Lunedì, Settembre 16, 2019
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Report di Mariaclotilde Colucci e Valentina Li Volsi su “Incontro con Jessica Benjamin” (13 giugno 2019)

1. Jessica Benjamin: “More Than One Can Live”

Jessica Benjamin (introdotta dal dottor G. Meterangelis; Chair: dottor A. Lombardozzi) comincia il suo intervento partendo da una citazione del 1946 di Melanie Klein, in cui Klein descrive l'attacco all'oggetto da parte dell'Io e i successivi tentativi di riparlarlo dovuti alla colpa per averlo distrutto. Da una prospettiva relazionale contemporanea l’esperienza di distruggere l’oggetto viene considerata non come il risultato disastroso di un sadismo primario, ma come una reazione all’insufficienza dell’oggetto che deriva dall’esperienza del crollo (Winnicott). In termini relazionali la fantasia che l’oggetto sia a pezzi per colpa degli attacchi dell’io nasce nel mondo interpersonale, in cui il processo di rottura e riparazione non ha potuto essere portato a termine. Il tentativo di riparazione non si limita alla riparazione dell’oggetto, ma si estende al mondo nel tentativo di conservare un mondo buono, sano di mente e affidabile che Benjamin chiama un mondo legittimo, che spinge il bambino a proteggere la madre e a biasimare se stesso. Riparare l’oggetto a spese del sé significa che solo uno può vivere, la madre o il bambino. Rimaniamo in un mondo di chi fa e chi subisce, cioè un mondo senza un Terzo che risolva e ripari sia il sé che l’altro.

La preoccupazione per l’oggetto riscatta continuamente il mondo dalla perdita tragica irrevocabile, un mondo travolto dalla distruzione e dal senso di colpa. La catastrofe viene contrastata da una attività di riparazione continua. Tuttavia, se la realtà della catastrofe e quella della riparazione sono dissociate, cioè sono tenute in stati del sé diversi, la riparazione non tocca la catastrofe (Fairbrain, Liekerman).

Nella teoria relazionale il lavoro clinico con la dissociazione e l’uso conscio degli enactment sono stati sviluppati per affrontare precisamente questa tipica scissione della psiche, che viene messa in gioco nell’agire la dinamica della rottura e della riparazione. Seguendo i percorsi dell’enactment, Benjamin riformula la sua idea del Terzo proponendo il Terzo morale in nome della riparazione o del riconoscimento del danno che supera la distruzione dell’oggetto. In quest’ottica il mondo legittimo entra in contatto diretto con il mondo tragico della ferita invece che esserne dissociato.

Durante l’infanzia schemi co-creati di interazione portano ad aspettative coordinate, variamente descritte in termini di accomodamento, sintonia, armonia o “danza” dei due partner. Questa forma di riconoscimento evidenzia quanto siano importanti queste aspettative interattive basate su schemi intersoggettivi co-creati (Sander, Fonagy, Tronick, Shore) nei quali ogni soggetto percepisce l'altro come un soggetto simile con un centro di sensibilità e percezione separato e distinto. L'accento è posto sull'aspetto più inafferrabile dell’intersoggettività: la qualità mutua dell'influenza reciproca dell'interazione fra soggetti (madre/bambino, paziente/analista) come due strade a doppio senso. Nella misura in cui riusciamo ad afferrare questa bidirezionalità ci riusciamo, secondo J. Benjamin, solo dalla posizione del Terzo, un altro punto di vista esterno ai due, che costituisce lo spazio della Terzietà, qualità psichica della relazione intersoggettiva. L’area della Terzietà implica l'essere in grado di mettersi in contatto con la mente dell'altro (Aron) e allo stesso tempo accettarne la separatezza e la differenza; essere liberi da ogni tensione di controllo e costrizione.

Il Terzo morale può essere raggiunto solo attraverso l'esperienza di tollerare il dolore e la vergogna. Secondo Benjamin ciò che possiamo offrire ai nostri pazienti è una testimonianza compassionevole basata sulla forza della nostra accettazione della reciproca vulnerabilità. Per la comprensione del suo approccio teorico Benjamin si avvale di due descrizioni cliniche (R. di Bromberg e A. dell’Autrice stessa) in cui paziente e analista si trovano bloccati in una situazione di impasse terapeutica. Attraverso l’esemplificazione clinica, si chiarisce come il terapeuta sentendo di aver fallito, di non avere il controllo della situazione o di rischiare di far soffrire il paziente, può andare incontro a sentimenti di colpa e vergogna, che storicamente sono stati sostenuti da un ideale di analista neutrale, sentimenti che gli possono impedire di riconoscere apertamente il proprio ruolo nell’enactment. Nel momento in cui il terapeuta li accetta e li comunica al paziente, gli mostra come uscire dall’impotenza e rompere un potenziale circolo vizioso: entrambi si sentono sollevati dal dovere riparare, per arrivare invece ad assumersi la propria co-responsabilità. La relazione terapeutica in questo modo assume un nuovo significato intersoggettivo e può riprendere passando attraverso nuove rotture e riparazioni, che permettono una reciproca e migliore regolazione affettiva tra analista e paziente.

