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Origini e percorsi delle famiglie omogenitoriali

 

Laura Porzio Giusto, 2019

 

 

 

 

Il benessere dei bambini e delle loro famiglie è un tema serio e delicato.

Da alcuni anni le famiglie omogenitoriali sono al centro di un ampio dibattito “forse più conosciuto mediaticamente e ‘ideologicamente’ che scientificamente” (Speranza, 2013, p. 71). Per evitare opinionismi e avviare riflessioni scientificamente fondate, è invece alla ricerca empirica che dobbiamo prima di tutto rivolgere la nostra attenzione.

Il dibattito è oltremodo complesso in quanto si muove intersecando diversi piani: sociale, politico e giuridico. Non si può dunque affrontare e comprendere la realtà di queste famiglie senza tenere presente l’intreccio che ne deriva, fortemente influenzato dal contesto storico e geografico. Per questo motivo cercherò, nel mio discorso, di tenere insieme questa trama, con particolare riferimento al contesto italiano.

Lo studio delle famiglie omogenitoriali va intanto collocato nel più ampio panorama dello studio sulle “famiglie moderne”[1], ossia tutte quelle famiglie che si discostano da padre, madre e figli uniti tra loro da legami biologici. Pensiamo ai genitori separati, alle famiglie ricostituite, allargate, ai genitori single, ai figli adottati o ai genitori affidatari, ma anche a coppie eterosessuali che hanno fatto ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), gestazione per altri (GPA) e fecondazioni eterologhe.

Insomma, ci sono molti modi di venire al mondo e una varietà di percorsi e luoghi entro cui i legami familiari possono costruirsi e crescere.

Per famiglie omogenitoriali intendiamo realtà anche molto diverse tra loro: figli concepiti in una precedente relazione eterosessuale, genitori gay single, nuclei pianificati (coppie di genitori omosessuali con figli concepiti all’interno di quel rapporto), co-genitorialità allargate.

Nonostante l’esistenza di diverse configurazioni di famiglia, “questa parola anziché evocare una costruzione relazionale di affetti e progetti, per molti coincide solo con l’immagine di un uomo e di una donna sposati, monogami, eterosessuali e possibilmente fertili” (Lingiardi, 2016, p.189).

Se vogliamo poi comprendere la specificità delle famiglie omogenitoriali dobbiamo considerare la storia e l’attualità del peso dei pregiudizi che le persone omosessuali portano sulle loro spalle. Nonostante i consistenti cambiamenti intercorsi e in corso, è indubbio che gay e lesbiche debbano ancora fronteggiare, in grado diverso a seconda del contesto ambientale, atteggiamenti e comportamenti omofobi. Non stupisce (o forse si), dunque, che le famiglie omogenitoriali si trovino ora a vivere una sorta di ripetizione dello stigma, con tutti gli annessi e connessi (bisogno di dimostrare di essere sani, discriminazioni, mancanza o limitazione di diritti, ecc.), vissuto come individui e ora come famiglie. I risultati di una recentissima ricerca italiana (Ioverno et al., 2019) suggeriscono che lo stigma nei confronti delle famiglie omogenitoriali è in genere espressione di aspettative culturali sui ruoli di genere e sulla struttura familiare.

Queste famiglie si trovano spesso nella necessità di contrastare da una parte la disconferma sociale eterosessita, ossia la tendenza del contesto a dare per scontata la famiglia tradizionale e dunque a comportarsi come se la loro non esistesse, e dall’altra la squalifica sociale omofobica, ossia lo sguardo dell’ambiente connotato da pregiudizi (Ferrari, 2014). Le famiglie omogenitoriali possono perciò facilmente sperimentare un senso di alienazione e di stress dovuto alla continua necessità di spiegare e giustificare la propria realtà familiare, non prevista dall’interlocutore. Questo avviene sia nelle relazioni con le istituzioni, sia nei rapporti personali. A questo va aggiunto un continuo stato di allerta e incertezza relativo alle possibili reazioni del contesto. Poiché infatti “il pregiudizio è certamente diffuso ma invisibile”, per chi teme di esserne vittima può essere “sempre probabile” ma “mai certo”. Questa incertezza può generare ambivalenza nei rapporti con gli altri, tesi in uno stato di sospensione tra desiderio di autenticità, ricerca di sostegno e diffidenza (Ferrari, 2016).

Che cosa significa per un individuo, e per una coppia, vedere prima il proprio desiderio di genitorialità e poi la propria famiglia, guardata con sospetto, de-legittimata, non riconosciuta, fino ad essere fortemente osteggiata ed offesa? Quali ripercussioni ha questo sguardo su bambini e adolescenti? Quali difficoltà, quali compiti aggiuntivi devono affrontare gay e lesbiche che vogliono diventare e che diventano genitori? Quali risorse possono attivare?

Queste sono solo alcune tra le molte domande che i clinici dovrebbero porsi se vogliono lavorare con queste persone e con queste famiglie.

