Martedì, Dicembre 12, 2017
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Aspetti specifici della consultazione psicoanalitica con i genitori. Introduzione al tema [1].

Massimo Nardi  [2]

 

Intendo soffermarmi su alcune specificità riguardanti la consultazione psicoanalitica in età evolutiva, nello specifico quella con i genitori che chiedono aiuto per un figlio, il cui disagio è a volte avvertito direttamente dai genitori, altre volte viene loro riferito dalla scuola o da altri contesti. Propongo un canovaccio più che una metodologia fissa, buona per ogni occasione. Considero infatti la persona dell’analista quella che dovrà curvare e adattare le proprie conoscenze teoriche a una tecnica che terrà conto delle diversità e singolarità delle persone che incontra.

Se lo sforzo dell’analista è quello di favorire nella fase di valutazione un processo “tailored”, esso deve altresì conciliarsi con l’esplorazione necessaria di alcune aree di funzionamento mentale di chi chiede la consultazione, dello sviluppo del bambino-adolescente e delle abilità e disposizioni relazionali di ognuno. Il canovaccio che propongo è frutto della mia formazione di psicoanalista e della mia inevitabile soggettiva declinazione di essa.

Non si pretende di trattare esaustivamente l’argomento, ma solo di sostare su alcuni aspetti dei primi incontri, con l’obiettivo di rappresentare quanto avviene nelle fasi iniziali del lavoro.

Ritengo innanzitutto la consultazione un prodotto creativo frutto dello scambio all’interno di un campo relazionale, i cui ingredienti sono l’originalità delle parti che lo costituiscono.

In esso si presentano e prendono forma, in modo prima grezzo e poi via via più delineato, pezzi provvisori di ipotesi e configurazioni rappresentative, costrutti simbolici condivisibili tra le parti. Le offerte dell’analista non possono mai prescindere dalle proposte e dalle intuizioni che i due genitori hanno della situazione, del problema che presentano, sia che lo comprendano parzialmente o per nulla. Insieme, analista e genitori, lavorano con l’obiettivo di arrivare ad un progetto trasformativo. Talvolta, ma non necessariamente, esso passa per un trattamento psicoterapico psicoanalitico.  

Il buon svolgersi di una consultazione psicoanalitica si alimenta della “fiducia” che noi abbiamo come professionisti nei riguardi del nostro metodo teorico-clinico, fiducia che trasmettiamo alle persone che si rivolgono a noi, al nostro sapere e soprattutto al nostro sentire con loro.

Parlare di fiducia non vuol dire parlare di fede, occorre fare una distinzione.

Robbert Wille[3] ha ricordato che la fiducia può essere concettualizzata come la disponibilità a credere a un’altra persona sulla base di considerazioni emotive ma anche razionali. La fede invece è caratterizzata da un elemento di inamovibile assolutezza presente nella relazione, che non lascia spazio all’esame di realtà. L’altro, il terapeuta nel nostro caso, in una relazione basata sulla fede, è un altro onnipotente, tragicamente asimmetrico, al quale il soggetto che si rivolge a lui, a dispetto di qualsiasi indicazione contraria, esterna o interna a se stesso, crede ciecamente, nello stesso modo in cui un bambino è obbligato a credere a un genitore poiché la sua vita dipende unicamente da lui. Non è dunque un altro autentico, ma il prodotto della proiezione dell’onnipotenza del soggetto.

Nel caso della fiducia, secondo Wille, l’altro è invece una persona reale, che riceve fiducia a partire dalla reale esperienza che si sta facendo con lui.

Nella consultazione occorre innanzitutto offrire un ascolto non rivolto a singoli elementi, al sintomo, a un dato, a un tempo preciso, a un evento, ma sempre all’intera persona. È nell’interezza che occorre cercare la soggettività dell’individuo indipendentemente dalla consapevolezza che egli ha di sé. È attraverso la storia del soggetto che possiamo provare a significare e dare senso ai sintomi e alla sofferenza. L’ascolto psicoanalitico durante una consultazione, oltre a servire alla raccolta di dati anagrafici, anamnestici e sintomatici, è teso, fin dai primi momenti, a costruire uno spazio potenzialmente elaborativo e trasformativo della domanda esplicita o inconscia del paziente.

