Mercoledì, Giugno 28, 2017
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Rigidezza delle aspettative e angosce di disintegrazione

Giulio Cesare Soavi, 1993

 

 Breve introduzione

La ricerca in psicoanalisi si sta orientando verso i problemi relativi alla strutturazione (deficit o cause di una difettosa strutturazione) ed alla riparazione in sede analitica del sé. L’indagine da me condotta mette a fuoco in particolare una delle tante possibili modalità con cui si manifesta la fragilità nella costituzione e organizzazione del sé.

Il tema della rigidità delle aspettative non può dirsi completamente nuovo ma è stato affrontato, per quanto io ne sappia, solo tangenzialmente; io invece intendo farne, per una volta, un oggetto specifico di osservazione. Basch (1991) riprendendo Kohut (1971) fa una breve annotazione in proposito: “Poiché miss F. (appunto una paziente di Kohut) lamentava un severo danno nell’orbita del sé emergente il ritmo basico della vita le sfuggiva. Essa non poteva tollerare che una cosa andasse diversamente da come aveva immaginato che quella particolare cosa dovesse essere”.

Dopo questa annotazione l’A. passa a considerare aspetti diversi del caso.

Alcuni dei nostri pazienti mostrano una scarsa capacità di estrarre dalle situazioni in cui vengono a trovarsi elementi di gratificazione. Spesso si tratta di situazioni che potrebbero essere considerate piacevoli e che essi sono incapaci di volgere a loro favore. Si assiste a una formulazione precisa di quali dettagli essi si aspettano che vengano rispettati per potersi ritenere soddisfatti dalla persona e dalla situazione con le quali si coniugano in quel momento. Una non perfetta corrispondenza della realizzazione con le aspettative scatena crisi di rabbia, profonda delusione, coinvolgimento degli organi del corpo e sensazione di andare in pezzi e sottoterra.

Questo atteggiamento, nei confronti delle persone e della vita, si presenta come qualcosa di occasionale, ma guardando attentamente si scopre che costituisce un modo di affrontare la vita stessa.

Le ragioni di delusione del soggetto si riproducono in tanti separati episodi e modalità diverse e riescono a minarne le risorse di forza e gioiosità.

Fornirò alcuni esempi riducendo al minimo le informazioni di contorno.

V. compie gli anni ed il marito conoscendone i gusti la invita al ristorante. Al ritorno dal ristorante e durante la notte V. continua a sentirsi contrariata. Essa pensa che la serata è fallita e nasconde a fatica la sua delusione e rabbia. Per chi la ascolta i motivi del suo stato d’animo possono sembrare a dir poco sorprendenti. Cosa dunque è successo? Il ristorante dove la cena è stata organizzata era ottimo ma non eccezionale. Il menu era quello che la clientela poteva scegliere dalla carta e non era esclusivo e concordato in anticipo dal marito con lo chef. La torta c’era e andava bene ma i fiori non erano i fiori speciali che lei si aspettava in questa occasione. La cosa soprattutto che l’aveva fatta infuriare era stata che il regalo del marito (un gioiello) fosse stato presentato nella carta nella quale l’aveva avvolto il gioielliere anziché nella speciale carta per regali che personalizza il dono.

La descrizione sembra essere quella di un severo ossessivo che non può vedere rotto un proprio rituale, ma non di questo si tratta. In realtà dalla minuzia delle aspettative coagulate attorno alla celebrazione della nascita si può intravedere quanto sia faticosa per la paziente la difesa della integrità della propria identità contro ogni genere di assalto. Tale identità è continuamente messa in crisi dalla possibilità di essere confusi con qualcun altro o, quel che è ancora peggio, che chi la accudisce veda solo se stesso anziché disporsi ad accogliere V. nei suoi bisogni. Il riconoscimento e l’individuazione coincidono con la disponibilità di chi accudisce ad osservare e ad interpretare il delicato apparato delle aspettative; la loro realizzazione è apportatrice di una esperienza di integrità, forza e gioia di vivere. Va da sé che la speranza che vengano soddisfatte aspettative del genere di quelle presentate da V. sono poche, e la delusione è frequente malgrado la buona volontà del partner.

È interessante notare che V. è una persona dalla vita sociale e sentimentale vivace. Ha saputo risollevarsi da grossi traumi affettivi e studia con puntigliosità. Si può dire che tra le pazienti che presenterò essa è quella che offre una tematica onirica più pertinente al problema di cui mi occupo. Sogna infatti con grande terrore di autostrade e tunnel ove si verificano incidenti; V. è spettatrice più che protagonista di scene di sangue, smembramento e soprattutto sfigurazione. La paura di essere sfigurata è in primo piano e si accompagna a una fobia per il “Pronto soccorso” degli ospedali.