 

 

La ricerca: interrogativi ed esiti

Gli studi sulle famiglie omogenitoriali si sono concentrati principalmente su tre filoni di ricerca:

1. Le competenze genitoriali (I genitori omosessuali sono buoni genitori?)

2. Lo sviluppo psicologico dei figli di genitori omosessuali (I bambini/ragazzi stanno bene?)

3. Il funzionamento familiare (Le famiglie omogenitoriali funzionano bene? Il loro funzionamento presenta delle specificità?)

Una vasta mole di ricerche internazionali e nazionali (più di 1600 studi svolti negli ultimi 40 anni) ha concluso che l’orientamento (omo)sessuale non influisce sulle capacità genitoriali e che lo sviluppo psicologico, emotivo e sociale dei bambini e degli adolescenti cresciuti in famiglie omogenitoriali è del tutto paragonabile a quello dei loro pari, cresciuti in famiglie eterosessuali[2].

La ricerca ha mostrato inoltre che esse funzionano bene, con alcune specificità che riporterò in seguito.

La maggior parte degli studi ha preso in esame famiglie composte da madri lesbiche e dai loro figli, in particolare nuclei pianificati, mentre meno numerosi, ma in aumento, sono gli studi sui padri gay. Per esempio, da una ricerca (Carone et al. 2019) emerge che bambini cresciuti da padri gay hanno livelli di attaccamento sicuro pari a bambini cresciuti da madri lesbiche e da genitori eterosessuali.

Lesbian and gay parenting (Patterson, 2005) riporta una sintesi dei risultati della ricerca su madri lesbiche, padri gay e i loro figli, con una bibliografia di circa 150 pubblicazioni scientifiche sull’omogenitorialità. Nelle conclusioni si legge:

“[…] ad oggi le prove suggeriscono che gli ambienti domestici forniti da genitori omosessuali hanno la stessa probabilità di quelli forniti da genitori eterosessuali di supportare e realizzare lo sviluppo psicosociale dei figli” (p.17)

Dal 2005 ad oggi numerosi altri studi hanno replicato i risultati scientifici ottenuti, sia in ambito internazionale (per una rassegna si veda ad esempio Perrin, Siegel e Commitee), che nazionale (vedi ad es. Baiocco et al. 2018).

Esistono poi alcuni studi longitudinali, il più importante dei quali è il NLLFS (National Longitudinal Lesbian Family Study) che ha esaminato il benessere psicologico di figli, dall’infanzia all’età adulta, concepiti attraverso l’inseminazione artificiale eterologa da madri lesbiche, non rilevando differenze significative rispetto ai figli cresciuti in coppie etero. Dallo studio emergono inoltre alcuni fattori protettivi che hanno aiutato gli adolescenti a fronteggiare meglio gli episodi di omofobia: il miglior atteggiamento culturale verso le famiglie omogenitoriali e il supporto dei coetanei e degli insegnanti (Gartrell, Bos, 2010; 2018).

I risultati delle ricerche hanno spinto le maggiori associazioni nazionali e internazionali di medici e psicologi ad esprimersi con chiarezza sul tema. Solo per fare alcuni esempi, già nel 2005, l’American Academy of Pediatrics:

“[…] Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori. Inoltre, i diritti, i benefici e i fattori protettivi che derivano dall’unione civile possono dare ulteriore stabilità a queste famiglie.”

E nel 2012 l’American Psychoanalytic Association:

“è nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di cure. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale.”

Posizioni analoghe sono state sostenute da molte altre associazioni di professionisti della salute mentale tra cui l’American Psychiatric Association (2013), la British Psychological Society (2012), l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatriy (2013).

Anche in Italia il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (2014) e l’Associazione italiana di psicologia (2011) hanno richiamato l’attenzione sugli esiti della ricerca sull’omogenitorialità, invitando i responsabili delle istituzioni a tenerne conto e a garantire la tutela dei diritti di queste famiglie al pari di quelle etero, senza discriminazioni né condizionamenti ideologici.

Le ricerche mostrano dunque che il benessere dei bambini non è influenzato dalle configurazioni familiari, legate all’orientamento sessuale o al genere dei genitori, bensì dalla qualità delle relazioni. Genitori omosessuali possono essere buoni (Lalli, 2009) o cattivi genitori quanto quelli eterosessuali. A fare la differenza sarebbero le capacità di esercitare quelle funzioni (genitoriali) in grado di promuovere una crescita sana dei propri figli, tra cui: prendersi cura, essere responsivi, fornire sicurezza e protezione, negoziare i conflitti, insegnare il senso del limite, entrare in risonanza/sintonizzazione affettiva, garantire processi di regolazione emotiva, provvedere al raggiungimento delle tappe evolutive, svolgere funzioni significanti.

La genitorialità sarebbe innanzitutto da intendersi come “dimensione interna simbolica” (Bastianoni et al. 2015, p.108), che trova le sue origini e i suoi sviluppi in configurazioni relazionali interne e nella possibilità di tradurre il proprio mondo affettivo in sentimenti e comportamenti di cura, co-costruendo pattern interattivo-relazionali. “La genitorialità simbolica è quella situazione nella quale i genitori si prendono carico della crescita psicologica del figlio investendolo di contenuti simbolici che qualificano quella filiazione specifica, e colloca il bambino all’interno di una rete di relazioni emotive […]”. Questo concetto investe sia le famiglie tradizionali che non tradizionali (omogenitoriali, ricostituite, monoparentali, che hanno fatto ricorso a PMA, ecc) (Nicolò, 2005, p. 51).

