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Steiner J. - L’angoscia di essere visti: orgoglio narcisistico e umiliazione narcisistica (2011)

“Rifugi della Mente – Processi di sviluppo”

Roma, 1-2 ottobre 2011

 

L’angoscia di essere visti: orgoglio narcisistico e umiliazione narcisistica

John Steiner

 

Vedere e essere visti sono aspetti importanti del narcisismo nel quale la consapevolezza di sé è una caratteristica onnipresente che poi diventa acuta quando il paziente perde la protezione di un rapporto narcisistico ed è obbligato a sopportare un certo grado di separatezza. Dopo essersi sentito nascosto e protetto, a un certo punto si sente appariscente ed esposto a uno sguardo che lo rende a rischio di umiliazione. Questa situazione si colora spesso di una qualità devastante e insopportabile, in particolare se il paziente sente che essa nasce da una specie di vendetta per l’uso che il paziente fa dello sguardo con l’intento di mostrare una superiorità che gli permetta di guardare gli altri dall’alto in basso. In questo scritto descriverò il modo in cui la necessità di evitare o interrompere questa umiliazione può essere così acuta da ridurre il paziente a non sapere come gestire il senso di colpa e le altre emozioni connesse alla perdita che in altre situazioni sarebbero sopportabili. Per questa ragione lo sviluppo risulta bloccato se il paziente non viene aiutato a capire meglio l’umiliazione, così da renderla più sopportabile.

Tutti conosciamo le emozioni che si provano quando siamo osservati e sappiamo che lo sguardo dell’altro può dare origine a sensazioni sia piacevoli che sgradevoli. Si può essere orgogliosi, contenti di essere ammirati, gratificati dalla soddisfazione di impulsi esibizionistici, ma si possono anche provare sensazioni sgradevoli di imbarazzo, vergogna e umiliazione. In questo scritto vorrei soffermarmi proprio su questi ultimi sentimenti perché mi sembra che abbiano rilevanza clinica e possano colorare in modo molto netto l’esperienza dell’analisi nei pazienti. Inoltre, l’umiliazione sembra avere una qualità particolarmente insopportabile che richiede un sollievo immediato e che può essere così temuta che molti pazienti sono preoccupati di doverla affrontare. Alcuni pazienti cercano di nascondersi, altri tentano di rovesciare questa esperienza cercando di suscitare ammirazione, mentre altri cercano di proteggersi umiliando qualcun altro. Nel rapporto di transfert può emergere una lotta per il predominio (Steiner, 1999). In questo caso la direzione dello sguardo è un indicatore importante del potere relativo e della posizione gerarchica dei soggetti. I pazienti si sentono umiliati quando si sentono piccoli, dipendenti e guardati dall’alto in basso e si difendono da questi sentimenti a volte guardando l’analista dall’alto in basso e altre volte cercando di trovare nell’analista un alleato nel guardare qualcun altro dall’alto in basso. I pazienti che hanno raggiunto l’orgoglio narcisistico, dopo aver acquisito un senso di superiorità in modo introiettivo o proiettivo, hanno maggiori probabilità di temere che le loro difese diventino trasparenti e che gli oggetti che loro hanno fatto sentire inferiori cerchino di vendicarsi umiliandoli.

Rosenfeld (1964) sostiene che la funzione più importante del rapporto narcisistico sia di impedire l’esperienza della separatezza tra soggetto e oggetto. Le identificazioni proiettive e introiettive permettono al paziente narcisistico di appropriarsi delle qualità desiderabili che appartengono all’oggetto e di evacuare quelle indesiderabili, però lo rendono incapace di costruire una relazione con un oggetto effettivamente separato. Invece di mettersi in rapporto con un oggetto indipendente, i pazienti narcisisti negano la dipendenza e si comportano come se avessero già tutte le qualità e il nutrimento di cui hanno bisogno. Se perdono questo senso di autosufficienza onnipotente, entrano in contatto con sentimenti di dipendenza e bisogno che danno origine all’angoscia. Se l’oggetto li frustra, reagiscono con rabbia e delusione, mentre se l’oggetto ne riconosce l’amore e la dipendenza dalla sua bontà, essi devono fare i conti con l’invidia. Rosenfeld descrive il modo in cui il rapporto oggettuale narcisistico fornisce una difesa contro le angosce che il paziente si trova a dover affrontare quando ne viene minacciata l’onnipotenza.

Queste angosce derivano dal vedere l’oggetto con maggiore chiarezza man mano che l’organizzazione narcisistica si indebolisce o crolla. In generale queste angosce sono state considerate molto importanti. Ma, allo stesso tempo, il paziente deve anche affrontare le conseguenze dell’essere visto. Ed è questo che da origine all’umiliazione, il sentimento che intendo affrontare in questo scritto. Ho già spiegato come l’organizzazione narcisistica crei un rifugio psichico (Steiner, 1999) nel quale il paziente si può nascondere per non farsi vedere. In questo scritto intendo discutere la situazione in cui si trova il paziente quando questo rifugio non è più disponibile. In questa situazione spesso il paziente si sente spinto ad affrontare una realtà ostile prima di essere pronto a farlo e si sente osservato, giudicato e disapprovato.

