Domenica, Dicembre 16, 2018
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Intervista dr. S. Bordi

Intervista al dottor Sergio Bordi da parte della dott.ssa Nicoletta Bonamone (Dicembre 2004)

BONANOME: Questa conversazione nasce con l’intento di chiedere a un maestro come sei tu, di aiutarci a ripercorrere la lunga strada della Psicoanalisi italiana dagli albori a oggi, chiedendoti naturalmente di aiutarci anche a dare uno sguardo al domani. Iniziamo dagli anni dell’immediato dopo guerra, caratterizzati a Roma e non solo dalla figura di Nicola Perrotti. Anni in cui “i contenuti di verità sulla natura umana…non solo erano una denuncia del sistema di credenze condivise che aveva governato l’epoca precedente.. ma anche un prezioso alimento alla passione intellettuale e alla fede nella tolleranza.” Come tu stesso hai scritto sul numero di Psiche “Libertà e vincoli”, articolo che inizia con un tuo caldo riconoscimento al senso di libertà che Nicola Perrotti aveva alimentato e alimentava intorno a sé. Perrotti dunque come personaggio chiave in questo viaggio. Cominciamo dunque da lui. Come l’ avevi conosciuto?

BORDI : Conobbi Nicola Perrotti che ero ancora un ragazzo, nel ‘49, ascoltando una sua conferenza che mi aveva segnalato il figlio Paolo, col quale frequentavo la Federazione giovanile socialista. C’era una discreta folla, forse più incuriosita che interessata; devi tener presente che, tranne qualche medico illuminato o i crociani che avevano seguito le discussioni pubblicate dalla Rivista Italiana di Psicoanalisi nei tre anni in cui le era stato permesso di esistere, da noi il nome di Freud era quasi sconosciuto. lo avevo già con me, acquistati alle bancarelle di p.zza Fontanella Borghese, i due fascicoli 1946 di “Psicoanalisi’; la rivista di Flescher (dove è da rileggere la relazione “sul collaborazionismo” tenuta da E.Jones alla Società psicoanalitica britannica il 12 giugno ‘40, due giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, in cui tra l’altro si preconizzava la fine di Mussolini come misero succube di Hitler). Avevo anche letto con grande interesse le Vorlesungen tradotte da Weiss, appena riedite da Astrolabio, e la passione e la profondità con cui ne aveva parlato Perrottí avevano dissipato la possibilità che quei miei interessi fossero soltanto frutto di un’infatuazione. Successivamente, quando avevo ormai intrapreso psichiatria e ne avevo constatato la staticità, i contatti con Nicola Perrotti furono scarsi, ma sufficienti a confermarmelo quale rappresentante di uno spirito in cui la psicoanalisi esprimeva anche l’aspirazione a una cultura che stanasse la nostra dalle sue chiusure alla modernità. Nel giudizio che ne avevo, era anche presente il modo in cui mostrava di intendere la pratica medica, come alto esercizio morale, la disobbligazione di chi, avendo in buona sorte ricevuto, a sua volta non può che prendersi cura del debole e del bisognoso. Era in lui espresso il socialismo delle origini, lo stesso che lo aveva impegnato, prima del fascismo, come sindaco di Penne, sua città natale, e come consigliere provinciale a Teramo. L’opera di diffusione italiana della psicoanalisi, sua e degli altri due principali protagonisti dell’epoca, Musatti e Servadio, non procedeva però con facilità: sia interventi come la conferenza a cui ti accennavo, che i congressi del ‘46 e del ‘50, non avevano avuto grandi risonanze. Gli argomenti proposti, la libertà, la guerra (il primo numero di Psiche, novembre ‘48, riportava un intervento svolto da Perrotti all’Aia dall’ambizioso titolo “l problemi psicologici del popolo italiano’) non mancavano di attrattiva, ma i tempi non erano ancora maturi. Fu solo con gli anni ‘60 che la psicoanalisi cominciò a suscitare anche da noi una certa attenzione, alla quale contribuì non poco il successo editoriale de “ll male oscuro”; un’opera che Giuseppe Berto riconobbe sempre come il felice esito dell’analisi svolta con Perrotti.