Il secondo caso presenta maggiori compromissioni della capacità di vivere. Dal materiale offerto da S. si possono isolare esempi illustrativi del tema in questione. Eccone uno:

S. si reca alla casa di campagna che le viene riconsegnata dopo lavori di ristrutturazione. Ad un rapido sopralluogo constata con orrore che alcune delle mattonelle da lei scelte con cura sono state spezzate nella messa in opera e che i faretti non sono stati incassati ma sporgono dalla parete. S. è sconvolta da un furore, violentissimo, si chiede come abbiano fatto, quei disgraziati, a non capire che camminando a piedi nudi ci si può persino tagliare e che i faretti non incassati diventano volgari appliques. Vorrebbe sfogarsi, avere l’architetto tra le mani, ma è tanto sconvolta che non è nemmeno in grado di usare il telefono. Si sente in confusione, unico sfogo è quello di piangere dirottamente e rompere la dieta bevendo fino ad ubriacarsi. Deve mettersi a letto con insopportabili dolori alle ossa, ha una colica e le si anticipano le mestruazioni. Quando riesce a mettersi in contatto col marito questi, anziché esserle vicino, minimizza l’accaduto e non mostra di avere “fretta di vendicarsi”. S. non sa se considerarsi scema o non capita.

Episodi come questo si moltiplicano rendendo difficile il rapporto col coniuge che, pur cercando di venirle incontro, non riesce a spiegarsi come possa essere sempre considerato completamente deludente.

Un sogno prodotto recentemente da S. può illustrare la qualità del mondo in cui essa si muove.

Sogna di essere in una clinica che è un po’ un ospedale ed un po’ casa sua. La cognata Gabriella è malata e la paziente la vede in un letto tutta fasciata. Subito dopo è come se S. fosse sopraffatta dalla sensazione di essere nel proprio bagno e di aver riempito di escrementi la tazza. Gli escrementi traboccano fino a minacciare di allagare la casa appestandola col loro fetore. S. si precipita in cerca del marito per chiedergli aiuto ma lui minimizza e dice di aprire la finestra, dare aria, nessuno si accorgerà di niente. A questo punto le sembra di vedere Gabriella guarita che si aggira per casa. Si sveglia angosciata.

Gabriella è la più giovane delle cognate, ogni sua richiesta è un ordine e tutti le stanno attorno. Le ferite che la vita può infliggerle sono prontamente contenute con bende che rappresentano l’attenzione di cui è fatta oggetto costante.

Gli altri aspetti del sogno rappresentano in modo più diretto lo stato del sé di S.

Si tratta di qualcosa di disgregato che essendo stato rifiutato è percepito come ripugnante. Un sé incapace di produrre alcunché di vitale e persino di autocontenersi. Si fa inoltre strada il desiderio di attirare l’attenzione degli altri su di sé anche a costo di perdere la reputazione o compiendo “gesti da matta”.

C. presenta una tendenza a manipolare l’analisi. Salta moltissime sedute ma quando viene arriva puntuale. Rifiuta di sdraiarsi; malgrado questo il legame con l’analista è forte. C. ha una storia di anoressia adolescenziale e, una volta scomparso questo sintomo, è comparso quello che potrebbe dirsi un atteggiamento anoressico verso la vita. Per le cose che fa nutre un interesse iniziale ma poi si accumulano le ragioni di delusione finché C. si ritrae, e infine sostituisce con altro quello che aveva intrapreso. Si può dire che vomiti rimanendo a mani vuote anziché a stomaco vuoto e con molti rimpianti. La sua storia è piena di situazioni in cui è stata usata o definita in modo del tutto improprio rispetto alle sue aspettative e all’immagine che lei ha di se stessa. Racconta un aneddoto della sua infanzia: il padre la accompagnava abitualmente al bar ed al cameriere ordinava per sé un aperitivo; alla bambina diceva: tu vuoi un cornetto, vero? La bambina, che voleva un tartufo, non aveva mai il coraggio di smentire il padre. L’aspettativa di riconoscimento andava sempre delusa. Un altro esempio ci è offerto da una esperienza recente.

Dopo un periodo di burrascosa incomprensione, C. si determina a dire all’uomo con cui vive che sente il desiderio di essere coccolata. Questi cerca di prodigarsi tenendola vicino e accarezzandola. C. è profondamente delusa perché il ragazzo l’accarezza soltanto con le dita, mentre lei avrebbe desiderato di essere accarezzata con tutto il palmo della mano.

