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Bonaminio V., Di Renzo M. - "Queste angosce non sono le mie" (2011)

Il lavoro clinico con gli adolescenti:

le modificazioni della tecnica

SABATO 19 -  DOMENICA 20 NOVEMBRE 2011


 “Queste angosce non sono le mie”

La lotta per integrare sensazioni “estranee” ed affetti “alieni”

Materiale psicoanalitico da un adolescente con confusione di identità di genere.

 

Vincenzo Bonaminio* Mariassunta Di Renzo

Back  to the future!

La scena si apre con una carrellata sugli orologi che ingombrano la stanza: segnano tutti la stessa ora. Il problema del tempo è così posto subito in primo piano come l'asse intorno a cui si svolge l'intera trama della storia.

Il viaggio del protagonista a doppio senso nel tempo che progressivamente si trasforma in una sorta di circolarità a spirale, in cui il presente ed il futuro influenzano retroattivamente il passato tanto quanto il passato influenza il presente ed il futuro, è in realtà la sintassi profonda cui la fiction della trama specifica offre l'occasione per essere rappresentata.

Stiamo parlando di Ritorno al futuro, il film di Robert Zemekis. Naturalmente daremo per scontata una conoscenza dei molteplici e sorprendenti meccanismi narrativi temporali che configurano il film (ed i suoi due seguiti) come un complicato ma affascinante congegno ad orologeria.

In breve, come possiamo desumere dall'antefatto virtuale del film, Martin un tipico adolescente medio americano della metà degli anni '80, che frequenta senza entusiasmo l'high school di una piccola cittadina, ha stretto una solida amicizia con Doc, archetipico scienziato bizzarro e geniale, anche per l'insoddisfacente e deludente relazione familiare con genitori scarsamente vitali, opachi, poco consistenti, che appaiono sottrarsi tanto all'idealizzazione quanto a quella necessaria opposizione differenziante. Il regista ci introduce con efficace sintesi all'ambiente familiare, scolastico, in breve delle relazioni sociali in cui Martin è inserito.

Convocato da Doc, che vuole mostrargli la sua più stupefacente ed importante invenzione, la macchina del tempo, una DeLorian opportunamente modificata, Martin è testimone del fatto che Doc viene colpito a morte (almeno così sembra indubitabilmente a Martin e allo spettatore) da terroristi libici ai quali lo scienziato aveva sottratto il plutonio, componente essenziale del carburante per il funzionamento della sua invenzione. Per sfuggire al rischio di essere ucciso anche lui, Martin balza alla guida della DeLorian. Inseguito dai terroristi, Martin spinge la macchina al massimo, dimentico in quel momento che Doc aveva pre-impostato su una apposita speciale strumentazione una certa data. La macchina raggiunge così la velocità critica di 88 miglia all'ora, e Martin si ritrova catapultato a 30 anni prima, nello stesso luogo.

E' interessante qui notare che il meccanismo fondamentale del film è il variare dell'unità di tempo mentre l'unità di luogo, ed il presente narrativo, restano invariati.

Martin si ritrova nel passato, prima della sua nascita, ma alle radici delle sue origini individuali, e nel tentativo di ritornare al futuro entra in contatto con quegli adolescenti che diventeranno i suoi genitori, con la preistoria della sua famiglia nucleare.

La trama del film ci porta direttamente dentro la tematica epistemofilica relativa alle proprie origini. La visitazione del proprio passato rende inevitabile, oltre che rischiosa, l'interferenza con la storia già accaduta, ma questa ineludibile interferenza si risolve in una trasformazione del proprio passato. Martin contribuisce attivamente alla costruzione di una nuova storia, di una nuova narrazione.

Quello edipico è lo scenario che viene evocato come matrice della trasformazione. Il pericoloso ma sincero innamoramento, ricambiato, per quella adolescente che diventerà sua madre ed il tentativo di valorizzazione di quell'adolescente timido ed incerto della propria identità che diventerà suo padre, portano Martin all'attiva creazione e composizione di una coppia edipica, alla configurazione di una scena primaria da cui egli  potrà essere ri-generato.

In questo scenario edipico in cui si intrecciano relazioni conoscitive e relazioni oggettuali libidiche ed aggressive, i legami K, L, H di Bion, in cui si rende possibile un nuovo gioco di  identificazioni e dis-identificazioni con gli oggetti primari, Martin è in grado di generare nuove, più ricche ed articolate rappresentazioni degli oggetti interni, del Sè e delle loro relazioni.

In questa re-iscrizione interpretativa ed immaginativa della sua storia il senso di sé e dell'identità con cui lo ritroviamo al termine del film risulta modificato, ampliato arricchito, articolato.

