Il 6 giugno 2026 si è svolta nella sede di via Panama, la Giornata di presentazione del lavoro del Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche (CCTP) Adulti del Centro di Psicoanalisi Romano. L’incontro, dal titolo “Dalla scena di apertura all’invio: possibili evoluzioni della consultazione”, è stata l’occasione per un fecondo confronto e per la condivisione della cornice comune che definisce il lavoro che si svolge presso il CCTP adulti (che sarà chiamato nel testo in modo intercambiabile Centro clinico).
La specificità del lavoro di Consultazione nella pratica psicoanalitica
Dopo il benvenuto di Maria Giovanna Argese che presenta l’organizzazione della mattinata, Diana Norsa porge il suo saluto e un ringraziamento ai componenti del centro clinico che hanno lavorato per organizzare questa giornata, sottolineando quanto questa sia una occasione feconda per compiere una riflessione sull’attività svolta dal Centro clinico. Esprime la sua soddisfazione per la struttura raggiunta dal CCTP e i risultati che sta ottenendo. Ringrazia, inoltre, Ronny Jaffè per la partecipazione e per il tema interessante da lui scelto per il suo intervento, quello dell’uso del controtransfert nella consultazione.
Maria Giovanna Argese riprende la parola per introdurre la giornata e presentare la storia del Centro clinico, ricordando il primo gruppo che, agli inizi degli anni 90 mentre era presidente Cono Aldo Barnà, ha cominciato a lavorare su come accogliere le richieste di trattamento psicoanalitico, ponendosi domande e riflettendo intorno a temi tuttora stimolanti e confluiti poi nel libro Forme della Consultazione psicoanalitica (AA VV 2007). Ricorda la nascita, nel 2019, del Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche adulti e del suo corrispettivo dedicato a bambini e adolescenti, durante la presidenza di Gianfranco Meterangelis, mentre a guidare l’esecutivo nazionale c’era Anna Maria Nicolò. Sottolinea l’importanza delle collaborazioni con enti esterni come quella oggi in atto con il Policlinico Gemelli. Argese illustra l’attuale strutturazione del lavoro del CCTP, organizzato in piccoli sottogruppi che turnano rispetto all’assegnazione dei casi in consultazione, li discutono e curano l’invio ad un collega. Una volta al mese si svolge la riunione allargata a tutti i membri del centro clinico, attualmente 41 con 9 candidati. Questi ultimi partecipano a un gruppo di supervisione mensile condotto da Angelo Macchia.
Argese sottolinea la pregnanza emotiva del primo incontro di consultazione, durante il quale si attivano speranze e timori che riguardano paziente e analista. Sottolinea, inoltre, l’importante funzione del gruppo che permette di raccogliere e favorire l’elaborazione dell’intensità emotiva dei primi incontri. Nel gruppo si sviluppano dinamiche che sono in stretta correlazione con i conflitti, le proiezioni, le dissociazioni del paziente ed è importante poterle leggerle per la comprensione della situazione clinica, ma anche per garantire il buon funzionamento del gruppo. Evidenzia la specificità della consultazione istituzionale in cui i pazienti portano spesso una domanda non definita, che ha in sé un’aspettativa di guarigione magica. Altro aspetto di rilievo e con caratteristiche specifiche è il transfert che, all’interno di un percorso di consultazione, è preferibile che si attivi sul metodo, piuttosto che sull’analista, considerando poi l’invio a un altro collega. Argese conclude descrivendo il lavoro del centro clinico come stabile da una parte, ma anche elastico poiché si adatta alle varie e uniche situazioni cliniche, tenendo conto delle soggettività e delle diversità dei modelli personali di ciascuno, in un clima di confronto e di ricerca di punti di incontro nella clinica.
Interviene l’attuale presidente della SPI Ronny Jaffè che, raccogliendo quanto detto da Argese, sottolinea l’importanza e la peculiarità degli incontri di consultazione che è opportuno, dice, che non siano più di due o tre affinché non sia alimentato il transfert sull’analista, ma sia piuttosto favorito il transfert sul processo analitico e sul setting.