Z. invece è una donna che è stata capace di realizzare un consistente successo professionale. Le reazioni di Z. in alcune situazioni rappresentano esempi, anche se meno gravi, delle modalità descritte. Il fidanzato deve andare a cena a casa sua e Z. immagina che staranno insieme in cucina parlando amabilmente mentre la pasta cuoce. Quando il fidanzato arriva la vede indaffarata in cucina e accende la TV. Questo è sufficiente perché la serata sia rovinata. Z. cerca argomenti per ferirlo, recrimina sui suoi difetti ed infine tutto si conclude anticipatamente con uno sbattimento di porta. Un viaggio può essere rovinato perché il suo uomo, pur sapendo che Z. ama i posti eleganti ed affollati, propone di cercare un ristorante fuori mano con tovaglie a scacchi.

 

 

Genesi e qualità del danno

Tutti i casi descritti presentano un deficit di accudimento infantile non macroscopico e di gravità diversa. Queste pazienti provengono tutte da famiglie unite e funzionanti e hanno goduto di agiatezza e facilità educative.

Il deficit di accudimento deve essere considerato l’espressione di una organizzazione fantasmatica presente in modo più spiccato in uno dei genitori o in entrambi. Il comportamento improprio dei genitori è talvolta presente fin dall’inizio della vita, talaltra si rende più evidente dopo poco tempo dalla nascita. In tutti i casi il genitore usa il bambino in armonia con l’intenzione di curare precisi aspetti del proprio sé sofferente. Per fare una rapida carrellata relativa agli esempi offerti, la situazione è la seguente: la madre di V. è una ciclotimica bipolare, che ha sempre usato la bambina all’interno delle proprie eccitazioni e depressioni. Di volta in volta V. diventava il ricettacolo delle sue schifezze o veniva agghindata come una bambola ed esibita per far morire di invidia le altre donne.

S. è una donna molto bella seconda di quattro femmine. La madre per accettarla le chiede di adeguarsi a soddisfare le sue aspettative di realizzazione borghese. Al di là di questa generica definizione, lo scenario mentale della madre può dirsi che corrisponda alla fantasia: tua sorella ha diritto di stare al mondo, tu questo diritto te lo devi guadagnare. Non ti aspettare da parte mia amore ma tolleranza, e se non rispetti queste condizioni le conseguenze saranno dure. Pare che il resto della famiglia condivida, in modo più o meno esplicito, questi parametri relazionali. S. deve togliersi tutti i grilli dalla testa pena il più gelido disprezzo; a 18 a. fa un matrimonio considerato eccellente, lascia gli studi che ama e mette al mondo in sequenza 5 figli.

C. nasce in una situazione familiare difficile; i genitori vivono coi nonni e la tensione nei confronti di questi occupa tutto lo spazio affettivo disponibile. C. ha sempre avuto, di conseguenza, la sensazione che per lei non ci fosse un luogo ove potersi esprimere. Il padre avrebbe voluto un maschio per destinarlo a continuare le proprie attività; deluso per il carattere timido e studioso della bambina, malgrado la tenga spesso presso di sé ne disprezza il comportamento e le scelte. Talvolta il padre sembra caricarla di responsabilità superiori alle sue forze; in realtà non è disponibile a vederla nella sua realtà di persona autonoma.

Z., la primogenita, ha un padre che ha goduto di successo economico e che valorizza solo i vincenti; si sente disprezzata e per riabilitarsi cerca di realizzare mete sportive, intellettuali e, infine, professionali, difficili.

Z. ha l’impressione di aver inseguito l’approvazione paterna senza mai ottenerla e di non aver avuto mai tempo di cercare se stessa. Alla nascita di un fratello, è stata accantonata e considerata di serie B.

Il grado di compromissione è diverso nelle pazienti descritte. Tutte conservano la capacità di lavorare; alcune sono brillanti e realizzative, altre dispersive o capaci di funzionare solo all’interno dei compiti domestici. I sintomi di cui soffrono sono organizzati e persistenti. Le difese usate sono fisse, e per questo motivo sono pazienti che potrebbero essere ascritte ai casi borderline secondo Kohut (Kohut H., Wolf E., 1978). La gravità della compromissione tuttavia è molto maggiore in S. ed in C., minore nelle altre; rimane perciò difficile ritenerle parte di una classe omogenea. Particolare di un certo rilievo è che tutte sono parte di una coppia: come se la piena estrinsecazione di questo ordine di aspettative si potesse esercitare solo quando si nutre la fantasia che il partner o il mondo hanno dei precisi doveri verso di noi.