In quel senso di fugace sorpresa e scoperta in cui lo cogliamo tornato nel futuro (cioè al presente)  quando rientra in contatto con i componenti della famiglia, vale a dire la popolazione degli oggetti interni e delle loro relazioni, che non è più quella che aveva lasciato, è possibile vedere lo sviluppo di quelle potenzialità più autentiche del Sé prima inattive, sospese. Dopo la sospensione, dopo la frattura del presente, il tempo soggettivo ha preso un nuovo, diverso corso.

l’Io visitante e i visitatori dell’Io.

Il film ci appare come una metafora fruibile a più livelli. Visualizzato come un brano del corso della vita, esso è evocativo di quelle trasformazioni adolescenziali che si possono realizzare quando esistono delle condizioni di base per lo sviluppo psichico che possono essere date per scontate, quando esiste, per dirla in termini winnicottiani, un ambiente sufficientemente buono. Per la tradizione del nostro lavoro clinico ci è impossibile guardare all’individuo per sé, senza un contemporaneo sguardo all’ambiente, inteso come qualità dell’apporto dell’altro di cui il soggetto può fruire e in cui l’individuo, appunto, diventa tale: è solo in questa prospettiva che è possibile pensare l’adolescenza come la fase di individuazione per antonomasia, la seconda  separazione-individuazione nei termini di P. Blos (1967). Questa visione che definiremmo “binoculare” sull’individuo-e-l’ambiente trova nella situazione psicoanalitica, in quanto rapporto fra due persone, l’asse centrale del cambiamento terapeutico

Se osserviamo più approfonditamente la tematica del film, scopriremo anche una ulteriore evocazione che esso ci offre sullo stesso piano. La rivisitazione da parte di Martin del suo passato, della sua storia, e la sua elaborazione e trasformazione, è resa possibile anche dal fatto che i suoi oggetti si lasciano visitare. Personificando lo scenario psichico, si può dire che c'è un Io osservante, visitante ed oggetti interni che possono accogliere questa visitazione. In termini di relazioni emozionali profonde all'interno della famiglia, l'adolescente convoca anche i suoi  genitori a rientrare in contatto con la propria adolescenza, a riviverne, talvolta a viverne per la prima volta, il significato trasformativo. Anche dalla disponibilità genitoriale a questa convocazione dipende l'esito di quel processo di continuità e cambiamento della costruzione del proprio senso di identità specifico del passaggio adolescenziale.

Possiamo immaginare che nell'altra scena, in quella complementare cioè, i genitori che Martin ritrova adolescenti sono anche genitori che ritrovano la propria adolescenza tramite Martin.

Nell’analisi, questa ineludibile “convocazione all’adolescenza” da parte dell’analizzando adolescente può essere vista come uno dei punti nodali del processo clinico o dei suoi impedimenti ed ostacoli: certo è che nell’elaborazione di controtransfert di questa specifica sfida risiede uno dei principali fattori terapeutici dell’analisi con gli adolescenti. Possiamo affermare con Baranes (1996) che gli adolescenti sono esperti nel non lasciare indifferente l’analista che li incontra, nel costringerlo a riaprire i “cantieri”  psichici rimasti fino ad allora chiusi. Come nuovo oggetto per il paziente, l’analista si  trova nella posizione impossibile di intersezione fra passato, presente e futuro. Nell’offerta di sé come polo dialettico attraverso cui l’adolescente può storicizzare la propria soggettività, l’analista deve tollerare il paradosso di essere l’ostensore di un tempo storico per l’adolescente che rivendica invece l’assoluta attualità della sua esperienza: time is on my side, “il tempo è dalla mia parte”, cantava con sfrontata ed adolescenziale onnipotenza Mick Jagger dei Rolling Stones alla fine degli anni sessanta.

Un ulteriore piano metaforico di questo film rimanda a nostro avviso ad uno dei registri in cui si svolge il processo psicoanalitico in quelle situazioni in cui all'analizzando, che alberga oggetti interni non eccessivamente rovinati, è data la possibilità - per il tramite dell'alleanza terapeutica con quella funzione che è rappresentata dal personaggio di Doc, cioè l'analista - di una esperienza di ri-metabolizzazione, di rappresentazione, di storicizzazione di ciò che gli proviene dall'apporto degli oggetti primari, genitoriali.

Converremo naturalmente sul fatto che la circolarità a spirale di questo processo è quì descritta come troppo fluida e scorrevole, troppo semplificata per rendere conto di ciò che avviene, da questo punto di vista, nel processo psicoanalitico.

Cionondimeno la finzione normativa (nell’accezione di Nietzsche) che il film offre, si presta a mettere in luce l'apporto che i fattori transgenerazionali virtualmente sempre presenti, forniscono nella costruzione trasformativa della individualità e dell'identità, in quanto elementi elaborabili ed elaborati e perciò non registrabili come tali, ma silenziosamente presenti nel discorso del paziente.