Jaffé cita tre autori: Bion che ha evidenziato l’unicità del primo incontro fra paziente e analista, Ogden che si è soffermato sulle fantasie che paziente e analista fanno già prima di incontrarsi e Winnicott che ha parlato della specificità del primo transfert, un transfert puro, non ancora contaminato dalla presenza dell’analista. Jaffè ricorda l’importanza di cogliere il modo in cui il paziente si presenta in consultazione e tutti gli aspetti sensoriali che giungono dal paziente. Accenna, dunque, al tema del pre-transfert di cui ha parlato soprattutto Green. Evidenzia come l’analista possa non riuscire a cogliere da subito tutte le proiezioni se il paziente porta aspetti molto primitivi e pulsionali che possono oscillare da aspetti di violenza ad aspetti già erotizzati. Allora, dice Jaffè, il paziente si chiede se l’analista riuscirà ad accogliere con sicurezza quello che lui porterà, sperando che l’analista non si spaventi.
Jaffè ricorda, quindi, una ricerca qualitativa sugli inizi del trattamento psicoanalitico condotta da dieci colleghi e coordinata da David Tuckett. La ricerca permise di individuare alcuni punti cruciali che caratterizzano il primo colloquio.
Il primo è la costruzione di uno spazio analitico, che consiste nel fatto che l’analista si senta analista già dal primo istante, indipendentemente da ciò che porta il paziente. Sottolinea Jaffè che non si tratta di fare una valutazione diagnostica, ma di capire come si trovano loro due in una stanza. Questo permette all’analista di comprendere con onestà se ce la farà con quel paziente o se crede sia meglio inviarlo già da subito ad un collega. Nella consultazione, in questa fase di costruzione dello spazio analitico, secondo Jaffè, l’analista ascolta il paziente oscillando fra due posizioni. Da un lato l’analista utilizza la funzione di contenimento (posizione concava come dice Bolognini) che accoglie tutto ciò che il paziente porta, senza dare necessariamente interpretazioni, ma fornendo piccole tracce per permettere al paziente di andare avanti. Dall’altro lato l’analista si attiva nella sua funzione di terzo che gli permette di condurre il paziente verso un altro analista.
Il secondo punto emerso come cruciale e che si attiva nella consultazione, continua Jaffè, è quello evidenziato da Quinodoz (2003) nel suo testo Le parole che toccano. L’analista dovrebbe trovare parole che tocchino le corde emotive del paziente, che arrivino a lui e lo aggancino. In questa fase l’interpretazione può essere utile per capire se il paziente sia in grado di fare un passaggio da un materiale grezzo verso un piano più simbolico, di passare dal discorso manifesto a un piano più profondo.
Il terzo punto emerso dalla ricerca: quando si usano le “parole che toccano”, si crea una sorpresa nel paziente, qualcosa di inaspettato. Questo è un momento importante della seduta, determina quella che viene chiamata una “turbolenza inconscia”, una turbolenza emotiva. Il paziente all’inizio può fare un lungo racconto in modo impulsivo o al contrario portare il silenzio totale, espressione di un vuoto, e il rischio è che l’analista invece di usare il proprio controtransfert, possa entrare in una delle tre variabili che vanno dalla identificazione proiettiva all’enactment fino all’agito.
L’enactment ricorda Jaffè, è possibile soprattutto nei primi colloqui in cui l’analista, soprattutto se molto giovane, pensa di dovere dire al paziente il più possibile, dargli qualcosa. Bion insegna il concetto di capacità negativa che significa non sentirsi constretti a dare per forza un’interpretazione, ma che vuol dire potere dare una restituzione senza fare interventi continui.
Jaffè, conclude il suo lavoro con una nota sull’enactment. Ricorda come enactment significhi che, di fronte ad un paziente che in seduta si arrabbia molto, l’analista non regge e si arrabbia a sua volta, ma in un après coup se ne accorge e comprende il motivo per cui si è arrabbiato e cosa sia successo. Se fosse un acting in, l’analista non se ne accorgerebbe e questa è la differenza. L’enactment ha la funzione di favorire un passaggio interiore verso qualcosa di molto profondo che è accaduto tempo fa. Jaffè cita, infine, le due scuole di pensiero sull’enactment. Quella anglofona che sostiene che esso sia ubiquitario e sempre presente insieme al controtransfert e che dobbiamo prenderne atto, parlarne e avere in mente cosa sia accaduto nel primo incontro per fare nel secondo incontro una buona restituzione. E quella francese per cui, invece, l’enactment è una distorsione analitica. Per i francesi conta la possibilità di lavorare con la parola per entrare in un piano simbolico, se la parola non fa questo sono enactment di parole.
