Articolo pubblicato in Cardia R., Colucci Mc. (a cura di), Gruppo: Omogeneità e differenze. Crudeltà e follia nell’epoca dell’incertezza catastrofica del tempo digitale e della intelligenza artificiale. ARGO Onlus – Associazione per la Ricerca sul Gruppo Omogeneo Roma/Milano/Padova, dicembre 2024, 10, pp. 117-133,
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Psicoanalisi e postmodernità
Cono Aldo Barnà
Al di là delle suggestioni fideistiche che assegnano al Sapiens una collocazione e una designazione privilegiate nel Creato, la specie è sopravvissuta e si è declinata da sempre nell’ambiente naturale in termini di estrema precarietà, misurata da condizioni ed habitat piuttosto impegnativi per la sua stessa sopravvivenza, che hanno messo duramente alla prova le sue capacità di adattamento e resilienza. E’ di recente formulazione, ad esempio, l’ipotesi di una prossima estinzione di massa, la sesta, causata questa volta dall’uso sconsiderato delle risorse e dalla nefasta polluzione ambientale (Kolbert, 2014). Finora essa è comunque sopravvissuta con adattamenti e scelte estreme e mutevoli; esprimendo a pieno la sua natura specifica e le dotazioni culturali che ne hanno determinato la civiltà o le civiltà relative.
I comportamenti dell’uomo essendo trasmessi per via genetica oltre che per via delle forme sociali di apprendimento, contemplano un’evoluzione culturale ed una biologica interagenti nel reciproco determinarsi (Cavalli Sforza L.L., 1971; Mainardi, 1972; Russell, C., Russell W.M.S., 1968).
La storiografia rintraccia, con grande abbondanza di esempi e situazioni, queste prerogative della specie e induce ad ipotesi e teorie che configurano variamente il futuro possibile. Esso andrebbe avanti appunto verso la “sesta estinzione” (Kolbert, 2014) o l’olocausto atomico (Bauman, 1989) o la “superdemocrazia” (Attali, 2006).
Teorie ed ipotesi che intersecano variamente sentimenti di sfiducia e di speranza sempre più oscillanti in ognuno di noi; soprattutto in quanto l’uomo avrebbe ormai raggiunto, probabilmente, un punto cruciale della sua evoluzione; ed essendo le sue ultime scelte terribilmente maladattive, solo una concreta presa di coscienza del suo stato unico di animale specializzato per la cultura potrà evitargli il fatale destino che la natura prepara per gli specializzati (Mainardi, 1973).
Nel corso, comunque, dello sviluppo delle civiltà succedutesi, la psicoanalisi intraprende il suo percorso teorico e pragmatico, avviato dalle formulazioni di Freud, in un’epoca di piena modernità e di tumultuosa preparazione alla postmodernità (Gumbrecht, 1978).
Intendiamo con tali termini le tendenze e le realizzazioni socio-culturali soprattutto del ‘novecento e del terzo millennio.
Il percorso della modernità e da essa alla postmodernità comprende vistose trasformazioni dei costumi e delle determinanti sociali.
Molti autori ne hanno descritto dettagliatamente le origini e le fenomenologie prevalenti, sia in termini culturali, che socio-politici, che antropologici.
Sono per noi di interesse particolare quest’ultimi, nelle loro accezioni sociali, relazionali e psicologiche, soprattutto di trasformazione significativa delle condotte prevalenti e della psicopatologia individuale e collettiva.
Per l’economia di questo nostro contributo non potremo riferire in specifico e con bontà di attribuzione tutti gli studi e le elaborazioni, peraltro reciprocamente critiche e conflittuali, che riguardano l’inquadramento e la caratterizzazione specifica della modernità e il suo transito nella post-modernità. Possiamo però riassumere in termini utili le caratteristiche prevalenti che ricadono nell’osservazione e nell’interesse specifico della nostra disciplina. Allo scopo di tracciarne una derivazione/comprensione possibile e di rappresentare congrui, potenziali, elementi di intercettazione e di trattamento (Bordi, 1996; Di Chiara, 1999).
Le singole discipline umanistiche si sono poste il problema di individuare il nuovo della società moderna e alcune delle teorie più recenti parlano di “fine della modernità” nella misura in cui ad essa sarebbe subentrata la condizione postmoderna (Frisby, 1996).
Se la modernità viene concepita come esperienza discontinua di un tempo transitorio, di uno spazio fugace e di costellazioni di eventi non più legati da nessi causali, tale concezione ha delle implicazioni significative anche per quanto attiene alla sfera dell'individualità, del soggetto; il rapporto tra modernità e identità soggettiva essendo appunto uno dei temi dominanti del dibattito sulla modernità (Giddens, 1992; Lash e Friedman, 1992).
L'identificazione tra modernità e capitalismo (Sayer, 1991) è stata formulata forse nella forma più coerente da Karl Marx (1948, 1953) che ha messo in lucela dinamica e gli aspetti del capitalismo che plasmano la modernità.
Le illusioni, ad esempio, socialmente necessarie nell'ambito delle forme fenomeniche in cui la società capitalistica si manifesta ai suoi membri, fanno sì che il suo presente appaia eterno anziché transitorio, la sua economia naturale anziché storicamente data, i suoi rapporti sociali armoniosi anziché contraddittori.
Marx (1953) non dedica comunque eccessiva attenzione all'esperienza quotidiana della modernità; egli è interessato piuttosto a individuare le leggi del modo capitalistico di produzione, incentrando la sua analisi sulla formazione economico-sociale.
In realtà con il progredire della divisione specializzata del lavoro l'individuo acquista un'importanza crescente; la coscienza collettiva nelle società basate sulla solidarietà meccanica, caratterizzate da una struttura segmentaria, da una scarsa interdipendenza, da sentimenti e credenze comuni, lascia il posto a una coscienza collettiva più complessa e problematica, fondata sull' individualismo tipica delle società moderne complesse basate sulla solidarietà organica, caratterizzate da una struttura differenziata, da un alto grado di interdipendenza e dal culto dell'individuo.
