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Percorsi della nuova genitorialità

Anna Maria Nicolò, 2013

Gli studi psicoanalitici, sociologici, antropologici di questi ultimi dieci anni hanno osservato un incremento di nuove configurazioni familiari[1]. Ma la forma della famiglia si è sempre continuamente trasformata. Claude Lévi-Strauss ,citando differenti popolazioni nelle parti del mondo più disparate, descrive e documenta differenti forme di famiglia e conclude che : l’esistenza della famiglia è necessaria, ma «[…]la forma in cui viene ad esistere è del tutto irrilevante, almeno dal punto di vista di una necessità naturale» (Lévi-Strauss, 1967, p. 165).

La famiglia occidentale è stata negli ultimi secoli fondata su un accoppiamento coniugale che a seconda dei costumi o delle situazioni socioeconomiche poteva prendersi diretto o indiretto carico e della cura dei bambini piccoli. La sua forma sta attualmente cambiando, ma come psicoanalisti dobbiamo chiederci quali sono gli effetti del cambiamento della forma o se invece essi sono irrilevanti e dovremo piuttosto osservare la capacità della famiglia di espletare le sue funzioni fondamentali.

Molti psicoanalisti si sono cimentati su questa domanda. Meltzer (1983) ci ha detto che la funzione della famiglia è contenere la sofferenza legata alla crescita dei suoi membri, e ha delineato le funzioni introiettive della coppia genitoriale: il generare amore e contenere l’odio, il promuovere la speranza, contenere il dolore depressivo e pensare.

Holding, continuità e stabilità nel rapporto, con sufficiente distacco e una successiva fase di de-accomodamento («un venir meno adattativo» ai bisogni del bambino), sono per Winnicott (1965) elementi fondanti.

Altri, come Aulagner (1984) e Racamier (1995), hanno sottolineato l’importanza della separazione tra i sessi e tra le generazioni, come elemento strutturante un funzionamento che permette la svolgimento dell’edipo. Altri ancora sottolineano l’importanza di una distinzione di confini, dell’esistenza di una membrana o “io pelle della coppia” e di una membrana o “io pelle della famiglia” (Anzieu, 1985, 1986, 1993), distinzioni che mancano nelle famiglie psicotiche.

Queste riflessioni ci permettono di riconsiderare le mutazioni attuali della famiglia e di ridimensionare lo sconcerto che caratterizza molte pubblicazioni psicologiche su questo tema oggi.

Uno di questi cambiamenti è la nostra maggiore libertà nelle scelte coniugali o genitoriali rispetto a modelli relazionali precostituiti e orientati dalle convenienze sociali e da esigenze normative o morali che caratterizzavano il passato. Possiamo scegliere più facilmente il partner che preferiamo, possiamo scegliere con maggiore libertà di avere o no dei figli, se adottarli invece che generarli, se adottare un bambino di un altro colore, se generare un bambino senza alcun problema fisico o abortire un bambino, geneticamente malato e le nuove tecnologie ci aprono scenari molto complessi.

Il fuoco è oggi sulla centralità delle scelte soggettive, non solo come evidenza sociale, ma anche come obiettivo da raggiungere. Non più legami di sangue o obblighi istituzionali ci costringono nella maggior parte dei casi, nell’organizzare i nostri accoppiamenti. Questo ha naturalmente il suo contraltare in certe forme di frammentazione familiare, come le ripetute separazioni coniugali, le famiglie pluriricostituite, che pure per converso possono rappresentare una risorsa sostitutiva nel caso di carenze genitoriali, laddove ad esempio il nuovo compagno di uno dei genitori può svolgere una funzione genitoriale vicaria, carente nella coppia originaria.

La pregnanza del qui ed ora, dell’attuale, del presente prodotta dalla minore importanza della trasmissione intergenerazionale e dall’accentuazione sulla coppia piuttosto che sulla famiglia allargata, genera molteplici effetti.

Uno di essi è la messa a distanza dei fondamenti mitologici e ritualistici che avevano caratterizzato la famiglia, la coppia genitoriale e coniugale nelle precedenti generazioni. La perdita della funzione del mito[2] o meglio il suo affievolirsi nella trasmissione inter e transgenerazionale è un evento di grande importanza dato che il mito è un modo di trasmettere la conoscenza di un evento, ma anche un codice di comportamento (Nicolò, 2013). Mentre sembra descrivere la realtà, insegna e prescrive piuttosto come la realtà deve essere letta. Il mito può anche rappresentare una sorgente di identificazioni condivise nel gruppo familiare anche se ciascuno può rideclinarlo secondo la propria esperienza individuale. Il rito potremmo considerarlo per certi versi e per certi livelli l’equivalente agito e concreto del mito. La generazione da dove veniamo era piena di riti e conservava i suoi miti. Riti di Natale non solo pubblici ma anche familiari, riti Pasquali che incerte regioni duravano intere settimane, riti battesimali, riti matrimoniali, trasmissione dei nomi di famiglia, abitudini ritualistiche nella parentela, particolari abitini del neonato o della sposa, il corredo, il quadro di famiglia, che venivano trasmesse di generazione in generazione oggi sembrano, ogni giorno di più, messi a distanza. Le coppie di fatto ad esempio senza la celebrazione di un matrimonio ritualizzato, come modalità di fondazione di una famiglia, sono in numero sempre crescente.