La vista è inefficiente se il soggetto è troppo vicino all’oggetto e l’oggetto risulta a fuoco solo se lo si guarda da una certa distanza. Lo stesso vale per l’essere visto. Ed è nel momento in cui si esce da un rifugio psichico, ponendo una certa distanza tra sé e l’oggetto, che l’aspettativa di uno sguardo ostile diventa realtà. Le angosce che derivano dal vedere e dall’essere visti possono portare a un’intensificazione delle difese narcisistiche. La situazione è complicata dal modo in cui si può usare lo sguardo per ristabilire un rapporto narcisistico: gli occhi possono essere usati per entrare negli oggetti e trovarvi rifugio, oppure per recuperare il controllo e acquisire le proprietà degli oggetti. In questo scritto presenterò del materiale che fa pensare che quando gli occhi sono stati usati in questo modo l’umiliazione diventa qualcosa da temere in modo particolare.

L’esperienza di essere esposti allo sguardo altrui assume la forma di un disagio più o meno profondo lungo una gamma di sensazioni che vanno dall’imbarazzo alla vergogna all’umiliazione. L’importanza di questi sentimenti è confermata dal numero di parole associate ad essi nella nostra lingua: per esempio il paziente può sentirsi sminuito, svilito, svalutato, denigrato, deprezzato, degradato, deturpato, svergognato, disonorato, mortificato, dileggiato, indegno e vulnerabile. In questo spettro ci sono distinzioni importanti e difficili da definire e, infatti, il disagio di norma diminuisce man mano che si passa dall’umiliazione alla vergogna all’imbarazzo. Tuttavia anche coloro che soffrono di timidezza, rossori e modestia sembrano cercare in tutti i modi di uscire dalle situazioni di questo tipo. La qualità insopportabile di questa esperienza è ben evidente nelle descrizioni di situazioni di umiliazione, imbarazzo e vergogna fatte dai pazienti del tipo: “Preferirei morire, piuttosto che trovarmi di nuovo in quella situazione!” o “Speravo che la terra si aprisse e mi inghiottisse!”. In alcune culture l’umiliazione viene considerata una giustificazione della vendetta e del suicidio (Benedict, 1946).

I miti, come il mito biblico della cacciata dal paradiso terrestre, incarnano questa sensazione di essere esposti e nudi una volta persa la protezione del paradiso, mentre le favole, come quella dei vestiti nuovi dell’imperatore, illustrano come la superiorità narcisistica possa crollare facilmente e diventare trasparente. Al di fuori dell’ambito di questo scritto c’è anche l’importante ruolo sociale e politico dell’umiliazione nel provocare la violenza e nel dare origine al terrorismo e alla guerra (Steinberg, 1991).

È stato scritto molto sul ruolo dello sguardo, in particolare dal punto di vista dello sviluppo di un senso di identità che molti autori collegano all’esperienza di essere osservati. La descrizione di una fase dello specchio nello sviluppo è importante nell’autorevole ma complessa opera di Lacan (1956), come pure nelle osservazioni ancorate alla clinica di Winnicott, il quale considera la faccia della madre il primo specchio. “Cosa vede il bambino quando guarda la faccia della madre?” chiede Winnicott, e risponde che “normalmente il bambino vede se stesso” (1967, p. 12). Mi sembra evidente che Winnicott stia descrivendo un tipo di rapporto oggettuale narcisistico, quasi rimandando proprio a Narciso che vede la sua immagine nell’acqua. Comunque Winnicott avverte di non interpretare prematuramente il narcisismo e, come Kohut (1971), sottolinea l’importanza dello sguardo di approvazione della madre per l’autostima del bambino. Questa posizione è condivisa anche da Wright che sostiene che “L’immagine del bambino che “l’altro” gli rimanda diventa in questo modo la forma attraverso la quale il bambino si percepisce e arriva a conoscersi” (1991, p. 270). Questa posizione differisce da quella di molti analisti kleiniani che ritengono che sia importante evitare la collusione con il desiderio dei pazienti di conservare le loro idealizzazioni narcisistiche. Io non sono d’accordo con Winnicott e Kohut, ma mi rendo conto che il paziente potrebbe essere vulnerabile al disprezzo e all’umiliazione e che l’analista può aiutarlo ad affrontare questa realtà difficile se ne ammette la propensione all’umiliazione.

È stato scritto moltissimo anche sulla vergogna (S. Feldman, 1962; Lansky, 1996, 1997, 2005; Levine, 2005; Morrison, 1987; Nathanson, 1987; Mollon, 2003; Wurmser, 1981; Yorke, 1990) e ne sono stati discussi aspetti importanti, che però non sono sempre facili da integrare con l’esperienza clinica. Molti autori collegano la vergogna con il narcisismo e alcuni hanno descritto la qualità insopportabile della vergogna. Tuttavia si tratta di un soggetto generalmente trascurato dagli autori kleiniani, tanto che Lansky scrive che “la vergogna e le sue dinamiche sono state trascurate in quasi tutto il canone kleiniano” (2005, p. 456). Nell’articolo su cui si basa questo scritto (Steiner, 2006), ho risposto a questa omissione tenendo conto di alcune delle idee presentate da Lansky e da altri. Lansky sottolinea in particolare l’insopportabilità della vergogna che impedisce il passaggio a stati più riparativi, tra i quali dà importanza al perdono (1005). Io ritengo che l’umiliazione che deriva dal crollo di un’organizzazione narcisistica abbia una qualità specifica che richiede un sollievo immediato e che quindi non consente di elaborare il senso di colpa e interferisce con il percorso attraverso il rimorso, il rammarico e il risarcimento.

