Venerdì, Ottobre 19, 2018
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Intervista a Anne Alvarez a cura di Maria Adelaide Lupinacci, responsabile Servizio di Consultazione Bambini e Adolescenti, Settembre 2014

- Grazie Anne per avere accettato di rispondere alle mie domande.

Comincerò dalla fine. Arrivata alla fine del tuo bellissimo libro “Un cuore che pensa” ho scoperto che il titolo, un titolo davvero poetico! è tratto da una poesia di J. Donne. Il titolo del tuo primo libro “Un compagno vivo” è pure molto poetico. Che posto ha la poesia e la letteratura nella tua vita, nel tuo lavoro e nel tuo pensiero?

Mia madre scriveva e leggeva poesie e mio marito è un poeta, scrittore e critico letterario. Da giovane ho letto moltissimo. Più tardi ci sono stati periodi in cui ero più interessata ad argomenti scientifici che a leggere testi letterari. Ma recentemente sono tornata alla letteratura. I grandi libri sono sempre illuminanti.

2 – Ma tornando alla psicoanalisi, quali sono i temi sono più centrali nel tuo pensiero? Quale concetti ti sono più cari, quali senti che ti rappresentano di più? Quali sono le differenze, i cambiamenti fra i due libri, Un cuore che pensa e Il compagno vivo?

Non potrei vivere senza il concetto di identificazione proiettiva, questa grande scoperta di Melanie Klein, e più in particolare con l’affinamento e la precisazione che Bion ne ha fatto; cioè che non tutte le proiezioni sono difensive o distruttive, ma che alcune esprimono il bisogno di comunicare emozioni da cui ci si sente sopraffatti. Mi piace anche il grande concetto meta-teorico di “superamento” della colpa nella posizione depressiva, il cui significato si differenzia e contrappone a quello di difesa dalla colpa. Ho preso questo termine a prestito per applicarlo anche alla posizione schizoparanoide in cui non si tratta di difendersi, ma di superare persecuzione e terrore piuttosto che colpa. Il senso di sicurezza, di speranza e fiducia ne è il possibile promotore.  

Un compagno vivo contiene due parti: la prima elabora la teoria di quello che ho chiamato “reclamation” (richiamo”, “sollecitazione vitale”) ed una tecnica intensiva per riportare pazienti autistici vuoti , persi (non che si nascondono) in contatto e alla vita. La seconda parte discute argomenti tecnici e teorici che riguardano il trattamento di pazienti borderline, per distinguere le così dette difese da quei tentativi menzionati prima di “superare” la paura nella posizione schizoparanoide. In Un cuore che pensa ho cercato di dare conto delle distanze e anche i legami che ci sono, fra le due parti del primo libro. Ho cominciato a pensare che ci siano tre livelli nel lavoro analitico, che bisogna riconoscere e distinguere, che dipendono dal livello della patologia e del ritardo evolutivo del paziente. Il secondo libro è un tentativo di sistematizzare e calibrare queste idee e tratta di più i vari tipi di disturbo psichico in generale, e non prevalentemente l’autismo.

Il terzo livello di lavoro amplia l’idea di “reclamation” fino ad includere altri momenti in cui il controtransfert viene usato in modo intensivo, come per esempio nel drammatizzare nel gioco le emozioni che il terapeuta prova (Nota del traduttore: nel senso di “metterle in scena” con la mimica, il tono della voce del terapeuta ecc. ), impersonando così un qualche aspetto del bambino o qualche suo oggetto interno. Questo, se si tratta di pazienti vuoti o che si sono tagliati fuori, trasmette la sensazione di una recettività maggiore alle identificazioni proiettive. Cioè la questione è sia quantitativa che qualitativa: la quantità di emozione che l’analista si trova a dover sperimentare e anche a dover esprimere, dipende da quanto il paziente è in grado di riceverla e contenerla dentro di sé, piuttosto che poterla solo osservare in un altro da una distanza di sicurezza.    

C’è un altro punto che mi sta a cuore. Noi talvolta parliamo della parte infantile della personalità; ho dovuto imparare col tempo che dobbiamo saperne di più riguardo all’età approssimativa di questa parte infantile. Un bébé di 3 mesi è molto diverso da uno di 13 mesi, e entrambi sono diversi da un bambino di 3 anni

3 – Sappiamo che sei a Roma per leggere un tuo lavoro al Centro di Psicoanalisi Romano in occasione del Convegno su “Melanie Klein oggi” e che il tutto il tuo lavoro si basa molto sul pensiero di Melanie Klein. Secondo te che cosa tutt’ora basilare, importante, vivo per un analista nel pensiero di Melanie Klein oggi?

Ne ho già parlato nella risposta alla seconda domanda, ma a questo vorrei aggiungere il lavoro puntuale sul continuo movimento del transfert e del controtransfert, di cui siamo debitori all’uso che Betty Joseph ha fatto della concezione che del transfert aveva la Klein.