L'indebolirsi della coscienza collettiva, nonché dell'integrazione e della regolamentazione, determina una crisi nel rapporto tra individuo e gruppo e porta all'affermarsi di una società caratterizzata dal predominio dell'egoismo e dall'anomia. Un egoismo che dà luogo a un'intelligenza iper-coltivata, con un pensiero privo di oggetto e ad un mondo di sentimenti e di rappresentazioni prettamente individuali; l'anomia dal canto suo è causa di un'emotività incontrollata, di passioni senza scopo e di desideri sfrenati. Tali patologie dell' individuo, secondo Durkheim (1962), sono da mettere in relazione con un crollo delle regole morali, determinato da perturbazioni di ordine economico esociale, oppure dalla disintegrazione dei rapporti sociali. Nella misura in cui la società capitalistica moderna favorisce un eccesso di consumismo per mante nere in moto la propria economia e un eccesso di individualismo, tali tendenze negative diventano endemiche e non costituiscono più mere deviazioni patologiche.
A differenza delle teorie che individuano le principali caratteristiche della modernità nelle trasformazioni del modo di produzione e nell'industrializzazione, la riflessione di Simmel (1900) sulla modernità si focalizza invece su due contesti diversi se pure interrelati: la grande metropoli e l'economia monetaria matura. La tendenza all'isolamento, l'atteggiamento ostile e la indifferenza nei confronti degli altri che caratterizzano l'esistenza metropolitana costituirebbero le forme elementari di socializzazione dell’economia monetaria, attraverso le quali l'individuo reagisce alla reificazione delle relazioni sociali di scambio e al flusso astratto e dinamico della circolazione delle merci.
In effetti, mettendo in rilievo la frammentazione dell'esperienza nella società moderna e analizzandone le ripercussioni sulla sfera psicologica, Simmel tra gli autori del suo tempo offre forse l'analisi più organica del mondo quotidiano della modernità, prestando attenzione ai "frammenti fortuiti di realtà", ai delicati, invisibili fili sociali che legano reciprocamente gli individui. La frammentazione e il flusso incessante del mondo delle apparenze che caratterizzano la modernità richiedono un approccio metodologico che focalizzi l'attenzione sulle relazioni tra individui, gruppi e cose. E difatti i concetti chiave della teoria di Simmel, quelli di interazione e di socializzazione, sono concetti relazionali.
Lo sviluppo del moderno razionalismo occidentale e le sue conseguenze, tra cui il capitalismo razionale, costituiscono a loro volta il punto focale della teoria weberiana della modernizzazione e della modernità.
La creazione di una serie di sistemi e di sottosistemi dell'azione razionale orientata allo scopo in tutti gli ambiti sociali si accompagna secondo Weber (1920) a un progressivo 'disincanto' (Entzauberung) del mondo, in cui la razionalità formale prevale sulle altre determinanti dell’attribuzione di senso. Si produce così una situazione in cui i processi del mondo 'accadono' o 'sono' in modo del tutto oggettivo e impersonale; l'individuo può reagire cercando rifugio in una visione del mondo rassicurante, ossia con un ritorno alla mitologia e all'irrazionalità. Le dinamiche della modernità porterebbero in conclusione a una situazione di crisi, che non può essere risolta attraverso formazioni sociali alternative.
Le critiche alla modernità contenute nelle teorie sociologiche di fine Ottocento sono state quindi riformulate in forma più radicale ed estrema dagli esponenti della “teoria critica”, che continua a influenzare in modo significativo ildibattito sulla modernità.
Questo approccio, in cui sono evidenti le influenze di Hegel e di Nietzsche, impronterà le successive riflessioni sulla modernità di Adorno (1947) e, più recentemente, le teorie di Jürgen Habermas (1981).
La tesi della disintegrazione di ogni forma di totalità assume accenti più radicali nella critica della modernità espressa da Nietzsche (1886, 1887). A questi aspetti del suo pensiero - l'esplicito riconoscimento della fine di ogni forma di totalità, la dissoluzione dei fondamenti, l'attenzione per i frammenti - si rifanno i teorici del postmoderno, che li rivendicano appunto come elementi distintivi della suddetta condizione.
La necessità di adottare un approccio più differenziato emerge in modo particolarmente evidente per quanto riguarda il rapporto tra modernità e differenze legate al sesso, all'appartenenza etnica e alla classe sociale, ciò che richiederebbe un'indagine storica, sociologica e psicologica specifiche.
Il nuovo millennio si apre comunque sull’onda dell’incertezza e della crisi d’identità, nell’assenza di valori dominanti unanimi e con l’avvento massiccio della tecnica come motore di un progresso privo di orientamenti omogenei di carattere politico.
Si verifica un andamento caratterizzato da una prospettiva temporale di piccoli segmenti di vita, senza un forte attaccamento alle cose e alle persone e con la strategia di cogliere le occasioni che si presentano, spostandosi nei posti più remunerativi.
La concezione del tempo cambia quindi fortemente. Non è più il tempo lineare delle rigide burocrazie industriali. In esso la vita, le amicizie, i rapporti sociali procedevano con un ritmo costante e regolare che favoriva sicurezza ed autostima. La lenta ma costante mobilità sociale ed economica verso l’alto, sostenuta dalla contrattazione collettiva, cede il posto al tempo della flessibilità dove tutto può venire alterato e dove è possibile ricominciare a costruire daccapo; soprattutto è possibile sfruttare in maniera creativa le opportunità che si presentano senza dover vivere la lunga teoria dei giorni uguali come avveniva in precedenza. La modernità rende perciò più problematico il progetto dell’identità personale costringendolo in un difficile gioco di resistenza e di accomodamento. I valori che avevano retto la società industriale vengono sostituiti da altri valori, sia nel lavoro che nei rapporti sociali. Questi “nuovi valori” sono maggiormente orientati ad una libera espressione della propria personalità.