Nella clinica psicoanalitica, al contrario, il transgenerazionale compare come esito del fallimento di questa elaborabilità, come elemento, o groviglio di elementi non assimilati e trasformati, che rompono, infrangono la continuità del discorso individuale; si presentifica, il transgenerazionale, come un intruso, un alieno, un ospite non invitato, una "cisti" che si annida da qualche parte e i cui effetti sono rilevabili nel sistema difensivo organizzato per delimitarlo e circoscriverlo.

Se nella “finzione normativa” possiamo immaginare l’Io che visita i propri oggetti interni, qui, con pazienti in genere notevolmente disturbati, sono gli oggetti che diventano visitatori dell'Io [2], che reclamano spazio o silenzio collusivo, che richiedono custodia del segreto, che esprimono l'attesa che avvenga quella elaborazione che a loro non fu possibile, e spesso paradossalmente anche la pretesa che essa non si realizzi. Le potenti identificazioni alienanti di questi pazienti con questi visitatori dell'Io, quello che potremmo definire il loro personale e non trascurabile contributo alla loro formazione e al loro mantenimento, costituiscono il nodo clinico e tecnico, oltre che psicopatologico, l'intricato groviglio con il quale in quanto analisti ci troviamo a confrontarci in termini di fattori transgenerazionali.

Le patologie severe della fase adolescenziale, significativamente collegate alle problematiche dell'identità - ma ci riferiamo anche alla visione retrospettiva dell'adolescenza di pazienti adulti in analisi-  costituiscono non solo il luogo in cui questi fattori transgenerazionali assumono maggiore visibilità nel processo analitico, ma verosimilmente anche il momento in cui esse compaiono o si strutturano in modo più organizzato per l'indiscutibile specifica funzione di raccordo fra generazioni che l'adolescenza svolge nel ciclo vitale. Il caso di Osvaldo  - presentato nella ParteII intende avere questo valore esemplificativo ma non certo dimostrativo di una complessità di temi molto più articolata.

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Lo scenario edipico.

Abbiamo considerato come sia lo scenario edipico ad essere matrice dell’evoluzione e della trasformazione o, al contrario, dell’arresto e della distorsione dello sviluppo psichico nell’adolescenza.

Rivisitare il mito di Edipo, che pertanto non rimane per noi una sorta di verità psichica oracolare, dando statuto metapsicologico tanto al soggetto edipico quanto agli oggetti edipici, tenendo conto anche della dimensione narcisistica – come ci è suggerito dal concetto di configurazione edipica proposto da H. Faimberg (1993) – ci consente di ridefinire la topica psichica nel duplice orientamento intrapsichico ed intersoggettivo. Una tale prospettiva di rivisitazione di quel mito che Freud ci ha lasciato, per così dire, in eredità come metafora della complessa esperienza psichica centrale nello sviluppo della nostra vita emotiva e mentale, riflette l’evoluzione o comunque il cambiamento dei vertici da cui pensiamo l’esperienza che si genera e sviluppa nell’incontro analitico con l’adolescente.

Non è forse l’adolescente quello tra i nostri pazienti che più ci sfida a tollerare la dialettica soggettività/intersoggettività, dimensione narcisistica/dimensione oggettuale, vissuti preedipici/vissuti edipici, dialettica cruciale e decisiva per il cambiamento psichico, per l’evoluzione della costruzione del senso di identità?

Non è forse un adolescente Edipo  allorché si rivolge all’oracolo di Delfi (sul cui frontone è scritto “Conosci te stesso”) e, nel momento in cui lo interroga sul suo futuro, entra nel paradosso di dover scoprire e recuperare il suo passato per poter procedere nello sviluppo e avere un divenire personale?

E’ un adolescente Edipo che, mosso da una spinta conoscitiva, ponendo un interrogativo sul futuro, pone una domanda non espressa sulla propria identità, sulle proprie origini, sul proprio destino.

Nell’interrogativo che Edipo pone è implicito il dilemma se il futuro gli riserba il passato, se il suo futuro è il suo passato o se invece il suo futuro può generarsi dal suo passato come processo di integrazione e trasformazione.