È importante inoltre che l’analista esplori con i genitori la psico-fisiologia dello sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza, orientandosi sulla disponibilità emotiva dei genitori a poterne parlare. L’indagine sulla storia dello sviluppo può fornire importanti indicazioni sul tipo di comprensione che i genitori hanno del disagio del proprio figlio. L’analista si trova ad accogliere una trama talvolta ampiamente lacerata e prova pian piano a metterla insieme, decodificandone le parti. Egli si pone come fosse uno strumento di ricezione di elementi che compaiono contemporaneamente sul piano sincronico –qui ed ora- (aspetti del bambino/adolescente intrapsichici e aspetti relazionali sia con gli adulti che con i pari) e diacronico, ossia nel tempo considerato longitudinalmente.

Quel che compare adesso, presente, esplicito, oggettivabile o solo intravedibile, rimanda a ciò che era là e allora, a un tempo trascorso, riconducibile a una storia, ai suoi momenti o passaggi, alle persone che vi hanno partecipato e alle relazioni che lo hanno co-prodotto e che continuano a ri-significarlo.

Spesso i genitori, alle prese con la sofferenza del proprio figlio, vivono travolti da angosce, rabbia, preoccupazioni e paure. La consultazione può aiutare a costruire uno spazio di pensiero su come e cosa può aver portato alla situazione attuale. Un’esperienza nuova per molti genitori che, se da un lato può spaventare o disorientare, può altresì introdurre una comprensione del problema inaspettata, non contemplata prima. Lo spazio della consultazione si offre quale prezioso deposito/alloggio in cui poter finalmente iniziare a vedere in controluce quanto, inguardabile, era sotto gli occhi, e a cui provare a proporre una residenza emotiva.

I primi attimi dell’incontro sono molto importanti e danno informazioni interessanti su come i genitori riescono a sintonizzarsi con il problema, quale rappresentazione ne hanno e quanto questa può essere trasformabile.

Alcuni genitori chiedono una consultazione per il figlio, ma poi parlano solo di se stessi, altri sembrano ancorati solo al presente o descrivono un bambino romanzato e antico che non sembra vivere in un mondo reale in cui incontra oggetti reali altri da sé.

La capacità di un genitore di passare dal “qui e ora” al “là e allora” è una prima risorsa importante che è bene poter valutare. Come narrano il disagio del proprio figlio? Qual è la loro capacità di costruzione o ricostruzione? Hanno delle ipotesi sul suo malessere? Quali ipotesi sulla genesi? Hanno tra loro percezioni simili o differenti? Credono che la mente del figlio sia in grado di registrare ed elaborare le esperienze della sua vita in relazione alla sua età e, se sì, quale teoria hanno della sua mente? Domande che rimangono talvolta senza risposte o che ricevono risposte parziali, o che a volte invece possono ricevere risposte dettagliate e inaspettate prima ancora che venga formulata la domanda. Perché proprio in questo momento il o i genitori hanno deciso di richiedere una consultazione? È una decisione di entrambi? C’è stato un fenomeno scatenante? Una lamentela specifica della scuola? E ancora: sono i genitori che osservano un disagio del figlio o è qualcun altro che glielo segnala? Soprattutto: chi è che porta la pena in famiglia? La coppia? Il bambino? Entrambi? E chi è disponibile ad essere aiutato? A chi proporre quindi direttamente un aiuto? Dentro di noi dobbiamo domandarci: chi raggiungere? E chi per primo? I genitori? Il figlio? Entrambi? E quando? Ora o più avanti?

Improvvisamente la stanza di consultazione sembra affollarsi di domande e potenziali pazienti. Quello inizialmente “designato” talvolta è solo la feritoia attraverso la quale si inizia a capire che il destinatario del nostro intervento potrebbe essere più di uno e, in ogni caso, si tratta di un sistema complesso. Il bambino, la coppia dei genitori, l’uno e gli altri e qualcun altro…Talvolta l’intervento includerà o mirerà a raggiungere altre figure, nella scuola, in una casa famiglia, un assistente domiciliare, ecc.

Dobbiamo imparare con pazienza a disegnare dentro di noi una configurazione familiare entro la quale risiedono i punti più fragili e capire quali di essi potranno ricevere aiuto a partire dalle nostre risorse.