È con Jean-Francois Lyotard (1979) che si specifica un superamento dell’ epoca moderna. Egli riconduce questa fase alla sconfitta delle “grandi narra zioni” (Serres, 1990) dispensatrici di certezze, causa prima della dissoluzione dei rapporti sociali tradizionali. Dopo Lyotard, altri autori hanno cercato di qualificare questo passaggio d’epoca, attraverso altre e originali espressioni, come “società postmoderna” o “post-modernità”.
R. Inglehart (1998) evidenzia, a sua volta, la progressiva supremazia di un nuovo complesso di valori relativi soprattutto alla partecipazione sociale e all’autorealizzazione. Man mano che le giovani generazioni sopravvengono a quelle più mature, all’interno del sistema sociale si allargano e si consolidano nuovi modelli valoriali. Per i più giovani l’esperienza della non problematicità dei bisogni primari è avvenuta in età formativa, per cui è vista come elemento scontato e non problematico del mondo circostante, mentre per le generazioni più anziane l’esperienza formativa originaria è stata quella della scarsità, ed è a quest’esperienza che rimane improntato il loro sistema valoriale, mantenendo nella loro visione gli obiettivi della sussistenza e della sicurezza materiale. I tratti essenziali dei rapporti post-moderni consisterebbero quindi nella frammentarietà, la discontinuità e la superficialità di contatto,conunafuga dagli obblighi, fino alla soppressione ed al rinnegamento dei sentimenti e della dimensione morale.
Secondo Ulrich Beck (1986) si sta verificando un nuovo stadio della modernità. Mentre nella cultura premoderna i pericoli e le paure venivano maggiormente attribuite a Dio o alla natura, oggi essi vengono attribuiti al progresso e alla modernizzazione che diventano caratterizzate dal rischio. Un rischio antropico, ovvero prodotto dall'uomo, che muta il principio organizzativo della società. Essa è una società catastrofica che minaccia il mondo naturale, il mondo sociale e gli stessi individui.
Giddens (1990; 2005) pone l'accento sulle discontinuità tra le varie società che si sono susseguite nella modernità in contrasto con un'analisi che non ne ha tenuto conto. Con la perdita di importanza delle tradizioni l'individuo è sottoposto ad un continuo processo di messa in discussione solipsistica alla ricerca di un modello di vita tra i tanti disponibili; crollerebbe così soprattuttola “sicurezza ontologica" e il mantenimento della propria integrazione biografica.
Secondo Bauman (2002) la paura dell'incertezza non viene più contenuta dalle strutture sociali, così che l'insufficienza dei rimedi esterni deve essere compensata da quelli individuali. Una fragilità dei legami che lo porta alla definizione di “società fluida.
Byung-Chul-Han (2020) ritiene infine che l'epoca odierna sia profondamente segnata da una radicale algofobia e una altrettanto diffusa paura della morte. Due fobie che si declinano attraverso una “democrazia palliativa”; una democrazia della positività imposta a forza, che cerca di liberarsi in ogni modo del negativo, ossia del dolore e della morte.
Procedendo quindi, dopo questo breve e incompleto transito nella fenomenologia socio-culturale della tarda modernità, alla ricognizione delle trasforma zioni psicologiche e psicopatologiche che ne conseguono, troviamo le riflessioni e le notazioni prevalenti di molti osservatori e/o clinici all’opera. Non possiamo in proposito non nominare il ruolo potente e controverso dei mezzi di comunicazione di massa. Questi mezzi - giornali, radio, televisione, in generale quello che si chiama oggi telematica - sono stati determinanti nel produrre la dissoluzione dei punti di vista centrali, di quelli che appunto Lyotard, chiama i grandi racconti.
Essi sono quelli che hanno lasciato il loro segno sulla modernità: emancipazione progressiva della ragione e della libertà; emancipazione progressiva o catastrofica del lavoro (fonte del valore alienato nel capitalismo); arricchimento dell’umanità nel suo complesso ad opera dei progressi della tecnoscienza capitalistica.
I grandi racconti che non sono miti, nel senso di favole. Certo, come i miti essi mirano a legittimare istituzioni e pratiche sociali e politiche, legislazioni, formulazioni etiche, modi di pensare. A differenza dei miti, tuttavia, non cercano questa legittimità in un atto originale fondatore, ma in un futuro di cui si vuole l’avvento, in altre parole in un’idea da realizzare. Questa idea ha un valore legittimante perché è universale. Essa orienta tutte le realtà umane e conferisce alla modernità il modo che le è caratteristico: il progetto, quel progetto che secondo Habermas è rimasto incompiuto e va ripreso, rinnovato.
Anche se è presente la tesi per la quale il progetto moderno (di realizzazione dell’universalità) non sia stato abbandonato e dimenticato, ma distrutto: “liquidato”. “Auschwitz” può esser preso come un nome paradigmatico per l’“incompiutezza” tragica della modernità (Vattimo, 1985).
In questo complesso contesto critico di riferimento la ricerca e la prassi della psicoanalisi hanno proceduto con altrettanto spirito critico e con una rinnovata apertura interdisciplinare alla ricerca di coerenze e avanzamenti significativi rispetto alla crisi inevitabile che i cambiamenti epocali e psicopatologici comportavano. Non si tratta soltanto di integrare l’orizzonte fenomenologico con le conoscenze acquisite sui contenuti inconsci, ma anche di contenere e trasformare le vistose manifestazioni relazionali disadattive che vengono proposte dai nuovi pazienti.