Sgombrato il campo dal presunto pericolo della genitorialità omosessuale, dimostrato che “i ragazzi stanno bene”[3], ricercatori e studiosi si sono via via posti altri interrogativi, approfondendo dinamiche e funzionamenti interni alle famiglie, quali ad esempio, lo stile genitoriale, la divisione dei compiti e dei ruoli all’interno della coppia, la scelta del genitore biologico, le vicissitudini della fecondazione eterologa, i motivi che sottendono la scelta di diversi tipi di donatore (aperto o chiuso), l’influenza che queste scelte hanno sui figli.

Dopo aver mostrato che l’esercizio delle funzioni genitoriali non dipende dalla presenza di una madre e di un padre, la ricerca infatti potrebbe giovarsi di un approccio qualitativo-narrativo (da affiancare a quello quantitativo) in grado di approfondire le complessità delle diverse configurazioni genitoriali (Lingiardi, Carone, 2016).

Mi limito a riportare alcuni di questi dati.

Diverse ricerche hanno mostrato una maggiore competenza delle coppie omosessuali rispetto a quelle etero e un livello più elevato di benessere psicologico nei figli arcobaleno rispetto ai figli cresciuti in famiglie tradizionali. Le ragioni di queste differenze possono rintracciarsi in alcuni elementi specifici del funzionamento di queste famiglie, tra cui: madri e padri omosessuali fanno meno uso di punizioni fisiche, privilegiando, per mantenere la disciplina, l’uso del linguaggio e del ragionamento; i genitori non biologici delle coppie omo sembrano maggiormente consapevoli del proprio ruolo genitoriale e più coinvolti nella cura dei figli rispetto ai padri eterosessuali (Tasker, 2010; Saramozza, 2009); la genitorialità omosessuale è sempre una genitorialità desiderata, il più delle volte frutto di lunghi percorsi (interni ed esterni) in cui la coppia condivide ed elabora pensieri, paure, desideri e sentimenti inerenti la genitorialità, le tappe necessarie alla sua realizzazione e i progetti educativi che ne potranno discendere; le coppie lesbiche manifestano un livello di sincronicità molto alto nell’esercizio delle funzioni genitoriali (Bottino, Danna, 2005), una divisione più egualitaria e un impegno maggiore nella cura dei figli, e godono di un maggiore supporto da parte delle proprie partners (Golombok, Badger, 2010; Bos van Balen, 2010).

Inoltre, i figli di genitori gay sembrano esprimere livelli minori di aggressività (Vanfraussen et al. 2003) e sembrano meno sottoposti alla pressione della conformità di genere, mostrandosi più aperti e tolleranti verso comportamenti e attività tipici del genere opposto (Goldberg et al. 2012).

Questi risultati ci possono aiutare a riflettere sui diversi funzionamenti familiari che coppie genitoriali (omo o etero) possono co-creare e sulle influenze che tali funzionamenti possono avere sulla crescita dei figli.

Per esempio, la maggiore flessibilità di genere invece che allarmare può essere considerata una risorsa in quanto può contribuire e/o riflettere una maggiore flessibilità cognitiva, che a sua volta può portare a migliori risultati, per esempio in ambito scolastico o lavorativo. Per questo, invece che fermarci al risultato delle ricerche secondo cui i figli di genitori omosessuali hanno comportamenti di genere meno stereotipati, sarebbe interessante esplorare in che modo e perché questo avviene, ampliando i nostri modelli sullo sviluppo del genere, e traendo delle indicazioni per quei genitori (omo o etero) che ritengono auspicabile una tale flessibilità per i loro figli (Goldberg, 2016).

La scelta del genitore biologico può essere compiuta sulla base di diversi desideri e sentimenti che possono animare i due aspiranti genitori (per esempio in una coppia lesbica, una donna potrebbe desiderare molto portare avanti la gravidanza e l’altra no), oppure i criteri possono essere età e stato di salute (per es., la scelta può ricadere sul/la partner meno giovane per dare a entrambi/e la possibilità di una genitorialità biologica nel progetto di un secondo figlio oppure la scelta può ricadere sul/la partner più fertile per accrescere le possibilità di riuscita).

In merito alla scelta del donatore, sembra che il fatto che questo sia aperto (contattabile dal/la ragazzo/a all’età di 16 o 18 anni a seconda della legislazione vigente) o chiuso (non contattabile) non faccia differenza per l’adattamento psicologico degli adolescenti (Bos, Gartrell, 2011). Interessanti sono alcuni dati che emergono dalla ricerca sulle differenze, nelle madri lesbiche, tra pensieri, sentimenti e immagini relativi al donatore, che portano a fare scelte diverse. La scelta di un donatore aperto sembrerebbe corrispondere maggiormente all’idea di questo come persona (“un signore gentile”), accompagnata da sentimenti di gratitudine e curiosità relativa alle somiglianze fisiche con il proprio figlio, mentre la scelta del donatore chiuso sembrerebbe associarsi maggiormente a fantasie del donatore come entità o come processo medico, attribuendo ad esso un ruolo di minore importanza (Lingiardi et al., 2016).