Se vogliamo riconoscere questi stati nella pratica clinica, penso che dobbiamo trovare loro una collocazione concettuale e per questo trovo utile la formulazione di Britton. Nel suo lavoro sullo spazio triangolare (1989), Britton descrive il modo in cui la relazione del bambino con l’oggetto primario, o oggetto del desiderio, viene complicata dalla consapevolezza di un oggetto secondario, che diventa un oggetto osservatore, che in particolare esprime giudizi sulla relazione del bambino con l’oggetto primario (Britton 1995, comunicazione personale). Ciò mi ha portato a elaborare una formulazione schematica secondo la quale le esperienze insoddisfacenti con l’oggetto primario portano prevalentemente a senso di colpa, mentre quelle relative all’oggetto osservatore danno origine alla vergogna. Il senso di colpa ha ricevuto particolare attenzione in relazione al concetto kleiniano di posizione depressiva (Klein, 1935, 1940; Steiner, 1992, 1993), ma non altrettanta attenzione è stata dedicata al ruolo della vergogna nel rapporto con l’oggetto osservatore. Naturalmente la qualità giudicante dell’oggetto osservatore è fondamentale nella formulazione freudiana del complesso di Edipo, in cui il padre viene visto come rappresentante del potere e dell’autorità che esprime giudizi e minaccia punizioni che possono arrivare alla castrazione e alla morte. Lode o biasimo, premi o punizioni sono tutte funzioni dell’oggetto osservatore che vengono incorporate nella formulazione classica del Super-Io[1]. Il ruolo fondamentale dello sguardo risulta evidente se ammettiamo che l’umiliazione è una componente importante della minaccia che proviene dalle figure superegoiche. Questo aspetto umiliante del Super-Io è ben noto, ma la sua ubiquità e importanza sono state a volte sottovalutate. Se ne teniamo conto, vediamo che svolgono un ruolo importante in molte situazioni cliniche.

In questa formulazione, la vergogna sembra svolgere un ruolo importante nel confermare il potere di un Super-Io primitivo e bloccare lo sviluppo del Super-Io più maturo della posizione depressiva. Naturalmente si tratta di formulazioni schematiche che servono solo come guida. Nella realtà la situazione è molto più complessa e, per esempio, l’oggetto osservatore spesso viene rappresentato da una parte dell’oggetto primario che osserva, spesso si tratta degli occhi della madre. Invece l’oggetto osservatore diventa spesso l’oggetto primario, pertanto la vergogna a cui esso dà origine si mescola con il senso di colpa. Questo approccio schematico può essere utile per concettualizzare il rapporto spesso ambiguo tra vergogna e invidia. In entrambi questi sentimenti lo sguardo svolge un ruolo centrale e il “malocchio”, di solito simbolo dell’invidia, può minacciare di umiliare il soggetto e costituisce un aspetto importante di ciò che Bion ha definito il Super-Io che distrugge l’Io (Bion, 1959; Britton 2003).

Nonostante la scarsa attenzione di cui sopra, alcuni lavori in ambito kleiniano hanno affrontato l’umiliazione. Rosenfeld ne sottolinea l’importanza soprattutto nei suoi scritti più tardi, descrivendo per esempio il modo in cui i pazienti “si sentono umiliati e sconfitti quando scoprono che è l’oggetto esterno che in realtà contiene le qualità positive che avevano attribuito alle proprie capacità creative” (1987, p. 105). Questo aspetto era già stato evidenziato da Horney (1936) che aveva notato quanto sia comune che un paziente narcisista soffra di umilianti ferite narcisistiche in analisi e come si vendichi istintivamente cercando di umiliare l’analista. Un tema simile compare nella descrizione fatta da Kohut della rabbia narcisistica che segue una ferita narcisistica in cui un ruolo importante viene svolto da “scherno, disprezzo e sconfitta evidente” (Kohut, 1972, p. 380). In questo contesto Stoller (1975, p. 64-91) sostiene che una funzione importante della perversione e della pornografia sia quella di capovolgere il senso di umiliazione. Queste analisi dell’umiliazione mettono in evidenza quanto essa possa essere insopportabile, ma non la collegano esplicitamente con lo sguardo.

