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Nicolò A.M. - Introduzione alla tavola rotonda "Evoluzioni del pensiero di Melanie Klein: psicoanalisi, cultura, filosofia " (2014)

KLEIN TODAY

Roma, 20-21 settembre 2014

Introduzione alla tavola rotonda

« Evoluzioni del pensiero di Melanie Klein: psicoanalisi, cultura, filosofia »

Anna Maria Nicolò

La prima grande rivoluzione psicoanalitica dopo le scoperte di Freud, passando attraverso l’influenza e il lavoro di Sandor Ferenczi, si deve a Melanie Klein e ai suoi discepoli. Poche scuole sono state tanto produttive e creative. Dobbiamo riconoscere alla Klein una forza rivoluzionaria e dirompente e naturalmente essa si è attirata molti nemici, ma anche una grande quantità d seguaci. Le controversial discussions che hanno caratterizzato gli anni d’oro della psicoanalisi inglese ci hanno estremamente arricchito. Il titolo della giornata di oggi “Klein Today” ci spinge a guardare questa grande eredità anche se guardando all’indietro ognuno di noi riconosce anche alcuni limiti inevitabili, dati dal tempo in cui la Klein viveva e da molteplici altri fattori, alcuni dei quali non descrivibili. Di tutti questi possibili limiti, alcuni dei quali da riferirsi al suo concetto dell’istinto di morte e alle conseguenze di esso o all’invidia precoce, uno solo mi sembra veramente significativo e si riferisce al fatto che la Klein non prese in sufficiente considerazione l’impatto dell’ambiente nella vita psichica dell’individuo. Winnicott meglio di me esprime questa idea.

“Le mie obiezioni riguardavano la decisione della Klein di costruire una completa teoria dello sviluppo individuale del bambino in termini del solo bambino, senza alcun riferimento all’ambiente. Questo, secondo me, è impossibile. Certo, è una caratteristica fondamentale della psicoanalisi quella di indirizzarsi al fattore individuale e personale e valutare quanto il fattore ambientale possa essere parzialmente o anche interamente un fenomeno soggettivo. Nondimeno, c’è uno stadio all’inizio dello sviluppo dell’individuo in cui l’ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l’importanza che gli compete. Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME dal punto di vista dell’Io del bambino. Non c’è modo di aggirare questa difficoltà. […] Ogni tendenza maturativa è ereditaria e la psicoanalisi si occupa semplicemente dell’interazione tra ciò che è ereditario e ciò che è ambientale” (Winnicott, 1969, p. 487 ed. it.).

Per cominciare voglio ricordare alcuni nodi del pensiero kleiniano che sono presenti anche nella psicoanalisi moderna: l’esistenza di un Io precoce in grado di sviluppare meccanismi primitivi di difesa e di stabilire relazioni oggettuali fin dall’inizio della vita, la scoperta dell’identificazione proiettiva, l’ipotesi dell’esistenza della fantasia inconscia, la teoria delle posizioni paranoidi e depressive.

Tutte queste scoperte che rimandano ad una teoria del mondo interno e del suo funzionamento hanno prodotto, come riconoscono Tabak de Bianchedi et al. (1984), la fondazione di una vera e propria metapsicologia che arricchisce quella freudiana e, per alcuni, anzi la supera. Inoltre, è un fatto ben noto che la Klein e i suoi seguaci immediati (Rivière, Isaacs, Heimann) si impegnarono molto in polemiche con analisti loro contemporanei nel tentativo di dimostrare che non erano “eretici”. La difficoltà di accettare le novità è poi un funzionamento ben noto nelle istituzioni di ogni tipo. Userò, per discutere della mia introduzione, i numerosissimi commenti al pensiero kleiniano e in particolare un lavoro di Tabak de Bianchedi et al. (1984) che ho sentito prezioso per la comprensione che offre dell’ampio panorama delle scoperte kleiniane.