Infine, la ricerca ha individuato una variabile capace di influire negativamente sul benessere di questi bambini e delle loro famiglie: essa è l’impatto degli atteggiamenti omofobici (Bos et al. 2008; Bos, van Balen 2008; Gartrell et al. 2005). Nonostante questa difficoltà, i figli di coppie omogenitoriali mostrano buone capacità di adattamento, con problemi esternalizzanti inferiori rispetto alla norma (Gartrell, Bos, 2010). Fattori protettivi che possono concorrere a spiegare le qualità resilienti di questi bambini sono un ambiente familiare amorevole e protettivo, una buona comunicazione tra genitori e figli, con scambi adeguati in base all’età, e l’apertura dei genitori rispetto al proprio orientamento sessuale (ibidem).

Se dunque, dati alla mano, pregiudizi e discriminazioni sembrano essere gli unici elementi capaci di influire negativamente sul benessere di questi bambini, risulta evidente che, coloro i quali, invocando “il bene e l’interesse del bambino” alimentano un clima di pregiudizio e rifiuto nei confronti di queste famiglie, portando avanti politiche discriminatorie, fanno esattamente ciò che dicono di voler evitare.

 

 

La situazione italiana: le famiglie arcobaleno non esistono

Nel 2016 la legge Cirinnà sulle unioni civili viene approvata a patto di stralciare l’articolo 5 sulla stepchild adoption che, pur essendo un riconoscimento della filiazione al ribasso, avrebbe costituito una forma di protezione e garanzia per le famiglie omogenitoriali[4].

A nulla è valsa la scesa in campo dell’Ordine degli Psicologi del Lazio che invia a tutti i Senatori un dossier molto accurato con i risultati degli studi, nazionali e internazionali, condotti sul tema, dal 1978 al 2015[5].

Confesso che, al netto delle dinamiche politiche in gioco, l’aver ignorato il dossier degli psicologi mi ha molto colpito. Qual è il senso di questa ignoranza (nel suo doppio significato di non conoscere e/o di non considerare) che non è solo politica, ma è sociale e, talvolta, riscontrabile anche nel mondo scientifico? Qualche anno fa partecipai ad un convegno su questi temi e un relatore (!) nel corso del dibattito con la sala, in risposta a dubbi sollevati sulla genitorialità omosessuale, candidamente disse: “la questione si dirimerà quando sapremo come crescono questi bambini”. In quanto professionisti della salute mentale, possiamo permetterci di ignorare le ricerche?[6]

Secondo Ferro i dubbi sulle capacità genitoriali delle coppie gay sarebbero da rintracciarsi in “un motivo squisitamente umano. Perché siamo conservatori, vogliamo stare in poltrone comode, in cose che già sappiamo, e ogni cambiamento è visto, sempre, come una cosa terribile”.[7] Ribadisce poi ciò che già nel 2013 aveva detto nel corso di un’altra intervista[8], ossia che ciò che conta sono le capacità genitoriali di svolgere quelle funzioni (materne e paterne) necessarie per uno sviluppo armonico della personalità, funzioni che prescindono sia dal sesso biologico del genitore, sia dal suo orientamento sessuale.

Dunque, in Italia, la genitorialità omosessuale non è riconosciuta.

Sappiamo che riconoscere significa vedere, attribuire valore, convalidare l’esistenza, legittimare. Non riconoscere, va da sé, significa relegare nell’invisibilità, negare l’esistenza, de-legittimare.

Come è possibile ignorare che la mancanza di un riconoscimento giuridico, oltre a fondamentali ripercussioni sulla vita quotidiana e non, di genitori e figli (dalla possibilità di andare a prendere il proprio figlio a scuola senza deleghe al diritto di prendere decisioni sanitarie alla tutela giuridica del minore in caso di morte del genitore biologico), concretizza la negazione dell’esistenza di progetti, affetti e legami? È chiaro poi che la mancanza di riconoscimento giuridico rafforza la legittimazione di atteggiamenti omofobi con inevitabili ripercussioni sui vissuti interni delle persone gay e lesbiche (Lingiardi, 2016).

“Come pensa di comportarsi nei confronti delle famiglie Arcobaleno?

“Perché? Esistono le famiglie Arcobaleno?”

“Sì, esistono e sono tante in Italia”

“Ma per la legge non esistono in questo momento” (Corriere della Sera, 2 giugno 2018)

Così il ministro della famiglia (singolare!) e delle disabilità, Lorenzo Fontana, in un’intervista destinata a diventare tristemente nota.

Eppure, Fontana, esprime ed incarna uno degli aspetti maggiormente significativi del riverbero tra ambiente, vissuti interni e condizioni esterne entro cui queste famiglie si trovano a vivere e a muoversi.

L’inesistenza si connota infatti come un filo rosso che intesse, all’origine, le loro vite. A ben vedere, inizia ancor prima della nascita di un figlio. Il desiderio e il progetto di omogenitorialità, per lo Stato italiano, non è infatti pensabile e dunque questi aspiranti genitori sono esclusi dalla legge che ne consentirebbe la realizzazione.