Segal (2007) invece, fa questo collegamento in uno scritto in cui affronta il ruolo della vista nella psicosi descrivendo un paziente la cui “sana curiosità” si era trasformata in voyeurismo onnipotente e onnisciente. Come nel caso del mio paziente, il voyeurismo era diventato esibizionismo perché “la vera ragione per usare gli occhi era entrare nell’oggetto, ribaltare la sensazione di piccolezza e diventare oggetto di ammirazione e invidia”. Anche se non discute specificamente dell’umiliazione, Segal descrive come il paziente avesse particolarmente paura di essere trasparente. Altrettanto rilevante è un articolo di Riesenberg-Malcolm (1970) che descrive dettagliatamente una paziente che sembrava proteggersi dal crollo facendo uso di una fantasia perversa che conteneva uno specchio in cui era fondamentale essere osservata e umiliata. Il voyeurismo e l’esibizionismo avevano un ruolo primario in questa fantasia. Questa paziente stimolava la curiosità dell’analista e la considerava una spettatrice eccitata.

Anche un mio scritto recente sul caso Schreber si concentra sul ruolo dello sguardo (Steiner 2004). In esso ho fatto notare che l’esperienza di essere umiliato era una delle caratteristiche principali della malinconia di Schreber. L’umiliazione rendeva urgente il suo bisogno di sollievo e si univa alla sua incapacità di trovare un oggetto che lo sostenesse nell’affrontare la realtà. Ciò significava che il senso di colpa era intollerabile e quindi non poteva fungere da stimolo per il rammarico e la riparazione. Ho affrontato un tema analogo in un altro articolo (Steiner 2005) in cui ho sostenuto che in alcuni pazienti si verifica un conflitto tra proseguire nel cammino del lutto, da una parte, e lasciarsi prendere dalla malinconia, dall’altra. Anche in questo caso l’umiliazione, se grave e non riconosciuta dall’analista, può far propendere il paziente per la malinconia e rinviare o impedire la separazione necessaria per poter affrontare la perdita dell’oggetto.

Alcuni pazienti particolarmente sensibili alle umiliazioni sembrano riviverle vivacemente in analisi e quindi non possono progredire poiché ogni passo avanti sembra minacciare la posizione narcisistica che li protegge. Il paziente è spesso cosciente di aver paura di essere osservato, ma né il paziente né l’analista sono sempre consapevoli del fatto che aspetti normali del setting, quale lo stare sdraiati sul lettino, l’iniziare e finire la seduta a una certa ora, l’incontrare altri pazienti, possono far sentire il paziente dolorosamente esposto e osservato. A volte anche il fatto di essere ascoltato e capito dall’analista, un aspetto essenziale del processo analitico, può far nascere sentimenti di questo tipo. Si pone un problema tecnico se il dolore dell’umiliazione è intenso e se viene associato alle osservazioni fatte dall’analista, anche se espresse benevolmente. Allo stesso tempo, questa situazione tende anche a ingenerare senso di colpa nell’analista, che si sente incapace di evitare di umiliare dolorosamente il paziente.

Materiale clinico

Vorrei analizzare alcuni di questi temi a partire dal materiale clinico di un paziente, il signor A, che era molto preoccupato di come gli altri lo vedessero e che cercava di nascondere il più possibile i suoi sentimenti di timidezza, goffaggine e diffidenza. Varie esperienze infantili, tra le quali la depressione della madre, lo avevano reso incerto di essere amato veramente e questo lo portava a un’insicurezza che temeva potesse indurre gli altri a pensare che lui non fosse proprio del tutto normale.

Il paziente, al terzo anno di un’analisi con frequenza giornaliera (escluso il fine settimana), in questo periodo cercava di nascondere i sentimenti di umiliazione sfoggiando un’esuberanza gioviale che dava l’impressione incongrua che egli tentasse in tutti i modi di essere quello che non era. Spesso gli capitava di fare il buffone e per molto tempo tentò di costringermi a lunghe discussioni sul tempo o sull’inaffidabilità della metropolitana. Se non reagivo, mi sembrava di essere stato meschino e lui aveva l’aria imbarazzata e delusa.

Per prima cosa vorrei descrivere il modo in cui usava gli occhi nelle interazioni con me: all’inizio per superare le barriere che proteggevano la mia privacy e osservarmi, poi per proiettare su di me e alla fine per controllare se la proiezione era riuscita. Queste interazioni mi sembravano interessanti ma scomode, anche se sospettavo che avessero l’obiettivo di evitare di farlo sentire piccolo e quindi umiliato. Quando le proiezioni riuscivano, sembrava che sentisse di potere guardarmi dall’alto in basso e cercava conferme facendosi ammirare. Ma se le proiezioni fallivano, lui si sentiva confuso e aveva paura che lo accusassi di essere un guardone intrusivo. Avevo l’impressione che la buffoneria avesse la funzione di una difesa maniacale contro sentimenti profondi di tristezza e vuoto.

Era molto curioso della mia famiglia e della mia vita professionale e sembrava ferito dal fatto che non gliene parlassi mai. All’inizio sembrava provare solo normale curiosità e usava gli occhi per scoprire qualcosa su di me, ma poi la curiosità diventò eccitazione e voyeurismo e gli occhi gli servivano per entrare dentro di me e identificarsi con me.