La ricerca e la clinica: il gruppo di ricerca sulla Consultazione psicoanalitica
La mattinata è poi continuata con la presentazione di Emidio Masina del lavoro del Gruppo di ricerca sulla consultazione psicoanalitica inaugurato nel Centro clinico appena sei mesi fa, coordinato da Maria Giovanna Argese e di cui fanno parte oltre Masina stesso, Maria Clotilde Colucci, Valeria Gubbiotti, Francesca Fabiani, Stefano Lussana, Veronica Nicoletti e Donatella Verrienti. Il lavoro del gruppo si è articolato prima in una ricerca bibliografica, per esplorare lo stato dell’arte della consultazione, e poi nella discussione approfondita di un caso clinico che sarà illustrato nella mattinata da Maria Clotilde Colucci.
Masina ripercorre le osservazioni di vari autori che hanno affrontato il tema della consultazione, argomento poco trattato in letteratura. Ricorda come la consultazione rappresenti l’embrione di un progetto terapeutico in cui i bisogni del paziente possono trovare un’articolazione di prima pensabilità (Nicolò, 2007), consentendogli di passare da un ruolo di richiesta all’assunzione della propria responsabilità (Bonfiglio, 2007) e come lo psicoanalista viva una “tempesta emotiva” suscitata dall’incontro con l’estraneo, ma anche dalla pressione di una domanda oggi sempre più ampia, confusa e indecifrabile. Dall’analisi accurata condotta dal gruppo di ricerca sul tema della consultazione, si possono identificare due gruppi, chi distingue nettamente il momento della consultazione da quello dell’analisi - il primo, caratterizzato dalla funzione valutativo-diagnostica, il secondo, da quella terapeutica - e chi tende a sottolinearne la continuità, perché entrambi centrati su un processo trasformativo che produce significato analitico. C’è accordo, invece, sull’idea che il terapeuta consultato debba riuscire a trasmettere al paziente il senso delle opportunità che il trattamento analitico può offrire. Masina evidenzia come nei primi colloqui si lavori con un setting transitorio e instabile che offre un minor contenimento rispetto alle proiezioni e alle risposte emozionali sia del paziente che dell’analista che può sperimentare una crisi identitaria o essere più facilmente portato a compiere un enactment della relazione oggettuale interna del paziente. L’assenza di un setting consolidato, inoltre, rende più alto il rischio di interventi suggestivo/seduttivi, (Carli e Paniccia, 2003; Freud, 1918). I rischi di un esito insoddisfacente dei primi colloqui si collocano su due poli: sul primo, l’analisi può essere proposta a pazienti che non possono beneficiarne e dall’altro vi è il proseguimento della consultazione troppo a lungo che esita in una psicoterapia più blanda, per impegno e numero delle sedute.
Sul piano della riflessione clinica intorno a un caso, il gruppo di ricerca ha funzionato come terzo capace di collaborare con la terapeuta nel cogliere la dinamica legata al transfert e al controtransfert dei tre colloqui di consultazione e dell’invio. La riflessione è partita dall’ipotesi che il materiale portato in consultazione rappresenti una sorta di precipitato delle aspettative andate deluse nelle sue relazioni e del tentativo di riproporle nel rapporto con lo psicoanalista perché vengano esaudite. Il gruppo di lavoro si è chiesto come si organizzi la domanda del paziente prima di arrivare in consultazione, quali siano i criteri che possono facilitare la rilevazione dei nessi fra la sfera intrapsichica del paziente e quella intersoggettiva e come utilizzare al meglio la consultazione per individuare i momenti significativi che l’hanno preceduta e che ancora non la presupponevano.
In risposta a tali domande è stata costruita una griglia composta da cinque dimensioni:
1. Fattori che caratterizzano l’invio in consultazione e al trattamento successivo, dimensione che riguarda la decodificazione delle modalità e delle motivazioni dell’invio del paziente che possono pesare sul successivo invio.
2. La scena di apertura che ha a che fare con le modalità scelte dal paziente per entrare nella consultazione e che possono rivelare indizi preziosi per capire il senso della sua domanda conscia e inconscia
3. Transfert e controtransfert diffusi, cioè distribuito fra vecchi e nuovi oggetti, vicino a quello che diversi autori definiscono “pre-transfert” o “spunti di transfert”.