Pensare a Edipo nella posizione dell’adolescente - che segue la sua spinta conoscitiva in modo discontinuo per le interruzioni determinate dagli agiti - viene suggerito dal mito quando ci dice che l’enigma che egli affronterà e risolverà è quell’enigma che la Sfinge pone proprio agli adolescenti alle porte di Tebe, per poter cioè avere accesso allo scenario della vita adulta, pena la morte se non c’è una risoluzione. Se consideriamo che l’enigma rappresenta una condensazione di alcune dimensioni fondamentali che caratterizzano lo sviluppo psichico: l’identità con i suoi aspetti dialettici di continuità e cambiamento, il problema della nascita e della morte, il ciclo vitale con il passaggio dalla dipendenza all’autonomia e nuovamente alla dipendenza, il tempo generazionale che comporta una propria collocazione all’interno della successione delle generazioni, allora l’adolescenza si configura come fase cruciale nel percorso di crescita, e nella costituzione del senso di Sé, nell’assunzione della soggettività. L’adolescenza in quanto luogo della riattivazione della configurazione edipica, in quanto tempo generazionale è il luogo e il tempo peculiare della trasmissione tra le generazioni.

Il valico in cui Edipo e Laio si incontrano non visualizza efficacemente proprio quella dimensione di incontro-scontro delle generazioni di cui parla Baranes (1991), che ha insito in sé un potenziale trasformativo, quale processo storicizzante, ma anche al contrario valenze antievolutive e rischi di stasi e ripetizione?

E’ in questo incontro-scontro nel momento adolescenziale che si verifica nel mito la ripetizione dell’antica ferita inferta da Laio ad Edipo ( la ruota del cocchio di Laio passa sul piede di Edipo già trafitto alla nascita dal padre che lo abbandonò sul monte Citerone)non rendendosi possibile una risignificazione e trasformazione attraverso un processo storicizzante di après-coup (Nachträglichkeit)

Se consideriamo che un mito è generato da altri miti, e a sua volta genera ulteriori miti, allora il mito di Edipo, proprio per quanto concerne l’aspetto del figlicidio-parricidio, ci diviene più comprensibile se ne vediamo la discendenza dal mito di Laio.

Laio, considerato dalla Faimberg come il paradigma del padre narcisistico, non è forse tale proprio per la ferita narcisistica e la perdita oggettuale a sua volta sperimentate, e trasmesse ad Edipo, depositate come impronte di eventi traumatici registrati nel Sé, ma non elaborati psichicamente, non simbolizzati?

Possiamo anche pensare che l’oracolo che enuncia la profezia ( il figlio di Giocasta avrebbe ucciso il proprio padre )- come una sorta di teoria delirante nel mondo interno di Laio - lo induca a un tentativo di figlicidio, automutilandosi negli aspetti di generatività e creatività , proprio per la sua esperienza infantile, per cui la morte precoce del padre viene a corrispondere realmente alla sua fantasia inconscia di averlo ucciso e di meritare la morte a sua volta dal proprio figlio.

Si può dire che il corpo di Edipo sa quello che la sua mente non conosce, non può pensare.

Edipo realizza le profezie degli oracoli, materializzando al contempo i suoi desideri e le sue angosce, e i desideri e le angosce di Laio (parricidio e incesto); mette in atto i propri vissuti inconsci intrecciati in modo indifferenziato con i vissuti inconsci del genitore trasferiti in lui, di un genitore che a sua volta ha riproposto con il figlio le proprie vicende originarie di bambino che non ha potuto elaborare e trasformare l’esperienza della configurazione edipica, nella duplice dimensione narcisistica e oggettuale, che ha caratterizzato il rapporto con i propri genitori.

In questa ripetizione tra le generazioni dei patterns relazionali, si verifica una trasmissione non solo delle paure, fantasie, aspettative, desideri, ma anche delle modalità difensive messe in atto di fronte all’angoscia, alla violenza delle emozioni, alla sofferenza psichica: operazioni quali la scissione, l’espulsione, il diniego. Come esiste una marcata scissione tra il corpo e la mente di Edipo, scissione mantenuta anche dal vissuto di estraneità del corpo adolescenziale, così non esiste una marcata scissione tra la famiglia di Tebe e la famiglia di Corinto?

Il vissuto di Laio riguardo alla genitorialità e all’esistenza e soggettività di Edipo, determina una realizzazione distruttiva.

Accade effettivamente che genitori abbandonino i loro figli, e con questo abbandono entriamo in contatto nelle nostre psicoterapie con i bambini adottati.

Ciò che vorremmo proporre è una maggiore esplicitazione di quello che può accadere nel mondo interno dei genitori e nella qualità della loro relazione con il figlio.

Edipo adottato da Polibo e Peribea non è solo il bambino rifiutato, ferito, espulso, ma concretizza anche il rifiuto e l’espulsione da parte di Laio e Giocasta di quegli aspetti personali di terrore e odio inintegrabili, non metabolizzabili; l’affidamento è a quegli aspetti ideali del Sé dei genitori, che non sanno nulla degli aspetti distruttivi, e allevano il figlio in una relazione idealizzata e idealizzante, che se si mantiene in maniera esclusiva, totale e prolungata oltre le necessità del processo evolutivo, non rende possibile che una falsa riparazione della ferita di base.