A volte, più spesso in un servizio pubblico, i genitori sono disposti a portare il figlio a curarsi e meno a sentirsi corresponsabili del processo di cura insieme al terapeuta. E alcuni servizi, vincolando i propri operatori ad alcune prassi operative, colludono con certi funzionamenti deneganti. I genitori possono essere molto ambivalenti nell’affidare il proprio figlio alle cure di un altro. In questi casi può rivelarsi utile, soprattutto in età prescolare, dare ampio spazio alla possibilità di fare con loro un lavoro prolungato e introduttivo ad una eventuale terapia con il figlio. Questo consente di capire veramente quanto siano disponibili ad aiutarlo, quanto le loro parti sane e adulte prevalgano su quelle patologiche e immature, a garantire un lavoro che con il bambino potrebbe durare anni e in cui si potrebbe scoprire che il suo disturbo è più grave di quel che sembrava all’inizio. In altri casi invece è sufficiente fare con i genitori solo un percorso provvisorio per riavviare un naturale sviluppo del figlio, scongiurando una psicoterapia. Spesso però essa non è evitabile, soprattutto se i problemi non investono uno o solo qualche settore della vita del bambino o del ragazzo, ma piuttosto appaiono diffusi in maniera pervasiva, invalidando ampie aree dello sviluppo che ne risulta colonizzato.

Sulle base di queste considerazioni diagnostiche vorrei aprire una piccola parentesi sull’uso della nosografia psichiatrica in età evolutiva. Essa ha spesso inquadrato la vastità di un funzionamento globale ampiamente compromesso in categorie quali il disturbo generalizzato o pervasivo dello sviluppo, diciture che sempre più spesso si è inclini a far confluire nell’ampio range dei Disturbi dello Spettro Autistico. Tale definizione corre però il rischio di diventare sempre più un contenitore aspecifico in cui far convergere situazioni difficilmente comprensibili e diagnosticabili. Su tali situazioni occorre continuare a interrogarsi e a ricercare, in luogo di offrire semplicemente una settorialità di risposte appiattite e sommabili tra loro sul versante cognitivo-riabilitativo. Sembrerebbero invece più utili interventi interdisciplinari che richiedono competenze multifattoriali del fenomeno, avendo un unico vertice condiviso in termini trasformativi. Nel perseguire tale obiettivo è fondamentale mantenere vive dentro di noi preziose domande nei confronti del bambino: stiamo rispettando la sua singolarità e alterità? Possiamo ancora sperare di raggiungerla? Riusciamo a proteggere la sua interiorità? Ad avvicinarci con cautela all’imperscrutabilità delle sue emozioni? E quale altro strumento abbiamo per lo scopo se non la psicoterapia psicoanalitica, pur prevedendo la possibilità di associare altri tipi di interventi? Anche là dove di autismo vero si tratti, e quindi si sia in presenza di atipie di organizzazioni sinaptiche, alterazioni di neuro peptidi nella neuro-organizzazione alla nascita, di patterns atipici di crescita cerebrale, di connettività cerebrale atipica e altro ancora (come messo in evidenze dalla ricerca neuropsicologica degli ultimi anni e ricordato da Francesco Barale[4]), ogni qualvolta la gravità della diagnosi lo consenta, credo che il trattamento di questo disturbo lasci intatto il suo debito con la psicoterapia psicoanalitica, pur in collegamento con altre strategie di intervento. Considero l’approccio psicoanalitico fondamentale per comprendere l’esperienza autistica, esperienza difficilmente generalizzabile, poiché le persone affette da questo disturbo sono anch’esse immerse nel mondo delle relazioni, degli affetti, delle angosce e dell’intersoggettività[5].

Naturali destinatari della psicoterapia psicoanalitica sono, spesso ancor prima e più dei bambini, i loro genitori, che si trovano a confrontarsi con una situazione drammatica e continuativa.

Tornando ora alla consultazione psicoanalitica, vorrei sottolineare l’importanza di dedicare un ascolto attento anche alla storia e alla cultura delle famiglie di provenienza dei genitori del bambino, una questione questa spesso sottovalutata. L’analista è chiamato allo sforzo di interrogarsi sul rischio di essere culturalmente etnocentrico, autoreferente, tributario verso la cultura familiare di propria provenienza, persino quella psicoanalitica, che va mantenuta quale strumento esplorativo, atto a scoprire costellazioni familiari che ci sono ignote.

