Sabato, Agosto 23, 2014

Incontro con Allan Schore

Centro di Psicoanalisi Romano, Centro Psicoanalitico di Roma in collaborazione con Istituto G. Bollea di Neuropsichiatria Infantile

20-21 ottobre 2012, Università La Sapienza, Istituto G. Bollea - Via dei Sabelli, 10 - Roma

 

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Allan Schore, University of California, è internazionalmente riconosciuto per la pionieristica dedizione nel tessere legami fra psicoanalisi e psiconeurobiologia. I suoi interessi coprono ambiti quali la neuropsicoanalisi, la psicoanalisi evolutiva e le neuroscienze degli affetti. La sua ricerca si è focalizzata sul ruolo centrale dell’emozione (affetto) per lo sviluppo del cervello, della personalità e del Sé. I suoi studi configurano una teoria della regolazione affettiva. Le edizioni italiane di due suoi testi, La regolazione degli affetti, 2003 e I disturbi del Sé, 2003 sono state curate da Roberto Speziale-Bagliacca, per i tipi della Casa Editrice Astrolabio, 2008; 2010. La proposta clinica di Allan Schore implica un modello neurobiologico interpersonale. Secondo tale modello la regolazione interattiva del cervello destro è il processo fondamentale sia dello sviluppo psicobiologico che del trattamento. A livello clinico, Schore sviluppa e mette al centro del lavoro psicoanalitico i concetti di enactment e di preconscio. L’ultimo volume di Allan Schore, The Science of the Art of Psychotherapy, 2012 è dedicato al trattamento analitico. Intervengono e discutono con Allan Schore alcuni Colleghi della Società Psicoanalitica Italiana.

 

REPORT di Adriana D’Arezzo

Durante il convegno si è respirata una gradevole atmosfera, grazie alla  naturale capacità di Allan Shore di trovare connessioni empatiche con gli interlocutori e alla buona articolazione degli interventi che hanno  favorito scambi significativi con i numerosi colleghi  intervenuti.

Schore ha illustrato nella prima delle due relazioni presentate, il sabato mattina, le caratteristiche del cervello destro, la sua funzione nell’elaborazione inconscia di stimoli emotivi, non verbali, le connessioni con gli altri livelli corticali, sub-corticali e soprattutto la capacità di comunicazione tra gli emisferi destri degli individui. Il ruolo centrale che l’emisfero dx svolge nei primi due anni di vita, prosegue poi durante tutto il corso dell’esistenza, orientando le comunicazioni affettivo - relazionali.

Le caratteristiche del funzionamento dell’emisfero dx, sede  della memoria implicita, giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’empatia e nelle  relazioni terapeutiche. A sostegno delle sue tesi, l’autore ha portato numerosi studi  che connettono le esperienze relazionali con modificazioni rilevabili delle strutture cerebrali.

Schore ha sottolineato le correlazioni tra  le modalità relazionali del “caregiver  primario intuitivo e psicobiologicamente  sintonizzato” e le capacità del terapeuta di sintonizzarsi con le comunicazioni non verbali del paziente, attraverso l’ipotesi della comunicazione da emisfero dx a emisfero dx tra gli individui.

Come l’emisfero dx si connette con quello sx? La questione, posta in altri termini, di cui la psicoanalisi si occupa fin dalle origini, , rappresenta il fulcro degli interventi del convegno che scelgono vertici differenti e che, nell’insieme, concorrono alla creazione di un quadro ricco e stimolante. 

M. Ammanniti ripercorre il pensiero freudiano, dagli scritti del 1923 (L’Io e l’es)  al Compendio di Psicoanalisi del 1938,  rintracciando connessioni tra le originarie intuizioni  e gli sviluppi attuali della ricerca. Il  corpo viene visto come rappresentazione del luogo in cui  “il ricordo implicito dell’esperienza traumatica” deve essere riconosciuto.

G.Monniello mette in relazione le  concettualizzazioni di Schore con le teorie dell’attaccamento di Bowlby: ne evidenzia il superamento con la sua teoria della regolazione degli affetti, ma segnala anche il rischio di una lettura riduzionista del pensiero psicoanalitico.