Pensiamo all’affermazione di Winnicott - nel suo lavoro “L’odio nel controtransfert” (1947)- che la madre odia il bambino prima di amarlo e prima ancora che il bambino odi la madre e prima che il bambino possa sapere che sua madre lo odia. Per Winnicott è necessario che una madre possa tollerare di odiare il suo bambino senza farvi niente; senza negare o al contrario agire questo affetto che può essere espresso e rappresentato nello spazio transizionale delle ninnananne, del gioco, e delle fiabe.

E’ nel tempo dell’adolescenza, in cui si attiva un movimento di deidealizzazione e dis-identificazione nei confronti dei genitori (la voce che insinua in Edipo il dubbio di non assomigliare ai genitori) che Edipo si trova imbrigliato nel duplice orientamento della spinta evolutiva e trasformativa alla integrazione e alla individuazione, e del mantenimento della non-integrazione e delle identificazioni alienanti con aspetti scissi e negati dei genitori.

E’ il tempo dell’adolescenza, come abbiamo già considerato, quello in cui il figlio convoca i genitori a rientrare in contatto con la propria adolescenza. Pensiamo all’immagine di Laio che ha un comportamento così provocatorio e aggressivo nei confronti di Edipo, che non può dare riconoscimento e spazio all’emergenza del movimento adolescenziale del figlio percepito - proprio in quanto adolescente - sconosciuto ed estraneo, immagine così contrastante rispetto a quella che ci propone Kohut (1977)del genitore nella situazione edipica il quale può sentire e mostrare “un luccichio di gioia e di orgoglio” di fronte ai passi del figlio verso la conquista di una capacità nuova più ricca di affetti e di assertività.

Assertività che vediamo in Edipo trasformarsi in aggressività distruttiva. Il parricidio, l’uccisione della funzione simbolica del padre, ha come conseguenza l’incesto, che mescola tutti i rapporti di generazione, e perciò tutti i rapporti logici tra predecessore e successore, tra causa e conseguenza (A. Green, 1992).

Se riguardo all’incesto siamo portati a considerare la cecità psichica di Edipo, non possiamo non pensare al contempo alla cecità di Giocasta che si configura come una madre che non vede, non riconosce nella cicatrice di Edipo un segno della sua identità, mantenendolo in tal modo figlio incestuoso, figlio originariamente generato dal suo bisogno narcisistico (Giocasta aveva concepito Edipo con l’inganno, facendo ubriacare Laio).

Il mito concentra l’essenziale del suo potere di rappresentazione, come afferma Green, proprio sulla congiunzione della trasgressione della regola delle regole, l’incesto, con il parricidio. Pensiamo che il mito paradossalmente, attraverso il suo potere di rappresentazione, ci svela gli effetti della non-rappresentazione, della non-simbolizzazione.

Le modalità intergenerazionali di scissione e diniego contribuiscono a determinare quelle caratteristiche di ambiguità, falsità che sono presenti nei personaggi del mito. Sono queste modalità che impediscono i processi di integrazione del Sé e degli oggetti, i quali non possono essere pertanto sperimentati come interi e veri, autentici, e che ostacolano la costituzione di uno spazio potenziale per il sogno.

Il mito di Edipo ci porta infatti dentro il paradosso per cui nel momento che descrive ciò che tragicamente e concretamente accade, se la scena che si svolge nello scenario del mondo interno si trasferisce nello scenario della realtà, ci indica contemporaneamente ciò che può realizzarsi come complessa esperienza organizzante del Sé solo nello spazio onirico, nello spazio psichico dell’immaginazione, della fantasia, della rappresentazione.

Analogamente l’adolescenza, in quanto luogo e tempo privilegiato della ri-emergenza della configurazione edipica e del transgenerazionale, ci porta in contatto con il critico equilibrio tra realtà e fantasia, azione e pensiero, acting e sogno, acting-out come sogno non sognato e sogno come acting-out trasformato.

Vorremmo a questo punto ricordare come Winnicott nel suo libro Sulla natura umana (1988) ritenga che nel complesso edipico, perché possa essere tale, ciascun componente del triangolo deve essere una persona intera, soprattutto per il bambino.