 

 

Interpretazioni

La crisi viene scatenata da una causa apparentemente futile ma quella che si riattiva è l’esperienza di non essere amati, di non essere visti, di essere usati per soddisfare bisogni che non sono i nostri ed infine di non esistere. In chi è stato sottoposto a esperienze di questo genere fin dalla nascita manca la capacità di usare la vita come qualcosa di sorgivo, che ci si dispone a cogliere nel suo perenne ripresentarsi come un flusso affidabile al quale ci si abbandona.

Le funzioni del così detto “sé emergente” (Stern D., 1985; Basch M.F., 1991) si istituiscono nei primi due mesi di vita, ed i traumi inferti in epoca così precoce e protratti nel tempo producono effetti pervasivi. Le esperienze negative vissute nella fase del “sé emergente” devono venire rafforzate da quanto si verifica più tardi durante il periodo del così detto “affect attunement“ secondo Stern, o fase del rispecchiamento secondo Kohut.

Gli incontri con la realtà sono vissuti come occasioni di verifica dove una aspettativa, costruitasi sull’esperienza della mancanza anziché su quella della presenza, aspetta ansiosamente di vedersi smentita. Il comportamento del bambino che si nasconde per venire cercato si fonda su felici precedenti esperienze di presenza, ed ha un carattere per certi versi analogo, ma di segno opposto, rispetto ai casi da me descritti.

Quando l’aspettativa non viene smentita vi è una sensazione di annientamento, di andare in pezzi, con un tentativo di recupero attraverso il furore.

La risposta di furore si può dire che sia una varietà della rabbia narcisistica (Kohut H., 1972) e con questa indubbiamente esiste una stretta parentela. Tuttavia quello che ci interessa è più il contenuto mentale che predispone alla ricerca dell’esperienza che non la reazione alla frustrazione avvenuta.

Quello che colpisce è la stabilità e la prevedibilità dell’organizzazione, e la ricerca di un risultato positivo che viene inseguito indipendentemente dal prezzo da pagare.

In seguito alla delusione, insieme alle risposte più immediate e a caldo dell’andare a pezzi, si costituisce sul lungo periodo un calo di vitalità e di interessi, e possono comparire disturbi psicosomatici collegati ad un attacco sul sé e sugli organi interni. La rabbia non risparmia il soggetto, che si disprezza per la sua dipendenza dall’attenzione degli altri, per l’incompetenza con cui affronta le situazioni, e per il fatto globale di essere stato così vile da non aver avuto il coraggio di vivere cercando e affermando se stesso.

Un ultimo accenno sul legame che questa organizzazione della mente intrattiene col masochismo mi pare d’obbligo.

Quando accennavo ad un risultato che viene inseguito indipendentemente dal prezzo da pagare alludevo agli agiti e ai comportamenti masochistici.

La vita dei legami di coppia intrattenuti da queste persone è caratterizzata da continui violenti litigi che si accompagnano a vie di fatto. Anche un’esperienza di acuta sofferenza è infatti preferibile a quella di non esistere.

La paziente S. rappresenta un esempio calzante di questo comportamento. Alla fine di una giornata, in cui tutti i tentativi da lei fatti per ottenere delle esperienze che le garantiscano il senso di esistere sono falliti, è attratta da un coltello. Si incide allora a braccialetto l’avambraccio sinistro provando infine, alla vista del proprio sangue che affiora, un senso di liberazione e finalmente di pienezza di esistenza.

 

 

Gestione dell’analisi

I pazienti descritti sono saldamente legati alla loro analisi, ma, nonostante la validità del legame, il comportamento varia dall’uno all’altro. S. salta molte sedute, non viene mai puntuale e non si sdraia; C. salta molte sedute, non si sdraia ma quando viene arriva puntuale. S. e C. si comportano come se dovessero garantirsi la possibilità di conservare la gestione attiva di una situazione, nella quale si impegnano ma con riserva. Gli altri pazienti rispettano senza difficoltà i parametri che sono stati loro suggeriti.