Un giorno arrivò e disse che avevo lasciato la porta del bagno socchiusa e che guardando nella fessura aveva notato che la tavoletta era sollevata. Aveva quindi pensato che avevo fatto pipì in piedi. All’inizio della seduta successiva disse che era appena andato in bagno e mentre urinava aveva pensato a me che facevo a mia volta pipì in piedi e si era chiesto a se pensavo a lui mentre lui pensava a me. Notai che in quel modo finiva col vederci uguali identici e lo collegai al modo in cui aveva approfittato dello spiraglio della porta in cui poteva entrare. Gli sembrava di aver segnato un punto contro di me in quel modo, riuscendo così a cancellare il senso di minorità che provava quando aspettava di entrare in seduta o quando gli sembrava che lo guardassi dall’alto in basso mentre lui stava steso sul lettino.

Quando descrisse le fantasie che aveva fatto al bagno, pensai che volesse che io lo ammirassi e gli confermassi che era riuscito a ribaltare l’umiliazione, ma lui si aspettava anche che alla fine avrei trovato un modo per riaffermare la mia superiorità e mortificarlo. Pensavo che il rapporto importante fosse con l’analista come oggetto osservatore e che si sentisse mortificato da me o capace di essere lui a mortificarmi.

Il tema del guardare come espressione di curiosità è emerso con maggiore dettaglio nella seduta successiva. È arrivato con un quarto d’ora di ritardo e mi ha porto un assegno. Mi ha detto che è il giorno del mese in cui mentre mi dà l’assegno si può guardare intorno e vedere le carte poste sul pavimento vicino a me. Ha detto che però si sentiva osservato e a disagio mentre lo faceva, e per questo probabilmente aveva dato solo un’occhiata veloce a quelle carte. Ha continuato dicendo che c’erano più cose intorno alla mia sedia di quanto non avesse notato prima. C’era un quaderno, una pila di fogli e una terza pila di cose che non sapeva bene cosa fossero. Si domandava perché non li avessi messi sul tavolo. Forse preferivo tenerli fuori dal mio campo visivo. Le carte gli ricordavano le fatture che aveva sul tavolo del salotto. Nella sua vita le cose si accumulano e non vengono messe bene in ordine.

Io dissi che se lui riusciva a guardarmi dall’alto in basso, non si sentiva più piccolo e inferiore. Lui ci vedeva come due persone simili e se io potevo guardare lui dall’alto in basso, lui poteva fare lo stesso con me, proprio come aveva appena fatto parlando dell’essere andati in bagno tutti e due. Ora ci vedeva entrambi circondati dallo stesso disordine in cui le cose non erano a posto. Disse che il disordine gli ricordava le persone che pensavano che la depressione di sua madre lo avesse molto colpito e turbato. Non l’aveva mai capito, ma ora che ci pensava forse lo aveva davvero messo in difficoltà e ricorda ora che trovava molto difficile stare con lei, in particolare quando si comportava come se tutto fosse normale. Aveva altri ricordi della casa dei suoi genitori nel nord dell’Inghilterra, tra i quali un ricordo della camera da pranzo in cui sua madre lavorava. In passato aveva fatto vaghi cenni al fatto che sua madre scriveva, ma nulla di preciso. Ora mi spiegò che si occupava di un settore specifico e mi descrisse come un lato del tavolo da pranzo fosse coperto delle sue carte e dei suoi libri. C’era anche una macchina da scrivere e aveva pensato che i miei mucchi di libri fossero un’eco di quel tavolo. Si domandava cosa facesse di quelle carte quando avevano ospiti. Forse le toglieva, ma non ne era sicuro, Perché non gliel’aveva mai chiesto? Forse a un bambino di 10 anni non interessava, ma lui crede che non sia stato per quello. Forse la madre non voleva parlarne.

Dissi che pensavo che vedere le mie carte avesse stimolato la sua curiosità, ma che era consapevole della mia reticenza perché non rispondevo alle sue domande su me stesso e tenevo nascoste le mie cose private, a meno che lui cercasse in qualche modo di scoprirmi. Se riusciva a trovare un varco nelle mie difese poteva entrare in un’area dalla quale normalmente si sentiva escluso. All’inizio ci vedeva entrambi seduti nel disordine delle nostre carte e questo lo faceva sentire meno vulnerabile al disprezzo perché gli sembrava che fossimo simili. Ma poi si era ricordato di sua madre e del suo lavoro e ciò lo avevo reso consapevole che in me c’era qualcosa da rispettare e apprezzare.

L’interazione iniziale sembrava essersi svolta prevalentemente con un oggetto osservatore e riguardava la sua solita preoccupazione di sentirsi umiliato, se io lo guardavo dall’alto in basso, cosa che poteva ribaltare se era lui a guardare me dall’alto in basso. Però emerse un altro tipo di contatto quando le carte e la mia interpretazione gli avevano fatto ricordare il fatto che sua madre scriveva. Mentre pensava a me e a sua madre come a persone che scrivono, si era reso conto che lui non aveva avuto successo in quest’area, ma ora la differenza tra noi non gli sembrava più così umiliante e non aveva tentato immediatamente di ribaltarla con l’aiuto dell’eccitazione come aveva fatto in passato. Ora gli sembrava possibile mettersi in rapporto con l’analista come oggetto rispettato, ricordare sua madre e prendere contatto con sentimenti di rimpianto e di lutto.