BONANOME:

Conosco bene la storia di Berto, perché ne “Il male oscuro” lui parla di un piccolo chirurgo magro magro che lo liberò da un male fastidioso nella clinica di Via dei Gracchi: proprio la clinica dove sono nata, la clinica di mio nonno. Quel chirurgo era mio padre, e i miei genitori a lungo continuarono ad avere rapporti con Berto e con la moglie. Della storia di Berto ho i racconti di mio padre e di Paolo Perrotti, una coincidenza che da adolescente ebbe su di me una forte suggestione. Al di là dei miei ricordi personali, mi sembra significativo che la strada della psicoanalisi si intrecci con quella della letteratura e dell’arte. Perché?

BORDI:

Si, tutto questo rispecchia bene i tempi e le persone di cui parliamo. ll salto culturale degli anni ‘60 - iniziati con la rivolta al governo Tambroni e finiti con piazza Fontana - era legato alle nuove speranze e al miracolo economico, ma rifletteva anche l’idea, un po’ forzata, che gli italiani non avessero più niente a che fare col loro passato. Roma era diventata una capitale internazionale del cinema, e Milano aveva sviluppato un’attività artistico-culturale innovatrice di alto livello. Questi slanci emancipatori favorivano il diffondersi della psicoanalisi nella cultura sociale, contribuendo così ad aumentare il prestigio e lo spirito di corpo di coloro che la praticavano. Questo stato di cose non durò molto: com’è noto, l’inquietudine, acuita dalla guerra del Vietnam, ma con i suoi precedenti in quella provocata dalla paura dell’atomica e di una tecnologia percepita come alienante, pervasiva e alleata col potere, finì col produrre una vasta ondata antiautoritaria - quella che Erikson chiamò “ la rivolta della gioventù umanista’. Una delle sue manifestazioni più salienti, il movimento antipsichiatrico, non tardò a citare tra gli imputati anche la psicoanalisi, accusata di aver tradito il proprio passato rivoluzionario. Hai certamente presente la richiesta di un “ritorno a Freud ‘; ma forse non ti è altrettanto noto l’episodio verificatosi al primo congresso IPA tenuto a Roma nel ‘69, quando un certo numero di giovani analisti europei, tra i quali Elvio Fachinelli, al quale fui poi legato da viva e reciproca simpatia, sfilò in sala col cartello della PSA affiancata dal simbolo dei dollaro. Si trattava di un attacco, di marca francese, contro l’egemonia della psicologia dell’lo e di una psicoanalisi del benessere, orientata all’adjustement, vale a dire verso una realtà intesa come dato fisso e ineliminabile, fuori della portata di un soggetto in grado di modificarla. Il gesto rispecchiava con efficacia i tempi e i nuovi orientamenti: si levava lo stendardo dell’imagination au pouvoir”, perdevano credito le concezioni stoiche e deterministiche di Freud, e si faceva spazio a un’etica romantica che concepisce l’uomo autore del suo destino e che vede nell’autenticità la sua verità. Quanto alle accuse mosse alla psicoanalisi, oggi ci appaiono piuttosto esagerate: in parte valide per quella nordamericana, anche per la stretta alleanza che la univa alla psichiatria, erano meno giustificate per quella europea, dove erano molto diffuse le correnti kleiniane, lacaniane e relazionali, che al di là dell’oceano venivano invece ignorate od osteggiate. Solo sul finire degli anni ‘70 - con la critica avanzata verso molti presupposti freudiani e con una psichiatria che si accostava alle neuroscienze - anche negli USA la psicologia dell’Io perse il suo predominio, lasciando maggiore spazio sia a Kohut che al pragmatismo e all’interpersonalismo. Il conflitto ideologico, come quello rappresentato dall’episodio romano, era comunque generale, e questo indebolì il senso di comunità precedente. Si, certo, gli anni ‘50 erano stati anche quelli delle liti tra I maggiori esponenti della società psicoanalitica italiana, con suo conseguente commissariamento (io ad es. dovetti sostenere i colloqui di preselezione con M. Parin e R.De Saussure, il figlio di Ferdinand) ma alla fine era prevalso il bene comune, Nel ‘62 la situazione si era infatti conclusa con la fondazione dei tre istituti, quello di via Salaria, di via Corridoni e del Centro psicoanalitico di lungotevere delle Navi. Ora che anche da noi crescevano le richieste, gli istituti erano sopratutto impegnati nella formazione: qui desidero anzi ricordare la tragica e prematura perdita di Isidoro Tolentino, e il grande dolore che ne aveva provato Perrotti che lo considerava una vera promessa. Le liti a cui ti accennavo, anche se percepite dagli allievi, non ne menomavano tuttavia lo spirito di appartenenza alla psicoanalisi che li accomunava. Col ‘68, e con gli scontri ideologici che ne seguirono, quello spirito perse di consistenza. Ti posso citare come esempio, forse troppo sbrigativo, quello dei contrasti esistenti tra un Fornari, che teneva in gran conto lo sfondo sociopolitico circostante, ivi compresa l’esperienza di Trento, e un Gaddini, più radicato nella esperienza della psicoanalisi – specie la nordamericana,anche se, per l’amicizia che legava lui e Renata a Winnicott, fu poi un intelligente mediatore tra la tradizione strutturale e quella della relazione d’oggetto, ciò che contribuì alla sua ampia notorietà internazionale. Per la situazione creatasi, era quindi opportuno che la formazione e il primato degli Istituti lasciassero maggiore spazio ala libera discussione dei soci: questa considerazione portò a rivedere lo Statuto e a proporre la costituzione dei Centri.

