Giovedì, Marzo 12, 2026

Serata scientifica CdPR - 10 Aprile 2025 - Discussione di “L’analista (non) va alla guerra” Dinamiche della dimensione della tregua di Giuseppe Riefolo (di Mariaclotilde Colucci)

Giovedì 10 Aprile, per la serata scientifica del CdPR, ho avuto il piacere di essere invitata da David Ventura a discutere l’interessante relazione di Giuseppe Riefolo dal Titolo "L’analista (non) va alla guerra. Dinamiche della dimensione della Tregua".

In quella occasione mi sono interrogata su come la dimensione concreta della tregua così come Riefolo l’ha codificata e declinata possa catalizzare una prospettiva di speranza, non come vago sentimento, ma come possibilità di operare nella realtà (Neri, 2024) e come possa essere collegata all’essenziale funzione gruppale della mente dell’essere noi (Pines, 1988).
Da allora gli scenari bellici e geopolitici sono drammaticamente evoluti in una tragica catastrofe umanitaria espressione di una rabbia distruttiva fuori controllo. Nell’impossibilità di governare il futuro, in un presente dissennato, la capacità di aspirare (Lombardozzi, 2024) reclama, per il destino degli esseri viventi, nuove forme di umanità.

 

 Serata scientifica CdPR -10 Aprile 2025 - Discussione di “L’analista (non) va alla guerra” Dinamiche della dimensione della tregua di Giuseppe Riefolo

Mariaclotilde Colucci

Per essere rispettosa dei tempi e non togliere, con il mio intervento, spazio alla discussione ho pensato di delineare in modo molto sintetico alcuni spunti di riflessione suscitati in me dalla lettura del testo.

Giuseppe Riefolo chiama tregua lo spazio di incontro concreto/relazionale dove soggetti fra loro estranei o persino in conflitto accettano di incontrarsi; pertanto, assume, come modello della dimensione della tregua, lincontro psicoanalitico fra due sconosciuti, paziente ed analista che, come nel noto assunto di Bion, devono avere reciprocamente paura per quellincontro, altrimenti non si attiveranno le specifiche dinamiche creative e trasformative del processo terapeutico in atto.

Da questo vertice la tregua è pensata come una dimensione intima, di accoglienza[1], organizzata e attivatrice di processi all’interno della quale il progetto d’incontrare un estraneo può essere sentito come pericoloso per la propria sopravvivenza, ma anche come un atto di fiducia verso un processo potenzialmente evolutivo. (Mi sembra che l’esergo finale di Zusman, citato da Pino, sia rappresentativo di questo tipo di evoluzione: Pensai che sarebbe stato pericoloso dire a Martha l'impressione che mi aveva procurato, soprattutto perché non conoscevo le regole del gioco ostile che aveva iniziato”)

Tale processo evolutivo, attraverso la continua modulazione di soluzioni creative e restaurative, attiva quella sufficiente frustrazione e quella sufficiente dissociazione, finalizzate a recuperare e cercare la continuità dello stato del sé dei soggetti in campo.

Paziente e analista, dunque, sono profondamente e reciprocamente coinvolti nell’atto conoscitivo di accogliere l’ignoto e il nuovo che suscitano angoscia e paura allo scopo, del tutto psicanalitico, di produrre un cambiamento non solo nell’atto del pensare (rêverie) ma anche nell’atto del rappresentare (messa in scena, enactment) e del sentire la qualità emotiva (empatia) e sensoriale (corpo) della relazione intima in gioco.

Sul piano evolutivo la dimensione della tregua così come Pino l’ha codificata rappresentala zona di interesse psicoanalitico” concreta e relazionale in cui vengono costruiti ponti” tra le molteplici organizzazioni del Sé: l’analista che aiuta l’analizzando a tollerare e negoziare la transizione degli stati e degli affetti, costituisce e forma nella mente unesperienza di collegamento in grado di unire la molteplicità delle esperienze contraddittorie e mutevoli di Sé e di Sé con gli altri (Stern,1985).

La transizione tra stati di consapevolezza deriva dalla capacità delle persone coinvolte di appianare i conflitti in atto; una conquista enormemente facilitata, in seduta, dalla presenza di un analista che, attraverso un processo di regolazione reciproca, aiuta il paziente a conseguire delle transizioni di stato non traumatiche per mezzo di unadeguata responsività interattiva alla sua soggettività (Bacal,1985).

Nella co-costruzione tra analista e paziente stabilire dove sono i confini (tregua - pace - guerra) è una operazione complessa che deve tener presente i mondi soggettivi di entrambi i partecipanti all’analisi e che ha come unica regola imprescindibile che il lavoro analitico proceda nel miglior modo possibile: siamo umani, con le nostre angosce, paure, ricordi, desideri e conflitti, che inevitabilmente si affacciano nei nostri pensieri e/o agiti durante la seduta.