Non è stato facile per lui accettare la differenza, eppure mi sembra che sia stato capace di mantenere questo atteggiamento anche nella seduta successiva, in cui raccontò un sogno, in cui stava sostituendo le piastrelle del pavimento della sua stanza. E si domandava come mai ne mancassero alcune. All’inizio le aveva posate nella direzione sbagliata, ma poi si era accorto che la linguetta si deve incastrare nella scanalatura. Quando le aveva girate, si incastravano ma erano troppo corte e lasciavano parte del pavimento scoperto.  Questo gli faceva venire in mente il tavolo della camera da pranzo. Aveva aggiunto un pannello e lo aveva tolto diverse volte nella settimana perché aveva avuto gente a cena. Il suo amico Charles lo aveva aiutato e avevano avuto difficoltà a sistemarlo e avevano dovuto girarlo perché il raccordo (N.d.T: in inglese nipple, lo stesso termine di capezzolo) entrasse nel buco. Interpretai che si era reso conto che c’era un qualche tipo di asimmetria. C’è un modo giusto e un modo sbagliato per fare incastrare le cose e che io lo avevo aiutato come aveva fatto Charles.

Fu una seduta più riflessiva e permise di pensare che un analista amichevole possa aiutarlo a capire le cose e a riconoscere che esistono differenze, per esempio tra maschi e femmine, e tra adulti e bambini. Ma il contatto con questi sentimenti di differenza era associato anche a un senso di perdita, come nel caso delle piastrelle mancanti e del buco che rimaneva. Questo buco però veniva trattato in modo molto diverso dallo spiraglio nella porta del bagno e sembrava rappresentare il passaggio dalla preoccupazione perché io ero un oggetto osservatore che provocava umiliazione se lui si metteva in rapporto con me come oggetto primario con il quale era possibile comunicare con tristezza invece che con eccitazione.

L’umore riflessivo, comunque, non durò molto e fu sostituito da uno sprazzo di giovialità. Dopo il fine settimana si presentò con un abito sorprendente, che portava raramente e che appariva elegante, allegro e speciale. Aveva fatto un pezzo del tragitto in tremo con una collega e si era accorto che non le aveva detto dove andava ed era stato sollevato dal fatto che lei non gliel’avesse chiesto. Forse già sapeva della sua analisi o immaginava che si trattasse di qualcosa di imbarazzante.

Poi mi ricordò che quell’abito era legato a un incidente imbarazzante in cui la gelosia verso un amico l’aveva portato a impicciarsi in modo talmente maldestro da quasi mettere in pericolo un rapporto consolidato. Interpretai che fare il buffone era il suo modo di affrontare la paura di qualcosa si più conturbante che emergeva quando veniva messo da parte e gli dissi che forse era più consapevole della gelosia e del danno derivante dai suoi attacchi intrusivi. Penso che la gelosia, e la consapevolezza di provarla, potessero essere state provocate dalle sedute riflessive dei giorni precedenti che gli avevano fatto provare gelosia verso la mia capacità di provare piacere nel lavorare con lui.

Pochi giorni dopo iniziò una seduta con una descrizione dettagliata della sua battaglia per risolvere un problema idraulico relativamente modesto a casa. All’una di notte aveva ricevuto un SMS da un’amica che gli dava dei consigli ed era rimasto sorpreso quando si era reso conto che doveva averle telefonato quando stava cercando di aggiustare il guasto. Penso che il problema idraulico lo avesse messo in contatto con un senso di bisogno di cui si era rapidamente disfatto e che era rimasto impressionato perché quel senso di bisogno era rimasto in mente all’amica e l’aveva in realtà tenuta sveglia.

Disse poi che era teso per un lavoro che aveva fatto e che aveva ricevuto un elogio in una riunione in ufficio. Aveva tentato di mostrarsi contento, ma l’unica cosa che gli era uscita era: “Evviva!” e non se lo aspettava. “Evviva” era la parola che usava quando si eccitava e in questo caso sembrava seguire la soddisfazione per un lavoro ben fatto. Dissi che forse era stato contento sia sul lavoro che quando aveva risolto il problema idraulico a casa. Però mi sembrava che si eccitasse se sentiva che i suoi pensieri mi erano entrati in testa e, come era successo con l’amica, mi tenevano sveglio con eccitazione e preoccupazione. Se non ero eccitato e ansioso, lui non era sicuro di essere riuscito ad arrivare a me e a volte gli sembrava di dover diventare invadente per essere sicuro che mi interessassi a lui.

Discussione

Questo materiale clinico conferma l’idea che la vista svolge un ruolo speciale che va ben al di là dell’uso degli occhi per raccogliere informazioni sul mondo esterno. I pazienti possono sentirsi umiliati quando gli altri li osservano e questo può essere il punto di partenza di varie manovre difensive e aggressive nel tentativo di ribaltare l’umiliazione. In questo tipo di interazione l’oggetto osservatore è predominante e lo sguardo svolge un ruolo fondamentale sia come meccanismo che come metafora. Sembra allora che inferiorità e superiorità diventino aspetti importanti, tanto che se il paziente si sente guardato dall’alto in basso, cercherà di ribaltare questa situazione acquisendo una qualche forma di superiorità e proiettando inferiorità sull’altro.