Tutto questo ha indebolito l’identità familiare e creato una maggiore difficoltà nello stabilirsi dell’identità individuale. Non a caso il periodo più problematico oggi sul piano del disagio psicologico è l’adolescenza, il periodo cioè della vita cruciale rispetto alla definizione di sé e della propria identità, quando l’adolescente deve trovare in sé e nel patrimonio familiare fantasmatico e in quello internalizzato gli strumenti per la sua rifondazione.

Un’altra delle conseguenze più rilevanti di questo indebolimento è la messa in discussione del ruolo del padre (Carau, 2013; Lucarelli, 2013).

Un recente progetto di legge ha accolto alcuni di questi cambiamenti sociali e progetta[3] di inserire aspetti importanti come il superamento del principio di potestà genitoriale, che verrebbe sostituito con quello di responsabilità. Si conferisce così al genitore una funzione di presa in carico e di dovere più che potere e diritto.

Non ruoli, ma funzioni

Se facciamo però attenzione ci accorgiamo che non si tratta tanto della messa in discussione del ruolo del padre, ma di una crisi della sua funzione e che questa funzione come quella della madre attengono alla genitorialità come stato adulto della mente capace di prendersi carico del bambino interno e di quello reale.

Le funzioni materna o paterna possono essere presenti nel gruppo familiare, nella coppia genitoriale, possono ciascuna essere svolte alternativamente da uno o l’altro dei genitori o da ciascuno dei nonni ad esempio. Pensate che nientedimeno nel 1913 Ernest Jones parlava dell’identificazione con i nonni e in ogni caso assistiamo sempre ad una sorta di diffrazione di queste funzioni nella famiglia. Possiamo ad esempio osservare che il padre ha una capacità di contenimento materno verso la coppia madre-bambino nel momento in cui il bambino è appena nato e la madre regredisce per accogliere i bisogni primitivi del neonato. Anche la madre può avere una funzione paterna e ce l’ha quasi sempre, nel suo permettere la separazione dal figlio, nel suo scegliere il marito come partner favorendo l’installarsi dell’edipo e il suo superamento.

Per parlare di funzioni genitoriali dobbiamo in realtà fare riferimento a concetti plurali.

Genitorialità, coniugalità sono concetti che si riferiscono ad unità multiple, ad esempio la coppia come unità diadica.

La genitorialità non è mai correlata con la personalità di un solo soggetto, ma è invece una funzione complessa alla cui costruzione contribuiscono sia il genitore che il figlio, e sicuramente è costruita dalla coppia dei genitori e non ad uno solo di essi. Essa è sia una funzione della mente che l'espressione dell'interazione tra due o più persone solitamente (ma non sempre) identificate nella coppia dei genitori nell'ambito di una famiglia nucleare. Questa funzione perciò non è omologabile al ruolo corrispondente dentro una famiglia. Non è detto, in altre parole, che in una famiglia la funzione genitoriale sia svolta dalle persone che per ruolo sociale sono preposte a questo compito. Può invece essere ritrovata altrove, in altri membri o nella famiglia nel suo insieme. Ciascuna funzione è influenzata da quella complementare corrispondente svolta dall'altro partner e dalla risposta di ciascun figlio a seconda della fase del ciclo vitale. Ci sono, ad esempio, modelli genitoriali funzionanti per bambini piccoli, ma insufficienti o inadeguati in adolescenza. Ci sono figli che cimentano in modo particolare i loro genitori e li inducono in confusione o altri bambini capaci invece di resistere agli attacchi intrusivi che subiscono (Nicolò, 1994, p. 31).

Il desiderio di un figlio e una nuova genitorialità

Interroghiamoci perciò sulla genitorialità. Cosa significa avere un figlio? Ma è la stessa cosa dell’essere genitori?

Ci sono in numero crescente coppie che non vogliono avere figli. Soli, senza l’aiuto della famiglia allargata, i membri della coppia fanno fatica ad affrontare quel lavoro psichico complesso che comporta il “mestiere del genitore” (Winnicott, 1965), quel lento apprendimento trasformativo dell’identità basato più su impegno e abnegazione, sulla capacity to concern di cui ci parlava Winnicott che sull’amore tout court. Winnicott diceva di diffidare tanto delle persone che dicono “mi piacciono tanto i bambini!!”.

