Lunedì, Febbraio 17, 2020
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Intervista a Franco Ferrarotti intervenuto nella giornata di studio “Psicoanalisi e società: le nuove dipendenze” a cura di Ornella Filograna

Roma, 11/2/2014

Nella parte iniziale del suo lavoro afferma che l’identità dell’uomo richiama necessariamente l’alterità e che in questo senso l’uomo è un essere sociale, ma anche che l’attore sociale di oggi vive una razionalità autoreferenziale che ha “essiccato” la società. Ci può dire in che relazione è questo cambiamento con la comunicazione virtuale?

La definizione di uomo come essere sociale è sicuramente troppo sintetica e bisognerebbe partire dai fondamenti. Come diceva Rousseau l’uomo nasce libero, in realtà lo si ritrova dovunque in catene. La cosa interessante che accade oggi è che la razionalità che va con la nozione di sociale non è più nell’individuo, ma ha invece divorziato dall’individuo ed è stata accaparrata dalle grandi strutture burocratiche, impersonali, altamente razionali, ma solo in senso formale, enfatizzata a scapito degli individui proprio dalla comunicazione elettronica. I mass mediologici non hanno, secondo me, ma naturalmente è una mia opinione, riflettuto abbastanza su una condizione particolare che la riguarda, e cioè che la sola misura di legame tra l’umanità di oggi su scala planetaria è una comunicazione che non comunica perché nega ciò che è fondamentale nella comunicazione, cioè il corpo. A causa dell’eliminazione del corpo, che è la residenza del soggetto,ora abbiamo soggetti senza fissa dimora; abbiamo sì il grande vantaggio della rapidità ma degli svantaggi tremendi: l’essiccamento, l’inaridimento, e una straordinaria combinazione del massimo rumore comunicativo e del deserto solitario più assoluto. L’individuo sopravvive perché è sociale, ma che cosa è che tiene insieme la società? Prima è stata la rivelazione biblica, le grandi religioni, poi con Kant la legge morale e l’imperativo morale categorico .Tutto questo si è sbriciolato proprio con la produzione di massa, il consumo di massa, la società di massa, più massificata che mai con la comunicazione elettronica. Oggi ciò che tiene insieme un gruppo di persone è la comunicazione che non comunica: questa è la tragedia. Si comunica a e non con, a tutti ma in realtà a nessuno. Tornando alla domanda: l’individualità come tale ha bisogno dell’alterità, e faccio il solito esempio che i greci senza i barbari non avrebbero capito che erano greci, però questa alterità collegata con l’identità che potrebbe essere una socialità in embrione, ha bisogno di un legame. Il grosso problema che i sociologi dovrebbero affrontare riguarda appunto questo legame. Immagino che alcuni di loro risponderebbero che è rappresentato dal mercato, ma il mercato, pur perfettamente legittimo, è un foro di contrattazione eticamente adiaforo, non si dice da dove viene nè dove va. Ciò che ho ipotizzato si sta avverando, cioè che il sociale è rappresentato da un coacervo di individui che stanno insieme nella totale freddezza del deserto, senza il corrispettivo impegno etico. Siamo di fronte a un nuovo tipo di socialità ed è la socialità fredda, la socialità elettronica. Oggi   si può dire che ciò che tiene insieme è questo scambiarsi informazioni secondo un torrente enorme di stimoli, di informazioni che più che informare e formare deformano. Siamo in una situazione che io definirei oggi di una socialità dissociata, con una frammentazione dell’informazione che finisce per corrompere il soggetto riempiendolo di una serie di dati che non riesce a padroneggiare, come una priorità che non sa dove va. Qui c’è da una parte un multitasting, uno fa molte cose, preme un bottone, ascolta la radio, vede la televisione, sente le previsioni del tempo, e dall’altra c’è una sorta di incapacità di fermarsi, di indugiare. E così il computer s, compie una quantità di cose in maniera rapidissima, di operazioni; ci vorrebbero anni a fare questi calcoli e li fa in pochi minuti. La sua stupidità consiste nel fatto che è incapace di indugiare.

A proposito di socialità fredda e della scomparsa del corpo nella comunicazione, che conseguenze possiamo ipotizzare sui processi interiori che riguardano la creatività?