Quale lavoro interno devono affrontare, queste coppie, per far fronte a un vuoto (normativo e simbolico) che rischia di (ri)gettare il loro desiderio nella non esistenza? Quali sentimenti accompagnano questi percorsi verso la genitorialità, il più delle volte già resi difficili e faticosi per il ricorso alle PMA e i viaggi all’estero? E cosa accade dopo, alla nascita di un figlio che lo Stato, negando l’esistenza del genitore non biologico, fa sì che quel bambino sia un semi-orfano? Quali adattamenti interni ed esterni adottano, genitori e figli, per fronteggiare una tale situazione?

Intanto laddove la politica non arriva, alcuni sindaci hanno avvertito l’urgenza di intervenire per colmare questo vuoto.

Nell’aprile 2018 la sindaca di Torino, Chiara Appendino, compie un gesto destinato a passare alla storia: riconosce una coppia di donne come entrambe madri della loro figlia appena nata. Si tratta di un riconoscimento anagrafico alla nascita. Questa è la novità rispetto ad alcune sentenze di Tribunale già avvenute[9], che hanno dato esito positivo alla domanda di stepchild adoption.

Dopo Torino diversi comuni seguono l’esempio di Appendino, dando luogo a quella che viene definita “la primavera arcobaleno”: Milano, Bologna, Napoli, Palermo, Firenze, solo per citare alcune tra le maggiori città.

Attualmente, quindi, mentre alcune famiglie godono di diritti e doveri che derivano dal riconoscimento di entrambi i genitori, le altre rimangono nel territorio dell’inesistenza, determinando, tra l’altro, una disparità all’interno della stessa comunità discriminata. Anche le prime tuttavia non possono stare del tutto tranquille: restano infatti in uno stato di incertezza, vivendo nel timore che i diritti acquisiti, in assenza di una legge, possano venire meno.

 

 

Origini e appartenenza

Va subito detto che il dibattito mediatico (e talvolta anche quello scientifico) ha spesso associato, generando confusione, PMA, fecondazioni eterologhe e gestazione per altri (GPA) all’omogenitorialità. Se è vero che le coppie omosessuali per diventare genitori devono necessariamente ricorrere a queste tecniche, esse non costituiscono uno specifico delle famiglie omogenitoriali. Al contrario, da Louise Brown in poi (prima bambina nata con la fivet nel 1978) le PMA sono nate per aiutare le coppie eterosessuali infertili e tuttora sono queste coppie a farne il maggior utilizzo. Le coppie same sex, al pari di qualsiasi altra coppia infertile, hanno semplicemente utilizzato ciò che già esisteva.

Se è ormai diffusamente accettata la sessualità senza procreazione, non si può dire altrettanto dell’idea di una procreazione senza sessualità. Questa disgiunzione oltre ad animare il dibattito sociale, solleva, talvolta, anche in ambiente psicoanalitico, alcune perplessità: e la scena primaria? E il ruolo dei corpi (assenti)? Interrogativi che ci costringono ad una riflessione sulla presenza e sulle funzioni delle persone coinvolte, nonché sulle diverse modalità attraverso cui corpi e desideri possono intrecciarsi per concepire.

La scena primaria lungi dal poter essere intesa come (soltanto e concretamente) un rapporto sessuale che genera una nuova vita, rappresenta piuttosto, in un registro simbolico, il mistero delle origini, la storia del (di quel particolare) concepimento.

I corpi (sessuati) di coloro che si avvalgono delle PMA continuano ad esistere e ad incontrarsi. La differenza sta nel fatto che, in quella coppia (che sia omo o etero), la possibilità di concepire non coincide con il momento del rapporto sessuale. Ha importanza questo? Se sì, quale?

Anche la geometria delle identificazioni non può solo coincidere con “la possibilità di identificazioni con specifici corpi sessuati, ma “ciò che struttura il complesso edipico è la possibilità di trovare il proprio posto all’interno della scena familiare” (Lingiardi & Carone, 2016, p. 68). Ri-pensare in questi termini ci consente di passare dal “complesso alla complessità di Edipo” (ibidem) o da un complesso edipico a un complesso familiare in cui il classico triangolo si allunga fino a diventare un cerchio che comprende tutti coloro che hanno preso parte al concepimento (Ehrensaft, 2016), dove non saranno genetica e status legale a stabilire la qualità dei legami affettivi e il posto di ciascuno all’interno del quadro familiare.

Credo che il nostro compito non sia quello di far entrare la realtà in teorie o costrutti (psicoanalitici e non) pre-esistenti, ma al contrario di guardare e ascoltare la realtà, utilizzando lenti che ci consentano di comprenderla.

Per fare questo occorre creare uno spazio di pensiero che, se non intralciato e precipitato in “categorie e concetti precedentemente elaborati [e sovrapposti] al nuovo, per controllarlo e ricondurlo all’interno del proprio ordine […], può essere offerto da un ascolto analitico profondo che “ci chiama a una problematizzazione del nostro sapere per poter svolgere ancora la funzione di «oggetti trasformativi» (Bollas, 1987) rispetto alle domande dei nostri pazienti” (Marion, 2017 p. 113).

