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Cancrini T. - Perdita, lutto, dolore e posizione depressiva in Melanie Klein (2014)

I Seminari del Centro di Psicoanalisi Romano - Klein Today (20-21 settembre 2014)

 

 

 

Melanie Klein è per me un nome magico che evoca fantasie, pensieri e suggestioni, che mi hanno mostrato una via sul mondo interno e sui livelli primitivi dell’esperienza affettiva e mentale. Una strada, un percorso, non una scuola, né un programma definito e chiuso, ma una via aperta e flessibile. Quella via che Melanie Klein ha scoperto con grande creatività nella stanza dei giochi dei bambini dove ha potuto prendere e comprendere con loro fantasie e stimoli che l’hanno guidata nelle profondità dell’inconscio.La Klein ci ha introdotti in quella stanza straordinaria piena di giochi, di animali, di fogli per disegnare che diviene per il bambino un luogo dove confrontarsi con le proprie paure più profonde e con le angosce più terribili, ma dove vive anche un rapporto importante e sperimenta la possibilità di provare gioia e piacere e di riparare e aggiustare quel che sente distrutto fuori e dentro di sé.

Una strada che le ha permesso di andare a fondo anche nell’intimità dei sentimenti più inquietanti, di confrontarsi con la solitudine, la malattia e la morte. Nell’attività clinica, ma anche guidata dalle sue personali esperienze vissute ed elaborate con grande coraggio e senza sottrarsi al dolore e alla sofferenza che tutto questo comportava. Ma, anche rispetto ai temi più dolorosi e negativi, ha sempre mantenuto e consolidato una prospettiva aperta all’amore, alla creatività e alla riparazione.

In questi due giorni potremo seguire i diversi e complessi aspetti del pensiero kleiniano e seguire le varie direzioni del suo sviluppo, ma per introdurre questi lavori mi è sembrato importante soffermarmi sul complesso nodo della elaborazione del lutto e della posizione depressiva, punto centrale del suo pensiero che pone a confronto con i vissuti più inquietanti della nostra vita terrena: il dolore, la morte, la perdita di una persona cara, l’amore e la solitudine. Aspetti legati alla sofferenza, alla distruttività e alla violenza che trovano però una loro possibile evoluzione nella riparazione e nell’amore.

In tutta la storia del pensiero psicoanalitico il tema del dolore, della perdita, del lutto ha sempre avuto una grande rilevanza. Già Freud in Lutto e melanconia (1917), si era confrontato con i problemi della perdita di una persona cara e con i problemi del lutto e della depressione. Su questi temi molto ha pensato Abraham e ci sono scambi intensi tra Freud e Abraham e proprio da qui partirà il contributo straordinario di Melanie Klein che approfondirà ancor più queste tematiche.

Come si vive la sofferenza, come si riesce a elaborare una perdita importante, come si tollera la separazione e il distacco. La sofferenza ci minaccia da più parti, afferma Freud ne Il disagio della civiltà , ma è nel rapporto con l'altro, nella relazione d'amore con l'altro, che si determina la maggiore possibilità di sofferenza: la perdita dell’oggetto d’amore è la causa e la fonte prima del nostro dolore. Freud scrive: "Mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza , mai come quando abbiamo perduto l'oggetto amato o il suo amore siamo così disperatamente infelici” (1929, p.574).

Il dolore per la morte di una persona cara permane dentro di noi proprio per l'amore che ci lega all'altro. Il valore dei sentimenti e in particolare dell'amore ci espone alla sofferenza della perdita. Ma, d’altra parte, è proprio l'esperienza dell'amore per l'altro che può rendere il dolore, nonostante tutto, produttivo e vitale, mentre evitare il dolore comporta un chiudersi alla vita affettiva con la conseguenza di un impoverimento interno.