Questi autori argentini e molti altri analisti chiarirono e svilupparono i primi semi, peraltro consistenti, donatici dalla Klein. Essi affermarono che quattro punti focali descrivono la metapsicologia kleiniana: il punto di vista posizionale, quello della politica economica, quello spaziale ed infine il punto di vista drammatico.

Esaminando la realtà psichica dal punto di vista posizionale, l’attenzione è focalizzata sull’“organizzazione e la mobilità delle configurazioni emozionali”. Il concetto di posizione di cui ci parla la Klein è un concetto spaziale ed esso è ben distinto da quello di fase, di freudiana memoria che piuttosto è una struttura statica. Ogni posizione, ad esempio quella paranoide o quella depressiva, caratterizza una specifica organizzazione mentale ed essa, non per forza, è in una successione cronologica. Una mente in una fase determinata potrà avere un funzionamento caratterizzato da “una configurazione specifica del rapporto con l’oggetto, delle angosce e delle difese, che persistono per tutta la durata della vita” (Segal, 1964, p. 13 ed. it.). In un altro momento ne potrà avere un’altra. Le posizioni, proprio perché tali, sono mobili; esse possono non essere in sequenza cronologica, ma esiste di esse una mobilità, una oscillazione continua che permane nel corso di tutta la vita di un soggetto. La trasformazione continua di tali posizioni, determinata dal tentativo di fronteggiare la sofferenza mentale, porta alla creazione e alla successiva integrazione di differenti relazioni oggettuali in gradi crescenti di integrazione. Tale funzionamento è continuamente mobile e tale mobilità posizionale permette l’esplorazione sincronica e diacronica delle trasformazioni dei processi mentali.

Tabak de Bianchedi e i suoi colleghi usarono poi il termine “politica economica” per definire quel complesso processo su cui si organizza la vita mentale di un individuo. In questo caso la comprensione della vita mentale si basa sull’analisi delle “strategie di interscambio e di distribuzione, della sofferenza”. In particolare si considerano gli obiettivi, i metodi e le conseguenze di tale politica economica. Io trovo il termine molto suggestivo ed esplicativo dato che mostra l’aspetto organizzazionale di tali esperienze. L’accento non è sulla quantità della libido, sull’energia, ma piuttosto sulle relazioni tra varie parti del sé e della relazione tra sé e l’altro. La qualità dei legami con l’oggetto e con il sé è cruciale nella comprensione. Per fare un esempio, la Klein affermava che

“L’esplicazione dei processi psichici ed emotivi propri del primo anno di vita (ma che si ripresentano fino all’età di cinque o sei anni) potrebbe essere sempre posta in termini di lotta tra libido e aggressività e di conseguimento del successo o meno in tale lotta; l’elaborazione della posizione depressiva richiede che in questa lotta (che si rinnova ad ogni crisi psichica o fisica) l’Io riesca a sviluppare sistemi adeguati per fronteggiare e mitigare le angosce persecutorie e depressive, ossia, in ultima analisi, per ridurre e tenere a freno l’aggressività diretta contro gli oggetti d’amore” (Klein, 1952, p. 493 ed. it.).

Tabak de Bianchedi et al. (1984) usano una similitudine al proposito, comparano il modello kleiniano ad un modello in uso per un sistema comunicativo che gestisce informazioni; “informazioni i cui dati sono costituiti principalmente dell’esperienza emotiva derivante dal rapporto con l’oggetto” (p. 394).

In questa concezione che analizza la vita mentale in termini di politica economica della mente, fin dall’inizio della vita, l’Io precoce sviluppa processi di significazione precoci e attraverso i meccanismi difensivi come la scissione e l’identificazione proiettiva e introiettiva, usa strategie per difendersi dal dolore mentale che è il vero motore di questo funzionamento (e non lo scarico della tensione di freudiana memoria). Queste modalità di interscambio consentono di gestire e distribuire l’angoscia e perciò a questo si attaglia il termine di politica economica. L’angoscia perciò è sia un segnale che uno strumento operativo.