Questo è particolarmente importante nel caso in cui i pazienti si siano trovati a fronteggiare situazioni traumatiche in cui l’oggetto non è stato in grado di riconoscere la propria responsabilità e quindi il trauma sia stato costantemente negato. In questo caso il mancato riconoscimento da parte del terapeuta della propria quota di responsabilità consisterebbe in un processo di ritraumatizzazione. In questo senso Benjamin ricorda Searles e il suo tentativo di fare impazzire l’altro in cui il soggetto ha dovuto convincersi di essere pazzo al fine di preservare l’oggetto e il mondo legittimo, sano e affidabile. Uscire da questa dinamica nel qui ora della seduta e della relazione di transfert risulterebbe invece un’occasione curativa e effettivamente riparativa per entrambi.

 

2. Discussione del prof. Giulio Cesare Zavattini

Nel discutere il lavoro di J. Benjamin il prof. Zavattini evidenzia il presupposto dell’Autrice che l’essere umano abbia una natura sociale, nella quale l’etica stessa affonda le sue radici. In tal senso viene presentato il concetto di ‘mondo giusto’, nel quale non vi è una dicotomia (uno solo può vivere, o la madre o il bambino…), bensì una possibilità di co-esistenza dei due (la madre ed il bambino, il Sè e l’altro), entrambi possono vivere…

Partendo da tale cornice Zavattini inserisce il discorso dell’Autrice all’interno del tema della riparazione, da intendersi in una prospettiva che getta lo sguardo oltre i modelli pulsionali di Freud e Klein, e fa riferimento a modelli successivi – Winnicott, Fairbairn, ma anche gli studi dell’Infant Research e le teorie relative all’attaccamento. Zavattini mette in luce l’influenza positiva di tale modellistica sul movimento psicoanalitico.

Zavattini sottolinea poi come Autori quali L. Sander, D. Stern, E. Tronick, B. Beebe e F. M. Lackman hanno dato spazio ad una visione dell’essere umano come “intrinsecamente sociale” – ovvero inserito fin dalle origini in una matrice relazionale, predisposto a stabilire legami. Su questa linea si muovono anche le riflessioni di studi neurobiologici (D. Siegel, A. Schore, V. Gallese).

Zavattini evidenzia chiaramente come la concezione di un uomo (e di una mente) profondamente interconnesso all’Altro fin dalle origini della vita, abbia dato una forte spinta alla psicoanalisi perché potesse “disincagliarsi dalle secche della metapsicologia delle pulsioni”, ma anche da una idea di pulsione di morte o di attacco al legame considerati istintuali nella modellistica classica.

In una prospettiva relazionale infattii problemi psicopatologici vanno pensati come connessi ad un “mancato sviluppo della capacità di stare in relazione” e dunque a fallimenti o incrinature nelle capacità di cura dei genitori o dei caregiver. Su questa linea dunque, Benjamin non considera un sadismo primario del bambino, bensì propone un modello interattivo nel quale il bambino può reagire ad un oggetto/madre carente o insufficiente, con il quale non è possibile portare a termine un fisiologico processo di rottura-riparazione (si veda a tal proposito Tronick).

Zavattini fa riferimento ad un’etica della reciprocità che affonda le radici nell’idea che la mente emerge da uno “scambio comunicativo biunivoco”, nel quale naturalmente si susseguono momenti di riconoscimento (sintonia) e di rottura (caduta della sintonia).

All’interno di questa cornice viene proposto da Benjamin il concetto di “senso di un mondo giusto” – un mondo che prende avvio da pattern intersoggettivi co-creati.

Zavattini mette in luce come lo sviluppo della persona e della mente possa diventare problematico nel momento in cui “si innesca una prolungata e durevole dissintonia” - citando Benjamin. Il trauma evolutivo è da considerarsi “principalmente un trauma di mancato riconoscimento” nel quale “le violazioni non sono state corrette o sono state ulteriormente negate”. Anche altri Autori (Ruth Lyons) mettono in evidenza come fra i fattori di rischio maggiori vi siano la re-iterazione del trauma e soprattutto una non disponibilità materna, che può condurre a reazioni disorganizzate, dissociazione, psicopatologia - “il fattore più rilevante è la qualità dellaccudimento nellinfanzia”.