Le significative modificazioni dell’accudimento infantile e della formazione del soggetto, l’intensa tecnologizzazione del quotidiano, l’avvento di internet, dei social media e della realtà virtuale, rappresentano fattori specifici di cambia mento delle modalità relazionali e della comunicazione tra individui e di nuove forme di alienazione e di frammentazione dell’Io.
La cultura del “moderno”, oltre alla crisi delle “grandi narrazioni” comporta, come già detto, una crisi della temporalità, con un’attenzione ridotta al passato e al futuro, quest’ultimo casomai caratterizzato da aspettative angosciose o investito da terribili fantasmi catastrofici.
Freud (1921) aveva scoperto che l’essere umano è una narrazione di ricordi, di fantasie e di mitologie, e che il vissuto e la sofferenza che tale narrazione comprende sono universali e particolari insieme; quello che è successo, di reale e di fantasmatico, ha comunque lasciato segni: cicatrici sintomatiche attive.
In anni non lontani da quelli delle formulazioni freudiane, già Darwin (1859) aveva affermato, non senza un personale turbamento, che non siamo altro che “animali”, frutto di una storia complessa: la nostra evoluzione.
Un’evoluzione che contiene il segreto della crescita e della triplicazione del nostro cervello negli ultimi tre milioni di anni. Crescita nel corso della quale sono comparsi la nostra autocoscienza e gli strumenti per la manipolazione della natura. In realtà forse due dannazioni della nostra specie: la coscienza e la continua manipolazione utilitaristica della natura alla ricerca dell’habitat ideale.
Probabilmente assieme a queste caratteristiche specifiche sono comparsi l’onnipotenza narcisistica dell’uomo e il senso di colpa. Una coppia funzionale che si è installata nella nostra evoluzione culturale, accanto al determinismo biologico.
Il risultato “felice” di tale dialettica dovrebbe condurre alla formazione di un Io politico-sociale, capace di riconoscere e rispettare l’interesse comune alla base della nostra personale libertà, in quanto guidato da una salda coscienza morale. Il famoso: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro” (Kant, 1788).
Purtroppo, è invece importante riconoscere che svolgiamo le nostre riflessioni in una congiuntura socio-politica, quella appunto della Modernità o della Postmodernità, nella quale si sta declinando l’ipotesi che il futuro sia una epoca postuma, nel senso che la fiducia nel progresso complessivo della umanità appare come una fede tramontata, un’illusione di altri tempi.
Uno dei problemi riconosciuti alla base di questa condizione di sfiducia nel progresso consiste nell’indebolimento della capacità delle istituzioni democratiche del mondo di sottoporre a un effettivo controllo il potere delle oligarchie economiche e politiche, le quali dispongono di mezzi enormi per influenzare gli strati subalterni a sostegno dei propri interessi.
Nel tentativo di capire tale tragica evoluzione e le insistenti difficoltà a cercare utili rimedi di “civiltà”, ci vengono in aiuto, per prime, le categorie metapsicologiche formulate da Freud a proposito dell’individuo e delle formazioni sociali. E ci vengono incontro inoltre le preziose teorizzazioni di tanti autori sugli aspetti narcisistici distruttivi dei gruppi umani e delle istituzioni “in sofferenza” (Kaës, 1988).
Erich Fromm nel suo “Fuga dalla libertà” (Fromm, 1941), parla dell’avvento dei totalitarismi del ‘novecento come di un tentativo di fuga dal sentimento di impotenza, di finitudine e di insignificanza che si annida nella nostra stessa individuazione.
Quando l’uomo acquisisce la coscienza di essere un’entità separata si crea in lui un sentimento di impotenza, di ansietà e d’incertezza verso un mondo che ora gli appare forte e minaccioso, sentimento all’origine, secondo Fromm, del meccanismo di fuga.
Di fronte alla solitudine, le dottrine religiose si pongono come risposta ai bisogni psichici creando un nuovo tipo di subordinazione e l’uomo perderebbe così di nuovo la sua individualità all’interno di un progetto più grande, quello divino (Fromm, 1961).
La libertà ha posto sulle spalle dell’uomo un peso, egli si è sbarazzato di alcune costrizioni facendosi però sottomettere da altre meno evidenti, interne, che bloccano la sua totale realizzazione psicologica. La condizione umana nel corso dei secoli vede l’individuo sempre più spinto verso una realizzazione economica mentre perde i suoi legami tradizionali e si trova di fronte a nuove fonti di insicurezza. Le crescenti difficoltà della vita moderna (disoccupazione, guerre, ma anche solo l’immensità delle città in cui l’uomo si perde) contribuiscono a far percepire all’uomo la realtà come incontrollabile, una realtà con la quale è difficile stare al passo. Di fronte a questa condizione cerca rifugio nella sottomissione o nel conformismo.
Attraverso un'analisi delle scoperte sull'aggressività derivate dagli studi di neurofisiologia, antropologia, psicologia animale e paleontologia, Fromm si propone inoltre di liberare il concetto di "distruttività" da quei fondamenti (naturali o sociali) che le principali scuole psicologiche ritengono assoluti e mostrare, invece, come vi siano fatti culturali, convenzionali, politici e più genericamente storico-socialia condizionare i cosiddetti "istinti sadici" dell' uomo.
Hannah Arendt a sua volta, con il suo “Origine del totalitarismo” (Arendt, 1951) evidenzia un altro meccanismo di fuga dell’uomo: la distruzione del mondo esterno, esito del tentativo di reagire al sentimento di impotenza rispetto a quei poteri che tendono a oltrepassare l’individuo.
Tale distruttività può essere rivolta anche contro se stessi. Il conformismo stesso è parte di tali meccanismi; anzi la soluzione che la maggior parte degli individui adotta consiste proprio nel conformarsi in tutto e per tutto agli altri. La distanza tra il se e il mondo viene così colmata e i sentimenti di ansia e solitudine dell’uomo moderno scompaiono insieme alla sua personalità.