La prima e più significativa esperienza di perdita si vive, secondo Melanie Klein, nella posizione depressiva, che ha le sue radici nello sviluppo infantile. “Io sostengo che il bambino attraversa stati psichici equivalenti al lutto degli adulti o, più precisamente, che ogni volta che più tardi si prova tale cordoglio si rivive il lutto infantile”. Nel periodo dello svezzamento il bambino attraversa la posizione depressiva che lo confronta con il dolore, con la perdita, con i sensi di colpa. “L’oggetto del cordoglio è il seno materno e tutto ciò che il seno e il latte significano per la psiche infantile, vale a dire amore, bontà, sicurezza.” (Klein 1940, p. 327). Se il bambino riesce a vivere la perdita, il dolore e la colpa elaborando questi suoi stati d’animo interni e conservando la capacità di godere del buon rapporto con l’oggetto d’amore e, soprattutto, se l’oggetto d’amore sarà capace di rinforzare “la fiducia nella bontà propria e degli altri”, si stabilizzerà una buona capacità di rapporto con l’oggetto amato e questo comporterà “uno stabilirsi sempre più saldo degli oggetti ‘buoni’ interni” ( ibid. p.329),cioè buone esperienze, buoni rapporti, buoni genitori interni. Una stabilità di buone esperienze nel proprio sé che rende forti, che sarà utilizzata anche per elaborare e superare la posizione depressiva e che permetterà inoltre di affrontare le situazioni più drammatiche e anche i traumi più violenti. “Al contrario, nota Melanie Klein, le esperienze spiacevoli o la mancanza di esperienze piacevoli, e specie la mancanza di un rapporto intimo e felice con l’oggetto d’amore, accrescono l’ambivalenza, riducono la fiducia e la speranza, e consolidano le angosce per l’annientamento interno e per la persecuzione esterna...”(ibid. p.329). Se dunque, ci chiarisce la Klein, il lutto infantile è stato elaborato malamente per un rapporto primario difficile e non soddisfacente, anche le perdite e i lutti in età adulta saranno vissuti in modo disturbato. E molto problematica diventerà l’elaborazione della perdita dando spazio a difese maniacali, a vissuti di trionfo e a un rischio di disintegrazione e di ritorno alla posizione precedente schizo-paranoide.

Mentre un buon rapporto con l'oggetto d'amore primario rappresenta una protezione dagli oggetti cattivi e persecutori, dà al bambino fiducia di essere amato e di poter amare, gli dà gioia e piacere. Rappresenta perciò "la sicurezza e la vita stessa"(Klein 1940, p.338), come sottolinea anche Anne Alvarez citando (2012, p.109) questo passaggio di Melanie Klein.

La Klein ribadisce a più riprese quanto sia essenziale per lo sviluppo affettivo e mentale un rapporto solido e soddisfacente con l’oggetto primario. In Invidia e gratitudine scrive: “Credo che la felicità goduta nell’infanzia e l’amore per l’oggetto buono che arricchisce la personalità siano alla base della capacità di godere e di sublimare...Il primo felice rapporto con la madre...mitiga l’odio e l’angoscia”(1957, p.59) E, punto essenziale per il nostro discorso, questo buon rapporto è anche alla base di una possibile elaborazione della perdita, permettendoci di vivere il dolore in modo costruttivo e creativo. L’elaborazione della perdita, cioè la capacità di conservare il legame anche se l’oggetto d’amore non è più presente materialmente, permette di custodire il valore dell’oggetto d’amore dentro di noi.

Mentre l’incapacità di vivere la perdita fa sì che si resti ancorati a un oggetto arcaico idealizzato con cui si ha un rapporto malato e mortifero, che fa sprofondare in una depressione incapace di pensiero e di simbolizzazione. “Se non accetto di perdere mamma, non potrò né immaginarla né nominarla” (Kristeva 1987, p.39). E, venuta meno la capacità di pensare e di simbolizzare, tutta una parte della vita mentale rimane soffocata.

Il problema è dunque come si conserva l'oggetto d'amore primario dentro di sé anche quando c'è una perdita. Essenziale è l'elaborazione del lutto, il non rimanere incastrati nel rapporto con un oggetto idealizzato, con la Cosa, come direbbe la Kristeva, che non si può esprimere e simbolizzare e che impedisce l'esperienza del dolore e dell'amore. Se non si riesce a vivere l’esperienza del dolore della perdita, si perde anche l'amore. Ma, d’altra parte l’elaborazione della perdita è complicata da dinamiche psichiche assai complesse: all’odio e alla rabbia si aggiungono i sentimenti di colpa e la paura di aver danneggiato o distrutto l’oggetto amato. Da qui l’importanza del riparare, dell’aggiustare, che sappiamo essere momenti così essenziali anche nell’analisi dei bambini dove colla e scotch giocano un ruolo così fondamentale.