Stiamo assistendo ad una rarefazione dell’esperienza; una volta per esperienza si intendeva una sfida tra l’iniziativa di un individuo e l’opaca resistenza della materia, mentre nella comunicazione elettronica non c’è soltanto il venir meno del de visu, del linguaggio del corpo, ma anche non c’è più nulla delle asperità, delle resistenze opache della materia con cui ci cimentiamo ogni giorno. Ha indubbiamente una qualità che si potrebbe chiamare onirica, ma in realtà non sappiamo bene, quello che possiamo dire è che in effetti la rarefazione dell’esperienza effettiva nel mondo reale enfatizza il bisogno di un mondo parallelo virtuale che è una realtà che sostituisce quest’altra che non possiamo più per varie ragioni dominare. La realtà virtuale è molto accattivante, si presenta come un arricchimento di possibilità esperienziale, che però si riferisce ad una specie di sogno a occhi aperti, non so neppure come definirlo , non abbiamo una dotazione di vocaboli appropriata perché sono veramente fatti nuovi: abbiamo una realtà che non è il sogno come si intendeva una volta, è una effettiva realtà che ci si costruisce, che si può inventare. A proposito di creatività, non so, qualunque cosa venisse inventata, la pila di Volta, era il risultato di una serie di esperimenti che finalmente davano luogo a un fatto nuovo. Qui non c’è il fatto nuovo, è una condizione completamente diversa perché l’innovazione tecnica oggi è talmente veloce nei propri cambiamenti, nei propri sviluppi, che possiamo dire che non sono veri sviluppi, non c’è creatività, ma soltanto aggiustamenti interni, può fare sostanzialmente la miniaturizzazione. La novità è proprio questa, la grande possibilità è il processo di rendere prensile, potersi portare tutto dietro, e questa tecnica non aspetta più, come avveniva con le prime applicazioni della scienza pura, che la scienza pura ci dica quali saranno le ricadute sociali, psicologiche, ma va avanti per conto suo: è la figlia snaturata della scienza pura e non si ribella neppure, se ne frega della madre, va avanti per conto nostro spinta da interessi economici e finanziari colossali. Inoltre è perfetta, ma è una perfezione priva di scopo, l’innovazione tecnica è perfetta nel controllare il funzionamento e l’esattezza delle proprie operazioni ma non ci dice da dove veniamo, né dove andiamo: siamo nelle mani di un Polifemo cieco. Una volta già Gramsci scriveva della notorietà e della gloria. Oggi c’è la visibilità conquistata dando uno schiaffo a uno, una pugnalata a un altro, non ha nessuna importanza perché la tecnica è adiafora, una perfezione priva di scopo che ha una sola capacità: controllare le proprie operazioni tecniche interne per funzionare. Siamo in una situazione di frontiera, la socialità è di tipo nuovo e non sappiamo bene cos’è. E c’è un altro problema: se consideriamo padre e madre che tornano a casa stanchi la sera, in una società come questa, panlavorista, in cui se uno non ha un profilo professionale non esiste, gli aggeggi elettronici sono delle baby sitter fantastiche, vanno avanti 24 ore su 24. C’è una dimensione pedagogica educativa: e allora oggi la socializzazione primaria viene affidata ai mezzi elettronici, tecnicamente molto raffinati, ma eticamente del tutto irresponsabili. Assistiamo al trionfo dell’audiovisivo, ma cosa vuol dire audiovisivo? Perché un conto è costruirsi da sé la propria immagine leggendo o ascoltando una parola, un conto quando la cosa viene offerta preconfezionata e addirittura seducente, la seduzione di un’immagine che qualcuno ha messo insieme per noi. Questa è una mutilazione tremenda della capacità creativa e immaginativa, su cui ci sono già dei pentimenti, perché viene meno il pensare non finalizzato, nell’immagine è già tutto fatto. E’ come vivere di precotti ; i precotti sono fondamentali, ma il pasto a base di precotti non è un pasto, perché il vero piacere è la preparazione….. uno mi ha domandato qual è la differenza tra il mondo di ieri, anche 1985- 88 e oggi: nel mondo di ieri non c’era nulla a portata di mano, per ottenere qualcosa dovevi.. arrivarci. Una cosa valeva nella misura in cui costava, il sacrificio. Ora io ho il mondo in casa premendo un tasto! Ma bisogna fermarsi, perché questa è una combinazione mortale duplice: da una parte l’estrema facilità, vedere tutto, arrivare a tutto, persino i musei non si va più a guardare, no arriva tutto lì , e senza sacrificio, e dall’altra c’è questo inaridirsi della propria capacità personale,del lo spasmo, la tensione, il gusto . Forse il terzo punto per me critico riguarda la concentrazione, la capacità di concentrarsi. La grande diffusione di questi mezzi è che dopotutto divertono, sono relativamente semplici, ti portano il mondo in casa e non ti costa niente, così uno va su internet, clicca Mozart e ti scaraventa addosso una biblioteca. Ma non c’è una critica delle fonti, è un torrente che travolge che non mette in grado di farsi una tavola di priorità, di pensare cosa conta di più o di meno o niente. Così si perde il gusto o la capacità di scegliere, e senza selettività non c’è creatività, che in fondo consiste nella capacità di connettere aspetti del reale che sono in apparenza o a prima vista estranei e lontani l’uno dall’altro: nuove combinazioni tra relazioni possibili. E tutto questo lo fa per ora la mente umana.