In sintesi, verrebbe da concludere che il modello di sviluppo capitalistico dominante abbia sancito l’evoluzione moderna antagonista dei contesti gruppali, giustificando in termini funzionali gli aspetti psichici profondi di carattere narcisistico operanti in essi a discapito delle valenze solidaristiche e cooperative basate sui movimenti depressivi di “accoppiamento” (Klein, 1921-58). Non trovo peraltro convincenti le recenti teorizzazioni a favore dell’avvento di una nuova economia collaborativa o le ipotesi relative ad un modello di governance mondiale adatto a controllare l’egoismo sfrenato degli stati.Possiamo comunque tentare di trovare un idioma di riferimento, rifacendoci ancora a Freud e alle sue "Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”(Freud, 1915).
Le ricerche psicologiche, sostiene Freud, in particolare l'osservazione psicoanalitica, dimostrano che la parte più intima, più profonda dell'uomo, è composta di tendenze di natura elementare, identiche in tutti gli uomini e tese alla soddisfazione di certi bisogni primitivi. Di per sé, tali tendenze non sono né buone né cattive. Prima di manifestarsi nell'adulto, queste compiono una lunga evoluzione. Subiscono inibizioni, vengono orientate verso altri scopi ed altri campi, si fondono le une con le altre, cambiano oggetto, si dirigono in parte contro la persona che ne è portatore.
La nostra società civile ha spinto il più lontano possibile le esigenze morali, ciò che ha scavato un abisso ancora più profondo tra la condotta imposta agli individui e le loro disposizioni istintive.
In “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (Freud, 1921), afferma inoltre che nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, pertanto la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale. Per psicologia sociale egli sembra intendere unaconnessione naturaleche è alla base dell’Io, che viene così concepito come ibridato, piegato e arricchito dall’incontro con l’altro. La massa rappresenta una modalità di questa connessione, un funzionamento mentale che può riguardare gruppi, istituzioni, ma anche coppie e famiglie. In questa chiave ogni gruppo, ogni famiglia, ogni istituzione può essere aggregata da un legame “a massa” in cui l’insieme è fondato su un movimento di aggiramento e diniego dei conflitti tra i membri, dei limiti e dei confini, e sulla intolleranza delle differenze, della caducità e della morte. Una volta che un gruppo funzioni sulla base di meccanismi a massa necessita, per la sua sopravvivenza, di appoggiarsi sulla intolleranza nei confronti degli esterni. Questa sorta di identità “a massa” è intrisa quindi di settarismo e di una appartenenza rigida che non accoglie la diversità se non per colonizzarla.
Possiamo quindi ipotizzare che la violenza e la sopraffazione stesse abbiano una determinazione psichica funzionale. Un riferimento particolarmente impor tante per il nostro discorso di oggi ritengo sia quello relativo al pensiero di Kaës (1988, 2009, 2012), persuasi, come per altro egli stesso sostiene, che ciò che la psicoanalisi può oggi trattare sono certe forme del malessere contemporaneo e renderne conto esplorando i rapporti che intercorrono fra lo spazio psichico del soggetto, lo spazio dei legami intersoggettivi e lo spazio psichico proprio delle configurazioni psichiche dei gruppi, delle famiglie e delle istituzioni.
Il lavoro di Freud ha aperto alcune vie per pensare con la psicoanalisi il rapporto tra psiche e mondo contemporaneo, ma se le condizioni della globalizzazione sono differenti nei diversi spazi geopolitici del pianeta, possiamo fare l’ipotesi che i loro effetti psichici siano legati ad alcune costanti antropologiche le cui espressioni non sono identiche in Cina, in India, in America Latina, in Africa, in Europa, in Medio Oriente e in Arabia. E’ a partire da questa considerazione puntuale che Kaës ritiene che soltanto una antropologia psicoanalitica comparata potrebbe illuminarci su processi e formazioni psichiche analoghi ma non identici (Kaës, 2012).
Secondo l’autore, al quale vorrei dare uno spazio significativo, nel mondo moderno e più ancora in quello ipermoderno la base narcisistica del nostro essere è sconvolta e ferita dalla ridefinizione del contratto intersoggettivo ed intergenerazionale; contratto che ci assicura di avere un posto in un insieme e che ci obbliga quindi a investire a nostra volta la collettività ed il gruppo per assicurarne la conservazione. Sono così soggetti ad una ridefinizione anche le credenze e i miti che assicurano la base narcisistica della nostra appartenenza a un insieme sociale; lo stesso accade per i “grandi racconti” che fornivano le matrici del senso comune condiviso, di fronte agli enigmi della vita e dell’universo. Ciò che è in crisi nelle società ipermoderne è dunque il legame, quello degli individui con il mondo esterno, nelle sue diverse componenti, quanto quello fra individui. Kaës si riferisce ad individui e non soggetti denunciando di fatto una crisi del processo di soggettivazione.
Tali trasformazioni vengono definite come processo e formazioni collettive “senza soggetto”. I processi che governano il sapere e la volontà umana sembrano cioè obbedire a delle causalità totalmente fortuite, o totalmente determinate, in ogni caso inaccessibili a un controllo responsabile. I processi senza soggetto sono dunque il risultato dell’azione di tutti, e perciò anonimi, inclusi, nascosti e agiti nel gruppo o nel sistema a-soggettivo del collettivo.