4. Transfert verso l’istituzione psicoanalitica usata come potente oggetto simbolico che può contenere l’angoscia persecutoria e depressiva oppure consentire di evacuarla
5. La domanda: motivazione conscia e inconscia. Domanda intesa come espressione del fallimento dei processi collusivi consolidati in precedenza e che attiva la ricerca di un nuovo punto di equilibrio.
In continuità con questo intervento Maria Clotilde Colucci ha poi presentato un caso clinico, illustrando nella tecnica il lavoro del gruppo di ricerca. Ha messo in luce la funzione di garante che il Centro clinico può assumere rispetto a qualcosa che il paziente deposita, i suoi bisogni che consegna all’istituzione. Evidenzia così come il CCTP sia un luogo non solo di incontro, ma anche un luogo affidabile e presente che permette al paziente di elaborare la propria domanda seguendo i propri tempi. La dott.ssa Colucci declina poi il caso clinico attraverso la griglia presentata dal dott. Masina e creata dal gruppo di ricerca. Il gruppo ritiene che là dove non ci sia tempo né spazio per formulare e giungere ad una comprensione e interpretazione del paziente, l’analista mette più in gioco la propria soggettività e l’enactment è il frutto di una risposta agita che coglie i contenuti emotivi dell’incontro, prima che ci sia stata una possibilità di lettura della dinamica in gioco.
Il lavoro del Centro di Consultazione e Terapie Psicoanalitiche Adulti: i dati e la clinica
A seguire Veronica Nicoletti tratteggia una fotografia del lavoro del centro clinico, realizzata sulla base dei dati racconti nel 2024 e 2025 dagli analisti afferenti al CCTP attraverso la compilazione di alcune schede tratte dal PDM-2. Riporta che nel 2024 sono giunte 73 richieste di consultazione di cui due di coppia, mentre nel 2025 ne sono giunte 82, di cui sei di coppia. Le richieste provengono prevalentemente da donne, ma con un aumento delle richieste da parte di uomini. L’età più rappresentata è quella dei 40-65 anni e con un alto livello di scolarità. Nella maggior parte dei casi sono stati svolti due colloqui di consultazione e nella quasi totalità si è giunti a un percorso terapeutico. I trattamenti si svolgono nella maggior parte dei casi a due sedute per le richieste del 2024, mentre è aumentato il numero di trattamenti che si svolgono a una sla seduta per le richieste del 2025. Rispetto alla diagnosi clinica che sostiene la richiesta di aiuto, sono state riscontrati soprattutto casi di depressione, depressione ansiosa e ansia. Quello che si evidenzia da un anno al successivo è l’aumento di condizioni leggermente più patologiche, anche se restano sempre prevalenti i casi con funzionamento definito nevrotico, a fronte di setting che diventano meno intensivi. Questi dati pongono, dunque, l’interrogativo di come lavorare in situazioni più gravi, ma con pazienti meno disponibili a lavorare in un setting a più sedute.
La seconda parte della mattinata è stata caratterizzata da una profonda e attenta riflessione clinica con i lavori presentati da Geltrude Verticchio, Anna Valbusa, Sabrina Gubbini e Francesca Fabiani. Nei loro interventi hanno posto l’accento sulla corrente transferale e controtransferale che si crea in consultazione e sulla necessità che l’analista che riceve l’invio ascolti il controtransfert del collega che fa la consultazione. Hanno sottolineato come il vissuto transferale sia legato al transito da un analista all’altro nel processo di consultazione e come sia necessario di volta in volta capire quale sia il momento adeguato per l’invio che acquista significato sulla base della specificità del paziente. In alcuni casi è necessario che l’analista sia in grado di tenere il tempo del passaggio dalla fase di consultazione alla terapia. La riflessione ha messo in luce anche quanto l’istituzione possa farsi garante del legame e reggere l’ambivalenza del paziente rispetto all’investimento nel processo analitico.