Intanto in quello di via Salaria lo stato di salute di Perrotti stava peggiorando ripercuotendosi sul ruolo equilibratore che lui aveva sempre mantenuto- non simpatizzava per il pensiero di M. Klein, ma aveva sostenuto con vigore il lavoro di Adda Corti; era profondamente laico, ma aveva voluto la presenza tra noi di I. Matte Blanco e del suo contributo scientifico. Il suo essere meno presente, unito all’atmosfera circostante indicavano che le cose stavano cambiando. Ad es. sin dal ’48 , anno in cui Perrotti aveva ripreso dalla Choisy il titolo,”Psiche”, della rivista da lui inaugurata, da noi erano sempre stati privilegiati i rapporti con i francesi (così come da Servadio lo erano quelli con gli americani) . E’ vero che quei rapporti si erano già indeboliti dopo il caso Lacan – e dopo l’inutile difesa all’IPA che ne aveva sostenuto Lagache, amico personale di Perrotti dai tempi di Leon Blum- ma sul finire degli anni ’60 essi si erano diradati ancor di più.

BONANOME:

Infatti sapevo che Nicola Perrotti aveva forti legami coi francesi, in particolare con Lagache, e che loro erano spesso in visita a via Salaria.Ma l’influenza francese è stata realmente così forte nella psicoanalisi italiana di quegli anni?

BORDI:

Si, è così: fino alla metà degli anni ‘60 D.Lagache, D.Racamier, S.Nacht e B. Grunberger, con la moglie J.Chasseguet Smirgel, venivano spesso da noi. Con i casi di psicosi e di psicosomatosi che portavano, il loro contributo clinico era certamente originale e stimolante: tuttavia in campo teorico erano prudenzialmente aderenti alla linea mantenuta dalla SPP. Si capiva che c’erano degli squilibri, che infatti esitarono, come sai, nei dissidi dai quali nacque l’APF, che ci era alquanto estranea, il che diluiva ulteriormente le tracce del passato. Si può insomma dire che Il confortante clima familiare e paternalista che aveva caratterizzato via Salaria stava volgendo al suo inevitabile tramonto. Circa gli effetti su di me, al venir meno dell’ambiente protettivo cercavo compenso nello studio, specie in quello di M.Klein, il cui pensiero non godeva allora di molta popolarità (non ricordo più le volte in cui Corrao, con la sua autorità di presidente della SPI, si metteva a rimbeccare la Corti) e di W Bion, che ne godeva ancora meno (quando, nel ‘70, dissi alla Corti che avrei presentato per il pubblico italiano Second Thoughts e Apprendere dall’esperienza, lei arricciò il naso, poichè presso i kleiniani Bion, pur essendo altamente considerato, era in odore di eterodossia).Quell’anno segnò anche la scomparsa di N.Perrotti. Il lutto che ne seguì comportò un comprensibile disorientamento: questo venne ad acuirsi, un paio d’anni dopo, con la questione Fagioli - Armando, che rese l’atmosfera decisamente irrequieta: dopo qualche difficoltà, la questione venne poi liquidata, sia pure, come di solito accade in questi casi, lasciando un certo strascico restaurativo. Queste perdite e questi cambiamenti, con il disagio che mi procuravano, mi spinsero a rivolgere la mia attenzione alla comunità milanese: neanche lì mancavano attriti e fermenti, ma vi vedevo maggiori e più eterogenei interessi. Milano poi a quell’epoca era straordinariamente viva sul piano intellettuale e la psicoanalisi ve ne faceva parte: alla Casa della Cultura c’era l’assidua presenza di Musatti, e all’Umanitaria dov’ero a volte invitato, il nostro lavoro era frequente oggetto di discussione. C’era inoltre da considerare che, per la tradizione culturale della loro città, i colleghi di via Corridoni erano più vicini ai temi del dibattito francese - quello che era in corso sia fuori che dentro la psicoanalisi - e questo avrebbe inciso positivamente sulla comprensione di un problema che a Roma non era molto sentito. Infine, per me contava anche la presenza di una maggiore dimestichezza con l’approccio kleiniano. Certo, non c’era molta affinità tra questa concezione, basata sul dualismo istinto di vita - istinto di morte, e lo strutturalismo e le attenzioni linguistiche d’oltralpe. Fornari però vi navigava con sapiente abilità, forse perchè trovava in entrambi una corrispondenza con le sue principali aspirazioni, quella mirata alla libertà individuale, incarnata nel pensiero psicoanalitico, e quella legata ai risvolti sociali, concretata nell’interesse per la filosofia e la semiotica. In questo secondo aspetto aveva molto peso la tradizione filosofica “continentale”( come opposta a quella “analitica’), a cui attingeva largamente il pensiero di Lacan - pensa ad es. a quanto influirono su di lui Kojève e Heidegger. Come sai, quella tradizione veniva allora intesa come potenziale strumento da opporre a quello che Pasolini definiva “un sistema lento e sordo”. Parte integrante di quelle ambizioni era anche l’ideale di poter conciliare Freud e Marx, un ideale che molti psicoanalisti tentavano di mettere in pratica.

BONANOME:

Facciamo qualche nome...

BORDI:

I primi nomi che mi vengono in mente sono quelli di Elvio Fachinelli e di Enzo Morpurgo: le loro iniziative contenevano efficaci messaggi della nuova aria che si respirava, e loro, col talento di cui erano dotati, riuscivano a essere molto seguiti, anche se più all’esterno che all’interno del mondo psicoanalitico.

BONANOME:

Psicoanalisti che hanno varcato le frontiere milanesi, che si sono imposti anche per il loro forte impegno politico: l’Erba voglio, i lavori nelle istituzioni, l’ospedale Niguarda, solo per citare le più note. Ma torniamo a Roma. Quando arriva a Roma l’influenza di Melanie Klein e il pensiero Kleiniano?

BORDI: :

Beh, con qualche ritardo rispetto a Milano, in pratica col ritorno, nel ‘68, di Adda Corti (Pierandrea Lussana non faceva ancora parte dei nostro gruppo) che però, come ti dicevo, all’inizio non trovava facile ascolto. Quell’influenza fu più presente qualche anno dopo, quando la Segal cominciò a venire a via Salaria con una certa frequenza. Nel frattempo l’altro centro romano si era mosso nella stessa direzione, chiedendo la presenza di H.Rosenfeld, una persona di straordinaria umanità ed esperienza clinica che, grazie alle supervisioni avute con lui, influì poi molto sul mio successivo modo di lavorare.