Processo senza soggetto e società degli individui hanno un ruolo attivo nella strutturazionedellavita psichica,in particolare sull’attività di simbolizzazione e di soggettivazione, ovvero sul pensiero che lavora per restituire un senso alla complessità. E’ questa attività di simbolizzazione che permette di elaborare la dispersione, l’eterogeneità e lo scarto tra l’esperienza del mondo interno equella dell’ambiente, la tensione tra processo senza soggetto, e soggettivazione. E’ proprio su questa tensione, sostiene Kaës, che il lavoro psicoanalitico apre uno spazio specifico.La tensione critica,o addirittura catastrofica, tra questi tre poli è ciò che costituisce una parte dominante del malessere nella cultura del nostro tempo. Ritiene quindi che nel lavoro con i pazienti, questi tre vertici vadano tenuti a mente per poter discernere quale sia, per quello specifico paziente, maggiormente attivo e tale quindi da esitare nel suo personale malessere, e, seguendo il nostro vertice, in aspetti violenti, e quindi forse anche in una esacerbazione di aspetti per altri versi fisiologici.
Le istanze collettive d’altronde formano i metasetting e i garanti, senza i quali non può emergere, strutturarsi e crescere, la vita psichica. Miti e ideologie, credenze e religione, autorità e gerarchia sono i garanti metasociali (Touraine, 1965; 1992) e la loro funzione è di garantire una sufficiente stabilità alle formazioni sociali e attraverso ciò di dotarle di una legittimità incontestabile. Se e quando questi garanti si trasformano, per l’effetto della industrializzazione, dell’urbanizzazione e dei conflitti sociali, le società sono esposte a nuove gravi instabilità. Le grandi ideologie e le religioni del progresso non strutturano più le certezze, i sistemi di rappresentazione, i valori e gli orientamenti dell’azione collettiva: in queste condizioni le leggi e le proibizioni che regolano i rapporti sociali e interpersonali diventano sfumati, contraddittori, paradossali e inefficaci. Sono svalutati.
Numerose espressioni mentali della postmodernità producono dei significati paradossali, in seno ai quali coesistono i contrari, oppure rivendicano l’assenza di riferimenti privilegiati. Nuove congiunture storiche ridefiniscono il “disagio nella civiltà” e, correlativamente, la strutturazione e i disturbi della vita psichica.
Col venir meno dei garanti metasociali, viviamo la trasformazione critica delle grandi matrici di simbolizzazione che sono la cultura, la creazione artistica, gli orientamenti di senso, in breve, tutte le conquiste della sublimazione e che Freud ha chiamato nel 1929 il lavoro culturale (die Kulturarbeit).
Questi sconvolgimenti mettono fortemente in causa l’identità dei gruppi e delle collettività, ma anche i processi di socializzazione degli individui.Insieme cause ed effetti, la violenza sociale e individuale, l’esclusione, le condotte devianti, la marginalità, sono l’espressione manifesta della crisi dei garantimetasociali e,di conseguenza, dei progetti sufficientemente condivisibili per costituire una dinamica sociale creatrice di nuovi processi di socializzazione.
Le società postmoderne vivono questi cedimenti e questi fallimenti come generatori di incertezza negli orientamenti identitari di appartenenza, nei distintivi simbolici, nella funzione e nell’affidabilità delle istituzioni, nei sistemi méta-interpretativi.
L’ipotesi con la quale Kaës lavora è quindi che i cedimenti, le disorganizzazioni e le ricomposizioni dei garanti metasociali della vita sociale, colpiscono inprimo luogo i garanti metapsichici della vita psichica. Essi sono le formazioni ei processi dell’ambiente psichico, sul quale si appoggia e si struttura la psiche di ognuno, sono costituiti essenzialmente dai divieti fondamentali e dai contratti intersoggettivi, che contengono i principi organizzatori dello psichismo e ne vengono a formare il setting e il sottofondo.
La proposta non è di opporre il sociale allo psichico, né di trattarli separatamente, ma di tentare di articolarli. E’ questa chiave che ci sembra un buon pass-par-tout per pensare la violenza, questo perché il lavoro psicoanalitico con i gruppi, le famiglie e le istituzioni ci insegna che la vita psichica e il diventare “Io” non possono svilupparsi altrimenti che sulla base dell’esigenza del lavoro che viene imposto alla psiche dalla sua iscrizione nei legami intersoggettivi primari e nei legami sociali.
Questa iscrizione si effettua appunto attraverso un insieme di contratti, di patti e di alleanze, con natura e obiettivi diversi. Il difetto, il collasso o la disorganizzazione di questi contratti, patti e alleanze mettono in crisi i garanti metapsichici.
Tra queste alleanze, alcune sono strutturanti: il contratto narcisistico, il contratto di rinuncia alla realizzazione diretta dei moti pulsionali, il contratto con la funzione paterna e quello tra fratelli. Questi patti e contratti riposano sui divieti fondamentali, implicano una co-rimozione e perciò contengono i principi organizzatori dello psichismo. Sono cofondatori dell’Inconscio. I divieti fondamentali sono implicati nella formazione delle identificazioni e dei processi di simbolizzazione, nell’accesso alla parola e al pensiero, nella trasmissione dei saperi e degli ideali, nella costituzione di una alterità interna e esterna. Quando le funzioni metapsichiche di queste alleanze strutturanti sono in crisi o falliscono, viene attaccata la capacità di essere, non si tratta solo di malessere.
La repressione delle pulsioni non basta. Il lavoro della cultura è una conquista sulle pulsioni distruttive e sul narcisismo. Ogni volta che il narcisismo è gravemente minacciato, queste conquiste sono messe in pericolo. Tuttavia né la repressione né i divieti fondamentali, né il lavoro della cultura riescono a mettersi al servizio del “progetto civilizzatore”, secondo l’espressione di Freud, se le alleanze non sono sufficientemente stabilite.
Alcune alleanze sono difensive, come il patto denegativo, ed altre comportano una deriva patologica, è il caso del patto di diniego in comune e del contratto perverso.