L’esperienza di collaborazione con il Policlinico Gemelli
La mattinata è continuata con la presentazione dell’esperienza di collaborazione tra la SPI e il Policlinico Gemelli di Roma. In particolare, Ornella Filograna ha presentato il lavoro di collaborazione che si svolge da alcuni anni fra un gruppo di colleghi del centro clinico, composto dalla stessa Filograna, Clelia De Vita, Teodosio Giacolini, Maddalena Robbiony, Nino Sorce e Anna Valbusa e il Gruppo del Gemelli presieduto da prof. Rinaldi con cui collaborano vari specializzandi di psichiatria. Gli incontri mensili fra i due gruppi permettono di discutere di pazienti che afferiscono alle due istituzioni perché inviati al CCTP dall’ambulatorio del Gemelli. Spesso si tratta di pazienti con problemi di dipendenze o disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Ornella Filograna riporta che da un paio di anni è stato formulato un accordo di collaborazione scientifica fra i due centri romani e la scuola di specializzazione di psichiatria del Gemelli diretta dal prof. Sani. Interviene, quindi, Lucio Rinaldi, psichiatra, che ricorda come già da alcuni anni è in atto il progetto di collaborazione tra le Aree Cliniche del Servizio di Psichiatria del Policlinico Gemelli e il CCTP, sia il gruppo B/A sia quello Adulti. Sottolinea come si sia attivata una influenza reciproca, gli psichiatri si sono abituati ad ascoltare un altro linguaggio e hanno trasmesso qualcosa della loro esperienza e del loro modo di accogliere i pazienti. Rinaldi descrive la specificità del lavoro di consultazione che parte dall’ospedale. Cita Ferrari che sostiene che la mente sia una funzione del corpo che si è resa autonoma, ma che porta con sé le tracce della propria origine somatica; il sintomo, in tal senso, sarebbe il lugo del fallimento di questa autonomia in cui il corpo riprende la parola. Cita, inoltre, Allan Schore (2003) che afferma che la regolazione somatica si costruisce all’interno della relazione con l’altro, per cui lo sviluppo del Sé dipende dalla regolazione interattiva tra i sistemi nervosi del bambino e del caregiver. Quando questa co-regolazione fallisce, l’esperienza emotiva tende a restare inscritta nel corpo e il sistema somatico continua a funzionare come principale modalità di regolazione e comunicazione del disagio. Rinaldi ricorda anche Tronick per il quale la regolazione diadica è la co-creazione di stati affettivi condivisi che espandono la capacità di entrambi i partecipanti di contenere e trasformare l’esperienza emotiva. Rinaldi sottolinea quanto queste teorie si rivelino utili con i pazienti che si presentano in ospedale ponendo all’attenzione dei medici un corpo sottoposto alla pressione del disagio emotivo e dove il paziente porta un sintomo nella speranza di incontrare una mente che sappia accogliere e aiutare a pensare ciò che non è stato simbolizzato. L’ascolto attento del paziente può avviare esperienze crepuscolari di mentalizzazione e offre l’occasione di evidenziare la possibilità trasformativa insita nel sintomo stesso.
Lo psichiatra descrive, quindi, il percorso fatto dal paziente e che si svolge in tre tappe: dall’Accoglienza del sintomo al Policlinico Gemelli, ai colloqui dentro il Servizio di Psichiatria sempre del Gemelli in cui avviene la costruzione di un primo spazio di intimità e dove inizia a prendere forma quello che sarà una prima elaborazione, per arrivare, infine, al processo di ascolto e di terapia del Centro clinico della SPI, approdando così in un contesto dedicato alla cura. Facendo un paragone con Paul Klee che con la sua pittura polifonica traduce le regole della musica in arte visiva, Rinaldi considera il processo di consultazione descritto come una cura polifonica in cui l’obiettivo non è l’unisono, ma l’armonia. Così, psichiatri e psicoanalisti si muovono in una dimensione polifonica in un lavoro in rete, non senza conflitti, ma vivo di confronti. Un modello integrato e multiprofessionale che tenta di tenere insieme la complessità considerando la natura multidimensionale della sofferenza umana.
Dopo di lui, Sara Barbonetti, specializzanda di psichiatria al Gemelli, presenta accuratamente un caso clinico che illustra clinicamente il percorso di collaborazione fra le due istituzioni e il delicato passaggio dall’arrivo in ospedale all’avvio di un percorso analitico, passando per i colloqui interni al servizio di Psichiatria del Policlinico.
Infine, Laura Porzio Giusto, sottolinea il grande lavoro che viene fatto presso l’ambulatorio del Gemelli da cui prende avvio il processo di fiducia che il paziente inizia a costruire verso il lavoro analitico. Sottolinea il passaggio da una istituzione all’altra che sono in continuità, ma mantengono le rispettive specificità e differenze. Citando Bollas, fa un paragone con l’idea del bambino che sente di stare in una logica che tiene.