Sviluppare una narrazione in merito alle proprie origini significa inserire la propria storia in una storia. Tra le funzioni genitoriali acquista dunque rilevanza “favorire una funzione trans-generazionale, ossia garantire all’altro l’immissione dentro una storia relazionale, una narrazione (miti e racconti familiari) come contenitore simbolico di un continuum generazionale (nel caso di figli generati) o inclusivamente simbolico” (Bastianoni et al. 2015, p. 108).

Che differenza c’è tra generatività e genitorialità? E che cosa intendiamo per generatività? È l’incontro dei gameti della coppia durante un rapporto sessuale o l’incontro di due persone che costruiscono un legame al cui interno generano il desiderio e la scelta di mettere al mondo una vita di cui assumersi la responsabilità della cura? Talvolta la seconda ipotesi contempla la prima, talvolta no.

Provenienza e appartenenza sono aspetti della storia di un individuo che non sempre coincidono. “La prima corrisponde all’esplicita conoscenza della propria genealogia, la seconda alla continuità dell’esperienza di essere qualcuno per altri e di sentirsi parte di una rete di affetti che intreccia passato e futuro” (Lingiardi & Carone, 2019, p.233).

È chiaro che desiderio, scelta e responsabilità sono elementi fondamentali ma non sufficienti a procreare. Per fare questo sono necessari corpi e biologia. Ecco che, nel caso di coppie omo (e in molti casi di coppie etero) venire alla vita è possibile solo grazie all’intervento di terzi (donatori, donatrici, donne portatrici): il “birth other” (Ehrensaft, 2005). È dunque essenziale tenere conto di questi attori esterni alla coppia che, in quanto parte del processo procreativo, diventano elementi narrativi della storia delle origini di quella particolare famiglia.

Fondamentale risulta l’assetto interno dei genitori. Si possono riscontrare infatti situazioni di dissociazione nei casi in cui i genitori ricorsi a PMA tendono a mantenere il segreto sulle origini del concepimento rivelando così, in quel silenzio, meccanismi difensivi da sentimenti di vergogna e paure rispetto a possibili reazioni del figlio o dei parenti (Marion, 2017). Un nucleo dunque non integrato foriero di trasmissioni di “non detti”, questi sì, potenzialmente dannosi per uno sviluppo sano della personalità e della qualità delle relazioni familiari. È noto infatti che i segreti possono dare origine a problemi psicologici (Papp, 1993; Lane, Wegner, 1995; Wegner, Laner, 2002).

Ciascuna configurazione familiare ha il compito di ricostruire le proprie origini. Quanto più queste sono non conosciute, negate, non dicibili, “rese non narrabili” tanto più diventano traumatiche e impossibili da elaborare (Lingiardi & Carone, 2016; 2019). Edipo, storia di abbandono e adozione, non ha mai dubitato della propria appartenenza ai genitori di Corinto, ma è la bugia sui suoi genitori tebani a non permettergli di entrare in contatto con le proprie origini. È infatti la mancanza di conoscenza, il vuoto di comunicazione che non consente agli elementi fantasmatici di trovare contenimento ed elaborazione (ibidem).

Diversi studi che hanno indagato gli effetti del segreto in merito al concepimento con donazione hanno mostrato che questo interferisce nella comunicazione tra genitori e figli (Clamar, 1989; Turner, Coyle, 2000), che il mantenimento del segreto può essere segnale di un cattivo funzionamento familiare (Berger, Paul, 2008; Paul, Berger 2007) e che adolescenti cresciuti sapendo di essere stati concepiti tramite donazione riferiscono di sentirsi sereni al riguardo e di non aver avuto ripercussioni negative nel rapporto con i loro genitori (Scheib et al. 2005).

Il tema della verità in merito al proprio concepimento è fondamentale nella pratica spesso ribadita nella comunità omogenitoriale. “Crescere i figli nella verità delle loro origini” (Ferrari, 2016, p.115) si esplica attraverso racconti calibrati in base alle età e alle domande dei bambini. Se è vero che per le coppie omo, rispetto a quello etero ricorse a PMA, in qualche modo si impone la necessità di spiegare ai propri figli come sono nati, non è questo il solo motivo, né il più importante, che spinge questi genitori a “narrare”. Il pensiero diffuso è infatti che il racconto della verità sia foriero di una buona crescita, di buoni legami tra genitori e figli, e che esso costituisca anche un “diritto” del figlio. La verità è dunque raccontata anche nel caso di coppie di lesbiche che hanno fatto ricorso a ovodonazione, oltre che alla donazione di seme.

Donazioni di gameti, interventi medici, donne che portano avanti la gravidanza per altri, suscitano non di rado critiche, fino ad arrivare talvolta a vere e proprie ostilità. Sono comuni commenti che si esprimono in termini di compravendita di gameti, scelta di questi come se si fosse in un supermercato, “utero in affitto”. Espressioni oltremodo svilenti e che non intercettano la realtà. È interessante notare infatti che al termine donazioni si contrappongono parole che richiamano una mercificazione commerciale di basso livello.