Occorre anche dar spazio all’effrazione di possibili eventi reali accaduti lungo il percorso dell’esistenza del bambino o dell’adolescente, che possono averlo inter-ferito nel proprio naturale percorso di crescita. Mi riferisco a lutti, separazioni tra i genitori, malattie in famiglia, disturbi psichici di parenti, trasferimenti e condizioni economiche variate drasticamente nel corso del tempo, argomento quest’ultimo sempre più frequente negli ultimi anni e spesso, per vergogna, omesso dai genitori.

Ricordo il caso di Lele, un quattordicenne che ho seguito per alcuni anni, il quale veniva da me perché “aveva la vergogna”. Nella sua storia una zia che viveva in famiglia, cadde dal quinto piano, mi raccontò, e morì. Probabilmente si suicidò dopo anni di lunga sofferenza mentale. Questo trauma vissuto con vergogna dalla famiglia, che ne fece un tabù, coincise con la pubertà del mio piccolo paziente e segnò pesantemente i suoi vissuti interiori. La vergogna della famiglia per la sofferenza mentale della zia e per la sua tragica morte era per Lele il sentimento con cui aveva connotato ogni sua esperienza di contatto e di relazione con le persone e con il mondo. Egli si era progressivamente ritirato in un rifugio protetto della sua mente in cui occultare le ansie relative al suo sviluppo sessuale. Lo viveva infatti con angosciosa vergogna, sentimento che confondeva con quello condiviso dalla famiglia per la tragedia esistenziale della zia, lasciandolo preda di ansie persecutorie.

Al nostro primo incontro mi confidò che camminando era terrorizzato dalla paura di “sbattere addosso alle persone”. La sua drammatica vulnerabilità metteva insieme il profondo senso di essere inadatto alla vita, identificandosi con le figure deficitarie della sua famiglia (la zia, ma non solo) e il desiderio di incontrare, anche sessualmente, l’altro (sbattersi con l’altro), dinamismo a cui l’adolescenza lo sollecitava.

Come detto prima, ampio spazio va riservato alla storia dello sviluppo psicofisico del bambino e, retrocedendo, sarà significativo ascoltare anche la storia della gravidanza, se c’è stato un progetto di concepimento e come esso si sia inserito nella vita sessuale dei genitori. Proviamo a capire come questa si sia evoluta nel tempo e rappresenti o abbia rappresentato una forma di vitalità e creatività per la coppia e la famiglia. Sarà utile farsi una idea di come i genitori hanno vissuto lo scarto tra il bambino fantasticato prima della nascita e quello reale, dopo la nascita, con i problemi concreti che ha comportato. Procedendo indagheremo sulle cure primarie, l’accudimento in generale e l’alimentazione. Per quanto tempo e come è stato allattato il bambino? Come è andato lo svezzamento? Dove, e come dorme? Va capito come e quando ha raggiunto il controllo sfinterico, se ci sono stati o ci sono problemi di enuresi, encopresi, qual è stato lo sviluppo del linguaggio. Come è andato l’inserimento al nido, alla materna e alle elementari? Cerchiamo di capire se il bambino è al passo con le consuete tappe evolutive raggiunte dalla media degli altri coetanei. Lo facciamo non solo e non tanto perché le raggiunga al più presto, ma perché il gap può restituirci nell’immediato un gradiente del vissuto della sua sofferenza, del sentimento con cui si avverte diverso e distante dalle conquiste alla portata degli altri bambini.

Con i suoi genitori vanno fatti collegamenti tra le vicende, le tappe narrate, gli eventi e le emozioni sperimentate. Occorre gradualmente disegnare una geografia e una storia delle emozioni vissute nel corso del tempo a partire dai rilievi indicati dai genitori. Va mostrato loro che tra ciò che accade e il mondo emotivo c’è una connessione costante.

