Martedì, Dicembre 10, 2019
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Forme del transfert, assetto analitico e campo intersoggettivo.

 

Giuseppe Moccia

La vita umana sarebbe sterile, sarebbe una conchiglia vuota, senza il transfert/translazione/trasferimento dell’intensità dell’inconscio. Del modo infantile di esperire la vita che non ha linguaggio né organizzazione… al preconscio e alla vita quotidiana dell’oggi e ai nuovi oggetti attuali.

H. Loewald

L’analista non può compiere nessun lavoro se non possiede una fiducia nella natura umana e nel processo dello sviluppo

D. Winnicott

 

In questo lavoro mi occuperò dei significati evolutivi del transfert, delle sue forme ed espressioni e dell’influenza che specifici eventi interattivi del campo intersoggettivo esercitano sul suo dispiegamento e sulla traiettoria della relazione terapeutica

È noto che il setting psicoanalitico favorisce nel paziente l’esperienza di livelli multipli di realtà, responsabile del carattere paradossale del transfert (Modell, 1994). Il paziente è consapevole della relazione reale con l’analista ma ad un altro livello psichico la sperimenta da una parte come un processo ripetitivo dall’altra come un avvenimento unico e nuovo nel quale le regole del setting e il legame reale con l’analista sono assimilati all’ambiente primario delle cure e dell’holding.

In questo senso la componente evolutiva del transfert rappresenta, una attualizzazione simbolica, favorita dal clima di intimità e regolarità del setting, di una relazione genitore-figlio. Quindi non è più tanto importante distinguere la relazione reale con l’analista dalla componente transferale, né contrapporre l’azione terapeutica esercitata dalla relazione con l’analista a quella dovuta all’insight, quanto il fatto che il setting e l’assetto analitico sono inevitabilmente trasformati e vissuti dal paziente come una relazione che facilita l’espressione di bisogni innati di sicurezza e riconoscimento.

Freud (Freud, 1912) fece riferimento a questa componente del transfert come transfert positivo irreprensibile, una forza terapeutica, favorita dal setting e “portatrice di successo esattamente come altri metodi di cura”, che , potremmo dire, è espressione della spinta all’attaccamento e alla guarigione presente nella vita quotidiana in tutte le relazioni affettive significative. Freud però non ne fece mai un oggetto della ricerca analitica considerandola piuttosto come il presupposto per l’indagine della dinamica intrapsichica e per l’elaborazione delle distorsioni prodotte dal transfert negativo o dal transfert erotico. È con Ferenczi e in seguito con i teorici delle relazioni oggettuali, fino alla psicologia del sé e alla psicoanalisi relazionale contemporanea, che i contributi del paziente e dell’analista furono considerati una determinante significativa dello sviluppo del transfert e la complessità dell’interazione fra analista-paziente un segmento importante dell’indagine analitica. (Ferenczi, 1928; Balint, 1949; Winnicott, 1954; Fairbain, 1946; Bolwby, 1988; Kohut, 1959; Mitchel, 1988   ; Stolorow et al, 1987).

L’essenza clinica di questi contributi risiede in una concezione dell’esperienza analitica come relazione con un oggetto che promuova le condizioni di sviluppo di legittime spinte evolutive diversamente riferite all’”amore oggettuale primario” (Balint, 1931), all’”ambiente di holding” (Winnicott, 1960), alla “relazione oggettuale mutativa” (Bolwby, 1988).

Secondo Winnicott, ad esempio, l’essenza del processo terapeutico consisteva nella attivazione di una capacità di illusione [1]facilitata dalla costanza e affidabilità dell’analista, dalla sua posizione di ascolto rispettoso, il suo fuoco sul paziente, l’attribuzione di senso alle sue attivazioni emotive. Queste qualità della situazione analitica rappresentavano per il paziente appunto l’equivalente simbolico delle relazioni primarie e, nel caso dei pazienti più gravi, sostenevano la speranza di ristabilire un equilibrio psichico alterato edi essere riconosciuti nelle proprie potenzialità di crescita (la dimensione del futuro allusa nell’esergo). In un passaggio relativo al concetto di regressione (Winnicott, 1954) che anticipava le successive formulazioni di Kohut sul significato di alcuni transfert narcisistici in pazienti con deficit evolutivi egli affermava:

““La regressione rappresenta la speranza dell’individuo psicotico che certi aspetti dell’ambiente che in origine fallirono possano essere rivissuti e che questa volta l’ambiente riesca, invece di fallire, nella sua funzione di favorire la tendenza naturale dell’individuo a svilupparsi e a maturare ”.

