Martedì, Novembre 12, 2019
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"Ecco perché siamo ancora freudiani" di Vittorio Lingiardi

 

23 SETTEMBRE 2019

Ha scoperto e raccontato verità così profonde sulla natura umana che nonostante gli errori, i libri neri e i detrattori, il fondatore della psicoanalisi, ottant'anni dopo la sua morte, continua ad accompagnare la nostra crescita.

 

Gli toccò la mano e disse: "Caro Schur, ricorda il nostro primo colloquio? Mi promise che, arrivato il mio momento, non mi avrebbe abbandonato. Ormai è solo tormento e non ha più senso". Schur gli fece cenno di non aver dimenticato la promessa. "La ringrazio", disse Freud. E aggiunse: "Lo dica ad Anna". Schur informò Anna della decisione del padre e iniettò i due centigrammi di morfina. Freud cadde in un sonno tranquillo, i segni del dolore scomparvero dal suo volto.

Morì nella sua casa di Londra alle tre di notte del 23 settembre 1939. Per ricordarlo a ottant'anni da quel giorno non ho aperto i suoi classici, ma un piccolo libro, Freud in vita e in morte, scritto da Max Schur, il medico psicoanalista che lo seguì nella lunga malattia. Che commenta così l'ultima richiesta del suo maestro e paziente: "Tutto questo fu detto senza traccia di commozione o di autocommiserazione e con piena coscienza della realtà".

La lunga consuetudine con la malattia gli aveva insegnato a mettere in pratica ciò che aveva scritto nel 1915 nelle Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: "Se vuoi sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte". Volle il destino che l'ultima frase appuntata sul suo diario, il 25 agosto di 24 anni dopo, fosse "War panic".

"Un fuoco antico che si sta spegnendo", aveva scritto Virginia Woolf qualche mese prima in occasione del loro primo e ultimo incontro. "Ha disturbato la pace del mondo" furono le parole del poeta Friedrich Hebbel, così somiglianti al famoso "non sanno che portiamo loro la peste" che Freud sussurrò a Jung in vista del loro ciclo di conferenze americane sulla psicoanalisi. Ma il commiato più affettuoso, il meno commemorativo, il più profetico, è quello di Wystan Auden in una poesia bellissima che lo dipinge come uno che usava la memoria come i vecchi e, come i bambini, diceva la verità. Un "ebreo importante che moriva in esilio", continua il poema, che ha cambiato il mondo per sempre "semplicemente guardando indietro senza falsi rimpianti".

Uno che sbagliava spesso, che "a volte era assurdo", che aveva vissuto tra nemici e per questo poteva difensivamente assumere una "posa autocratica", una "severità paternalistica". Soprattutto, "in suo nome viviamo vite diverse". È vero, di cose assurde ne ha scritte, ma ha anche scoperto e raccontato cose così profonde sulla natura umana da far sì che, volenti o nolenti, non possiamo non dirci freudiani. Eppure la psicoanalisi si è trasformata, lei stessa non è più freudiana. Ma nonostante i "libri neri" e i detrattori, la corsa alla semplificazione e il neo-riduzionismo, continuo a credere, con Auden, che "egli in silenzio accompagna la nostra crescita".

Negli ultimi mesi di preoccupante sovranismo a destra e di doloroso scissionismo a sinistra, mi sono ritrovato in testa due suoi pensieri politici. Uno viene da Psicologia delle masse e analisi dell'Io e si sofferma sui "legami libidici" della massa dominata "dall'affettività e dallo psichismo inconscio", incline alle illusioni e portata a proiettare su un leader il proprio "ideale dell'Io". Così l'ideale dell'Io del capo diventa l'ideale dell'Io di tutti. È quasi un investimento erotico, perché, dice Freud, il capo "tiene unite tutte le cose del mondo". Magari a torso nudo. L'altro attraversa in modo intermittente tutta l'opera freudiana e riguarda il "narcisismo delle piccole differenze".

Un'idea, quella del Narzissmus der kleinen Differenzen, che Freud ricava dall'antropologo britannico Ernest Crawley per il quale sono spesso le piccole differenze "a provocare sentimenti di estraneità e ostilità tra gli individui". Da qui risale, dice pessimisticamente Freud, quel personalismo ostile che quasi sempre prevale sul legame e sui sentimenti di solidarietà. Leggete e ditemi se non vi viene in mente la nostra scena politica: "un narcisismo che tende all'autoaffermazione e si comporta come se la semplice presenza di uno scostamento dalla propria linea di sviluppo implicasse una critica di questa e un invito a modificarla".

Che l'aggressività non esplode solo nello scontro tra grandi differenze, ma anche serpeggia intollerante verso le piccole, è bene lo ricordino i politici, ma anche gli accademici e gli psicoanalisti, visto che, nelle nostre comunità, il narcisismo delle piccole differenze promuove invidia, sospetto e aggressività passiva. Come dice Francesco Remotti in un recente saggio, difficile ma salutare è la rinuncia all'ossessione di purezza identitaria, auspicabile l'enfasi sulla somiglianza piuttosto che sulla differenza. Ancora una volta l'antropologo soccorre lo psicoanalista...

A 80 anni dalla sua morte, potremmo infine ricordare Freud rileggendo la lettera che, per il suo ottantesimo compleanno, gli scrissero Thomas Mann, Romain Rolland, Virginia Woolf, Stefan Zweig in rappresentanza di almeno duecento scrittori e artisti. Finisce così: "Non possiamo immaginare il mondo intellettuale di oggi senza il suo lavoro. Possa la nostra gratitudine accompagnare i suoi giorni".

 

Questo articolo, disponibile a pagamento sul sito di Repubblica e accessibile solo agli abbonati, è stato concesso in lettura gratuita alla Società Psicoanalitica Italiana. Per abbonarsi a Repubblica: 

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