BONANOME

Stai correndo troppo facciamo un passo indietro; perché mi interessa toccare un tasto … il 68 è un anno decisivo anche per la psicanalisi, quali furono i rapporti con i diversi filoni che lo animarono? Marxisti da una parte, cattolici, liberali, ed i movimenti? E che ricadute hanno avuto in voi che eravate in prima linea in questo processo di crescita della psicanalisi. In quegli anni vi furono anche rotture, penso a Fagioli, Armando ed altri. E siamo nel ’68.

BORDI:

Per quello che posso giudicare, anche in una comunità ristretta e specialistica com’era la nostra, un riferimento politico è sempre stato presente sullo sfondo. Prima del ‘68, benchè non mancassero venature di marca cattolica, di Ossicini ad es., il socialismo del suo fondatore orientava certamente il colorito politico di via Salaria (i! che, accompagnandosi a vecchie rivalità, poteva far sottolineare più il moderatismo di Servadio che non il passato antifascista del giovane Gaddini). Quella tonalità di fondo era inevitabilmente accompagnata da una certa impronta anticonformistica: forse la scomparsa di N.Perrotti (1970?) animò in molti di noi il timore che con lui svanisse anche quell’impronta, e che ciò si sarebbe potuto tradurre in un immiserimento disciplinare. Di solito, quando sopraggiungono timori di questo tipo si risponde o ricercando nuove strade, estendendo p. es. l’attività a campi meno convenzionali - e le esperienze di Bion con i gruppi erano un ottimo spunto per muoversi in quel senso - oppure ci si ribella con la forza ideologica, in questo caso ricorrendo ad es. al pensiero di Foucault e alla convinzione che dietro ogni attività si celi l’ombra del potere, una convinzione piuttosto diffusa nel turbolento clima degli anni ‘70.

BONANOME:

Certo erano gli anni in cui si studiava anche da noi a Roma il pensiero di Marx attraverso gli occhiali di Althusser, “Lire le Capitale” era la Bibbia. Anni in cui Francesco Corrao e Paolo Perrotti diedero vita all’interno della “Neuro” alle prime esperienze di gruppo, presto sfociate nel “Pollaiolo” da una parte e ne “Lo Spazio psicoanalitico” dall’altra. Ricordo con nostalgia e tenerezza le lunghe serate di studio insieme a Dino Ferreri e Alberto Traverso, così prematuramente scomparsi, anni in cui ancora non ci eravamo avvicinati a Via Salaria ma vivevamo il clima di protesta attraverso Paolo Perrotti.

BORDI:

Si, certo: in quello di Paolo Perrotti, piuttosto che il radicalismo, era presente il programma illuminista paterno, dove la protesta, oltre che a smuovere acque stagnanti, mirava a lenire le ineguaglianze - se vuoi, un programma più Ferencziano che Freudiano. Quanto a me, anch’io mi trovavo su posizioni critiche, il che aveva contribuito a farmi accettare di far parte della commissione per lo Statuto della Società.

BONANOME:

Per l’esattezza il tuo lavoro “Due contributi allo studio della Istituzione Psicoanalitica” è pubblicato nel maggio 1970 su Psiche, quindi già prima del 70 si era formata la Commissione per lo Statuto della SPI.

BORDI:

In ogni caso le osservazioni avanzate in quell’articolo non ebbero molto seguito: i dissidi del passato sconsigliavano di rimettere in discussione gli accordi del ‘62 e la tripartizione che l’aveva suggellata. Ti ricordo che quei dissidi avevano alterato perfino i rapporti tra Perrotti e Musatti, avendo costui appoggiato le denunce avanzate da Servadio. Le cose si erano poi ricomposte e il loro legame, consolidato dalla comune militanza di partito, tornò a essere quello di prima. Come ben sai, le divisioni tra socialisti ci sono sempre state e il fatto che sia Perrotti che Musatti fossero nenniani, distanti cioè dal partito di Saragat e da quello nato dalla scissione livornese del ‘21, cimentava quell’amicizia..

BONANOME:

Comunque tu con il Partito Comunista hai avuto a lungo rapporti, tanto che hai anche collaborato con l’istituto Gramsci.