Quando sono i genitori a fare nessi ne discuto con loro e convalido spesso le loro intuizioni provando a svilupparle insieme. Ad esempio: “Il padre o la madre sono partiti e allora il bambino è stato male...”; “La mamma ha dovuto occuparsi dell’altro figlio e per lui questo è stato doloroso o intollerabile…”; “Il fratellino si è ammalato e lui è diventato svogliato a scuola”; “Il lutto in famiglia è stato un evento traumatico e il dolore che il bambino ha sentito nella madre o nel padre può averlo interpretato come un rifiuto o un abbandono di sé…”, ecc.

Tutto è teso a mostrare che c’è un mondo emotivo complesso ma decifrabile nei confronti del quale ci sforziamo di essere ricettivi.

La raccolta di dati nel o nei primi colloqui mira a individuare uno schema di funzionamento familiare all’interno del quale il bambino è nato, si è sviluppato e si esprime. Non esiste un bambino e un disagio nel bambino il cui sviluppo non sia inter-indipendente dalla famiglia, dai disagi che vi sono in essa o dal contesto di cure che in essa riceve.

A conclusione della fase valutativa con i genitori che, come detto, può durare uno o più colloqui o a volte prolungarsi, in attesa che si delinei il possibile destinatario e la possibilità di un’eventuale psicoterapia psicoanalitica, è importante stabilire che cosa dire al bambino o all’adolescente che verrà visto direttamente da noi. In tal caso occorre sempre preparare il piccolo o giovane paziente all’incontro con l’analista. Vedo spesso bambini che hanno avuto precedenti esperienze di consultazione che sono stati “trascinati” senza ricevere alcuna spiegazione, non aiutati quindi a comprendere da chi e perché venivano portati. Questi bambini, non solo non hanno avuto alcuna risposta al loro disagio, ma non hanno potuto capire il senso di quell’esperienza in cui si sono sforzati di parlare di sé ad un estraneo. Questo può comportare un trauma, frutto di una sorta di estrazione della loro intimità e in definitiva della loro salute mentale. La psicoterapia psicoanalitica, che si propone di costruire significati, comprendere, dare senso all’esperienza, non dovrebbe mai entrare in contraddizione con i suoi intenti di base.

Al bambino bisogna rispondere sempre, bisogna spiegare, soprattutto se ce lo chiede, dobbiamo comprendere il suo bisogno di conoscere la verità di quel che gli accade” era solita ripetermi Luciana Bon De Matte, una psicoanalista che ha insegnato moltissimo in Italia sulla psicoanalisi dei bambini e anche degli adulti. Nascondersi dietro un goffo silenzio, dire mezze frasi o travestire la realtà da mezze bugie è per un bambino sempre un’intrusione traumatica che svela prima di tutto la nostra inaffidabilità. Non aiutarlo ad avvicinarsi alla verità che cerca, rischia di intaccare in lui la fiducia di poter essere compreso e aiutato nella relazione con l’adulto.

Con i genitori, dedico una parte del colloquio a preparare il bambino all’incontro con me. Chiedo se è in grado di accorgersi del fatto che soffre, se ha un abbozzo iniziale di consapevolezza della sua pena. Naturalmente questo non sempre è possibile, dipende dall’età del bambino o dalla gravità della sua situazione. Alcune forme di autismo grave, ad esempio, o stati psicotici, compromettono pesantemente il pensiero e le percezioni anche minime di sé. Ma anche in questi casi occorre trovare il modo di spiegare al bambino il perché lo si accompagna da un analista. Suggerisco ai genitori di dire al figlio, possibilmente insieme, che si sono accorti che lui è dispiaciuto o piange o è triste in quella o in quell’altra situazione, che non dorme o mangia poco e si sta dimagrendo e così diventa debole. Che rimane male quando a scuola viene allontanato dagli altri bambini o si rifugia in un angolo per allontanarsi da loro o continua a fare la pipì a letto e questo gli fa dolore perché lo fa sentire diverso dagli altri o a scuola non riesce a scrivere, si distrae, non riesce a leggere e così via.

In sostanza comunico loro di metterlo al corrente che si sono accorti che lui sta male, parlandogli anche di alcune situazioni specifiche messe a fuoco nella consultazione. Dico di dirgli che a causa di ciò sono venuti da un dottore, che ora vorrebbe conoscerlo per capire insieme a lui se posso essergli di aiuto.

