Sabato 28 febbraio, presso il Centro di Psicoanalisi Romano, si è svolta la giornata di presentazione del libro “Il sentimento del reale" di Anna Ferruta e Sara Boffito, le quali nel 2025 hanno pubblicato in italiano alcuni scritti inediti di Donald Winnicott.
Il tema centrale del volume è inerente la sensazione di essere vivi e autentici, di sentire la realtà come propria, materia che, come analisti, ci riguarda molto poiché oggi giorno i pazienti soffrono il non riuscire a sentirsi reali e vitali negli incontri con gli altri e con sé stessi. Ciò che accomuna i vari scritti inediti è il contatto con la realtà e il modo in cui la vita psichica prende forma.
Winnicott ci mostra quanto le relazioni primarie abbiano un impatto profondissimo nel rapporto psiche-soma. È in quel territorio precocissimo che appare il “reale”, nelle prime relazioni della vita. Se l’ambiente affettivo è abbastanza sicuro, il bambino può sviluppare un senso di sé autentico, la capacità di giocare e creare e la percezione che la realtà esterna abbia significato. Se invece questo ambiente manca o è troppo intrusivo, la persona può sviluppare un “falso Sé”, una personalità adattata agli altri ma poco autentica.
La mattinata è stata introdotta da Paola Marion che ci presenta il volume: diviso in 5 parti, ognuna preceduta da un'introduzione delle curatrici; composto da un’alternanza di articoli, discorsi e note che offrono al lettore il senso di un processo di pensiero in movimento nella mente di Winnicott.
Le curatrici hanno intercettato pensieri nascenti per il grande psicoanalista avendo cura di cogliere le intuizioni trasformative e le concettualità alla genesi del suo pensiero. Winnicott ha cercato di mettere insieme il lavoro clinico, l'essere parte del processo culturale del suo tempo e lo sforzo di poter utilizzare la psicoanalisi come scienza che dia dignità all'umano.
I capitoli del libro offrono al lettore incontri con parole significative, emerse dal lavoro di Winnicott e dalla sua sensibilità alla complessità del vivente come: il “primitivo” nella psiche, le esperienze precoci dell’infanzia che continuano a influenzare la vita adulta; la creatività e l’immaginazione, i modi attraverso cui l’individuo conquista il contatto con il reale; l'inconsciousness e l’inconscio come riserva di energie, come fonte di vitalità oltre che come luogo di conflitti; la somiglianza tra artista e bambino poiché entrambi usano il gioco e l’immaginazione per dare forma alla realtà.
Marion si domanda quanto il pensiero di Ogden esposto in “Ripensare il concetto di inconscio”, pubblicato in “Essere Vivi” (2024), non abbia tratto ispirazione da un breve appunto del ’53 di Winnicott sull'inconscio poiché Ogden sostiene che "l'inconscio non è un luogo ma una qualità del nostro pensare, sentire e sperimentare”, cioè come qualità che caratterizza certe strutture, non come un’entità. Per questo Marion suggerisce l’importanza dell’ambiente fin dall’inizio, anche nelle Procreazioni Medicalmente Assistite.
Ferruta e Boffitto, così come nella preparazione del libro, anche durante la mattinata scientifica hanno improntato i loro interventi attraverso un clima dialogico, mettendo in luce la ricerca di un linguaggio per comunicare e sintonizzarsi con chi ascolta, oltre che la possibilità di 'giocare' anche tra generazioni diverse di psicoanaliste.
Anna Ferruta propone riflessioni intorno 3 aree che le hanno spinte nella ricerca:
1)la centralità dell'inconscio e le declinazioni dell'unconsciousness: Winnicott allarga il concetto di inconscio dopo Freud in termini di potenzialità e risorse, ne parla come una qualità antagonistica delle culture dominanti. Anche Di Chiara e Ferro hanno poi utilizzato la stessa concezione dell'inconscio per attingere alla realtà che può essere utilizzata.
