Mercoledì, Febbraio 28, 2024

Giorgio Campoli: "Psicoanalisi e Tennis", 2022

Se Psicoanalisi e Vita è stato il titolo della giornata scientifica che il 15 gennaio scorso il nostro Centro ha dedicato alla vita e alle opere di Lydia Pallier e Giulio Cesare Soavi, propongo, per quanto riguarda Soavi, un altro binomio: Tennis e Vita.

Il tennis è sport tra i più praticati dagli psicoanalisti, e tra i più presenti nelle illustrazioni cliniche; lo incontriamo tra l’altro come metafora di alcuni aspetti della relazione analitica, dell’assetto interno dell’analista, di alcuni costrutti teorici sul funzionamento psichico. Attualmente sul PEP Archive si trovano 971 items nei quali il tennis è a vario titolo menzionato; cito solo alcuni Autori: K. Abraham, J. Bowlby, B. Boyer, G. Civitarese, W. Bucci, A. Ferro, M. Klein, F. Lachmann, R. Langs, J. Laplanche, L. Rangell, H. Rosenfeld, D. W. Winnicott.

Il tennis non è uno sport di contatto; prevede spazi definiti; la partita non prevede una durata stabilita; si fonda sull’acquisizione di differenti e complesse tecniche: la racchetta impugnata a seconda che ci si appresti a giocare un dritto o un rovescio di rimbalzo, un servizio, una volèe, una demi-volèe, ecc. La riuscita si basa su condotte di gioco favorite, oltre che dalla padronanza della tecnica – ad esempio le differenti rotazioni impresse alla palla (piatto, back, top) – dalla capacità di lettura della partita: percepire le qualità dell’altro e lo stato delle proprie, ritardare o anticipare i colpi, i cambiamenti di ritmo, il contropiede, attaccare/difendersi, pazientare.

In alcune di queste caratteristiche potremmo vedere in metafora talune similitudini (nonché le evidenti differenze) con l’analisi.

Penso ai rapporti tra cornice e processo, con i limiti di spazio e di tempo della cornice e la libertà di associare liberamente e abbandonarsi all’attenzione uniformemente fluttuante, come alla durata non stabilita dell’analisi.

Al tennista sono richiesti ritmo, gambe, braccia e ‘testa’ (come si dice in gergo), velocità e resistenza, o per dirla con le nostre parole: l’integrazione psichesoma, l’interconnessione tra il non verbale e il verbale. O, in un’altra ipotesi, la tensione verso la spesso inconsapevole ricerca di tale integrazione.

Ma il tennis è anche e soprattutto gioco, gioco inteso nel senso più completo, frutto del coniugarsi del to game (giocare con regole) con il to play (giocare libero), secondo Winnicott e Modell.

Wilma Bucci, in più lavori, chiama in causa il tennis a proposito dell’armonia tra i sistemi sub simbolico e simbolico fino a citare, nel 2007, l’intervista di Federer dopo la vittoria agli U.S. Open: «Sono entrato in un’area in cui sembrava che tutto funzionasse […] e ho potuto giocare in modo incredibile».

Da un’altra prospettiva, nella quale mi riconosco, potremmo dire che era entrato nell’area della creatività.

Soavi iniziò a giocare a tennis molto presto – non ancora adolescente – nella sua Crema, con uno zio paterno maggiore di lui di appena una decina d’anni. Uno zio al quale, raccontava, lo legavano sentimenti di viva rivalità, ma che al contempo era una figura presente, vitale e attiva, per lui che fin dai primi anni di vita era vissuto con i nonni e le governanti. Sempre con lo zio, nelle estati degli Anni Trenta a Sanremo fece nuovi incontri e migliorò il suo livello, finché nei Quaranta divenne un giocatore classificato nelle graduatorie della Federazione Italiana Tennis.

Ha continuato a giocare con costanza e assiduità fino ai novant’anni, adattando il suo gioco ai cambiamenti dell’età.

Negli ultimi anni seguivamo insieme, in televisione in alcuni fine settimana, qualche torneo. Era sempre appassionato, attento, fine osservatore dei giocatori, dei colpi, delle loro personalità. E fu pochi giorni prima della sua morte che guardammo una partita dei preliminari agli Open di Australia.

Ho giocato con lui dopo la fine dell’analisi. Aveva superato i 70 anni, ma manteneva un solido livello amatoriale. Dotato dei “fondamentali”, era a suo agio in ogni parte del campo, commetteva rari errori, era in grado di giocare con tutte le rotazioni di dritto e di rovescio, sapeva attaccare e difendersi. Era paziente, elegante ed ironico.

Entrambi giocavamo il rovescio con un solo braccio, ma a me che gli dissi della mia simpatia per Ken Rosewall, ritenuto dalla critica “il migliore rovescio di tutti i tempi” e nello stesso tempo un perdente di successo per avere perso le quattro finali giocate a Wimbledon, lui rispondeva di preferire il rovescio di un vincente come Rod Laver. Ironizzavamo anche così su alcuni aspetti che avevano ‘resistito’ all’analisi. E poiché non solo in psicoanalisi guardava al nuovo [«Riconosco appieno l’indispensabilità del nuovo nell’analisi né si può minimizzare il coraggio che si richiede per osarlo e l’energia gioiosa che è capace di innescare» in Fusionalità (p. 129)], considerava il nuovo rovescio a due mani molto più efficace rispetto a quello a una mano perché, mi disse, “è come poter disporre della potenza di due dritti”, mentre io ne criticavo la scarsa eleganza.

Mi presentò il suo scritto Osservazioni sulla psicologia del tennis come una sorta di gioco. Solo successivamente mi è capitato di leggere il lavoro Psicologia dello sport (1932) di Nicola Perrotti, l’analista di Soavi.

Lascio al lettore la libertà di trovare le eventuali risonanze e dissonanze con le ipotesi interpretative di Soavi nei quattro paragrafi che compongono il suo breve articolo: Preferenze per il dritto o rovescio, Discontinuità, Rifiuto di prestare attenzione alla corretta esecuzione dei movimenti, Tendenza a perdere. Si potrebbero aggiungere ovviamente altri paragrafi ed altre ipotesi.

Un fatto è certo: per crescere nel tennis sono necessarie – insieme al pensiero, alle emozioni, alle percezioni – disciplina e ripetizione dei gesti. Ripetizione che è da intendere, come mi disse Soavi, nel senso del Mito dell’Eterno ritorno di Mircea Eliade (1968).

Ne scrisse poi, parlando della relazione analitica, nel suo “Il mito dell’eterno ritorno e la sua importanza nella strutturazione del Sé” (Fusionalità, 1990): dove egli sostiene che la mera ripetitività può mutare di registro se «L’A. può ricordare a sé stesso che il ripetitivo accudimento dei bisogni è la riedizione di gesti che furono messi in atto dai semidei o eroi dell’infanzia e che pertanto come tali sono dotati di tutta la potenza trasformativa che è contenuta in quei comportamenti originari» (p. 126-127).

Vedi anche:

Giulio Cesare Soavi: "Precisazioni sulla psicologia del tennis", 1988

Lydia Pallier e Giulio Cesare Soavi. Psicoanalisi e vita (15 gennaio, 2022). Report di Mariaclotilde Colucci

 

 

 

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