Ciò a dire che allo sviluppo della relazione terapeutica contribuisce non solo la mobilizzazione nel transfert delle esperienze infantili passate ma anche le aspettative inconsce di una nuova relazione oggettuale con la figura dell’analista. Questa aspettativa che può essere anche definita nei termini di una fantasia di oggetto-sè (Bacal, 1990)   è espressione dunque della creatività del sé e non rappresenta solo la ri-presentazione di un senso originario di aver diritto all’oggetto, derivato da esperienze armoniose precoci, ma anche l’attesa di una relazione con un oggetto trasformativo che risponda al bisogno di riparare il sé.

Quando un paziente inizia un’analisi, dunque, può nutrire, al di là della propria organizzazione difensiva, la legittima attesa che le risposte dell’analista gli consentano di fare una esperienza di funzioni, di riconoscimento, sostegno e regolazione delle emozioni che probabilmente non ha mai sperimentato nella propria vita. E’ indicativa in questo senso la funzione del primo sogno in analisi che fra le altre cose può rappresentare la speranza di liberarsi degli effetti patogeni delle proprie esperienze negative passate e di poter poggiare sull’analista per riprendere lo sviluppo del proprio progetto vitale (Tagliacozzo, 1990).

Allo sviluppo di questa dimensione del transfert contribuiscono una molteplicità di fattori in parte riferibili al paziente, come la capacità maggiore o minore, in ragione della sua patologia, di usare la situazione psicoanalitica per immaginare l’oggetto evolutivoin parte all’analista stesso, al suo assetto analitico e alle manifestazioni implicite della sua stessa soggettività.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto sappiamo che, nonostante l’assetto disciplinato, tendenzialmente neutrale, e la continua sorveglianza del controtransfert, l’analista lascia degli indizi inconsapevoli (Gill, 1994) che il paziente coglie plausibilmente come espressione della soggettività dell’analista. Possiamo dire cioè che tutte le nostre interpretazioni sono marcate da un atteggiamento che riflette ciò che pensiamo e sentiamo a proposito di quanto diciamo e facciamo. La componente non verbale dell’assetto di lavoro dell’analista, vale a dire il suo modo di salutare, di proporre il setting e le interpretazioni, i segnali non verbali reciproci di attivazione del dialogo, il tono della voce e l’espressività dello sguardo, ciò che fa o non fa, possono essere percepiti dal paziente in modo plausibile come interpretazioni involontarie che smentiscono oppure confermano le sue aspettative patogene, facilitano l’espressione di sé e il processo della cura o al contrario sono vissute come un invito ad adattarsi e determinano in definitiva la ripetizione di una organizzazione precoce dell’esperienza sé-altro fondata su un falso sé compiacente. Quindi la funzione interpretante e l’atteggiamento soggettivo dell’analista sono intimamente intrecciati e rilevanti per l’azione terapeutica quando, naturalmente, nel campo intersoggettivo costituito da analista e paziente, i significati che questi aspetti assumono per il paziente diventano oggetto di un’indagine prolungata. Ad esempio un paziente che nel fallimento di holding e rispecchiamento delle sue prime relazioni oggettuali ha interiorizzato il sentimento di un sé malaticcio e difettoso, può assimilare le stesse regole del setting e le interpretazioni dell’analista come espressione delle aspettative dell’analista rispetto alle quali si sentirà comunque inevitabilmente inadeguato e deludente. Ne consegue, in questo caso, che le difese e le resistenze alla cura esprimono un timore del rifiuto e rappresentano quindi un prodotto di un transfert precoce piuttosto che un conflitto intrapsichico contro l’emergere di contenuti psichici inaccettabili.