Inoltre nel capitolo “Realtà e fantasia” descrive la situazione edipica non solo dal versante dei bambini ma anche da quello dei genitori. E se riguardo ai bambini considera che il bambino sano diventa capace di veri sogni di sessualità genitale, descrivendone la complessa articolazione, riguardo ai genitori afferma: «Genitori che siano altrimenti soddisfacenti, possono facilmente fallire nelle cure del bambino se sono incapaci di distinguere tra il sogno e i fatti reali. Possono presentare un’idea come un fatto, oppure reagire impulsivamente ad una idea come se fosse un’azione. In effetti possono essere più spaventati dalle idee che dalle azioni. Come non pensare ai terrori di Laio nei confronti di Edipo, genitore dalle predizioni dell’oracolo, che lo spinsero all’infanticidio. Maturità significa, tra le altre cose, la capacità di tollerare le idee, e i genitori hanno bisogno di questa capacità». In un frammento degli appunti della sua autobiografia[3] Winnicott considera quanto sia difficile per un uomo morire senza un figlio che lo uccida sul piano immaginario e gli sopravviva.

Riconsiderando ora la tematica del nostro film, è possibile vedere nella scena, dalla qualità onirica, della morte di Doc, la rappresentazione edipica dell’uccisione del padre (proiettivamente attribuita ai terroristi libici che rappresentano aspetti aggressivi di Martin) che consente, attraverso la frattura del tempo, l’inizio del viaggio,  percorso soggettivante del protagonista adolescente.

Temporalità e trauma.

Proponendo la metafora del film Ritorno al futuro, l'abbiamo introdotta con l'immagine della stanza piena di orologi che segnano la stessa ora ( che è anche indietro rispetto all'ora effettiva ), per sottolineare la centralità della dimensione del tempo adolescenziale. L'adolescenza infatti, come sostiene Baranes (1991) apre ad una temporalità nuova, attraverso la trasformazione corporea, l'accesso alla sessualità adulta e alla scoperta dell'amore genitale, ma anche attraverso una serie di lutti da compiere: la perdita delle illusioni dell'infanzia, la rinuncia alla fantasia dell'onnipotenza dei genitori interni, l’abbandono della bisessualità narcisistica immaginaria, che comporta il confronto con la incompletezza, la differenza e la complementarità dei generi.

Il tempo dell'adolescente incontra il tempo dell'adulto, dei genitori, in un processo di reciproca messa in crisi - spesso catastrofica in senso bioniano - che cortocircuita i tempi e le differenze fra generazioni ( gli adolescenti fanno invecchiare i genitori ), che comporta - come abbiamo già accennato - potenzialità di cambiamento, ma anche rischi di stasi e di ripetizione.

Punti di alterazione e di arresto, da parte dei genitori, nell'iscrizione psichica e simbolizzazione di eventi e vissuti relativi alla complessità della configurazione edipica  restano attivi e traumatici, lasciano tracce non elaborabili e non elaborate che fanno ritorno, attraverso i fenomeni della ripetizione, nella realtà psichica dell'adolescente. A nostro avviso, una configurazione di questo tipo si può evidenziare, secondo quella che è la nostra esperienza,  in certe forme di patologia che insorge proprio in questa fase della vita.

Nei disturbi clinici adolescenziali ( considerando i diversi gradi di gravità ) è in primo piano proprio il problema della temporalità: la patologia può segnalare un ritardo del tempo, un suo arresto o anche una sua assenza. Negli stati borderline, e soprattutto nelle psicosi, è assente il tempo della differenziazione, dell'individuazione e personalizzazione, del divenire e del progettare con la prospettiva del futuro.

Pensiamo a questo proposito che l'esperienza psicoanalitica può ristabilire e rimettere in moto il tempo dell'adolescente, attraverso il processo della posteriorità, in cui i nuovi significati che si generano nell'incontro tra paziente-adolescente ed analista danno senso e rappresentazione posteriormente al passato che pertanto può trasformarsi (M.Baranger-W.Baranger-J.M.Mom, 1987).

Riteniamo che il riconoscimento e la comprensione condivisa con l'adolescente di alcuni traumi - come appunto quelli di eventi e vissuti non metabolizzati e non integrati dell'ambiente genitoriale - e al contempo l'analisi delle risposte psichiche che si sono verificate ( tracce mnestiche, rimaneggiamenti degli elementi traumatici, organizzazione difensiva, effetti sull'attività fantasmatica e sul funzionamento del pensiero ) possono contribuire all'attivazione di un processo di re-integrazione soggettiva della propria storia.

Si può osservare, più in generale, al di là della posizione peculiare che per quanto abbiamo appena accennato assume l'adolescenza in quanto luogo del transgenerazionale, che la maggior parte delle ricerche sulla trasmissione della vita psichica tra generazioni è - come osserva Kaes (1993) - "il frutto di un confronto clinico con organizzazioni o strutture psicotiche, borderline o narcisistiche".