Il pomeriggio si apre in modo poetico con il contributo di Fabio Castriota che propone la visione, accompagnata dalla musica, di un bel filmato “Passaggi neuronali” in cui  fotografie colorate di cellule nervose acquistano una dimensione profondamente evocativa.  Viene così stabilito un nesso tra arte, psicoterapia, psicoanalisi e creatività. Castriota , inoltre, solleva importanti questioni che riguardano il ruolo del sogno : “esistono sogni dell’emisfero sx?,  e sogni che si collocano tra il paziente e l’analista?

Nella tavola rotonda che segue, L. Cappelli  si sofferma sul ruolo della vergogna e della colpa e sul contributo della  ricerca neuro scientifica  che individua una persistente vulnerabilità psico-biologica  a livello di nascenti reti di collegamenti neuronali.

F.D’Alberton a partire dalla sua esperienza di  clinico in un ospedale pediatrico, invita a riflettere sull’importanza della componente somatica del contenimento nelle prime fasi della vita. Collega il contributo delle neuroscienze con quello di psicoanalisti  di tradizioni diverse come Bion, Winnicott, Kohut,   dando rilievo alla regolazione degli affetti nella relazione con un altro essere umano. Sottolinea come A. Schore affidi alla competenza della madre nei processi di sintonizzazione con gli stati mentali del figlio, un ruolo centrale nei processi di maturazione  dei circuiti cerebrali che determinano l’autoregolazione.

S.Merciai con un intervento sintetico ed efficace, che ha riscosso molto successo,  rileva la naturalezza dell’alleanza tra psicoanalisi e neuroscienze che si occupano di obiettivi simili indagando campi di indagine differenti e con strumentari assai diversi.  Egli considera della massima importanza per la psicoanalisi l’insieme degli studi neuroscientifici che riguardano i meccanismi di regolazione della vita: l’omeostasi negli animali e negli esseri umani.  Illustra l’importanza per quanto riguarda la trasmissione intergenerazionale, dell’epigenetica: “Il DNA non cambia; però il modo in cui viene letto è condizionato dall’eredità di adattamenti posti in essere dalla/e precedente/i generazione/i”.

M. Pigazzini  a partire dalla considerazione che il setting utilizzato dalla  psicoanalisi  costituisce una posizione privilegiata  per descrivere i cambiamenti del paziente, ritiene che il contributo delle neuroscienze possa essere prezioso per  la capacità di raccogliere i dati entro una matrice specifica. Ogni terapeuta costruisce una sua teoria  sul mondo interno del paziente che aggiorna  continuamente al fine di modificare la coazione a ripetere; egli  pone al centro del suo intervento la necessità “di misurare le piccole differenze nei singoli eventi che si ripetono costanti nel tempo” al fine di elaborarli anche in  una comparazione con altri dati. F.Scalzone sostiene che sia la psicoanalisi che le neuroscienze si occupano di strutture virtuali alle quali sottostanno strutture materiali: psiche e soma  sono due facce della stessa realtà ed esiste tra loro  continuità. Mostra poi come la psicoanalisi si interessi della metamorfosi delle strutture , “come sia possibile passare dalla fenomenica neurobiologica  alla fenomenica psicologica…”. Gli enactment, le rotture , punti di disconnessione emotiva tra terapeuta  e paziente sono opportunità di cambiamento, se opportunamente trattati.

A partire da un esempio clinico,  A. Schore dedica il suo  intervento della mattina di domenica, ad illustrare il cambiamento di paradigma nell’approccio agli enactment: essi sono gli unici strumenti per rappresentare aspetti dissociati della mente del paziente.  Forniscono una occasione per il paziente di incontrare una parte dissociata di sé e di usare, nel contesto analitico, la sua conoscenza che non ha modo, altrimenti,  di essere tradotta in parole.  La dissociazione si rende necessaria nell’evoluzione del paziente per difendersi da emozioni soverchianti, si tratta di una difesa del cervello dx da esperienze emotive sconvolgenti. “ Il rimaneggiamento di un ricordo traumatico spesso avviene in un contesto di rottura e di riparazione (Beebe, Tronik, Schore)un meccanismo dell’attaccamento che regola interattivamente stati di stress ed incrementa le capacità di affrontare gli affetti negativi". 