BORDI:

Io fui nominato come membro del comitato scientifico del Gramsci più tardi, ai primi anni ‘80. Avevo già partecipato alle riunioni delle Frattocchie per il referendum sull’aborto e l’esordio non era stato dei migliori, visto che le doverose informazioni che davo sul lutto e sulla colpa, intese a far riflettere sulla complessità della questione, procuravano nell’uditorio più sconcerto che altro. Nella mia successiva presenza al Gramsci vi furono, come càpita sempre, aspetti positivi e negativi. Tra i primi, oltre quello di entrare in contatto con persone di assoluto rilievo, c’era la necessità, davanti a un pubblico della più varia estrazione sociale, di essere il più chiaro possibile, un’esperienza indispensabile, sopra tutto per chi fa il nostro mestiere. Meno positive erano alcune risposte che ricevevo: pur con il massimo garbo, gli esponenti del sapere scientifico lasciavano capire di conservare per la psicoanalisi la diffidenza che il loro mondo le ha sempre riservato. Quanto ai filosofi, non era l’interesse a mancare, anche se il dialogo non sempre se ne avvantaggiava. Se ad es. citavo l’incipit di “Pulsioni e loro destino” per mostrare un Freud critico del positivismo (e anticipatore del cosiddetto convenzionalismo), qualcuno di loro scuoteva il capo, osservando che forse in quelle parole c’era del telefinalismo. Quelle occasioni mi facevano a volte rimpiangere le discussioni contestatarie della compagnia Morpurgo, dove i nuovi orientamenti in filosofia della scienza erano senz’altro più presenti.

BONANOME:

Torniamo agli sviluppi interni alla SPI,…

BORDI:

Come ti accennavo, la mia opinione era che il riposizionamento connesso al nuovo Statuto e alla costituzione dei Centri non avrebbe in sostanza modificato la struttura precedente. Tranne che per coloro che svolgevano attività esterne a quella analitica, tali cioè da farli sentire più autonomi, per quella che era allora la maggioranza era poco verosimile che l’associatura vanificasse i prolungati rapporti d’autorità vissuti durante il tirocinio. Era più probabile che per giungere a una vera collaborazione tra soci occorresse lasciar passare una protratta e non sempre positiva fase di elaborazione personale, durante la quale sarebbero continuati a prevalere i passaggi burocratici, i calendari e la distribuzione delle cariche. Ciò che puntualmente si verificò: le riunioni scientifiche dei Centri erano segnate da un disarmante disinteresse, mentre proseguiva immutata la priorità degli istituti e della loro attività formativa. Sia come sia, col passar degli anni, la situazione si è venuta a modificare: oltre ai mutamenti, per sesso e provenienza professionale, intervenuti nella componente generale,sopratutto le aumentate difficoltà nell’esercizio psicoanalitico e l’incrementata competitività con le altre psicoterapie, hanno portato a ricimentare il clima societario. A differenza di prima, coloro che lavorano nel territorio, e ormai sono in molti, non trovano più nell’ambito istituzionale incentivi tali da distrarli dalla partecipazione alla ricerca. Questa è anzi considerata lo stimolo più adeguato a soddisfare l’esigenza di affiancare la pratica quotidiana con un’attività a sfondo scientifico, ed essa viene realizzata attraverso gruppi di studio che stanno conferendo ai Centri una vitalità di cui si sentiva bisogno. Insomma il clima è cambiato ed è promettente. Semmai è sui contenuti che avrei delle riserve, alle quali non è estraneo, lo confesso, il fastidio che provo per una certa ripetitività dei temi - il campo, la reverie, le risignificazioni d’esperienza. La mia soggettività è d’altronde riequilibrata dall’oggettiva constatazione della scarsa pena che ci si dà nel valutare quanto quei costrutti concettuali siano poi compatibili con quelli tradizionali. Tale trascuratezza diventa ancora più rilevante se si tiene presente che da vario tempo sono in corso presso numerose comunità psicoanalitiche approfonditi scambi di opinioni allo scopo di ridisegnare lo status di alcuni concetti di base - conflitto, transfert, Superio - e di considerarne l’opportunità di utilizzo. Questi confronti sono una componente naturale dei cambiamenti che si verificano nel tempo: cito ad esempio quello relativo all’enfasi che, nella valutazione dei pazienti, viene ormai assegnata a un trauma infantile inquadrato nella cornice delle interazioni stabilite col mondo reale. L’enfasi ha inevitabimente portato a rivedere il concetto di fantasia e a sollevare dubbi sull’esistenza di un pensiero primario antecedente quello secondario. Un riesame analogo andrebbe riservato anche ai costrutti prima menzionati. Negli ultimi anni hanno suscitato molta attenzione contributi come quelli di P. Fonagy, che, seguendo l’ottica delle interazioni reali, sostengono che, affinchè vi sia un pensare, sia necessaria una presenza sociale. Questo non sembra corrispondere alla teoria di Bion, secondo cui il pensare è legato alla pressione di pensieri che nascono da un’assenza; sembra pure evidente che l’idea che ci si fa della reverie cambi molto a seconda della teoria che si abbraccia. Spero sia chiaro che sto solo cercando di dire quanto sia necessario guardarsi intorno. E’ infatti mia opinione che, come sta accadendo per il nostro paese, così in psicoanalisi si stia oggi attraversando una congiuntura negativa accompagnata tuttavia dall’apertura di nuovi orizzonti e di nuove opportunità.