Spesso queste comunicazioni aprono intuizioni importanti nei genitori su come poter parlare al figlio, raggiungerlo nella sua sofferenza, comunicargli che si sono accorti di lui e stanno provvedendo. Questo è già di per sé un atto trasformativo importante in quanto il bambino o l’adolescente è in questo modo trattato come una persona, il cui disagio viene segnalato e la cui vita è inserita nel mondo umano dei significati e degli esseri senzienti.

Nella mia esposizione ho volutamente omesso una rilevante ma non secondaria questione, quella che riguarda gli aspetti transferali e controtransferali, assi portanti di ogni intervento psicoanalitico, ivi compresa la consultazione.

L’analista non può prescindere dalla lettura e dall’interpretazione di questa esperienza, seppure la sua rilevanza si fa maggiore a trattamento inoltrato. La trattazione di questi due cardini della teoria e della tecnica psicoanalitica necessiterebbe di un cospicuo spazio ulteriore.

Parlare di transfert e di controtransfert implica la considerazione del funzionamento inconscio della coppia coniugale (quando coniugati) e genitoriale.

Ogni trattamento psicoanalitico potrebbe essere un po’ riduttivamente riassunto quale metodo di sviluppo delle capacità intuitive ed emotive del singolo. La continua esplorazione intuitiva del terapeuta, che avviene all’interno del setting, si propone di sviluppare le potenzialità associative, di pensiero e di insight dei genitori sul figlio.

Coloro che chiedono una consultazione si aprono alla percezione inconscia del loro mondo interno, sollecitando l’analista a disporsi, con curiosità, a rivisitare e risignificare il proprio.

L’analista utilizza il proprio inconscio quale strumento emotivo ricettivo che Freud ha descritto e mai teorizzato compiutamente. Egli afferma[6] che “lo psicoanalista deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi nei confronti dell’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente. Come il ricevitore ritrasforma in onde sonore le oscillazioni elettriche della linea telefonica che erano state prodotte da onde sonore, così l’inconscio del medico è capace di ristabilire, a partire dai derivati dell’inconscio che gli sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato” (pp. 536-537). In questo scritto come in uno successivo di dieci anni più tardi Freud[7] parla della necessità di abbandonarsi a “una attenzione fluttuante uniforme evitando possibilmente la meditazione e la formulazione di aspettative coscienti e senza volersi fissare particolarmente nella memoria alcunché di ciò che si ascolta onde cogliere così l’inconscio del paziente con il proprio inconscio” (pag. 443).

Se è pur vero che Freud si riferiva al trattamento psicoanalitico e non specificatamente alle fasi di consultazione, tanto meno di una coppia, questo assetto è quanto noi oggi decliniamo opportunamente anche nella consultazione con una coppia di genitori ed è quanto distingue ogni altro tipo di consultazione da quella psicoanalitica.

In essa siamo partecipi di un sistema di “comunicazione inconscia” tra le parti, in cui la libertà per il paziente di parlare e di associare pensieri-parole, di sognare liberamente da svegli, consente una sorta di recupero della dimensione materna gratificante, legata al piacere e al riassorbimento narcisistico. Per l’analista è molto importante valutare il grado di dimestichezza e confidenza che i genitori hanno con questa possibilità, poiché segnala quanto essa può essere messa a disposizione nel rapporto con i figli. Dall’altro lato il modo con cui i genitori rispondono alle nostre richieste di fornirci precise informazioni ci dà notizia su come “la dimensione materna” abbia lasciato spazio, permesso di introdurre e mantenere in vita anche un “ordine paterno" che, articolandosi con la prima, realizza il processo di comunicazione su regole, informazioni, dati. Proviamo cioè a valutare quanto la coppia dei genitori sia in grado di offrire al figlio un registro idoneo di gratificazione narcisistica e di richiamo alle responsività della crescita e della separazione. Due polarità, o meglio due funzioni, la cui articolazione, indipendentemente da chi le promuova, padre o madre, a seconda dei ruoli stabiliti in famiglia, apre al riconoscimento della realtà e al piacere di poterne fruire.