Scrive ancora la Klein:

Nell'analisi di persone che non riescono a provare il sentimento del lutto, tutto ciò si può osservare chiaramente. Sentendosi incapaci di mettere al sicuro e di ristabilire saldamente nel loro interno gli oggetti d'amore, queste persone non possono fare a meno di distaccarsi da essi ancora più che in passato e quindi sottoporre al diniego il loro amore per essi. (1940, p.352).

C’è dunque un’inibizione degli affetti e sono soprattutto i sentimenti d'amore a essere soffocati.

Quando era piccolo un mio giovane paziente, che viveva in casa famiglia dove aveva visite della madre abbastanza frequenti cui seguivano sempre però altrettanti abbandoni, ricorda che disegnava un sole nero, che sembrava racchiudere ed esprimere tutto il nero della sofferenza, dell’abbandono, della morte interna legati al senso di assoluta solitudine che provava dentro di sé quando la mamma, l’oggetto d’amore si allontanava e scompariva. Quel sole nero, quel nero intollerabile anche per Simone, il bambino adottato di cui parlerò tra poco. Quel sole nero di cui ci parla Julia Kristeva nel suo bel libro su depressione e melanconia e che rimanda a un lutto terribile, a una perdita che appare catastrofica. Uno sconquasso interno che sembra impossibile poter pensare, simbolizzare e che rimanda agli aspetti più cupi della nostra esistenza: la perdita dell’oggetto d’amore, la morte, il lutto non elaborabile.

Ci troviamo continuamente nel nostro lavoro di fronte a questi problemi: come si affrontano queste situazioni e come sono superabili, se sono superabili. Chiaramente sono diverse l’una dall’altra. In alcuni casi c’è la sensazione di essere precipitati in un abisso, in altri, malgrado il dolore e l’angoscia, si è aperti alla speranza.

Particolarmente difficili da affrontare sono i sensi di colpa nei confronti dell’oggetto amato, la paura di averlo danneggiato o di averlo distrutto in modo irreparabile.

Melanie Klein, che così profondamente ha saputo indagare la complessità dei sentimenti umani ci parla a lungo della colpa, dell’inconscio sentimento di colpa che è alla base di molti disturbi e difficoltà e anche di una tendenza alla criminalità e alla delinquenza. E ha altresì sottolineato i diversi livelli in cui opera il Super-io, da quelli più arcaici e persecutori a quelli costruttivi e riparativi.

Un punto che mi appare di particolare interesse riguardo al nostro tema sono le modalità con cui il sentimento di colpa impedisce la normale elaborazione della perdita nel lutto. La Klein mostra con grande incisività come, nel processo del lutto, il senso di colpa inconscio, che spesso accompagna una perdita, può impedire l’emergere dell’amore e del dolore. Parlando di una paziente, ma certamente anche di se stessa, la Klein dipinge in modo mirabile la complessità dei vissuti emotivi nel momento della perdita. La paziente aveva perso il figlio, ma viveva dentro di sé un senso di distacco e di indifferenza emotiva che le impediva di vivere la drammaticità della perdita. Nel suo passato c’era stata la morte di un fratello amato, rispetto a cui il coinvolgimento emotivo era stato complesso. “Quando era morto il fratello, oltre al grande dolore, inconsciamente essa aveva provato nei suoi riguardi anche il senso di trionfo – connesso alla gelosia e all’odio della prima infanzia – e il conseguente senso di colpa”(1940, p. 342).

La complessità di queste emozioni si era risvegliata quando era avvenuta la morte del figlio, impedendole all’inizio di provare un sentimento di perdita e di dolore. Soltanto dopo aver elaborato il senso di colpa inconscio, collegato all’odio e alla gelosia, ha potuto ritrovare l’amore e quindi ha potuto piangere e soffrire. E soltanto a questo punto è potuto emergere “in tutta la sua intensità lo struggimento per l’oggetto d’amore perduto”(p.343). E Melanie Klein mostra con grande evidenza quanto sia importante l’accettazione della perdita, che permette di recuperare l’oggetto amato perduto.