Lo spazio psichico comune e condiviso dai membri di una famiglia, di una coppia, di un gruppo o di un’istituzione, contiene delle formazioni metapsichiche di questo tipo. Queste formazioni sono sensibili alle strutture profonde della vita sociale e culturale. Tutte queste alleanze sono decisive nella formazione dei legami intersoggettivi sufficientemente strutturati e stabili, condizione necessaria alla costruzione di quello che Piera Aulagnier (1975) ha chiamato “lo spazio dove l’Io può avvenire”.
In questo contesto, così significativamente rappresentato, l’esperienza psicoanalitica tende a rivalutare l’importanza della storia personale dello sviluppo del paziente e quella del futuro come prospettiva aperta al cambiamento. La terapia deve quindi aiutare a ricostruire una narrazione coerente che dia senso all’esperienza del soggetto nel tempo.
I cambiamenti significativi del disagio hanno ricevuto nel tempo l’attenzionedei clinici al lavoro.
E del 1984 un prezioso contributo di Eugenio Gaddini: “Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni”, con la disamina relativa al cambiamento nella psicopatologia dei nostri pazienti.
Mentre è del 2019: “Nuove forme psicopatologiche in un mondo che cambia: una sfida per la psicoanalisi del XXI Secolo”, di Stefano Bolognini.
Le trasformazioni necessarie della pratica psicoanalitica rispetto alla fenomenologia moderna richiedono perciò un rinnovamento profondo delle sue metodologie e dei suoi obbiettivi. La psicoanalisi deve diventare più attenta all’esperienza soggettiva immediata, all’impatto delle nuove tecnologie, allacrisi della temporalità, alla fluidità dell’identità e alla nuova complessità relazionale.
Al di là della collocazione epistemologica, che comporta per noi uno stress identitario legato, a sua volta, a timori, pregiudizi e, in definitiva, ad opposizioni varie alla diffusione e alla penetrazione sociale della nostra disciplina; ma che appare parzialmente risolto con la partecipazione alle nuove configurazioni del discorso complessivo sulla scienza e sulle scienze, le trasformazioni più utili riguardano l’estensione del setting dell’esperienza psicoanalitica di comprensione e di trasformazione dall’individuo, alla coppia, ai gruppi e alle istituzioni in sofferenza. Estensioni paradigmatiche e pragmatiche già in uso da anni ma che attendono un riconoscimento unanime da un establishment peraltro difficile da identificare.
E’ soprattutto necessario il pieno, particolareggiato, riconoscimento del metodo e dei fattori euristici e trasformativi in esso.
Metodo che, a sua volta, consiste in un protocollo complesso di osservazione e di intervento che risponde ancora alla primaria definizione che Freud ne diede nel ‘22:
«1) procedimento per l’indagine dei processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) metodo terapeutico (basato su tale indagine) dei disturbi nevrotici; 3) una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica» (Freud, 1922, p.439).
Il nostro metodo, dunque, e le sue complesse e sofisticate funzioni, disciplinate dalle nostre teorie di riferimento e dalle operazioni (la techné) che le attivano, rimane il vero ambito dei nostri approfondimenti e del nostro confronto.
La ricchezza incrementale dei modelli, proposti nel tempo, rivela certamente la creatività della ricerca psicoanalitica, l’estensione dello psichico nella storia, nel gruppo e nel sociale, ma anche la difficoltà della formulazione dell’aspetto “oggettivo”, scientificamente evidente, a fondazione di tale psichico.
L’ampliamento delle esperienze cliniche, delle ricerche interdisciplinari e delle riflessioni teoriche, assieme alla complessità del mondo moderno, tendono infatti a trasformare continuamente i paradigmi e le posizioni teoriche e tecniche.
Verso la fine della sua vita e della sua avventura culturale e scientifica Freud,ha impresso alla disciplina da lui fondata una significativa svolta metodologica, gravida di conseguenze tutt’ora operanti nella pratica in tutti i contesti nei quali si tenta di declinarla.
Nel suo scritto Costruzioni nell’analisi (Freud, 1938), sulla scorta dell’indagine ricostruttiva operata sul Mosè (Freud,1934-38) aveva esplicitato la funzione della “costruzione” che tende ad assumere progressivamente una netta supremazia rispetto all’interpretazione, fino ad allora ritenuta la via regia dell’intervento.
Questa esplicitazione promuove uno spostamento paradigmatico del baricentro del processo analitico, nel riservare alle costruzioni psicoanalitiche un ruolo primario. Queste ultime possono essere concepite infatti come processi transizionali, infinitamente più ampi, profondi e complessi delle interpretazioni.
Si tratta di una svolta teorica e metodologica di ampia portata che, adombrando le considerazioni del costruttivismo sociale, aggiorna di fatto la concezione euristica della psicoanalisi così come la sua collocazione epistemologica. Con un orientamento quindi verso il superamento della dicotomia scienza/ermeneutica, in linea, di fatto, con la “svolta relativistica” della epistemologia contemporanea. (Antiseri, 2017; Martini, 2005; Civitarese, 2024).
Le modificazioni, inoltre, portate dalla sensibilità postmoderna alla nostra disciplina, avrebbero precisamente prodotto una maggiore enfasi sulla natura costruttiva dell’esperienza analitica. Esperienza che di fronte alla complessità della clinica contemporanea è chiamata alla necessità di continuare a riflettere sui suoi postulati fondamentali alla ricerca di “un ampliamento meta psicologico del paradigma dell’ascolto psicoanalitico” (Bastianini, 2024).
Il metodo analitico si sostanzia dunque di elementi intrinseci ed estrinseci e si giova, certamente, dell’umanesimo complessivo dell’analista, ovvero della sua capacità affettiva e semiotica. La situazione analitica ed il metodo adoperato si combinano nell’esperienza analitica: informano lo spazio-tempo in cui avviene, qualificano la presenza e l’assetto dell’analista, l’offerta dell’ atteggiamento ricettivo, dell’ascolto, della propria empatia mentale, della teoria di riferimento e della sua sincera partecipazione, assieme alle regole e alle procedure che strutturano la natura dell’incontro (Barnà, 2024).