L’aspetto, a mio avviso interessante, di questa concezione è l’osservazione che ne deriva che ci sono politiche economiche utili in certe situazioni e in certe età perché favoriscono l’integrazione a differenza di altre. Questo porta a relativizzare certi funzionamenti rapportandoli a certe specifiche situazioni.

Un altro punto di vista importante è quello spaziale. Questo è molto più noto dato che è collegato alla nozione di spazio che la Klein poté osservare nelle sedute di gioco con i bambini.

Spazio è anche la nozione di mondo interno che la Klein aveva, dove altresì descriveva la geografia degli oggetti presenti nel mondo interno, oppure quando descriveva l’interno del corpo della madre.

Questa nozione di spazio è veramente centrale in questa teorizzazione, lo spazio come contenitore delle fantasie inconsce o l’idea dello spazio corpo.

D’altronde però lo stesso concetto dell’identificazione proiettiva presuppone uno spazio dentro cui si proietta e di uno spazio ove si genera la proiezione.

Da questo ne sono derivate le concezioni del funzionamento tridimensionale o bidimensionale che caratterizza certi tipi di organizzazione della mente. In questa teoria la tridimensionalità, concetto spaziale per eccellenza, attiene ad un Edipo, sia pur primitivo, e nasce dai rapporti triadici che lo caratterizzano, mentre la bidimensionalità tipica dei funzionamenti più gravi come le patologie dello spettro autistico (e non solo) implica la non esistenza di uno spazio tra gli oggetti e determina perciò, non l’identificazione proiettiva, ma piuttosto quella adesiva, come per altro notava Meltzer (1975).

L’ultimo punto di vista è quello drammatico e in esso si descrive lo scenario di un mondo interno caratterizzato da personaggi in gioco, che, come in un teatro mentale  sono legati da una trama.

I fenomeni mentali sono visti come “vicende drammatiche” e l’Io e i suoi oggetti interagiscono in modo personificato, assumono i ruoli, sono dotate di intenzioni, sensazioni, esperienze e sentimenti personali, e svolgono azioni significative (la trama). L’Io e i suoi oggetti possono essere visti come attori del dramma o invece spettatori. “Queste vicende e la loro successione temporale possono essere considerati come atti del dramma, un dramma che si svolge nella fantasia inconscia che sempre interagisce con gli oggetti del mondo reale” (Tabak de Bianchedi et al., 1984, p. 396).

In questa ottica si può osservare la drastica distanza della Klein da Freud. Ciò che in quest’ultimo era descritto in termini di forze, diventa per la Klein i legami, la mobilità dei funzionamenti e l’interazione dei personaggi nel dramma del mondo interno.

La creatività di un pensatore si vede nei prodotti che genera, nei pensieri e nelle scoperte che produce dopo di lui/lei.

In questo la Klein è oggi sempre presente tra di noi e sono innumerevoli coloro che sulle sue spalle sono andati oltre (Bion, Rosenfeld, Steiner, Segal e moltissimi altri), scoprendo nuovi confini della psicoanalisi per la cura dei pazienti e la comprensione del mondo interno.

Biliografia

de Bianchedi, E.T., Antar, R., Fernández Bravo De Podetti, M.R., Grassano De Píccolo, E., Miravent, I., Pistiner De Cortiñas, L., Scalozub De Boschan, L.T., Waserman, M. (1984). Beyond Freudian Metapsychology—The Metapsychological Points of View of the Kleinian School, Int. J. Psycho-Anal., 65:389-398.

Klein M. (1952). Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotive del bambino nella prima infanzia. In: Scritti 1921-1958. Torino: Boringhieri,1978, pp. 460-493.

Meltzer D. (1975). L’identificazione adesiva. In:La comprensione della bellezza. Torino: Loescher, 1981, pp. 24-43.

Segal H. (1964). Introduzione. In: Introduzione all’opera di Melanie Klein. Firenze: Martinelli, 1968, pp. 11-14.

Winnicott D.W. (1969). Contributo a un convegno sull’invidia e la gelosia. In: Esplorazioni psicoanalitiche (1989). Milano: Cortina, 1995, pp. 486-489.

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