Grinberg nel bel libro su La colpa e la depressione scrive: “Il proposito di scrivere un libro sul senso di colpa e le vicissitudini del lutto, risale a vari anni addietro. Diverse motivazioni mi stimolavano a farlo ma ce n'era una che pesava soprattutto: la mia profonda convinzione dell'influenza poderosa che esercitano la colpa e il lutto mal elaborati nell'origine e nel peggioramento delle infermità mentali e anche fisiche” (1971, p.17).

Perché, possiamo aggiungere, dove questa elaborazione della perdita e della colpa non avviene, prevale l’odio e la violenza contro gli altri e contro se stessi e questo non può che danneggiare lo stato psichico e mentale.

Tornando ai pazienti a cui accennavo prima:

Il giovane adolescente che disegnava il sole nero sembra così spaventato e così poco fiducioso in un rapporto appagante con l’oggetto d’amore che, di fronte a una delusione amorosa, si ritira dagli affetti e sembra propenso a vivere una vita a metà. E’ perciò molto difficile con lui anche il rapporto terapeutico.

Simone invece è capace di grande affetto e deve aver anche sperimentato nella sua vita un buon rapporto primario e allora, malgrado i traumi violenti e dolorosi che ha subito, sembra più fiducioso nella bontà dell’amore e più fiducioso di poter riparare ed è quindi più motivato a vivere una vita affettiva piena.

Dove infatti prevale l’amore c’è sì sofferenza e dolore ma anche la possibilità di aprirsi a una dimensione creativa e produttiva. L’amore per l‘altro ci apre alla conservazione e alla protezione dell’oggetto dentro di noi. Leggo le parole molto belle di Melanie Klein su questo aspetto:

Anche lo struggimento per l’oggetto d’amore perduto comporta dipendenza, ma si tratta di una specie di dipendenza che opera da stimolo alla restaurazione e alla preservazione dell’oggetto. Al contrario di quella retta dal senso di persecuzione e dall’odio, questa dipendenza è creativa e produttiva perché dominata dall’amore.

Mentre dunque si prova il massimo cordoglio e la disperazione è al culmine, prorompe l’amore per l’oggetto; colui che è in lutto sente più intensamente che nonostante tutto la vita interna ed esterna continua, e che l’oggetto d’amore perduto può essere tenuto al sicuro nel mondo interiore. In questa fase del lutto la sofferenza può diventare produttiva. (1940, p.343).

Io credo che Simone senta intensamente il desiderio di conservare dentro di sé l’oggetto d’amore primario e questo lo spinge ad affrontare la situazione traumatica che ha vissuto anche se è molto doloroso farlo.

D’altra parte è una sofferenza che apre alla vita e alla creatività. Mentre evitare il dolore non porterebbe ad altro che all’impoverimento della propria vita emotiva e chiuderebbe quindi alla possibilità di vivere in modo pieno e creativo (Cancrini, 2002 ).

Anche nel bel saggio di Melanie Klein Sul senso di solitudine, scritto poco prima della sua morte, si sottolinea come il senso di solitudine è legato alla mancanza, alla perdita dell’oggetto buono primario. Dove infatti c’è un vuoto legato alla mancanza di un buon rapporto con l’oggetto primario, si determina una difficoltà di stabilire dei buoni rapporti con l’altro ed è poi la mancanza di affetto e di affetti che produce quel senso di solitudine interiore devastante e catastrofico. Un buon rapporto con l’oggetto d’amore primario crea una fiducia nella possibilità di dare e ricevere amore. Al contrario la mancanza di un buon rapporto con l’oggetto primario produce un incremento delle angosce paranoidee e depressive che rende più difficile l’integrazione e di conseguenza il rapporto con l’altro. Soltanto infatti nel momento in cui si riesce ad integrare parti buone e cattive del Se e dell’oggetto e in cui si ha quindi un buon rapporto con la realtà che è possibile accedere a delle buone relazioni. Mentre l’aspirazione alla perfezione e quindi l’idealizzazioneci tiene fuori del mondo reale, rende difficili tutti i rapporti e rafforza quindi il senso di solitudine. “sentimento depressivo di aver subito una perdita irreparabile” (1959, p.141).