Quale che sia la gamma delle tematiche interpretative che sono privilegiate dai singoli analisti, nei casi del tipo indicato vanno tenuti maggiormente in considerazione quegli interventi che tengono conto della particolare sofferenza nella strutturazione del “sé” che affligge i pazienti. Sono quindi messi in evidenza gli elementi che permettono di evidenziare la stabilità e la permanenza del “sé”. L’analista non si stancherà di dimostrare di tener nella mente la continuità della storia dei pazienti. Darà prova di questo ricordando e ricostruendo le difficoltà che i pazienti hanno incontrato sul loro percorso, quanto essi hanno appreso dalle loro esperienze e in che senso sono rimasti se stessi pur attraverso il cambiamento. Dovuto rilievo verrà dato ai tentativi che l’ambiente ha fatto per sostituirsi a loro, rendendo loro impossibile l’organizzazione di qualcosa in cui potersi riconoscere. Non quindi un vero sé nascosto da un falso sé, ma un sé screditato sotto al quale non si è potuto organizzare nulla né di buono né di cattivo. Si può aggiungere che al sé di cui il paziente dispone non vengono riconosciute qualità di valore positivo. Talvolta l’esperienza di non esistere è resa ancora più dolorosa da quella sottostante di essere un mostro o un rifiuto (Neri et Al., 1990). La bonifica di questi modi di rappresentarsi rende il nostro lavoro ancora più complesso. Vengono messi in risalto gli sforzi fatti dai pazienti nel tentativo di opporsi all’ambiente, per quanto distorti e insufficienti essi siano stati; si sottolinea che servivano all’intento di organizzare una visione della realtà alla quale essi potessero attribuire un valore.

Solo in analisi avanzate si mostrerà che molte delle difficoltà incontrate risalgono alla particolare organizzazione che il paziente si è dato, e che egli deve quindi assumersene la responsabilità.

Le così dette organizzazioni difensive – autoidealizzazione, erotizzazione, frigidità e simili – vengono interpretate soprattutto in funzione dell’aiuto che hanno dato ai pazienti in difficoltà, e in funzione di quanto di positivo se ne è potuto estrarre. Le difese infatti hanno permesso di non farsi travolgere dal progetto dei genitori, ed attorno ad esse ha potuto costituirsi un embrione di sé a cui riferirsi. Le difese meritano di essere accantonate quando anziché un aiuto stanno dimostrandosi un limite.

Le interpretazioni che si propongono di fornire ai pazienti una visione della realtà che differisce da quella che loro danno a sé stessi sono fornite con molta cautela. Una mancata condivisione della loro visione dei fatti viene sentita come una ripetizione traumatica dell’esperienza di venire soffocati dal progetto genitoriale. Essere confermati nella realtà della loro visione dei fatti è il primo passo verso l’acquisizione del diritto a costruire se stessi.

Un posto di rilievo occupa l’interpretazione del significato delle esperienze disintegranti, legate alla mancata realizzazione delle aspettative. Si esplicita come, dietro ad una apparente scarsità di importanza si nasconda un interrogativo che attende da sempre una risposta, e che questo interrogativo è quello relativo al diritto di scoprirsi e costruirsi come se stesso e di sentirsi così depositari di qualche valore. Tante opportunità sembra che ci siano offerte, ma se non vengono rispettati alcuni requisiti, che chi dice di esserci vicino dovrebbe intuire o almeno lasciarsi suggerire, queste opportunità ci sembrano rivolte ad altri che non siamo noi. Possono persino risultare offensive.

Rimane infine da indagare l’analisi relativa ai conflitti sul versante degli impulsi. Si potrebbe dire che gli impulsi in tutte le loro versioni vengono quanto possibile depenalizzati. La possessività, il desiderio di manipolare, la rabbia, l’invidia stessa (Wahba R., 1991), vengono lette come reazioni alla rottura di una esperienza empatica, ritenuta necessaria per la crescita e il benessere.

Un ultimo accenno alla rabbia nel transfert. Talvolta questa emozione compare in modo apparentemente ingiustificato, ma essa è l’unico sostegno disponibile quando la sensazione della presenza nutritiva dell’attenzione dell’analista sembra attenuarsi ed il paziente sente che viene lasciato a perdersi nel suo vuoto di relazione. La paziente S. mi dice che tutto può sopportare, ma non la sensazione della morte della sua mente.

 

Bibliografia

Basch M.F. (1991). Are the self object the only objects? In The evolution of the Self Psychology v. 7 - New York, The Analytic Press.

Kohut H. (1971). The analysis of the Self. N.Y. International Universities Press.

Kohut H. (1972). Thoughts on Narcisism and Narcisistic Rage. In Ornstein P. (ed.), The search for the Self. New York, Int. Univ. Press 1978.

Kohut H., Wolf E. (1978). The disorders of the Self and their treatment. Int. J. Psycho-Anal. 59, 413-425.

Neri C., Pallier L., Petacchi C., Soavi G.C., Tagliacozzo R. (1990). Fusionalità: Dal rifiuto all’accettazione. Roma, Borla.

Stern D. (1985). The interpersonal world of the Infant. New York - Basic Books.

Wahba R. (1991). Envy in the transference: A Specific Self object distruption. Progress in Self Psychology. v. 7 Hove & London, The Analytic Press.

 

Pubblicato su Rivista di Psicoanalisi, 1993-2, pp. 259-274

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