In questi casi giocherà un ruolo decisivo il riconoscimento delle angosce di ripetizione traumatica del paziente, la sensibilità clinica e l’attenzione a non iperstimolarlo attraverso un’offerta eccessiva di vicinanza o al contrario attraverso un atteggiamento troppo neutrale ed astinente. Una posizione questa che veicola per il paziente il senso di essere riconosciuto nei propri affetti, di una premura per la precarietà del suo stato di instabilità e tuttavia, contemporaneamente, l’esperienza di un oggetto che è capace di tenere nella propria mente il potenziale del paziente che egli non è ancora in grado di concepire.

Dunque l’ascolto recettivo, le posture emozionali, la capacità di contenersi e non reagire alle pressioni del paziente, la sua maggiore attività ed autenticità, vale a dire gli aspetti prosodici del discorso dell’analista che accompagnano la sua funzione interpretante rappresentano appunto il contributo dell’analista alla generazione dell’oggetto trasformativo. Dico qui per inciso che una funzione trasformativa rilevante risiede anche nella credibilità dell’analista, ovvero, nell’attitudine, al di là delle proprie opinioni e riflessioni consce, a comunicare nel non verbale l’interesse e l’impegno a conoscere il paziente nel suo mondo interno (Coburn, 2014), nel senso di onestà e convinzione che l’analista trasmette con i propri interventi che tuttavia non inducono nel paziente un senso di coercizione intellettuale, come fossero una sorta di suggerimenti non intenzionali, privi dell’intenzione di persuadere o convincere.

Significativa in questo senso è la tensione dell’analista a riconoscere, senza rinunciare alle proprie convinzioni, il punto di vista soggettivo del paziente, identificando i suoi affetti e conferendo loro una conferma percettiva quanto più è labile il suo sentimento di sé e della propria realtà soggettiva. Oppure l’attenzione a come egli vive le interpretazioni e la disponibilità ad attendere il momento nel quale sarà possibile l’interpretazione di aspetti profondi o scissi non ancora integrabili, senza forzare l’interpretazione (che altrimenti sarebbe vissuta come la ripetizione di una usurpazione, sul clichè delle proprie esperienze infantili).

Naturalmente tutto ciò presuppone, da parte dell’analista, un lavoro continuo sul proprio controtransfert che rende possibile la capacità di elaborare la frustrazione dei propri bisogni di conferma personale e professionale e di sapersi decentrare operando cambi di prospettiva interpretativa (tenendo per sé le proprie convinzioni), quando è evidente che il vissuto del paziente, per quanto irrealistico, è espressione di una organizzazione dell’esperienza completamente differente da quella dell’analista. Ovviamente non potremo rinunciare al desiderio di favorire il cambiamento ma ciò che conta ai fini dell’azione terapeutica è la comprensione del significato che questo assume per il paziente. [2]

Questa concezione dell’assetto analitico si appoggia sul presupposto che parole, atteggiamenti affettivi e azioni dell’analista non siano in un rapporto dicotomico.

Il linguaggio, nella funzione più specifica che svolge in analisi, come veicolo dell’interpretazione, è un atto creativo, con potenzialità poietiche, (Loewald, 1980, Arnetoli, 2016) che, soprattutto nell’ordine metaforico, è la base per evocare fenomeni, contesti, relazioni ed esperienze affettive mai prima conosciute e dette. L’interpretazione delle dinamiche, dunque, soprattutto se tempestiva e diretta all’affetto emergente del paziente, trasmette non solo una proposta di significato ma la valutazione implicita e l’apprezzamento dell’analista di quanto egli ha colto del paziente attraverso l’empatia; è cioè sia espressione di senso sia testimonianza e partecipazione affettiva, fiducia dell’analista nelle possibilità di cambiamento e prospettiva sul paziente dal punto di vista del futuro. Pertanto, non genera solo insight ma una nuova relazione con l’oggetto. Così come al contrario, un commento apparentemente superficiale, ma dato con sensibilità ed immediatezza, al cuore affettivo delle comunicazioni del paziente, assume spesso una funzione interpretativa illuminante per il paziente.