I conflitti intra e inter-psichici in gioco implicano che i nostri pazienti non sempre riescono a mantenere l’integrità e la completezza della propria esperienza di sé all’interno delle proprie relazioni con gli altri; queste sono mediate dalle rappresentazioni interne delle prime relazioni oggettuali e quindi, “costretti” a dissociazioni sufficienti a mantenere il contatto e la fedeltà alle caratteristiche inconciliabili con queste relazioni. Il processo analitico in questo senso non consiste soltanto nella risoluzione di conflitti inconsci, ma anche in un processo che ripristina la capacità di avere un contatto diretto e pieno con gli altri esseri umani e per raggiungere rapporti significativi con loro.

Il piacere reciproco dell’incontro credo che sia alla base di quell’“accettazione della presenza di un altro soggetto a cui appoggiarsi che permette al paziente di recuperare, o persino restaurare, la fiducia di base necessaria per intraprendere un nuovo inizio. Un testimone è la garanzia che sei vivo e puoi procedere”.

Non so se Pino, forse sì, parlando di testimone, avesse in mente la funzione di testimonianza delineatrice del Sé di cui parla Donna Orange (1995), ma a me la lettura del suo testo l’ha evocata: stare accanto al paziente alla ricerca di una comprensione emotiva e con una funzione di testimonianza significa anche interrogarsi sul contributo del proprio mondo soggettivo alla relazione e alla costruzione dei significati. In questa prospettiva il senso dell’incontro non deriverebbe dalla frustrazione, quanto dalla sintonizzazione convalidante (Stolorow, Atwood 1992).

Come ci ricorda Pino nell’esergo iniziale, citando Matthew Rabin, le persone sono felici di interagire tra loro” ovvero di creare insieme il senso dei mondi esperienziali e quindi di trasformarli, producendo contesti entro i quali è possibile attuare un’esperienza relazionale ed affettiva condivisa che costituisca la base sicura da cui muoversi. Soprattutto la mutua e la reciproca, nonché continua, regolazione affettiva costituisce una indicazione per il gioco reciproco delle due soggettività che originano il campo intersoggettivo che, nello specifico di cui stiamo parlando, è il campo della tregua.

Se ho ben capito lidea di fondo, dell’interessante e suggestiva proposta di Pino, è che la base del processo della tregua, non è il contenuto, ma la compresenza fisica in uno stesso luogo delle parti in conflitto, costrette in un luogo concreto e capaci di costruire con laltro un rapporto entro cui sia possibile comunicare e riconoscersi, nella fiducia, nella comprensione reciproca, e nella possibilità che lo scambio con laltro apra un accesso al nuovo.

Tuttavia, l’esperienza di ibridazione, ovvero farsi contaminare dalla vita dell’altro, in uno scambio reciproco, non invasivo, che prevede la comunicazione tra inconsci, non è sempre e non è per tutti un processo piacevole, soprattutto nella ripetizione dell’esperienza traumatica, che è vissuta come un pericolo che si sta per presentare piuttosto che per il ricordo di un pericolo (Bromberg, 2006).

Come ci ricorda Aron, citato da Pino, il mutuo riconoscimento è una tappa evolutiva, non può essere dato per scontato e ci può volere del tempo prima che paziente e analista si riconoscano l’un l’altro come soggettività separate: “Perché esista la mutualità dobbiamo avere due partecipanti che si percepiscono come persone autonome capaci di dire di sì o dire di no l’uno all’altro e allo stesso tempo mantenere il rispetto per i reciproci punti di vista” (Bach, 1994).

Nel film il viaggio i due nemici politici dell’Irlanda del Nord, il protestante Ian Paisley e il repubblicano Martin McGuinness, per discutere e concludere uno storico accordo, sono costretti a intraprendere un viaggio in macchina insieme, ma solo uno dei due, Paisley, si rifiuta di dialogare. McGuinness, al contrario, è consapevole della necessità di cooperare con l’avversario, pensando al futuro e in nome del bene comune.

Nel modello psicoanalitico proposto da Pino, come nel film, la possibilità che lesperienza della tregua trovi articolazione dipende dal contesto relazionale in cui si svolge lesperienza stessa. Al di fuori di un contesto in cui non ci si senta compresi ed empaticamente rispecchiati, anche nella differenza, e che promuova, la solidarietà, la cooperazione fra gli esseri umani, le parti in gioco non possono coagularsi e dialogare.

Gli “oggetti della tregua” descritti da Pino, ibridazione, chimerizzazione, rispecchiamento imperfetto, propensione al dono, funzione del contesto, sono proprietà emergenti, che necessitano di qualcuno che se ne appropri, prendendoli dentro di sé ed elaborandoli creativamente, assumendosi in primo luogo la responsabilità individuale e collettiva dell’incontro.

Intimità, collaborazione e cooperazione non si raggiungono facilmente se si metteranno in atto lotte di potere che devono essere continuamente esaminate articolate e elaborate. Non si raggiunge il mutuo riconoscimento grazie a ideologie, ma grazie alla continua immersione empatica e ad una sintonizzazione convalidante al mondo soggettivo dell’altro.

In accordo con Pino, penso che affinché la tregua possa essere un obbiettivo in sé, devono esserci due partecipanti che si sentono persone autonome capaci di accordi e disaccordi in una “autonomia dinamica” e dialettica (Aron,1996).