“I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo” diceva Wittgenstein. Le parole, infatti, contano: esse veicolano e creano significati. Per questo credo sia molto importante porre attenzione all’uso che ne facciamo, interrogandoci sui significati e sul tipo di sguardo che esse possono portare all’interno di una relazione (anche terapeutica). Mi chiedo inoltre quali siano le ragioni profonde che sottendono una logica mortificante del desiderio quando si tratta di dare alla vita, logica invece assai diversa quando le premesse richiamano una situazione da riparare o salvare (pensiamo alle adozioni o in ambito medico a donazioni o interventi curativi o salva vita).

Uno sguardo diverso vedrebbe nella scelta di donare (e di ricevere) possibilità altrimenti non realizzabili. Potremmo forse chiamarle co-costruzioni che richiedono l’intervento di più attori dove scienza, desideri, legami, affetti, scelte e responsabilità si amalgamano in un progetto di vita.

Un breve cenno va fatto alla gestazione per altri (GPA), detta anche gestazione di sostegno, che non intendo qui approfondire poiché la complessità degli elementi in gioco richiederebbe uno spazio a parte[10].

La GPA continua a essere utilizzata, nel dibattito corrente, per osteggiare, nella migliore delle ipotesi, le famiglie di padri gay (nonostante, come per le altre tecniche di PMA, a farne il maggior ricorso siano le coppie etero), spesso vittime di un doppio pregiudizio: essere gay ed essere uomini.

Ne è un chiaro esempio la comparsa a Roma, meno di un anno fa, di alcuni manifesti (ad opera delle Associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia) che ritraggono due uomini, denominati genitore 1 e genitore 2, che spingono un carrello della spesa al cui interno vi è un bambino che piange disperato e sul cui petto è in evidenza un codice a barre. Accanto all’immagine campeggia: “Due uomini non fanno una madre. Stoputeroinaffitto”. Ecco che il ricorso a termini commerciali è qui espressamente concretizzato in parole ed immagini che fin troppo chiaramente esprimono il pensiero di chi le ha concepite. Lascio la parola ad alcuni figli arcobaleno i quali, intervistati da L’Espresso[11], hanno commentato questi manifesti, che il comune di Roma ha poi provveduto a rimuovere.

“Questo manifesto è agghiacciante. […] Niente di tutto questo ha riscontro con la vita vera. Con la mia. Io anche ero così. Quando mi sbucciavo un ginocchio però, non certo perché ho due mamme che mi amano. Conosco le famiglie arcobaleno, se penso ai bambini durante le nostre cene e li confronto con quello di questo del manifesto mi viene quasi da ridere”. (Joshua, 17 anni).

“Questa immagine non ha senso. Vogliono parlare a nome nostro, pretendono di rappresentare qualcuno senza averlo mai ascoltato” (Lisa Marie, 16 anni).

“Mi ha colpito questa frase ‘Due uomini non fanno una madre’. È vero ma non è una cosa brutta. Ho due papà ma non ho mai avuto nessun problema e sono felice così. Come se dicessero che sono cresciuta male e infelice. Ma questi politici che dicono tutte queste cose, qualcuno di loro ci ha mai chiesto qualcosa? Mai. E poi dietro questa immagine non dovremmo neanche perderci tempo perché è insensata come quel politico che dice che noi non esistiamo, non ha senso. Forse dicono questo perché sono di epoche più vecchie, i miei amici quando saranno adulti non diranno mai una cosa del genere. Ma del resto non sono i figli che devono crescere, ma i genitori” (Lia, 12 anni).

Sono colpita dalle loro parole, in particolare quando lamentano che altri “pretendono di rappresentare qualcuno senza averlo mai ascoltato”. Con una semplicità disarmante questi ragazzi e queste ragazze ci pongono di fronte ad un pilastro della nostra professione: un ascolto libero da a-priori del nostro interlocutore e della realtà in cui vive/viviamo, poiché “la realtà va sempre ascoltata e conosciuta – negarla significa solo farla proliferare nell’oscurità” (Lingiardi, 2016, p. 185).

Le parole di questi/e adolescenti fanno da eco a quelle di Danielle, una delle donne portatrici intervistate dalla giornalista Serena Marchi nel suo bel libro “Mio tuo suo loro - donne che partoriscono per altri”[12]:

“Le chiedo cosa pensa delle polemiche in corso in Italia. Si mette a ridere. ‘È divertente leggere e sentire cosa sei, cosa senti e perché lo fai senza essere mai stata interpellata. Ho letto che siamo tutte analfabete, povere, obbligate, che abbiamo bisogno di soldi. Per me è pazzesco. Io ho studiato, non sono povera, ho un lavoro a tempo pieno che mi permette di mantenermi egregiamente. La verità è che nessuno può dirmi cosa posso o non posso fare e io scelgo (corsivo mio), consapevolmente, per me stessa. Forse proprio questo infastidisce. Se non avessi voluto farlo, non lo avrei fatto. È un viaggio fantastico e non c’è niente di più bello di aiutare qualcuno ad avere una famiglia’” (p.130).