Il paziente esplorerà poi i contenuti delle prospettive contenute nell’interpretazione dell’analista e le assimilerà o meno all’interno delle sue configurazioni relazionali ma il modo in cui l’analista lo pensa, la sua abilità di considerarlo come se fosse la persona che davvero sta per diventare costituirà la base di nuove procedure relazionali, facilitanti il riconoscimento, l’espressione e lo sviluppo del sé e di nuove possibilità di esperienza psichica (Loewald, 1980; Moccia, 2007).

Le vie attraverso le quali si sviluppa questo processo trasformativo passano quindi attraverso una sinergia fra la mediazione di parola dell’analista, fondata sulle sue opzioni teoriche, il metamessaggio contenuto nelle sue comunicazioni, espressione della sua soggettività, ma anche attraverso l’uso che il paziente ne può fare per generare l’illusione creativa di un ambiente che sostiene e contiene per tutto il tempo necessario.

Vale infatti la pena di ricordare che non è solo la comprensione empatica dell’analista a consentire al paziente di sentirsi capito ma anche la capacità del paziente di contribuire alla propria esperienza analitica con la propria capacità di immaginare un oggetto sufficientemente buono. Questa capacità è certamente dipendente da motivi di ordine intersoggettivo ma anche da fattori di ordine a intrapsichico. La comprensione di questa duplice influenza amplia il segmento d’analisi della osservazione psicoanalitica portando il fuoco dell’analisi sulle ragioni inter-psichiche ma anche intrapsichiche della perdita di sintonia affettiva fra analista paziente e delle oscillazioni della dimensione evolutiva del transfert.

Sebbene infatti non vi sia più dubbio, ormai, sul ruolo giocato dalla soggettività dell’analista nello sviluppo del transfert negativo è altrettanto ragionevole ipotizzare che la forma e il contenuto del transfert esprimano una radice ripetitiva dell’esperienza che, sebbene attivata dalla relazione analitica, è in parte indipendente dall’interazione dei due partecipanti. A volte, cioè, la rottura dell’alleanza di lavoro fra analista e paziente sembra verificarsi spontaneamente senza alcun contributo da parte dell’analista e ciò costituisce spesso un ostacolo psicodinamico alla creazione e al mantenimento dell’alleanza terapeutica.

Tutto questo rende conto della oscillazione dinamica (Stolorow e Atwood, 1990) della componente evolutiva del transfert fra nuovo rapporto con l’oggetto e ripetizione della vecchia relazione con l’oggetto, una concezione della evoluzione del transfert diversa da quella tradizionale che prevede una prima fase positiva del transfert cui segue, a breve, il transfert negativo di ripetizione oggetto delle successive interpretazioni mutative dell’analista.

Questo fenomeno è dovuto ad alcuni motivi salienti:

il primo risiede nel fatto che anche in presenza di un transfert positivo è sempre co-presente sullo sfondo il bisogno primario di ri-creare in modo attivo, sia in campo psichico che in azione, le esperienze del passato che per quanto patogene si sono rivelate adattivee funzionali al mantenimento e alla continuità del legame con i genitori. Questo bisogno è riconducibile ad un piacere della attività, o del superare le difficoltà, di esercitare una funzione che garantisca il dominio della realtà, così la coazione a ripetere nel transfert un legame con l’analista nelle forme ripetitive della vecchia relazione con l’oggetto esprime anche il bisogno di proiettare e padroneggiare nei rapporti esterni l’azione corrosiva interna di alienanti identificazioni con un oggetto intrusivo. E tuttavia esso è pur sempre aperto alla speranza di sperimentare le esperienze passate in un contesto nuovo aperto a prospettive alternative, a nuove rappresentazioni in grado di modificare modelli mentali patogeni di relazione più in accordo con i bisogni evolutivi (Moccia, 2007). Nelle patologie del trauma invece la ripetizione possiede sia un significato di comunicazione attraverso le pressioni interpersonali e le risonanze della identificazione proiettiva di esperienze traumatiche non formulate, sia una radice evolutiva contenuta nel bisogno di trovare, nella relazione con l’analista, significati diversi e nuove potenzialità di sviluppo ( Ferenczi, 1932;Borgogno, 2005) per vecchie esperienze traumatiche, vissute come qualcosa di estraneo al sé e rimaste “prive di spiegazione (Freud, 1920),