Se questa polarità non è ben equilibrata avremo ad un estremo genitori che, pur chiedendo aiuto per il proprio figlio, parlano solo di se stessi, mostrando una difficoltà a mantenere un filo conduttore legato ad eventi, tempi, luoghi riguardanti il figlio e la preoccupazione per lui. Genitori quindi incapaci di sviluppare una narrazione se non “guidati” dalle domande del terapeuta, scarsamente in grado di attingere a una propria attitudine interrogativa e creativa a cui affidarsi per comprendere il figlio. All’altro estremo incontreremo genitori che utilizzano lo spazio della consultazione quale luogo mentale in cui piacevolmente disperdersi in fantasie, curiosità e aneddoti propri o richiesti all’analista. Il filo delle considerazioni fatte sin qui consente di dire che con la coppia dei genitori che abbiamo davanti ci occupiamo sempre di come e se l’unione parentale tra i suoi membri costituisca una famiglia, un organismo complesso che nel suo peculiare funzionamento promuove lo sviluppo di un individuo consentendogli di separarsene con beneficio e senza danno per alcuno. 

Nella consultazione ci occupiamo dunque di valutare se e come la coppia genitoriale promuova lo sviluppo del figlio e ne consenta la sua separazione. Ma che cos’è una famiglia in definitiva? A questo proposito dice C. Bollas[8]: “In un’ottica psicoanalitica troviamo una numerologia psichica che non solo somma ma moltiplica la complessità ogni volta che si aggiunge un altro elemento. Questo problema è il risultato dell’effetto fecondo che ha sui conteggi psichici la sessualità: nell’addizione sessuale 1+1 non fa 2 ma 3 perché implica sempre la possibilità di un terzo individuo e la possibilità del 4, ossia la famiglia. 1 rappresenta il Sé, 2 il Sé e l’altro, 3 le conseguenze procreative dell’atto, 4 la famiglia […]. Ma 3 non sarebbe già una famiglia? […]. Quando una coppia si unisce nel coito e la conseguenza è un figlio, non possiamo dare per scontato che si formi una famiglia” (p. 125). “Cos’è quel numero intero in più che trasforma il 3 in 4? È l’intero che arriva solo quando il gruppo ha creato lo spazio per la comparsa del quarto oggetto, un oggetto psichico che serve a quella presentazione di una cosa che si chiama famiglia, destinata a funzionare di per sé, come una forma di intelligenza nelle comunicazioni inconsce fra i membri del gruppo. Una famiglia è quindi un’evoluzione speciale nella storia dell’inconscio” (p.129). In essa “troviamo l’idea che i genitori trasmettono ai figli l’idea che c’è una legge in famiglia da cui non si può prescindere che dice che il diritto della famiglia prevale su quello privato del singolo alla vendetta contro l’altro o sul legittimo orrore di ogni bambino all’arrivo del fratellino o sorellina” (p. 137).

Credo che la consultazione rappresenti non solo la possibilità di operare trasformazioni sul singolo o sui membri familiari, ma anche sul “quarto oggetto”, ossia la famiglia di cui parla Bollas, dove uno o più dei suoi componenti segnala una crisi.

Essa può aprire all’opportunità di riparare, accedere, transitare verso la costituzione del “quarto oggetto famiglia”. Se siamo fortunati, continuiamo con i nostri pazienti a viaggiare verso questa direzione.



1 Il presente lavoro è una versione modificata presentata il 01.10.2014 presso il Santa Maria della Pietà per la giornata di formazione con la ASL RME Distretto 19 UOC, Tutela salute Mentale Riabilitazione Età Evolutiva e Disabili Adulti

2 Membro Associato Spi-Ipa con qualifica di Esperto in psicoanalisi del bambino e dell’adolescente e Membro Ordinario Aippi.

3 Robbert Wille La fiducia dell’analista nella psicoanalisi e la comunicazione di questa fiducia nei primi colloqui. In Rivista di Psicoanalisi vol. 4 2013.

4 Barale F. Entrando nell’autismo. In Rivista di Psicoanalisi Vol. 3 2016.

5 Si veda anche Nardi M. Provare a respirare dove non c’è più ossigeno. Psicoanalisi e autismo. In Rivista di Psicoanalisi Vol. 3 2016

6 S. Freud (1912). Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico. Boringhieri, OSF 6, Torino.

7 S. Freud (1922). Due voci di encicopedia. Boringhieri, OSF 9, Torino.

8 C Bollas (2009). Il mondo dell’oggetto evocativo. Ed Astrolabio Roma.

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