Una rassegna sistematica della letteratura scientifica (Soderstrom-Antttila et al., 2016), conclude che non sono state riscontrate differenze, nè per quanto concerne problemi medici né in merito allo stato psicologico, tra bambini nati da gestazione per altri, bambini nati attraverso altre tecniche di PMA o bambini concepiti naturalmente. Stessi risultati (ossia nessuna differenza significativa) sono stati riscontrati tra madri intenzionali (di bambini nati con GPA), madri che hanno concepito con PMA e madri che hanno concepito naturalmente. Infine, la ricerca ha mostrato che le donne portatrici godono di una buona salute psicofisica. Sono risultati che ovviamente necessitano di essere replicati e che quindi incoraggiano a coltivare la ricerca piuttosto che presagire scenari apocalittici o appiattire le diverse realtà senza considerarne specificità e complessità.

 

 

Conclusioni

Per comprendere i cambiamenti che queste diverse configurazioni familiari ci pongono innanzi occorre mettere in moto un cambiamento al nostro interno.

Ciò significa avviare una riflessione profonda (personale, teorica, istituzionale), muovendoci dalle nostre “comode poltrone” e interrogando le nostre lenti.

Non è possibile infatti leggere il nuovo con il vecchio, senza apporre nessun adattamento, o senza fare lo sforzo di conoscere (versus ignorare) ciò che può risultarci non familiare. Con Ehrensaft (2016, p. 129) potremmo dire che “quando abbiamo a che fare con i modi in cui può formarsi una famiglia e si sviluppano i bambini, quello che credevamo fosse una roccia basilare ora diventa un masso che rotola”.

È nota la “storia complessa e dolorosa” del rapporto tra omosessualità e psicoanalisi (Lingiardi, Luci, 2006, p.2). Oggi abbiamo la responsabilità, per non ripetere il passato, di fare ciò che la stessa psicoanalisi ci ha insegnato sin dai suoi arbori: avere il coraggio e l’onestà di mettere in discussione le nostre asserzioni ed esplorare nuovi territori con l’ascolto libero del clinico e lo spirito rigoroso del ricercatore.


[1] Golombok S. (2015), Famiglie moderne. Barone L., Lingiardi V. (a cura di) Edra, Milano.

[2] Un sito della Columbia Law School raccoglie tutte le ricerche sull’omogenitorialità: http://whatweknow.law.columbia.edi/topics/lgbt-equality/what-does-the-scholarly-research-say-abaut-the-wellbeing-of-children-with-gay-or-lesbian-parents/.

[3] Film del 2010 di Lisa Cholodenko su una famiglia composta da una coppia di madri lesbiche e i loro figli, alle prese con alcune vicissitudini legate alla conoscenza del donatore di seme.

[4] Stepchild adoption significa letteralmente adozione del “figlioccio”. Essa consente l’adozione del figlio biologico del proprio partner. Pur essendo una forma di garanzia e protezione, facente parte delle adozioni speciali, si rivela uno strumento insufficiente e discriminatorio. Innanzitutto, perché costringe il genitore non biologico ad adottare quello che è già suo figlio e poi perché essa tutela il legame tra adottante e adottato ma non, come avviene invece per le adozioni legittime (anche esse non consentite alle coppie gay), tra figlio e tutta la parentela del genitore che adotta. Va aggiunto che nel 2014 avviene un’importante modifica della legge 40 grazie alla quale le coppie eterosessuali possono accedere in Italia alla fecondazione eterologa. Viene così a cadere la concezione della filiazione basata esclusivamente sulla genetica: le coppie eterosessuali che accedono all’eterologa riconoscono allo stato civile i propri figli alla nascita, a prescindere che abbiano o meno un legame biologico con loro (La Delfa, 2016). Ma tutto questo resta vietato alle coppie omosessuali, tuttora costrette a una “migrazione procreativa”

[5] Reperibile online all’indirizzo: https://irp-cdn.multiscreensite.com/c636ddc7/docs/1.2704213.pdf

[6] Vedi “Conoscere le ricerche sull’omogenitorialità” In Lingiardi, Nardelli (2013), Etica competenza buone prassi, pp.286-289. Cortina, Milano.

[7] L’Espresso, 9 febbraio 2016.

[8] Ferro A., Nel presepe moderno anche le coppie gay. In Corriere della Sera, 6 gennaio 2013, p. 6.

[9] La prima, depositata il 30 luglio 2014 dal Tribunale dei Minorenni di Roma, ha riconosciuto ad una bambina, figlia di due mamme, il diritto di essere adottata dalla propria mamma non biologica e a prendere il doppio cognome.

[10] Per approfondimenti vedi ad es. Carone N. (2016), In origine è il dono. Donatori e portatrici nell’immaginario delle famiglie omogenitoriali. Il Saggiatore, Milano.

[11] L’Espresso, 16 ottobre 2018

[12] Marchi S. (2017), Mio tuo suo loro. Donne che partoriscono per altri. Fandango, Roma.


 

 

Lavoro presentato al Centro di Psicoanalisi Romano, Serata Scientifica, 27 giugno 2019

 

 

 

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