Il secondo è dovuto al bisogno inconscio di sottoporre il setting terapeutico ad un test di sicurezza attraverso la ripetizione in azione o in campo psichico dei contesti di pericolo della propria vita infantile (Weiss e Sampson, 1986). E’ come se il paziente potesse disconfermare le proprie angosce solo attraverso l’esperienza della loro ripetizione ed elaborazione come, d’altronde, aveva affermato Freud (Freud, 1912):

“E’ su questo terreno che deve essere vinta la battaglia… È innegabile che il controllo dei fenomeni di transfert crea allo psicoanalista le maggiori difficoltà, ma non bisogna dimenticare che proprio essi ci rendono il servizio inestimabile di rendere attuali e manifesti gli impulsi ..., occulti o dimenticati, dei malati. Infatti, checchè se ne dica, nessuno può essere battuto in absentia o in effigie

Il terzo è un effetto della azione di rigide difese narcisistiche che impediscono ad alcuni pazienti, dalla struttura psichica instabile ed esposti a pervasive angosce di frammentazione, di tollerare qualsiasi scarto, anche minimo, fra attesa e realizzazione.

Tutti noi facciamo esperienza ad esempio di come il clima di alleanza fra paziente e analista può improvvisamente svanire per una sorta di fraintendimento di parole o atteggiamenti dell’analista del tutto marginali che tuttavia deludono il bisogno di unisono del paziente. In questi casi il bisogno di un rispecchiamento perfetto che alimenta una sorta di inestinguibile “fame” di oggetti di holding non rappresenta un bisogno evolutivo di sostegno e di conferme, ma un bisogno palliativo di sopire le angosce di un fragile sé, logorato dalla costante attesa di una ripetizione traumatica, attraverso il rifornimento affettivo continuo di un oggetto onnipotente investito narcisisticamente. È inevitabile perciò che un legame fondato su una simile fantasia di fusione indifferenziante vada incontro alla rottura davanti ai segni che indicano la soggettività separata dell’analista e il limite delle sue funzioni di rispecchiamento soltanto sufficientemente buono. Questa frustrazione attiva nella ripetizione di transfert esperienze pregresse di abbandono o di rifiuto che sarà necessario esplorare, con un continuo lavoro di individuazione e accoglimento del transfert negativo,riconoscendo il significato traumatico che ha per il paziente, nel qui e ora della relazione analitica e nel lì e allora del passato del paziente.

Si può dire allora che il paziente non abbia solo bisogno dell’esperienza di essere compreso ma anche di comprendere i diversi significati della propria spinta a ripetere e come questa sia attivata dalla percezione selettiva proprio di quegli aspetti, e non altri, del setting e dell’inconscio dell’analista isomorfici alle risposte traumatiche dell’ambiente originario.

Il paziente può capire così sia la propria paura di ripetere le proprie esperienze passate sia l’opposta paura di non ripeterle (Ornstein, 1991; Moccia, 2000) qualora, abbandonandosi al proprio bisogno di un oggetto evolutivo, dovesse perdere il legame con i propri oggetti interni (fondato sulla scissione dei propri affetti e motivazioni) che, per quanto patogeno, conferisce senso, prevedibilità, sicurezza e struttura alla propria esperienza umana. Anche quando è in primo piano la componente evolutiva del transfert, cioè, è sempre presente sullo sfondo la potenzialità che il paziente assimili, nel transfert negativo di ripetizione, aspetti della interazione con l’analista agli schemi patogeni di regolazione affettiva inconscia condivisi con i genitori. Schemi che hanno significato una soluzione patogena ma pur sempre funzionale alla stabilità del legame primario e che quindi conservano una funzione organizzatrice delle relazioni intersoggettive ed intrapsichiche. (Fosshage, 1994).[3]