Maria Ponsi discute il lavoro di Schore, mettendo in primo piano il cambiamento di paradigma: obbiettivo del trattamento non è la conoscenza del sé, ma la sua crescita;  analizza l’uso  del termine enactment confrontandolo con quello di acting-out, sostenendo l’opportunità di preservare la convivenza di concetti derivati dall’osservazione  clinica e  sviluppatisi in differenti  prospettive teorico-cliniche,  come una ricchezza   concettuale preziosa. L’autrice  sottolinea, inoltre, l’alleanza Schore-Bromberg come espressione di una proficua intesa tra approcci differenti al pari di  scienza-arte.  Poter disporre di dati provenienti da discipline affini  dà  forza alle osservazioni e alle esperienze cliniche in merito all’area della relazione e “fornisce uno strumento di dialogo intra-disciplinare trai differenti modelli”.

Giuseppe Moccia auspica un’ apertura di dialogo “tra modalità di conoscenza e di comunicazione: una, implicita emotiva, intuitiva e  partecipata, un’altra, mediata dall’uso delle teorie e delle conoscenze..”.  Legge la concezione dell’enactment di A. Schore, in linea con alcuni apporti della psicoanalisi relazionale,   come un approfondimento della dinamica transfert-controtransfert, che si articola  secondo due versioni:una debole ed una forte. Nella versione forte, il concetto di enactment configura un processo continuo che caratterizza lo scambio tra paziente ed analista. “Una forma di riconoscimento biologico, automatica e preriflessiva, con una sua specifica base neurale…”  in continuità con le risultanze sperimentali che attestano che nei primi due anni di vita,  il lavoro dell’emisfero dx di processamento della percezione visiva, emotiva e delle espressioni del viso della madre. Nella versione debole, ci si riferisce ad una esperienza relazionale in cui l’esperienza traumatica, che non è stata integrata nel sé,  non può divenire oggetto di attenzione riflessiva, né essere simbolizzata; irrompe quindi sulla scena analitica come agito, ripetizione di transfert, identificazione proiettiva.

Le intense giornate  del convegno si sono concluse con gli interventi di Tiziana Bastianini che  pone l’accento  sulla necessità di considerare i processi di formazione delle strutture psichiche e le evoluzioni dalla teoria dell’attaccamento a quella della regolazione affettiva, e quello di Amedeo Falci che considera il bagaglio di teorie di cui siamo portatori come un limite, oltre che ineludibile ricchezza,  alla possibilità di lettura e comprensione della mente umana.  

In conclusione, il lavoro di A. Schore “dà corpo” alle  scoperte della psicoanalisi, rende collocabili meccanismi della mente, permette la verifica scientifica dei risultati dei trattamenti  e apre nuove vie alla ricerca. La critica spesso rivolta alla psicoanalisi di sottrarsi alle verifiche empiriche  trova  una valida opposizione ed il pensiero psicoanalitico si arricchisce di alleanze. Tutto questo è ormai patrimonio di molti psicoanalisti e forse un limite del convegno risiede “nell’eccesso di prove” per qualcosa che credo non richieda più di essere dimostrato; quindi forse, tempo  sottratto all’approfondimento di specifiche tematiche. Molte delle quali sono state sollevate negli interventi liberi. Ci si domanda, ad esempio, se non sia giunto il momento di guardare alle specifiche interazioni tra quel paziente e quell’analista, alle caratteristiche specifiche di quegli emisferi dx che, sulla base di specifiche sintonizzazioni, agevolano trasformazioni o, al contrario, le ostacolano.  In altre parole, sarà possibile indagare meglio di quanto non si faccia oggi, quale analista per quel paziente?

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