Ferruta anche vede l'inconscio come una riserva protetta che contiene qualità buone, valido anche per gli psicotici;
2) il legame tra appagamento istintuale e relazione fin dall’origine della vita, affermando che però non tutti gli appagamenti istintuali vanno trasformati in simbolizzazione. Alla base di molte difficoltà umane connesse alla vita affettiva c'è la difficoltà insista nell'istintualità: il bambino piccolo dev’essere aiutato a completare l'esperienza del morso famelico attraverso la risposta materna. Solo attraverso il mordere l'esperienza del sè può affondare nella sensorialità. Winnicott dice che è importante non solo nutrire il bambino ma fargli vivere l'esperienza, per questo è importante che il dialogo madre-bambino sia soddisfacente e creativo. Solo attraverso la creazione del legame umano si può fare un tipo di esperienza mutativa. Ma com'è possibile rimanere in contatto con impulsi distruttivi e proteggere al contempo le persone che amiamo? Questo racchiude il conflitto dell'esperienza relazionale.
Per Winnicott l'ambiente primitivo è parte essenziale dell'individuo e il pensiero prende vita nella dialettica tra primitivo e vita immaginativa. Per questo descrive l'esperienza sensoriale del bambino con il mondo esterno e la relazione con la madre.
Il primitivo è inteso come una qualità dell'esperienza che va combinata con la risposta della madre-ambiente e fa si che si sviluppi la vita psichica, per cui anche gli aspetti brutali possono essere trasformati. Quando l’ambiente in cui cresce il bambino è meccanico lo sviluppo intellettivo subisce un’inibizione e si sviluppano intellettualizzazioni o somatizzazioni. Winnicott parla di “marchingegno” per indicare lo sviluppo di modalità difensive o patologiche, quali funzionamenti mentali separati dal corpo. Fondamentale rimettere insieme psiche e corpo. Il sogno, che è più vicino all'esperienza corporea, è utile in analisi per permettere di riprodurre l'esperienza primitiva, permettendo ai pensieri di emergere dal corpo e non intellettualizzando. Ecco perché solo nella congiunzione tra esperienza e nascita della vita immaginativa e del sogno c'è soggettivazione;
3) la tensione creativa tra incontro con l'alterità e processi di soggettivazione che hanno al centro cos’è il reale: l'ambiente percepito può dar forma al senso di sé solo se si incontra con il feto in modo sufficientemente favorevole, cioè può esserci sviluppo e crescita solo quando le due alterità (l’impulso del bambino e la risposta della madre) si incontrano. La vita soggettiva del bambino è presente sin dall'inizio: la psiche nasce dall'esperienza del corpo e dall'incontro che il feto fa con la mamma ed è importante che l'incontro non faccia ombra (“L’ombra dell’oggetto” Freud; Bollas) e che non si saltino le esperienze, per evitare che il soggetto si assimili all'oggetto. Il seno non dev’essere forzato ma va fatto accettare, l'intensità dell'esperienza non va distrutta ma bisogna permettere al bambino di poter avere fiducia nel trovare ciò di cui ha bisogno nel mondo reale, tenendo conto anche del suo amore spietato. La distruzione occorre come esperienza di un sé che esiste poiché lo si è potuto mettere in gioco, anche grazie agli oggetti che sopravvivono alla distruzione. Winnicott ci spiega quanto sia importante che l’oggetto (la madre, l’analista) metta a disposizione l’esperienza affinché il soggetto possa vivere l’alterità e ricrearla soggettivamente sentendosi vivo. Nella stanza d’analisi troviamo pazienti bloccati in oggetti narcisistici, che si difendono dall'alterità ma conservano la traccia del rapporto con l'altro, che va sviluppata. Nella clinica viviamo il paradosso, per dirla alla Winnicott, dell'indispensabilità dell'incontro con l'altro e il bisogno del ‘core self’ (Ogden) per sentirsi vivi e avere quell’ "isolamento necessario" (Winnicott) poiché c'è sempre il bisogno di incontrare l'altro ma anche il timore di essere violati. La vita è frutto della creatività soggettiva e dell’incontro con l’altro, per questo l'integrazione è possibile solo nel processo di crescita, permettendo l'integrazione sensoriale e lo sviluppo del legame.
Sara Boffito tenta di fare uno zoom sulle differenze linguistiche per espandere degli aspetti concettuali winnicottiani in quanto a volte nelle traduzioni si scivola in errore tra lapsus e censure.