Un paziente ad esempio potrà sentire ogni separazione come una espulsione intenzionale dalla mente dell’analista ma avvertirà le sue interpretazioni in proposito come un invito ad adeguarsi al dispositivo di cura (desumendolo soprattutto dal tono e dal comportamento non-verbale dell’analista) tacitando le proprie angosce abbandoniche. Per un altro paziente la stessa convinzione di non dover deludere in alcun modo le attese presunte dell’analista porterà a comportamenti da “bravo paziente”, quello che desta meno preoccupazioni nella giornata di lavoro dell’analista, fino a rinunciare totalmente agli inevitabili conflitti con lui, nella sfera della separazione e individuazione, in una infantile dipendenza da un analista-oracolo. Un paziente insicuro nella fiducia di base può assimilare nei propri schemi relazionali patogeni l’atteggiamento di relativo anonimato dell’analista o la sua silenziosa attenzione fluttuante alle sue libere associazioni e viverlo come una figura fredda e remota, una incontentabile madre narcisistica in attesa di compiacente sottomissione. Ma un altro paziente può temere l’analista più benevolmente partecipante come una lusinga inquietante che lo porterebbe a scoprire i propri colpevoli ed inaccettabili bisogni infantili e di conseguenza alla paura di tradire il patto inconscio con i propri genitori e di perdere il legame internalizzato con un oggetto onnipotente, al contempo rifiutante e controllante ma pur sempre garante della sicurezza (Fairbain, 1946). Ed è questa fedeltà ai legami del mondo interiore che riduce l’influenza positiva dei nuovi oggetti esterni quando non si allineano ai modelli interiorizzati.

Naturalmente sarà presa in considerazione, in modo aperto e non difensivo, il contributo dell’analista, sia pure parcellare, al fraintendimento e a come questo abbia assunto nel mondo esperienziale del paziente il significato di una ripetizione traumatica (compreso il riconoscimento e la valorizzazione di come il paziente ha vissuto il comportamento dell’analista). Ma ciò che conta è il potenziale trasformativo di questa elaborazione che, almeno nel caso di pazienti non molto gravi, produce, di solito, il ristabilimento della sintonia affettiva e dell’alleanza terapeutica, rafforza la fiducia e l’attendibilità del legame con l’analista e, per essere una esperienza nuova, mai sperimentata nella vita, si deposita come una esperienza che depotenzia nel tempo le vecchie configurazioni relazionali patogene e contribuisce a strutturare   la soggettività del paziente.

Questo per dire quanto si riveli centrale per l’azione terapeutica l‘indagine sui significati soggettivi che il paziente attribuisce alla interazione presente con l’analista per arrivare a comprendere:

- gli elementi della situazione psicoanalitica o della soggettività dell’analista    avvertiti come pericolosi

- gli schemi relazionali inconsci che hanno organizzato i significati di quegli elementi

- l’influenza da essi esercitata sulle aspettative ed i comportamenti difensivi

- il contesto traumatico originario da cui questi principi sono evoluti.

Se le cose andranno per il meglio il paziente avrà l’opportunità, nell’incontro con un nuovo oggetto, di riprodurre, di riscoprire nel transfert gli oggetti del passato e di porsi in relazione con loro e con se stessi secondo prospettive psichiche alternative (Strachey, 1934; Loewald, 1980). Farà cioè l’esperienza affascinante della relazione con un altro discreto che, senza perdere il senso della propria soggettività separata, la usa per riconoscere ed amplificare la sua.

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Lavoro presentato al convegno: "Le due dimensioni del transfert; aspetti ripetitivi, aspetti evolutivi" (Centro Torinese di Psicoanalisi, Torino 30/9/201

 

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BIBLIOGRAFIA

 

Arnetoli C. (2016) Azione poietica e dimensione evolutiva del transfert. Riv. Psicoanalisi, 2016

Bacal H. (1990) Teoria delle relazioni oggettuali e psicologia del sé. Boringhieri. 1993

Balint M. (1931) L’amore primario. Gli inesplorati confini tra biologia e psi- coanalisi. Cortina, Milano, 1991.