BONANOME

Queste tue osservazioni mi sollecitano sul versante non tanto del segno di inquietudine che sottendono, quanto sulla sfida con il nuovo, che anche altrove tu hai sostenuto. Non possiamo quindi dimenticare la sfida da molti di noi raccolta che ci veniva dall’antipsichiatria; sia per la portata sociale e politica, che comunque andava e va difesa, dell’apertura manicomiale di Basaglia, sia per le espressioni più filosofiche provenienti d’oltralpe da Deleuze e Guattari, ecc. Tu che hai lavorato anche nelle istituzioni e sul territorio come hai vissuto questa rivoluzione?

BORDI. :

Vedo che mi vuoi portare a ridiscutere un pezzo della nostra storia. L’antipsichiatria non ha avuto origini e aspirazioni uguali nei vari paesi in cui si sviluppò: E.Goffman e Th. Szatz non facevano parte del bagaglio culturale italiano, che era semmai più incline a prestare ascolto a Laing o a Marcuse. Certo, i francesi da te nominati ci erano più familiari, ma il loro laicismo era alquanto distante dallo spirito che animava il movimento di Basaglia, dove il comunitarismo cristiano era assai influente. Quella distanza valeva anche per il nostro gruppo, dove, a parte le provenienze socialiste, in materia religiosa era la posizione agnostica a prevalere. Su questo punto ci sentivamo in piena linea con il Freud che al pastore Pfister dichiarava di non essere tanto interessato a rimarcare i benefici della fede, quanto piuttosto a scoprire la verità esistente nell’enigmatica realtà che ci circonda. Quello era però il Freud che riteneva la religione una neurosi dell’umanità, un’opinione oggi non più condivisa dagli psicoanalisti che vedono invece in quella religiosa un’esperienza positiva e inevitabile. Difatti è cambiato in loro il giudizio su uno dei principali ingredienti della fede religiosa, l’illusione: più che Freud, che la riteneva un rifugio dove ci si ripara dalla dura realtà, essi seguono Winnicott che invece la considerava una risorsa capace di restituire un sostenibile senso alla vita. In questo cambiamento possono anche aver contato i suggerimenti di Bion che concepiva, con la “fede in O” una spinta verso l’assoluto e un’esigenza di religiosità estranee allo spirito di Freud. Forse in quei suggerimenti si può leggere l’educazione indiana, chissà: nell’uso abituale, fede e verità fanno spesso binomio; di solito si pensa al senso di verità provato dal credente circa l’esistenza di una volontà creatrice suprema, priva di vincoli, che custodisce la vita e assicura la sopravvivenza dopo la morte. Questo sentimento, che arreca consolazione e benessere, incontra però un insormontabile ostacolo nella ragione che, pur essendoci stata consegnata da quella volontà creatrice, ci conduce a un insanabile dubbio su quella verità. Lo spirito della modernità è a questa ragione che ha assegnato il primato, è con essa che ha giudicato insostenibile e inverificabile una verità assoluta, ed è stato attraverso il suo uso che ha creduto di giungere a possedere strumenti adeguati a controllare tutte le interazioni esistenti in natura. Si è poi dovuto drammaticamente constatare che non solo si trattava di un’utopia, ma che era anche pericoloso manipolare insiemi complessi di interazioni ecologiche. Questa drammaticità non è la stessa a cui ti riferisci tu, ma gli psicoanalisti si trovano, in mezzo a tutte e due. Abbracciando la modernità, Freud perseguiva strenuamente la verità della ragione, e tuttavia la mise in crisi mostrando che non possiamo controllare nemmeno ciò che accade in casa nostra e che manipolare le coscienze alla lunga non paga. Tra l’altro fu così sagace da mettere in iscacco la preminenza della ragione servendosi degli stessi mezzi che essa gli forniva. E allora: qual’è la verità che ha in mente l’analista? Data l’ascendenza freudiana, egli non può che far riferimento a quella a cui lo conduce l’uso della ragione; la sua credenza non può che essere quella di poter pervenire a una soddisfacente corrispondenza tra verité de fait et verité de raison. Egli però sa anche che i fatti sono in continua trasformazione e in costante interazione col mondo, soprattutto con chi ne è alla ricerca, che tanto maggiore è il loro trasformarsi quanto più forte è la convinzione di poterli scoprire. Secondo me era a qualcosa dei genere a cui pensava Bion quando parlava del “Language of Achievement” - di un’impresa che può essere raggiunta a condizione di credere davvero in ciò che si sta facendo. Però ti accorgi pure che un’opinione del genere ci indirizza verso il relativismo della verità secondo retorica, quella basata sul consenso sociale che si riesce a ottenere grazie alla capacità di convincimento.