La parola inconscio nel volume la si trova due volte: una nel '66 come riflessione sociologica di Winnicott come presidente della British Psychoanalytic Society e una nel '53 da “Gli appunti su l'inconscio" trovati tra le carte di Andrea Giannakoulas. Nella persona non integrata Winnicott dice che non può esserci "unconsciousness" poiché non c’è un essere umano unitario: ciò rappresenta però un paradosso poiché "unconsciousness è una qualità dell'esperienza che ha a che fare con la fantasia, il gioco e il vivere”. Il vivere, dunque, si conquista attraverso la vitalità fisica e immaginativa, non intellettualizzando.
Il concetto di primitivo inoltre è ben distinto da primario. “La sovrapposizione tra “primitivo” e “primario”, se da una parte è comprensibile in termini cronologici, dall’altra apre a una confusione concettuale. Il primitivo per Winnicott non riguarda il venire prima, le relazioni precoci, ma è una qualità dell’esperienza. Ha a che fare con la ferocia, con la spietatezza, con l’amore in una forma che per lui è sana, appartiene allo sviluppo.
Nello scritto “Primitive emotional development”, così come negli “Appunti” contenuti nel volume, l’aggettivo primary (‘primario’) viene utilizzato da Winnicott in modo preciso e distinto da primitive (‘primitivo’).Molte traduzioni avevano sbagliato ad attribuire alla fantasia per Winnicott il termine primitiva invece di primaria. Primari per lui sono ad esempio alcuni processi dello sviluppo, come gli istinti aggressivi, l'acquisizione del senso di sé, la fantasia e la preoccupazione materna primaria mentre per la Klein gli istinti aggressivi sono primitivi. Winnicott sosteneva che sono "primari" perché gli istinti poi devono essere trasformati, come ad esempio da rozzi in sublimati.
Per "madre normalmente devota" Winnicott intendeva esprimere che solo l'ambiente devoto a quel tipo di cura, la mamma con il bambino, può capire il bambino.
Inoltre, Boffitto rivela che è stata confusa leggendo in Winnicott anche la parola "real" e non "reality", che è da intendere più come "feeling real", sentirsi sé stessi, nei propri panni. Per questo Winnicott poi dirà che solo il ‘vero sé’ può sentirsi reale e creativo mettendo invece la "perdita del senso del reale" tra le agonie primitive.
Il senso del reale è attribuito agli oggetti soggettivi e non alla realtà, cioè ha a che fare con qualcosa di più primitivo; a differenza del sentimento del reale che appartiene all'immaginazione. Ecco perché possiamo dire che la formazione della vita psichica, la base della sanità mentale, si pone proprio tra la creatività primaria e l'incontro con il soggetto.
È veramente interessante come il cambio di parole, offra un decisivo cambio di orizzonti. Leggendo il testo di Boffito e Ferruta possiamo dunque ritrovare un Winnicott al lavoro su dettagli clinici e teorici, permettendoci di ripensarlo.
Diana Norsa avvia la discussione sulla bellezza dell’incontro e della condivisione con i colleghi, seppur sia spesso difficile intendersi a causa della tensione tra teoria e clinica.
Norsa ci ricorda l’importanza del dialogo per Winnicott con Clifford Scott da cui si sentiva ascoltato così come ci suggerisce di andare nella sezione del libro "parole che aprono" che aiuta il lettore a stimolare la curiosità e il pensiero.
Le autrici, così come Winnicott, usano il paradosso e stimolano reazioni controintuitive. Viene rimembrato uno dei paradossi più noto, “la regressione materna” come somigliante alla condizione di malattia poiché la malattia e la sanità spesso si confondono, soprattutto quando ci sono accadimenti familiari che incidono sulla psiche del bambino, come la nascita di un fratellino quando si è piccoli. Per è più normale per un bambino ammalarsi che rimanere in buona salute.
Le autrici utilizzano sottolineature come Winnicott fa con lo squiggle, ovvero usano parole allo stato nascente, con intuizioni, così come lo psicoanalista britannico lavorava con i suoi pazienti.
Tra i lavori più ricchi di Winnicott viene ricordato "l'uso dell'oggetto" in cui troviamo all’opera il pediatra e lo psicoanalista che arriva a formulare che, se la fase della preoccupazione materna si chiude in modo naturale, il bambino può usare l'oggetto e poi sbarazzarsene, così da poter passare all'esperienza di pieno godimento.