Voglio concludere con due brevi esempi: una lettera molto bella di Rosa Luxemburg scritta dal carcere di Breslavia alla sua amica Sonja, nel dicembre del 1917,   e uno stralcio di seduta di Simone, piccolo bimbo adottato che viene in analisi da me a 10 anni perché dentro ha “male al cuore” e una “colla” che lo invischia e lo trattiene dal poter vivere pienamente la sua vita.

Rosa Luxemburg ci mostra come è possibile mantenere dentro di sé la fiducia e la serenità quando è consolidato un rapporto interno con l'oggetto buono primario che permette di conservare anche nelle situazioni più terribili una piena capacità di amare. In Rosa Luxemburg è infatti veramente incredibile constatare, leggendo la lettera che scrive all'amica Sonja come rimanga salda la sua capacità di vivere gli affetti e le emozioni e come questa capacità renda la sua anima forte. Leggiamo: “E’ il mio terzo Natale in gattabuia, ma non fatene una tragedia. Sono calma e serena come sempre. Ieri sono rimasta a lungo sveglia...così al buio, i miei pensieri vagano come in sogno... Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita... In quei momenti penso a voi, a quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso, perché anche voi possiate sentire questa ebbrezza e camminare su un pratodai mille colori. “ E’ da notare questo penso a voi, ad indicare che è nel pensare alle persone amate e nel preoccuparsi per loro, volendo loro donare la sua inesauribile letizia interiore che come “un mantello trapunto di stelle” le protegga, quindi in un rapporto sano e creativo con l’altro che fa sentire adeguati e liberi da sensi di colpa, che viene ritrovata la serenità e la gioia anche nelle situazioni più drammatiche.

E veniamo al bambino. Simone mi dice del suo dolore, mi racconta della mamma di Achille, un cagnolino a cui è molto affezionato, che è stata uccisa. Con questa comunicazione sembra rimandarmi a qualcosa di molto violento che ha colpito la sua vita e la sua sensibilità. Sembra ci sia stato all’inizio della sua vita un momento buono di vicinanza e di affetto. Poi qualcosa ha sconvolto il tutto: forse la morte del nonno, la mamma e il bambino non più difesi da un papà violento e cattivo. Forse la mamma è stata uccisa. Simone non riesce a tollerare questo dolore e questa violenza, anche se ha bisogno di poterli in qualche modo esprimere. “Ho male al cuore”, dice alla mamma adottiva. E in analisi parla del nero e dei momenti bui. Però rimane in lui un senso profondo di affetto e di amore che si esprime subito nel transfert. Disegna un cuore tutto rosso e un meraviglioso “Ti voglio bene” tutto colorato. Nell’ottica di Melanie Klein penso sia importante ripercorrere con lui il momento della sua terribile tragedia: la perdita della mamma e l’abbandono, aiutata però da un vissuto molto profondo e arcaico di un buon rapporto con l’oggetto primario.

Come può l’analista aiutarlo? Il dolore deve passare attraverso il rapporto e deve essere vissuto innanzi tutto dall’analista che proprio sperimentandolo su di sé può renderlo vivibile per il bambino.

Vediamo alcuni passaggi. Le sedute precedenti sono state molto drammatiche. Nel weekend è accaduto un episodio grave: ha dato un calcio alla mamma che si è fatta molto male ed è dovuta andare al PS. Nella prima seduta porta solo il suo turbamento per il male che si è fatta la mamma. Nella seconda mi racconta come sono andate le cose e affrontiamo insieme un mondo di cattivi e di violenze. L’episodio mi colpisce molto perché il bambino è molto dolce, amabile, non violento e quindi con questo acting ha tirato fuori qualcosa di molto profondo.

Lo trovo in anticipo sulla porta. Quando apro fa “bù” giocando.

Entra nella stanza tutto allegro. Gioca un po’ con la palla, divertito dal fare cesto. Attacca il cellulare alla spina e chiama la mamma.

Gli chiedo come sta la mamma.

Meglio, guida pure la macchina.

Gli parlo del suo spavento e del sentirsi in colpa per aver fatto male alla mamma e anche del suo essere contento che ora sta meglio e che il brutto è passato.

Sì.