Il desiderio di un bambino ancor prima della sua nascita è un evento complesso.

Selma Fraiberg (1975) distingue tre bambini: quello della mente che è l'equivalente del bambino fantasmatico di Lebovici (1994), un bambino cioè figlio dei fantasmi inconsci dei genitori; il bambino del cuore, che coinvolge invece il progetto affettivo dei genitori e delle loro famiglie di origine; e infine il bambino reale, che con la sua nascita e la sua presenza concreta rimette in discussione i primi due e ne comporta il ridimensionamento e la disillusione.

Dal punto di vista della distinzione tra i tre bambini di cui ci parlava la Fraiberg, il processo per diventare genitori comporta un doppio lutto: sia una rinuncia a vedere il bambino solo in se stessi perché c'è un bambino reale nuovo nato, sia il ridimensionamento del bambino fantasticato e immaginario, il bambino della mente e del cuore della Fraiberg a favore del bambino reale, meno ideale ma presente.

Qualsiasi bambino rappresenta una parte del sé del genitore, una parte del partner, ma anche un oggetto nuovo, altro da sé che per questa sua quota estranea diventa straniero e perciò perturbante.

Questo bambino reale attiverà inoltre una trasformazione straordinaria che riattualizzando le tematiche edipiche, consentirà il superamento dei fantasmi di fusione con i propri oggetti parentali, che hanno trovato nella fusione della coppia coniugale una prima tappa evolutiva. Per certi versi potremmo dire che avere un figlio ci libera dai nostri genitori e avere un figlio ci matura, perfezionando quell'identità personale e di genere che da sempre abbiamo cominciato a costruire. Avere un figlio poi cimenta e modifica l'essere coppia coniugale perché inserisce la coppia nella continuità generazionale, riequilibra la coppia quando è troppo centrata narcisisticamente su se stessa. Il lavoro per diventare un genitore è perciò un processo complesso che non attiene solo all'amore narcisistico per il figlio, come affermava Freud.

Alcune persone hanno figli, ma non avviano un processo che li genitorializza, che modifica perciò la loro identità in questo senso.

Questa distinzione tra avere un figlio ed essere genitore è molto importante perché nelle situazioni più patologiche è il primo aspetto che prevale, e questo cimenta molto i genitori oggi, in particolare i genitori che affrontano nuove forme di genitorialità, come la fecondazione artificiale, l'adozione internazionale o le famiglie multietniche. Queste situazioni possono apparire diversissime, ma sembrano alla fine accomunate in un punto specifico: l’incapacità di sviluppare una genitorialità simbolica e l’importanza di accogliere l'alieno, la necessità di affiliarlo ed elaborare il profondo perturbamento dell'identità che questi eventi hanno comportato. Perché è questo in effetti il punto cruciale: tutti questi funzionamenti ci sfidano ad un nuovo concetto di identità e mettono in discussione il concetto di identità a cui siamo abituati.

Il possibile divario tra coniugalità e genitorialità

In certe situazioni la sterilità di coppia è espressione di un profondo rifiuto tra i partner che invece la fecondazione artificiale forza in un ruolo reciproco e in un legame che essi emotivamente rifiutano, ma che per ragioni culturali, sociali o varie si obbligano a mantenere. La nascita del bambino a questo punto paradossalmente può precipitare la crisi della coppia dato che la presenza reale di un figlio è ben altra cosa delle fantasie che la coppia aveva prima di volerlo concepire a tutti i costi. Così all'onnipotenza e alla strumentalizzazione che avevano portato ad “acquistare il bambino” come si sarebbe potuta acquistare un'autovettura, segue il crollo.

In queste situazioni ci possono essere disconoscimenti della paternità che sono una delle piaghe che accompagnano queste esperienze, che per altro nelle versioni positive sono invece di grande arricchimento.

Conclusioni

Per risolvere i problemi che ci sono posti da queste nuove realtà, dobbiamo cominciare a pensare alle diverse forme di genitorialità, coesistenti nella stessa famiglia. Le esperienze a cui ho fatto riferimento ci costringono a distinguere tra vari tipi di genitorialità: biologica, sociale, legale, del gruppo familiare (per quanto attiene alla trasmissione dell'identità familiare e dei miti familiari), ma di tutte queste forme, la più importante, è quella che in un vecchio lavoro ho chiamato “genitorialità simbolica” (Nicolò, 2005, p. 51). Mentre le prime tre sono facilmente comprensibili, voglio specificare l'ultima, anche perché sembra essere più significativa. Essa è quella situazione nella quale i genitori si prendono carico della crescita psicologica del figlio investendolo dei contenuti simbolici che qualificano quella filiazione specifica,e colloca il bambino all'interno di una rete di relazioni emotive del genitore, della coppia genitoriale e della rete intergenerazionale familiare e lo costituisce al contempo come soggetto-oggetto del desiderio, quello genitoriale e quello proprio. Questo concetto di genitorialità simbolica può qualificare sia il processo per diventare genitori che si ritrova nelle famiglie più classiche, sia quello che occorre fondare nelle famiglie adottive, monoparentali, omoparentali o ricostituite, o anche nella genitorialità di bambini nati dalla fecondazione artificiale.