Secondo questo autore, fin dall'inizio degli anni '70 le ricerche in Francia di Abraham e Torok (1978) sul lutto, l'incorporazione, la cripta ed il fantasma hanno svolto un ruolo decisivo nel rinnovamento delle prospettive della concettualizzazione in questo ambito. L'apertura di questo campo di ricerca ha fatto germinare riflessioni cliniche e teoriche sulla trasmissione dei sintomi, dei meccanismi difensivi, della sofferenza psichica, sulla organizzazione delle relazioni oggettuali, sulla costituzione della realtà interna, sulla formazione del Super-Io e delle funzioni dell'Ideale dell'Io, sulla natura stessa dell'inconscio.

Ma il contributo più peculiare è quello di aver posto l’accento sui difetti e sulla dimensione del negativo nel processo di trasmissione. La peculiarità di una trasmissione difettosa viene individuata “nell'incistamento, nell'inconscio di un soggetto, di una parte delle formazioni inconsce di un altro che viene ad ossessionarlo come un fantasma mediante l'ipoteca del mandato dell'antenato nei confronti della discendenza”.

L'entusiasmo cui sembra far riferimento Kaes per l'apertura di questa prospettiva, fu in realtà immediatamente ridimensionato nel vivace dibattito che questi contributi generarono soprattutto in Francia e che trovarono in Gilbert Diatkine (1984) un'ironica stigmatizzazione di questi analisti come chasseurs de fantomes, cacciatori di fantasmi.

Più recentemente, Baranes (1993) se nota come in quest'ultimo decennio “il transgenerazionale ha acquisito diritto di cittadinanza” in campo psicoanalitico, d'altro canto fa riferimento ai rischi di vedere risorgere “sotto il tema ‘transgenerazionale’ una doppia tematica profondamente non analitica: quella di una causalità eziologica lineare che assegna ad una precisa origine esterna certe impasse della simbolizzazione nella cura, nonché quella complementare alla precedente, di una mira riparatrice o proiettiva che infiltra ciò che diventa processo intentato ... alle generazioni precedenti piuttosto che assunzione dell'estraneo intimo in ciascuno”.

Dal rischio di una linearità semplificatoria cui l'attenzione al transgenerazionale può esporci nella comprensione dei fenomeni clinici, dovremmo essere in realtà garantiti dallo spessore della riflessione freudiana che ha messo in evidenza la complessità del fatto che il singolo individuo, pur assoggettato alla catena delle generazioni come anello di trasmissione, deve in realtà acquisire attivamente (erwerben) ciò che gli viene trasmesso attraverso l'ereditarietà psichica. Può essere indicativo, come anche Kaes (1993) nota, il riferimento in proposito alla citazione da parte di Freud (1912-13) del verso del Faust di Goethe: ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero.

Avvertiti di questo rischio di una linearità causale semplificatoria, si può tuttavia sottolineare che l'interesse in questo ambito comporta indubbiamente un'apertura di nuove prospettive sia per quanto riguarda la dimensione della epistemologia psicoanalitica, sia per quanto concerne la teoria della tecnica; promuove un ulteriore proficuo vertice di osservazione del processo psicoanalitico, al cui dispiegarsi contribuiscono con la loro relazione sia l'analizzando che l'analista, relazione in cui si articola la soggettività e l'intersoggettività; può stimolare l'individuazione delle differenze, il  confronto ed una eventuale possibile integrazione di diversi modelli concettuali.

Possono essere individuati alcuni punti nodali in cui la considerazione del transgenerazionale sembra correlabile, seppur in modo problematico,  ad ampliamenti della teoria e della clinica che fanno parte dei fronti di sviluppo attuale della psicoanalisi pur sotto differenti paradigmi clinico-teorici.

Uno di essi può essere individuato in quella più o meno radicale riconsiderazione della genesi della patologia individuale, visualizzata non solo e non esclusivamente in termini conflittuali intrapsichici, ma prevalentemente in termini di organizzazione, sviluppo e distorsioni delle relazioni oggettuali.

Un ulteriore fronte di sviluppo attuale della psicoanalisi è relativo al progressivo ridimensionamento della centralità dei processi proiettivi nella costituzione della connotazione e qualità degli oggetti interni, per porre in primo piano i processi di identificazioni proiettive reciproche crociate all'interno della relazione.

Indipendentemente dal paradigma specifico della psicologia del Sé che pure ha contribuito molto in questo senso, la maggiore attenzione al narcisismo e ai processi costitutivi dell'individualità, dell'identità, può essere descritto come un trend comune della ricerca psicoanalitica a cui di nuovo il tema del transgenerazionale si ricollega.

Infine un ulteriore nodo di sviluppo, che appare essere per altro quello più specifico della ricerca sul transgenerazionale, è relativo all'articolazione del processo di trasmissione della realtà fantasmatica inconscia da parte dell'oggetto con il processo di assunzione da parte  del soggetto e alla conseguente individuazione delle forme dei meccanismi e degli effetti di tali processi.