… quindi vedendo i ragazzini intenti ai videogiochi piuttosto che alla lettura di un libro dobbiamo pensare che perdono una serie di possibilità creative fondamentali. Ma in queste nuove tecnologie non possiamo trovare nulla di positivo con un uso opportuno? In fondo anche con l’avvento della stampa di Gutemberg molti hanno pensato che era la fine di un mondo!

Sul positivo non c’è dubbio: assistiamo alla nascita di nuove professioni con la creazione di persone molto ignoranti che però acquistano uno status professionale e sono questi tecnici della comunicazione. Ma, pensando a certi aneddoti su Kant raccontati da Rousseau, come quando K. in seguito ad un incidente con la carrozza fu talmente spaventato che non uscì più di casa, penso che in fondo la filosofia occidentale è in parte frutto di una forma di difesa, di protezione dall’esperienza. In questo senso arrivo a dire che i mezzi elettronici hanno una funzione di rottura rispetto all’ umanesimo di un tempo, irrancidito e ammuffito. Quanto a Gutemberg: in fondo la stampa e i caratteri mobili non si allontanavano radicalmente dai vecchi rotoli, era solo un modo diverso di scrivere e moltiplicare. Molti obiettano che anche l’avvento delle macchine a vapore e della rivoluzione industriale suscitò l’opposizione di gente come Coleridge e Wordsworth e dei poeti inglesi, ma poi si è fatta. E’ vero, ma, un momento, a duecento anni di distanza, se si guarda la rivoluzione del clima, l’avvelenamento progressivo delle falde acquifere, la Liguria che viene giù, viene da pensare che forse loro non avevano tutti i torti, sbagliavano solo perché lo facevano in termini romantici, per sentimentalismo. E poi io sono molto colpito dalla grande differenza tra la parola contenuta in un libro e l’immagine offertami. L’immagine è troppo bella, è troppo facile, è troppo seducente, mi colpisce in maniera sintetica, quasi ipnotizzante; della parola invece, una frase dopo l’altra, devo controllare se la fine è coerente con il principio, ho bisogno di silenzio e di calma. Leggere significa interpretare, diventare coautore, cosa che non è consentita dalla stessa velocità del mezzo elettronico.

Come immagina gli sviluppi futuri?

Fino a quando i mass mediologi insisteranno, e in questo è d’accordo con me anche Marshall McLuhan, sulla tecnologia della comunicazione, ma oblitereranno, non penseranno mai ai contenuti , perché si teme l’accusa di moralismo, fino a quando continuerà questo processo di tecnologia fine a se stessa, ci saranno molte soddisfazioni solo per quelli che la fanno, tipo le nuove imprese di giovani legate a piccole modifiche elettroniche. Questa fase continuerà credo ancora per parecchio tempo, poi, siccome confonde i valori strumentali con i valori finali , entrerà in crisi e forse verso la fine di questo secolo tornerà il piacere di leggere un libro. Ci sarà un ritorno credo semplicemente al perché, alle questioni delle categorie come il destino, lo scopo, la propria vita, tutte cose che la tecnologia non dà, perché è una perfezione priva di scopo ,e questo non potrà più essere semplicemente la scelta tra vari programmi, ma qualcosa che dia più sostanza. Penso che molte basiliche, molte cattedrali sono state costruite con materiali dei templi pagani. Credo che ci vorrà molto tempo, dalla rivoluzione industriale sono passati 200 anni e finalmente ci si interroga: dove mettiamo i rifiuti, cosa succede al pianeta. Non so cosa farà la gente, forse qualcuno riinventerà gli esercizi spirituali, qualcuno penserà chela vita interiore non era tutta sbagliata, forse sentiremo internet due ore al giorno e poi ci sarà l’interruzione critica. La mia soluzione per ora è quella, l’interruzione critica. Un’ora di televisione, due ore di lettura, la passeggiata all’aria aperta, descrivere la corteccia di un albero, fare l’amore, mangiare con degli amici, tornare, conversazione, i ragazzi guardano la televisione , si discute con loro dei programmi, ecc. ecc. Si fa l’interazione critica fra i vari media; per esempio il cinema e il libro. E’ possibile farli convivere? Si direbbe di no ma bisogna provarci.

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