La particolare e sofisticata ricchezza protocollare di cui oggi disponiamo consente quindi l’estrinsecazione dei fattori terapeutici in grado di affrontare gli aspetti disadattavi di molte configurazioni psicopatologiche tradizionalmente meno trattabili: ciò aumenta in modo significativo la capacità del nostro dispositivo di intervenire in contesti di cura nuovi e diversi rispetto al trattamento individuale tradizionale (Bastianini, 2018; Moccia, 2018).
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Abstract
Al di là delle suggestioni fideistiche che assegnano al Sapiens una designazione ed una collocazione particolari e privilegiate nel Creato, in realtà la Specie è sopravvissuta e si è declinata da sempre nell’ambiente naturale in termini di estrema precarietà, misurata da condizioni ed habitat piuttosto impegnativi per la sua stessa sopravvivenza e che hanno messo duramente alla prova le sue capacità di adattamento e resilienza.
Finora è comunque sopravvissuta con adattamenti e scelte estreme e mutevoli; esprimendo a pieno la sua natura specifica e le dotazioni culturali che ne hanno determinato la civiltà o le civiltà relative.
Nel corso di tali civiltà la psicoanalisi intraprende il suo percorso teorico e pragmatico, avviato dalle formulazioni di Freud, in un’epoca di pienamodernità e di preparazione alla postmodernità.
Intendiamo con tali termini le tendenze e le realizzazioni socio-culturali del Novecento e del terzo millennio.
Il percorso della modernità, e da essa alla postmodernità, comprende vistose trasformazioni dei costumi e delle determinanti sociali.
Tali trasformazioni incidono sulle domande e le forme di malessere che vengono rivolte all’opera e alla competenza dello psicoanalista.
Vorremmo quindi svolgere una disamina delle mutate condizioni socio-culturali e delle forme del disagio che giungono alla nostra osservazione per orientarci rispetto ad una adeguata modellistica teorico-clinica ed operativa, per una più precisa comprensione cioè della domanda che ci raggiunge e delle risposte che il nostro metodo può porgere alla suddetta domanda.
Precisando quindi che la nostra disciplina consiste appunto in un metodo che si riferisce ad una complessa teoria in divenire, con un proprio assetto operativo che rintraccia fattori terapeutici, specifici e riproducibili, i quali attengono adun risultato evolutivo nell’ambito specifico della mentalizzazione, e che esita in una comprensione adattiva del soggetto del proprio “essere nel mondo”.
La “scoperta” dell’inconscio, la teoria dello sviluppo psico-sessuale dell’individuo e i modelli proposti dell’apparato psichico collocano la psicoanalisi nel panorama delle ricerche sull’evoluzione, sull’ominazione, sulla mentalizzazione e sulla comparsa delle funzioni della coscienza e dell’autocoscienza.
L’ampliamento delle esperienze cliniche, delle ricerche interdisciplinari e delle riflessioni teoriche, assieme alla complessità del mondo moderno, tendono infatti a trasformare continuamente i paradigmi e le posizioni teoriche e tecniche. La particolare e sofisticata ricchezza protocollare di cui oggi disponiamo consente quindi l’estrinsecazione dei fattori terapeutici in grado di affrontare gli aspetti disadattivi di molte configurazioni psico patologiche tradizionalmente meno trattabili: ciò aumenta in modo significativo la capacità del nostro dispositivo di intervenire in contesti di cura nuovi e diversi rispetto al trattamento individuale tradizionale.
Parole chiave: modernità, post-modernità, determinanti socio-culturali, crisi delle narrazioni, narcisismo
Beyond the fideistic suggestions that assign Sapiens a particular and privileged designation and position in Creation, in reality the Species hassurvived and has always declined in the naturalenvironmentin terms ofextreme precariousness, measured by conditions and habitats that are rather challenging for its very survival and that have severely tested its capacity for adaptation and resilience. So far, however, it has survived with extreme and changeable adaptations and choices; fully expressing its specific nature and the cultural end owments that have determined its civilization or relative civilizations. During these civilizations, psychoanalysis undertakes its theoretical and pragmatic path, initiated by Freud's formulations, in an era of full modernity and preparation for postmodernity. With these terms we mean the socio-cultural trends and achievements of the twentieth century and the third millennium. The path of modernity, and from it to postmodernity, includes conspicuous transformations of customs and social determinants. These transformations affect the questions and forms of discomfort that are addressed to the work and competence of the psychoanalyst.
We would therefore like to conduct an examination of the changed socio- cultural conditions and forms of discomfort that come to our observation in order to orient ourselves with respect to an adequate theoretical-clinical and operational modeling, for a more precise understanding of the question that reaches us and of the answers that our method can offer to the aforem entioned question.
Specifying therefore that our discipline consists precisely in a method that refers to a complex theory in progress, with its own operational structure that traces therapeutic, specific and reproducible factors, which pertain to an evolutionary result in the specific field of mentalization, and which results in an adaptive understanding of the subject of his own "being in the world".
The “discovery” of the unconscious, the theory of the psycho-sexual development of the individual and the proposed models of the psychic apparatus place psychoanalysis in the panorama of research on evolution, on homination, on mentalization and on the appearance of the functions of consciousness and self-consciousness.
The expansion of clinical experiences, interdisciplinary research and theoretical reflections, together with the complexity of the modern world, tend to continuously transform paradigms and theoretical and technical positions. The particular and sophisticated protocol wealth that we have today therefore allows the manifestation of therapeutic factors capable of address ing the maladaptive aspects of many psychopathological configurations that are traditionally less treatable: this significantly increases the capacity of our device to intervene in new and different treatment contexts compared to traditional individual treatment.
Keywords: modernity, post-modernity, socio-cultural determinants, crisis of narratives, narcissism