Una genitorialità cioè che trasmette simboli e perciò determina una affiliazione sia al genitore che alla coppia genitoriale e alla famiglia nella sua continuità, ma anche consente il generarsi di una capacità simbolica nel figlio stesso e attende pazientemente lo svilupparsi di questo processo.

In un circuito virtuoso e reciprocamente influenzantesi, uno dei problemi più rilevanti che esiste nelle coppie genitoriali è perciò proprio a carico di questa genitorialità simbolica che nella coppia senza problemi trova nel momento del concepimento naturale uno dei suoi momenti culminanti, ma non sempre.

Il mito di Edipo ci continua a perturbare anche a questo proposito e come voi sapete, è stato oggetto di numerose interpretazioni diverse, letterarie, psicoanalitiche.

Carico di fantasmi persecutori, il piccolo Edipo viene abbandonato dalla sua famiglia naturale, incapace di una genitorialità simbolica, presa al suo interno da una dinamica persecutoria, incestuale e figlicida e da un segreto trans generazionale, la pedofilia di Laio. Trova invece nella famiglia di Corinto, famiglia adottiva, il suo accoglimento, il suo contenimento. La famiglia di Corinto lo sostiene e gli consente la separazione, il viaggio all’incontro di se stesso, confrontandosi con l’ignoto e l’alieno, la sfinge che gli pone tra le tante una domanda che lo interroga sull’identità dell’uomo e sul senso del tempo[4].

Egli supererà questo scoglio, metafora del cammino della sua soggettivazione.

Ma sarà il segreto allora, il vuoto nella comunicazione che trasporta con sé elementi fantasmatici bruti e non elaborati, prodotti dal funzionamento traumatico dei suoi genitori biologici, e mantenuto dal funzionamento familiare dei suoi genitori adottivi, a segnare il suo futuro e perciò il suo ritorno a Tebe per compiere l’atroce fato che lo possiede senza che ne sia consapevole. Edipo continuerà per tutta la vita la sua ricerca di un’appartenenza che gli era stata negata.

Una genitorialità simbolica permette lo sviluppo di un’analoga capacità nel figlio e nasce dall’accettazione del limite, limite tra i sessi e tra le generazioni, limite della nostra onnipotenza come genitori e come figli.

Sono perciò non tanto i cambiamenti della forma famiglia a incidere nella trasformazione dell’identità e nella comparsa di nuove patologie e/o di nuove forme di patologia, ma invece la perdita delle funzioni simboliche di essa.

Bibliografia

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1 Come le coppie di fatto, le famiglie monoparentali, le famiglie ricostituite, le famiglie miste per religione o razza, le famiglie con adozioni internazionali, le famiglie con uno o più bambini nati da fecondazioni artificiali, le coppie omosessuali e omogenitoriali, le adozioni effettuate da coppie omosessuali, i cambiamenti di genere sessuale, le patologie da internet, le nuove forme di socializzazione telematica.

2 Il mito nella famiglia collega differenti livelli della realtà e la sua grande importanza nasce dalla sua capacità di essere un intercodice. Esso è la trasformazione narrativa e fantasmatica di un evento storico reale ed è espressione di una fantasia inconscia del gruppo familiare intorno a quella esperienza. Corrao afferma che il mito fornisce in maniera discorsiva una verità che non può essere trasmessa per definizione diretta (Corrao, citato in Bonfiglio, 2013).

3 In una delle tante versioni del mito,questi gli enigmi della sfinge: «Qual è l'essere che cammina ora a quattro gambe, ora a due, ora a tre e che, contrariamente alla legge generale, più gambe ha più manifesta la propria debolezza?». Esisteva anche un altro enigma, meno noto: «Ci sono due sorelle, delle quali l'una genera l'altra, e delle quali la seconda, a sua volta, genera la prima. Chi sono?». Edipo rispose ad ambedue gli enigmi: il primo era l'uomo, perchécammina a quattro gambe durante l’infanzia, poi a due, e infine a tre appoggiandosi in vecchiaia ad un bastone; al secondo, rispose il Giorno e la Notte.

 

Lavoro presentato al Centro di Psicoanalisi Romano il 9 novembre 2013 - GIORNATE APERTE: LE NUOVE GENITORIALITA’

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