Se si osserva, infine, il panorama della letteratura internazionale su questa tematica[4], si nota che il riferimento all'area che genericamente può essere definita del transgenerazionale, in realtà include accentuazioni concettuali e cliniche differenti, sfumature diverse. Esse vanno dalle posizioni più "pure" ma anche più estreme che visualizzano il transgenerazionale come ripetizione incistata in un individuo di uno scenario psichico inelaborato nelle generazioni precedenti e che può essere riassunta, seppur depurata dalla sua connotazione ironica, nell'immagine proposta da Diatkine di un bambino abitato come un castello da fantasmi; alle posizioni che mettono soprattutto l'accento su quelli che personalmente definiremo, come abbiamo già proposto in alcuni precedenti lavori (1987, 1989, 1992), gli elementi inelaborati che vengono trasferiti, trasfusi - ed accolti tramite i processi di identificazione - nell'ambito del più ampio contributo del mondo interno dei genitori alla costituzione del Sé individuale Ci interessa sottolineare che indipendentemente da queste differenti accentuazioni o accezioni, ciò che comunque appare invariabilmente sottolineato riguardo ai fattori transgenerazionali, è da un lato l'elemento del trauma insito nella trasmissione inconscia e dall'altro la caratteristica di estraneità, di alienazione che si genera nell’Io del paziente.

In questi nostri precedenti lavori sopra citati, abbiamo in particolare messo in evidenza gli effetti traumatici della trasmissione della realtà fantasmatica inconscia dell’oggetto nell’organizzazione della psicopatologia in termini di identificazioni ego-aliene, soprattutto in riferimento alla concezione di Winnicott. (1969).

E’ un fatto frequente in psicoanalisi, quando si approfondiscono tematiche specifiche, come in questo caso quella del “transgenerazionale”, il rilevare che Freud, per così dire, ne aveva già parlato. Si può osservare che gran parte dei concetti classici della psicoanalisi ruota di fatto intorno al tema che oggi chiamiamo del “transgenerazionale”, che fa quindi parte di diritto del dottrinale psicoanalitico e del suo sviluppo. Fra le molteplici, possibili citazioni del testo freudiano, scegliamo di concludere con il riferimento alla sua teoria del processo di identificazione (1923), e specificamente dell’origine e della “formazione dell’ideale dell’Io …dietro [al quale] si cela la prima e più importante identificazione dell’individuo, quella col padre [o meglio “con i genitori” come aggiunge in nota] della sua preistoria personale”.

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Vincenzo Bonaminio, è Professore Aggregato di Neuropsichiatria Infantile e Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’età evolutiva. “Sapienza” ell’Universitàdi Roma. Psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training della S.P.I., Direttore  dell’iW- Istituto Winnicott - Corso di Psicoterpia Psicoanalitica del Bambino, dell’Adolescente e della Coppia”(A.S.N.E-S.I.Ps.I.A.), presso l’Università di Roma, Direttore del Centro Winnicott (Roma)

Mariassunta Di Renzo, è stata Aiuto Psicologo presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’età evolutiva dell’Università “La Sapienza” di Roma. E’ psicoanalista, membro associato della S.P.I., docente dell’iW- Istituto Winnicott - Corso di Psicoterpia Psicoanalitica del Bambino, dell’Adolescente e della Coppia”(A.S.N.E-S.I.Ps.I.A.)  “



[1] Questo lavoro sviluppa alcune nostre riflessioni su tale tematica elaborate in precedenti occasioni, ed  è stata pubblicato in forma condensata e differente in AA.VV., Frammenti di sapere. Bari: G. Laterza, 2000 e successivamente in forma ampiamente rivista in: V Bonaminio: “Na martgens de mundo infinitos..” A preasencia do analista no espaço transicional em uma perspectiva contemporânea do pensamiento de Winnicott.Rio de Janeiro. Imago Editora, 2010. In forma modificata è  n corso di pubblicazione in Inglese .

 

[2] Questa espressione visiteurs du Moi è stata originariamente introdotta da DeMijolla (1981)

[3]  Questo frammento è incluso nel lavoro “D.W.Winnicott come persona” scritto dopo la sua morte dalla moglie Clare Winnicott ( 1977)

[4] In questo ambito della letteratura, ci riferiamo in particolare ai lavori di Winnicott, 1969; Khan, 1972, 1983; Aulagnier, 1975; Abram-Torok, 1978; deMijolla, 1981;Faimberg, 1981, 1985, 1988; Bollas, 1989; Lebovici, 1989; Cahn, 1991, Eiguer, 1991; Baranes, 1991; Kafka, 1992; Fonagy et al. 1992 Kaes, 1993.

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