Nell’attuale diffusione di manifestazioni di distruttività, dominate dall’idea della presenza inevitabile di conflittualità intrise di una crudeltà che sembra non avere limiti, e dove lessere umano può arrivare a trattare gli altri come merci (Hinshelwood, 2024), sembra che la diretta conseguenza del progressivo impoverimento del senso di sé e del valore di ciascuno di noi come essere umano sia lincapacità alla mutua “reciproca compassione” (Gembillo, 2024).

La pretesa naturalità della guerra (Cruciani, 2024), ci pone di fronte a costi umani-in particolare l’esposizione dei bambini ai conflitti armati- ed economici (Caruso, 2024) che minano alla base la tenuta delle nostre società democratiche che arrancano sotto il peso del logorio di regimi democratici, costantemente minacciati da tensioni geopolitiche, alimentate da leaders in assunto di base e che esitano in atti terroristici. conflitti bellici e violazione dei diritti umani.

Tali scenari evocano una difesa molto simile a quello che Bion ha definito scisma. Lo scisma è una caratteristica tipica del gruppo in assunto di base, è la resistenza che compare quando si richiede al gruppo di realizzare uno sviluppo. La spinta al progresso e al cambiamento viene arrestata e genera conflittualità nella misura in cui lede l’identità di entrambi gruppi: “La difesa che offre lo scisma contro l’idea che contiene la minaccia di uno sviluppo può essere individuata nell’operazione compiuta dai gruppi scismatici che in apparenza si oppongono, ma che di fatto tendono allo stesso fine” (Bion, 1961).

In una recente intervista a Claudio Neri, condotta insieme a Stefania Marinelli per l’edizione 2024 della rivista Argo Gruppo Omogeneità e Differenze, sulla difficoltà collettiva ad attivare strumenti in grado di catalizzare una prospettiva di speranza, e nell’ottica di non perdere la “capacità di aspirare” (Lombardozzi, 2024), Claudio suggeriva di distinguere tra la speranza come vago sentimento e la speranza come possibilità di operare nella realtà.

Credo che la possibilità individuale e collettiva di poter operare nella realtà una prospettiva di speranza, possa essere collegata al riconoscimento dell’essenziale “essere noi” degli esseri umani (Pines,1988) condizione che crea un senso di essere insieme e che richiama i concetti del “noi andiamo” di G. Klein, 1976, e di “noi esecutivo” di R. Emde (1991). Nessuno di noi sopravvive e si sviluppa al di fuori di un nesso di relazioni, e questa è la natura basilare della condizione umana.

Infine, mi sono chiesta e chiedo a Pino se la dimensione concreta della tregua di cui lui fa esperienza possa contenere questa funzione psicoanalitica del “noi”, collegata allidea di speranza indicata da Claudio. Io l’ho percepita nel suo modo di operare dentro e fuori la stanza di analisi e di essere vicino all’esperienza dell’altro e l’ho rintracciata in quella felice possibilità di coesistenza fisica, concreta e agita che gli fa pensare - fuori da ogni logica aspettativa - di poter suggerire al paziente forse potrebbe andare diversamente da come lei sta immaginando?”

  

Bibliografia

Aron L. (1996) Menti che si incontrano. Raffaello Cortina Editore, Milano 2004

Bacal H.A. (1985) Optimal responsiveness and the therapeutic process in Goldberg A Progress In Self Psychology vol.1 Guilford NY pp.202-226

Bromberg P. (2006) Destare il sognatore. Raffaello Cortina Editore, 2009

Caruso R. (2024) Futuro inverso. I costi delle guerre in un tempo sconosciuto in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Cruciani P (2024) La pretesa naturalità della Guerra in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Bach S (1994) The Language of Perversion and the Language of Love Aronson Northavale NJ

Bion R.W. (1961) Esperienze nei Gruppi Armando Editore Roma 2009

rino 1991

Gembillo (2024) in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Hinshelwood R D (2024) Materie prime. Le persone come in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Klein, G (1976) Teoria psicoanalitica. I fondamenti Raffaello Cortina Editore Milano 1996

Orange D. (1995) La comprensione emotiva Astrolabio 2001

Lombardozzi A (2024) La capacità di aspirare in un mondo in crisi. Psicoanalisi e contesti culturali in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Neri C (2024) Intervista a cura di Mariaclotilde Colucci e Stefania Marinelli culturali in Argo Gruppo Omogeneità e Differenze vol-10 2024 www.argo-onlus.it

Pines M. (1988) Esperienze del Sé in gruppo Percorsi intersoggettivi e di psicologia del sé verso la comprensione dell’uomo. Borla Roma

Stern D. (1985) Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri Torino, 1987

Stolorow R.D., Atwood G.E. (1992) I contesti dell’essere. Le basi intersoggetttive della vita psichica. Bollati Boringhieri, Torino, 1996


[1] Roberto Tagliacozzo (1995) ricordando lo stesso assunto di Bion afferma che la paura sia il “fondamento dell’accoglienza” non solo perché il paziente ha paura che nell’incontro si ripeta l’esperienza micro-traumatica che è causa della sua sofferenza, ma anche perché nella paura risiede il nucleo della vita del suo Sé mentale.

 

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