Viene menzionato Green che vede una linea comune tra Freud e Winnicott in quanto non vede tra i due frattura sulla teoria della pulsionalità.
Per cercare di ascoltare e comprendere gli stati primari studiati da Winnicott si cercano strade fatte di ascolti altrettanto primordiali della mente. Norsa, allo stesso modo, attraverso casi clinici, ci mostra l'analista in azione che non si lascia distruggere dal paziente, permettendogli di sentirsi reale, e quanto il lavoro analitico permetta lo sciogliersi di certi nodi personali in modo che le mamme possano “giocare con l'aggressività” dei propri bambini e aiutarli a crescere.
La discussione con la sala fa emergere una visione originale del modo di lavorare e scrivere di Winnicott così come quella delle curatrici del libro.
Viene valorizzato quanto un nuovo pensiero spesso possa nascere da errori e incongruenze, rovesciando la logica della perfomance, sempre più presente nel mondo attuale.
Vengono poi ripresi alcuni temi.
L'ambiente va concepito in senso più ampio, madre-ambiente, all'interno di un sistema in cui abita il vivente. Il movimento del feto sorprende l’ambiente poiché può essere così percepito e dare luogo al senso di sé. Un individuo non può vivere né biologicamente né psichicamente senza ambiente quindi non possiamo scindere l’individuo dal suo ambiente. Winnicott predata la nascita del soggetto a quando i genitori iniziano a pensare al bambino, cosa che poi gli studi di Gallese e le neuroscienze hanno confermato.
Un collega chiede se l'area transizionale si pone nel campo intermedio, tra senso del reale e senso di realtà. Nel formulare la teoria dei fenomeni transizionali Winnicott mette in evidenza che per la sanità mentale è importante che coesistano oggetti non sé e la creatività personale, quindi, non è importante stabilire cosa è reale e cosa no ma cosa riesce a trasmettere l’artista. È importante quindi non il reale inteso come realtà ma avere esperienze non me, che c'è qualcosa al di fuori di noi che ci permette di sentirci vitali anche se non lo creiamo direttamente noi: solo in questo modo possiamo sentirci davvero vivi.
Rousillon direbbe che è importante la coincidenza tra l’allucinazione e la percezione.
Qualcun altro mette in luce che Winnicott parla di non integrazione, che è diverso dalla disintegrazione. E' infatti una questione relazionale: riusciamo a dare vita in base agli incontri, per questo è fondamentale nel lavoro analitico la personalità dell’analista. Incontrare un analista piuttosto che un altro permette di integrare delle esperienze non precedentemente integrate.
Ogni individuo è isolato e al contempo comunica: una collega si chiede come riuscire a mantenere punti di contatto con individui che hanno bisogno di rimanere isolati nel loro mondo di idee ma al contempo creano cose a partire dalla relazione con noi. Ci si pone dunque il problema di come l’analista può rendersi presente al paziente e si condivide l’idea che l’analista non debba solo essere un oggetto idealizzato per il paziente ma potergli permettere di esprimere l’odio nel transfert e controtransfert. È importante anche citare quanto certe aree inconsce coesistano e si possano portare alla luce solo se il paziente vuole, considerando però che solo grazie all’esperienza percettiva sensoriale dell’alterità si può richiamare alla vita. Alcuni pazienti sono stati violati o a rischio (Abraham e Torok) quindi bisogna non infrangere la loro intimità e protezione sennò collassano, così come nel lavoro con il bambino autistico a cui gli va dato tempo prima di trovare il modo di poter stare nella stanza clinica.
Sul finale della ricca mattinata una collega ci ricorda che oltre Winnicott anche la psicoanalisi italiana ha dato grande rilievo all'uso della creatività, ad esempio Edoardo Weiss aiutò attraverso una profonda relazione il pittore Nathan ad esprimere sé stesso trasformando l’angoscia in possibilità di espressione emotiva e lavorativa.
Grazie alla clinica che ci interroga continuamente riusciamo a sviluppare pensieri nuovi, così come è stato in questa bellissima mattinata scientifica.
Il libro esplora cosa significa sentirsi veramente reali e vivi, e come questo dipenda dalle prime relazioni, dalla creatività e dalla possibilità di essere sé stessi.