Interventi dalla sala
L’intensità e la vivacità della mattinata sono state testimoniate dai numerosi interventi della sala.
Fabio Castriota, spera che questo lavoro faccia da apripista affinché sia dato sempre più valore alla consultazione che non deve essere figliastra rispetto al processo analitico. Sottolinea come le riflessioni sul lavoro della consultazione siano utili al lavoro analitico e crede portino un contributo utile anche a chi non è attivo nel centro di consultazione. Ricorda che a fine novembre ci sarà una giornata di confronto fra tutti i Centri psicoanalitici italiani di consultazione e auspica che il lavoro di consultazione abbia la capacità di muovere un senso identitario nella SPI che vada al di là dell’appartenenza al proprio centro. Riporta alcuni dati dei vari centri clinici in Italia in cui sono coinvolti più di 250 colleghi e sottolinea una maggiore partecipazione dei candidati, che sono il 40% a livello nazionale.
Campora ricorda il percorso fatto nelle strutture pubbliche e la similitudine con alcune delle cose dette, come la fiducia che l’istituzione deve avere nel gruppo affinché sostenga poi il lavoro del singolo operatore con il paziente. Ricorda il lavoro fatto nelle istituzioni pubbliche e il contatto on la patologia grave, con il vuoto che può fare emergere strutture difensive o contenere, con il gruppo, un processo che sa attendere e aiutare il paziente a pensare. Ritiene che le istituzioni siano di due tipi: quelle che applicano procedure e quelle che lavorano per promuovere gruppi funzionanti.
Stefano Lussana chiede se per Transfert sul metodo si intenda il transfert istituzionale. Il transfert sul metodo fa pensare al setting interno e esterno. Porta una sua esperienza evocativa della difficoltà di stare rispetto a ciò che è ignoto, rispetto all’alterità e alla diversità.
Luigi Solano sottolinea la ricchezza della giornata e riprende il lavoro della dott.ssa Colucci che ringrazia per la generosità del suo intervento. Sottolinea quanto sia importante quello che il consultante può fare per favorire l’invio all’analista e come debba prima di tutto elaborare la difficoltà di separarsi dal paziente dopo due incontri. Non solo attenzione al transfert del paziente verso il consultante, quindi, ma anche attenzione a quello che si muove dentro il consultante.
Ornella Filograna esprime la soddisfazione per la giornata frutto del lungo lavoro negli anni del Centro clinico. Riprende il tema delle caratteristiche dell’ascolto che non va inteso come ascolto passivo. Per ascolto lei intende la capacità di sintonizzarsi con il paziente, che significa che l’analista si mobilita nei suoi aspetti più profondi. La sintonizzazione significa una comunicazione di tipo anche emotivo che influenza vicendevolmente paziente e terapeuta. Rispetto alla domanda posta da Stefano Lussana, ipotizza che il transfert sul metodo possa in effetti riferirsi al setting esterno e interno. L’identità psicoanalitica ci permette di avere fiducia rispetto allo strumento psicoanalitico così che possiamo comunicare al paziente la fiducia nel collega a cui inviamo, sapendo che anche lui condivide quello stesso strumento. Sottolinea anche il processo di lutto che il consultante deve fare per permettere al paziente di accedere all’invio.
Chiude la giornata Ronni Jaffè che ringrazia per la giornata, affermando di avere trovato passione. Rispetto al transfert sul metodo, crede che un paziente arrivi in un centro di consultazione perché lo sente come più rassicurante, forse anche spaventato da un incontro intimo a due. All’interno di questo, ci sono due tipi di pazienti. Quelli che non sanno nulla di psicoanalisi e che investono sul luogo e per i quali l’investimento sul metodo psicoanalitico dipenderà poi dal lavoro dell’analista. Con questi si costruisce con il paziente l’idea del metodo. Ci sono poi pazienti che il metodo già lo conoscono e vanno aiutati ad accoglierlo. Sottolinea la ricchezza del lavoro clinico presentato che ha offerto spunti sul tema del tempo dell’invio e sul tempo della richiesta di aiuto. Rimarca, infine, il lavoro di collaborazione feconda con il Gemelli che costituisce un doppio contenitore allargato, utile per il paziente per uscire dalla dimensione solo sintomatologica ed essere considerato nella sua complessità psichica e relazionale.