Ho trovato più semplice pensare alla vista in queste situazioni cliniche collegandola schematicamente all’enorme espansione del ruolo della vista che avviene nello sviluppo individuale e filogenetico. In entrambi i casi si usa la vista in situazioni in cui prima si usava il gusto, l’olfatto, il tatto e la propriocezione. Questi altri sensi sono filogeneticamente più antichi e inizialmente è attraverso di essi che si esprimono i meccanismi mentali individuali. Per esempio, l’introiezione è inizialmente correlata con l’assunzione di cibo mentre la proiezione è collegata al rigurgitare, vomitare e eliminare feci e urina.

Se ci si affida ai sensi di prossimità, si favorisce un rapporto oggettuale parziale perché è necessario un certo grado di separazione e distanza perché sia l’oggetto che il Sé siano visti come interi. Anche se la vista fornisce informazioni più precise e dettagliate, i sensi di prossimità relativamente più rozzi rimangono importanti specialmente nel rapporto con gli elementi fondamentali della vita, come il cibo, gli escrementi, la malattia, la morte e il sesso. Essi però finiscono con l’essere superati dalla vista in molte aree e nell’infanzia avanzata vengono associati all’umiliazione e alla vergogna.

Se l’umiliazione è troppo dolorosa e la separazione diventa intollerabile, il paziente può riuscire a ricreare un senso di vicinanza usando gli occhi per cancellare la consapevolezza della separatezza. Questo meccanismo si basa sulla capacità degli occhi di svolgere alcune delle funzioni che prima venivano svolte dai sensi di prossimità e che sono associate ai rapporti oggettuali parziali. In particolare, la proiezione e l’introiezione vengono ora mediate dagli occhi e lo sguardo diventa capace di penetrare e può essere usato non solo per osservare l’oggetto nel suo complesso ma anche per entrare nell’oggetto e identificarsi con lui. L’eccitazione associata a questo ingresso trasforma la posizione del bambino da quella di osservatore a quella di guardone e l’identificazione può portare nella fantasia a un’ulteriore trasformazione da osservatore a distanza a partecipante al contatto fisico. È come se la vista fosse usata come senso di prossimità permettendo di ricostituire un rapporto oggettuale parziale.

Il neonato scopre anche che gli occhi hanno il potere di sedurre e con questo può attrarre la madre in una posizione di ammirazione come mezzo importante per controbilanciare l’umiliazione. Certo tra madre e bambino si può creare un rapporto basato sull’ammirazione reciproca che spesso diventa erotizzato e viene espresso attraverso gli sguardi. A volte l’ammirazione assume proporzioni deliranti e diventa una folie-à-deux (Mason, 1994; Steiner, 1997). Molto di ciò dipende dalla capacità della madre e del bambino di restare in contatto con la realtà.

Oltre alla vista, anche l’udito è in grado di coprire le distanze e all’inizio della vita il pianto è un mezzo importante per comunicare il disagio e per proiettarlo. In seguito, con lo sviluppo del linguaggio, parlare e ascoltare assumono un significato determinante. Naturalmente le parole sono la moneta della psicoanalisi e hanno un rapporto complesso con la vista. La scena primaria è un concetto visivo ma è più spesso sentita che vista e la conoscenza dei suoi vari significati è resa possibile dal pensiero verbale. Proprio come la vista acquisisce alcune delle funzioni dei sensi di prossimità senza sostituirli, l’udito e in particolare il linguaggio, acquisiscono alcune delle funzioni della vista. Guardare da vicino e guardarsi negli occhi sono azioni visive che vengono poi rappresentate verbalmente in base al loro significato metaforico. In alcuni casi un’interpretazione che conferisce significato può far sentire osservato il paziente anche quando si sente capito e ne può derivare una sensazione di umiliazione.

Credo che sia possibile usare alcune di queste idee e collegarle alla propensione del mio paziente a vivere con umiliazione quasi tutti gli aspetti della psicoanalisi. Ciò sembra essere iniziato quando il paziente ha cominciato a emergere dalla sua organizzazione narcisistica e a vedermi come una persona intera. Per brevi periodi riusciva a sopportarlo, ma alla fine gli sembrava di essere stato allontanato da una posizione di privilegio. E questo lo faceva sentire piccolo ed escluso, così cercava di affrontare questi sentimenti ribaltandoli. Entrare in un’area della mia vita privata gli faceva sentire che poteva ottenere quella che considerava una conoscenza proibita e spesso questo lo portava a un atteggiamento voyeuristico in cui si eccitava guardandomi e riusciva a recuperare un rapporto oggettuale parziale. Grazie alle fantasie con cui riusciva a entrarmi dentro, si sentiva meno escluso e meno umiliato e la sua capacità di trovare un difetto o uno spiraglio in ciò che considerava la mia corazza protettiva lo faceva sentire trionfante e capace di guardarmi dall’alto in basso.