BONANOME:

Concludiamo allora l’intervista guardando avanti. Due i problemi che come Società di Psicoanalisi e come psicoanalisti ci troviamo di fronte. Il primo diciamo più organizzativo.All’inizio esisteva una realtà unica, gli Istituti, poi le strade si sono divise, con la nascita dei Centri. Alla luce dell’esperienza di questi decenni, secondo te, cosa è più funzionale alla formazione e allo sviluppo ulteriore della psicoanalisi? Il nodo centrale è però forse nella seconda domanda: si parla molto delle nuove frontiere della psicoanalisi. Quali sono secondo te? Qualcuno ad esempio si aspetta molto dal dialogo con le neuroscienze. Tu che ne pensi?

BORDI

Per la prima domanda non credo di poter aggiungere molto a quello che è già emerso dalla nostra conversazione. Avrei semmai qualcosa da dire sul tuo “alla luce di questi decenni” che tende a lasciare in ombra la globalizzazione a cui anche la psicoanalisi è attualmente esposta. La diffusione e la richiesta di formazione oggi esistente in paesi che per decenni l’hanno respinta o ignorata sta impegnando seriamente l’istituzione psicoanalitica, la quale è peraltro portata a profondervi le sue energie constatando il reflusso verificatosi negli ultimi tempi presso il mondo occidentale. Arriviamo così alla domanda sulle nuove frontiere. Ci sono davvero? Molti psicoanalisti pensano di no. Anche se io non sono tra quelli, non mi nascondo che per ora la traccia per raggiungerla non è neanche ben individuabile. Tu parli p. es. delle neuroscienze. La Neuropsychoanalysis è una rivista di elevato livello, e da noi c’è anche un gruppo di studio che si dedica all’argomento. La strada è però incerta e insidiosa: pensa p.es. alle risorse neurali evidenziate dai neurobiologi, quelle che tendono tra l’altro a porre in dubbio l’esistenza di quel concetto freudiano basilare che è la rappresentazione mentale: ti pare che ci si possa muovere baldanzosi in quella direzione? certo che no, ma ritengo pure che il patrimonio di conoscenze che, grazie alla psicoanalisi, siamo stati capaci di conquistare, ci ponga in grado di affrontare con fiducia queste sfide.

BONANOME

Ti ringrazio infinitamente anche a nome dei colleghi, non solo del tempo che ci hai dedicato ma anche e soprattutto del lavoro stimolante che hai sempre svolto.

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