....Vediamo poi insieme il disastro della volta precedente; la stalla tutta demolita.

Gli dico che è molto spaventato che quando arrivano i cattivi e anche lui è cattivo succede un disastro, è tutto distrutto. E lui si sente molto in colpa anche se è contento che la mamma sta meglio e che si vogliono ancora bene.

Sembra un po’ rasserenato. Dice di voler costruire una casa per me e per lui. Comincia a lavorare per costruirla mettendo tutti i pezzi. Ogni tanto è preoccupato che non ci siano pezzi abbastanza. Gli interpreto più volte la paura e l’angoscia di qualcosa che manca.

Comunque continua a costruire, la casa con le finestre e alla fine c’è anche il tetto.

Deve essere solida, sicura per difenderci dai cattivi. Parlo del fine settimana e del bisogno di rimanere al sicuro, e di mettere al sicuro me e lui.

Andiamo avanti per un po’ costruendo e parlando di tutte queste cose. Ripeto le interpretazioni più volte e il bambino mi ascolta ed è d’accordo.

Sembra esserci il bisogno in questa seduta di cercare riparo, sicurezza. Dentro di me penso che ne ha affrontate tante in questi giorni e che forse conviene concludere la seduta in modo tranquillo. Ma è il bambino a riportarmi sulla drammaticità dei suoi contenuti interni. Viene fuori Achille, il cagnolino, un pupazzo che un giorno ha portato in seduta e che è il cane della zia che lui incontra in campagna.

Achille parla con voce infantile e disperata e chiede aiuto. Achille è solo, disperato, hanno ucciso la sua mamma e per questo è anche molto cattivo. Tutto questo racconto viene fuori in un dialogo molto serrato tra di noi, in cui io gli parlo della disperazione di A, di come abbia bisogno di aiuto e di come la disperazione lo renda cattivo e gli faccia distruggere tutto. Achille insiste sul fatto che nessuno può aiutarlo, che la sua mamma è stata uccisa e che è disperato perché nessuno, nessuno può aiutarlo. Quando gli dico che per lui è difficile pensare che quando è così triste e disperato, qualcuno gli voglia bene e possa aiutarlo. Achille insiste nel dire che nessuno può aiutarlo. Nei momenti brevi di silenzio però Achille continua a gridare “aiuto, aiuto”, cercando disperatamente di essere ascoltato. Sottolineo che però l’aiuto continua a chiederlo e desidera essere aiutato.

La seduta sta per finire e lui riacquista il suo tono di voce normale. Mi chiede quanto manca e lancia qualche aereo, prima che il papà suoni.

Nelle sedute successive la disperazione, soprattutto nel momento in cui mi parlerà della sua mamma uccisa, me la vivrò tutta io sentendo controtransferalmente un grande timore di non riuscire ad aiutare questo delizioso bambino così sofferente, sperimentando così in me tutto il suo dolore e la sua disperazione. In questo passaggio da lui a me del suo dolore, che permetterà anche a lui di accostarcisi, sembra piano piano ricostituirsi nel rapporto la profonda fiducia che l’amore prevalga e si ritrovi la gioia piena della vita.

Nel lavoro che avverto necessario fare dentro di me per conservare questa fiducia nella possibilità dell’analisi di aiutarlo sento di dovere molto a Melanie Klein che così profondamente credeva nel rapporto psicoanalitico e che mi appare – e sempre mi è apparsa – non la psicoanalista della distruttività e dell’invidia come tante volte viene ricordata, ma come la psicoanalista della vita, della fiducia, dell’amore, della speranza. E allora voglio concludere il mio contributo con questa bella citazione da Invidia e gratitudine dove la Klein affronta il tema di come il lavoro analitico ci riconduca a queste prime esperienze e di come possa, sia in grado di ricostituire una fiducia nell’oggetto d’amore anche dove le esperienze primarie non sono state positive.

Come nell’infanzia, le ripetute esperienze felici di essere nutrito e amato sono determinanti per il costituirsi di un oggetto buono stabile, così durante un’analisi le esperienze ripetute dell’efficacia e della verità delle interpretazioni date, porta a considerare l’analista una figura buona e costruttiva – e così, retrospettivamente, l’oggetto primario. (1957, p.116).

                                                                

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