Guardare nel bagno e tra le carte intorno alla mia sedia sembrava offrigli un’apertura attraverso la quale osservare una versione della scena primaria. Le sue fantasie sembravamo dire che usava questa possibilità di guardarmi voyeuristicamente per poi identificarsi con me. Faceva pipì in piedi proprio come me e l’immagine di me circondato dal disordine corrispondeva al disordine delle carte sul tavolo di casa sua.

Lo scopo di questo voyeurismo è di entrare e acquisire le qualità che pensa possano essere ammirate, per questo esibisce questo successo con orgoglio, nella speranza di suscitare ammirazione, ma sempre con la paura di risultare trasparente e quindi di sentirsi umiliato. Mentre inconsciamente alimentava il suo narcisismo entrando, seducendo e derubando l’oggetto primario, era incapace di affrontare il senso di colpa e la perdita che ne derivavano perché la sua preoccupazione primaria era affrontarmi in quanto oggetto osservatore.

Comunque le carte intorno alla mia sedia alla fine portarono ad associazioni sugli scritti della madre a cui sembrava interessato con un certo turbamento. Fu così possibile un tipo diverso di contatto in cui il paziente riusciva a tollerare meglio l’idea della separazione e della differenza. Riuscì a portare ricordi che facevano capire che la madre aveva una carriera di fronte a sé e aveva avuto risultati che lui rispettava e invidiava. Le sue associazioni erano collegate anche alla perdita e a un certo rimpianto di non avere saputo di più sulla sua depressione insieme alla paura che ora fosse troppo tardi. Ciò rappresentava un rapporto con l’oggetto primario e per un certo periodo fu in grado di sopportare la consapevolezza della differenza senza sentirsene umiliato. A differenza dello spiraglio nella porta del bagno, il buco tra le piastrelle del sogno sembrava collegato a un senso di tristezza e di perdita. Queste sedute rappresentavano secondo me la capacità di usare la vista per riflettere un interesse e la capacità di osservare l’oggetto per trovarvi qualcosa di prezioso. Per un certo periodo l’intrusività diminuì, ma non fu possibile mantenere il contatto, il che portò a un’altra seduta esibizionistica in cui il suo abito strano lo riportava al tema del buffone. Si susseguirono con regolarità cicli di contatto con fasi di intrusività.  Tuttavia, anche la buffonaggine eccitata mi sembrava capita in parte, tanto che il paziente era capace di vedere che era la gelosia che aveva provocato l’intrusività che aveva allontanato l’amica. La seduta in cui parlò del problema idraulico del suo appartamento sembrava essere un misto di intrusione eccitata e di riconoscimento di una parte bisognosa e dipendente. Telefonò all’amica sentendosi quasi nel panico, ma poi si accorse di potersela cavare da solo e fu sorpreso nel ricevere l’SMS. Si eccitò allora perché era riuscito a entrare nella sua mente, cosa che io ho collegato al suo pensare “Evviva” quando aveva avuto un successo modesto ma reale al lavoro. L’interpretazione di questa situazione sembrò permettergli di provare soddisfazione per il fatto che aveva fatto qualche progresso.

Penso che sia possibile vedere che la sua organizzazione difensiva permetteva di avere periodi in cui era in contatto col senso di bisogno e di perdita. Per questo era necessaria la capacità di reggere un rapporto oggettuale completo in cui venivano tollerati gli aspetti buoni e cattivi dell’oggetto e del Sé. In quel periodo riusciva a trovare cose positive nell’analisi, ma trovava difficile mantenere questa situazione perché facilmente si convinceva di essere piccolo e inferiore, il che voleva dire che per lui il contatto era un’umiliazione.  Seguirono altri tentativi di invertire la situazione, ribaltando il tutto su di me e spingendomi nella posizione di osservatore escluso. I progressi, come sempre in analisi, erano ciclici con periodi di sviluppo seguiti da regressioni, ma mi sembrava che stesse lentamente elaborando qualcosa. La sua competizione con me in quanto oggetto osservatore sembrava diminuire progressivamente e gli permetteva di preoccuparsi di meno di ribaltare l’umiliazione e lo faceva più capace di mettersi in rapporto con me in quanto persona apprezzata. Ciò lo portò ad affrontare il senso di dipendenza e di perdita, con molto ancora da elaborare ma anche con un tipo di contatto diverso. Penso che potrà tollerare periodi di separazione più lunghi quando sarà riuscito a capire meglio il bisogno di ribaltare l’umiliazione.

 

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[1] Mi sembra che questo tema sia una caratteristica fondamentale della posizione di Lacan riferita da Breen (1993, p. 11). Breen afferma che secondo Lacan, il padre è “il rappresentante del momento di rottura dell’unione tra madre e bambino, il momento dell’ingresso nella cultura, tramite il linguaggio e la terza persona. La “perdita del fallo” non fa riferimento a un organo anatomico o a una persona particolare, ma a una metafora che indica la separazione degli esseri umani dal loro oggetto del desiderio. Si riferisce a una mancanza sia nel maschio che nella femmina”. A mio parere è l’introduzione di un oggetto terzo osservatore e spesso autoritario che dà al Super-Io le qualità persecutorie associate all’umiliazione.

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