4 – Ora l’ultima, ma non meno importante, domanda. Come presenteresti la psicoterapia psicoanalitica dei bambini a dei genitori che hanno un bambino con problemi psicologici?

Come molti altri parlo di come aiutare il bambino a liberarsi dei blocchi e degli ostacoli al suo sviluppo, e a fare fiorire le sue risorse e le sue potenzialità. Se penso che sono talmente preoccupati e disperati riguardo al suo sviluppo cognitivo che non riescono ad ascoltare le mie parole sull’importanza del gioco e dell’immaginazione e della gioiosità, dico loro che il giocare facilita lo sviluppo cognitivo. Cioè cerco di trovare un linguaggio che essi possano capire e che tocca il punto che li preoccupa di più. Per esempio spesso parlo di “abiti, abitudini mentali negative”, piuttosto che di inconscio o di sintomi. Parlo molto di contesto e di elementi scatenanti e aiuto i genitori a diventare migliori osservatori dei loro figli e di se stessi. Naturalmente organizzo sempre un sostegno continuativo per i genitori. Io dico loro che avranno bisogno di sostegno man mano che il bambino cambia.

 

versione in inglese

 

1 - Thank you Anne for accepting to answer my questions.

I start from the End. At the end of your beautiful book “A thinking heart” I discovered that the title, so poetic a title! is taken from a poem of J. Donne. The title of your book, “Living company”, is as well quite poetic. How much do poetry and literature matter to you, your life, your work and thinking?

My mother wrote and read poetry, and my husband is a poet, writer and literary criticand I read a lot when I was young. Later, there have been periods when I wanted to read more science than literature, but recently I have come back to literature. The great books are always illuminating.

2 – Going more to the heart of psychoanalytic issues, what is more important to you, to your own thinking? Which concepts are closer to your heart, or which do you feel are more representative of yourself?      

Which are the differences between “A thinking heart” and “Living company”?

I cannot live without the great Kleinian discovery of projective identification, particularly with its Bionian refinement that not all projections are defensive or destructive, some express a need to communicate overwhelming emotion. I also love Klein’s great meta-theoretical concept of `overcoming’, as opposed to defending against, guilt at the depressive position. I have borrowed the term to apply also to the paranoid-schizoid position, where what needs to be overcome, as opposed to defended against, is not guilt, but persecution and terror. A sense of safety, faith and trust enables this.

Live Company had two sections: the first elaborated the theory of reclamation, and intensive technique of recalling an empty lost (not hiding) autistic patient into life and contact; the second section discussed technical/theoretical issues concerning the treatment of borderline patients, and how to distinguish so-called defences from the afore-mentioned attempts to `overcome’ fear at the Paranoid- Schizoid position. In The Thinking Heart I have tried to make sense of the gaps, and also links, between the two sections of the first book. I began to think in terms of three levels of analytic work, which needed distinguishing, depending on the level of pathology and of developmental delay in the patient. The second book is an attempt to systematize and calibrate these ideas, and contains more about types of general psychological damage, not so much about autism.

The third level of work extends the idea of reclamation to include other moments of intensified use of the counter-transference such as emotional dramatization in the play, on behalf of some part of the child, or some internal object of the child’s. This conveys a greater receptivity to projective identifications in the case of empty or cut-off patients. That is, the matter is quantitative as well as qualitative: the amount of feeling the analyst may have to experience as well as express will depend on the degree to which the patient can hold it in himself, as opposed to see it safely in someone else.

A further point re concepts close to my heart: when we speak of the infantile part of the personality, I have had to learn that we need to know more about the approximate age of that infantile part. A 3 month old baby is very different from a thirteen-month old, and both are different from a three – year old.

3 – We know that you are here in Rome to give a lecture on “Melanie Klein to-day” Conference at the Centro di Psicoanalisi Romano, and that your own work is largely based on MK’s work. What on your opinion is basic, important and alive in MK thinking to-day, for an analyst?

I have answered this in question 2, but would want to add the careful work in the flow of the transference and counter-transference which we owe to Betty Joseph’s use of Klein’s concept of the transference.

4 – Now the last (but not least important) question. How would you describe psychoanalytic psychotherapy of children to parents who have a child with psychological problems?

I talk, as do many others, about how to help the child to rid himself of blocks and obstructions to his development and to the flowering of his strengths and potentials. If I think they are so desperate about his cognitive development, that they cannot listen to my words about the importance of play and the imagination and happiness, I will say that playfulness supports cognitive development. That is, I try to find a language they can understand and that can reach to their anxieties. For example, I often speak of `bad habits of mind’ rather than of the unconscious or of symptoms. I talk a lot about context and triggers and help the parents to become better observers of their child and of themselves. Of course I always arrange ongoing parent support work for the parents . I tell them they will need support as the child changes.

      

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