Balint (1949) Nuove tecniche e nuove finalità terapeutiche in psicoanalisi. L’amore primario. Cortina 1991

Bowlby J: (1988), Una base sicura. Cortina, Milano, 1989.

Borgogno F. (2005) Relazione presentata all’IPA 44 Congress, Rio de Janeiro, 29-31 July 2005, in un Panel su “Ferenczi and trauma

Coburn W.J. (2014) Clinical Attitudes for Therapeutic Change. Routledge. 2016

Fairbain W.R.D (1946) Relazioni oggettuali e struttura dinamica. Studi psicoanalitici sulla personalità. Boringhieri, 1970

Ferenczi S. (1928) L’elasticità della tecnica psicoanalitica. Fondamenti di psicoanalisi. Guaraldi, 1974

Ferenczi S. (1932) Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino, in Opere, 4, Cortina, 2002.

Ferenczi S. (1932), Diario clinico, Cortina, Milano, 1988.

Fosshage J. (1994), Toward reconceptualizing transference: theoretical and clinical considerations. Int. J. Psychanal, 75.

Freud S. (1912), Dinamica della translazione. OSF, vol. 6

Freud S. (1920) Al di là del principio di piacere. OSF, vol.

Gill M. M. (1994), Psicoanalisi in transizione, Cortina, Milano, 1996.

Jacobs T. (1986), On countertransference enactments. J. Am Psychoanal Assoc, 34

Kohut H. Introspezione, empatia e psicoanalisi. La ricerca del sé. Boringhieri, 1982

Loewald, H. (1960)     L’azione terapeutica della psicoanalisi. In: Riflessioni psicoanalitiche. Milano. Ed. Dunod. 1999.

Mitchell S. (1988), Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Bollati Boringhieri, Torino. 1993

Moccia G. (2000) “Paura di ripetere, paura di non ripetere”. Attuali evoluzioni del concetto di Resistenza. Psiche vol. 1, 2000

Moccia G. (2007) Le memorie identificatorie nell’organizzazione del transfert. In Attualità del transfert a cura A. Nicolò Franco Angeli

Modell A. H. (1990) Per una teoria del trattamento analitico. Cortina. 1994

Ornstein A. (1991), The dread to repeat: comments on the working-through process in psychoanalysis. Journ. Amer. Psychoanal. Ass. Vol. 39

Stolorow RD, Brandchaft B, Atwood GE: (1987). Psychoanaly- tic Treatment. The Analytic Press, Hillsdale, NJ, 1987. 

Stolorow &Atwood (1990) Context of beeing. The intersubjective foundations of psychological life. Hillsdale. I contesti dell’essere. Boringhieri

Tagliacozzo R. (1990), Il bambino rifiutato: falso sé, mantenimento e rottura; angoscia del vero sé. In Neri et al. Fusionalità. Scritti di psicoanalisi clinica. Borla, Roma.

Winnicott DW: (1954). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott, D. W. (1965) Sviluppo affettivo e ambiente. Roma. Armando.1970.


[1] A questo processo contribuisce un’analoga capacità illusionale dell’analista una fiducia nell’’analisi che permette di immaginare il cambiamento e lo sviluppo del paziente, nonostante la consapevolezza dei limiti del nostro strumento, consiglierebbe un atteggiamento più prudente e disincantato

[2] Naturalmente ciò non esclude che l’atteggiamento rispettoso dell’analista non sia vissuto dal paziente come intrusivo e coercitivo, ma ciò che è essenziale è l’informazione emotiva trasmessa implicitamente al paziente, lo “sforzo” di comprenderlo dal suo punto di vista segnalando nel contempo la propria posizione distinta e separata.

[3] Nella tradizione psicoanalitica il concetto di Ferenczi di trauma, scissione, introiezione dell’aggressore, progressione traumatica hanno anticipato molti dei contributi contemporanei sulla psicodinamica del trauma e sui suoi effetti patogenetici (Ferenczi, 1932).

 

 

 

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