coppia di popoli, ad oggi sterile e mortifera? Due popoli e due Stati, magari separati da un muro impenetrabile, oppure un solo Stato sulla stessa terra? Una terra da amare, non da contendere e possedere. Uno stato federale che riconosca il bisogno di entrambi di buone relazioni di convivenza per prosperare, in una vita degna di essere vissuta.



[1] Matte Blanco (1975) “The unconscious as infinite sets: An essay in Bi-logic (Routledge, London)

Matte Blanco (1988) Pensare, sentire, essere, Einaudi, Torino 1995.

 

 Vedi anche 

Quella Zone of Interest a un passo da Gaza. Il regresso che si oppone al progresso. Di Flavia Salierno

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