Il punto focale per gli psicoanalisti al lavoro non è dunque rendere buono ciò che è cattivo, ma piuttosto poter lavorare sulle divergenze, creando/co-creando con il paziente una possibilità di condivisione. Ciò che viene condiviso fra paziente ed analista sono anche le rispettive cecità dissociative, all’interno di uno spazio transizionale. In questo senso viene molto evidenziata la natura esperienziale della psicoanalisi – un processo vivo e sempre in movimento, nel quale è centrale aver cura ed occuparsi di ciò che accade (Bion).

Una parte importante della riparazione – intesa in una concezione relazionale-intersoggettiva – è il poter riconoscere la violazione delle aspettative (si veda il caso di A. di Benjamin) – aspettative inizialmente soltanto procedurali (inconscio non rimosso), e solo in seguito simboliche.

Zavattini nella discussione riprende anche. Bromberg e la sua concezione di una natura interpersonale del transfert, e di un incontro/scontro inevitabile in seduta fra le soggettività di analista e paziente.  

Un punto interessante secondo Zavattini è che Benjamin tenta un’integrazione fra la lettura delle relazioni oggettuali ed i concetti dell’Infant Research di pattern impliciti co-creati di eccitazione, regolazione interattiva, sicurezza, conforto ecc.

Il fil rouge fra i due casi clinici (quello di Benjamin e quello di Bromberg) sta in una particolare concezione, che vede i fallimenti   come condizione per attuare la riparazione e collegare ciò che era stato dissociato.

Su questa linea, soprattutto nella clinica del trauma, si possono considerare le azioni (gli enactment) e le fratture non solo come inevitabili, ma anche come necessari alla cura ed alla messa a fuoco di bisogni e dilemmi del paziente. Proprio nell’azione è infatti collocata la parte dissociata del Sè.

La regolazione affettiva ed una possibilità di mutuo riconoscimento sono connesse quindi ad un riconoscimento di ciò che sta succedendo qui a livello intersoggettivo. In questo senso, anche una diversa lettura dellodio è da intendersi non tanto come attacco al legame, ma come un fenomeno che può essere reattivo ad un mancato riconoscimento o testimonianza, da parte dell’analista, dei momenti di fallimento. Gli psicoanalisti debbono pertanto confrontarsi con le loro capacità di ritrovare/ripristinare un contatto ed un ritmo con i loro pazienti.

Altro elemento centrale nel processo analitico è che l’altro sia visto come un soggetto che partecipa, e non come un oggetto da controllare, così come evidenziato anche Benjamin.

Zavattini conclude la discussione sottolineando, come “direzione” necessaria per l’analista al lavoro con il suo paziente, siano sensibilità ed attenzione verso lessere riconosciuti e verso il dare riconoscimento. Entrambi paziente ed analista, sufficientemente connessi con le proprie rabbie e con la paura di “non essere all’altezza dell’impegno emotivo”, ed al contempo reciprocamente impegnati e coinvolti, disposti a dire “ahi!” oppure “mi scusi” quando questo sia importante e necessario.

3. Dibattito con la sala

Il dibattito prende avvio con alcuni quesiti del dottor Boccara: innanzitutto, la questione dell’uso conscio ed inconscio dell’enactment – in altre parole, l’enactment rimette in scena qualcosa che è nell’inconscio non rimosso, ma ha anche a che fare con azioni consce (scusarsi, riconoscere, rammaricarsi)…Benjamin sottolinea come gli enactment vengano messi in atto inconsciamente, ma l’uso che se ne deve fare in seduta è conscio. Il secondo quesito riguarda ancora l’agire/l’azione: è dovuto solo a rotture e riparazioni o lo possiamo ascrivere anche ad altre situazioni di aggiustamenti e riparazioni che avvengono nel processo terapeutico, anche se meno significative di quelle descritte da Benjamin? L’autrice conferma che sia nella relazione madre-bambino che nella relazione analista-paziente vi sia costantemente un movimento di regolazione affettiva e di ‘aggiustamento reciproco’ - come evidenziato dalle ricerche di Tronick. Tali piccoli movimenti di rottura-riparazione non del tutto dissociati contribuiscono a creare il Terzo morale che aiuta il paziente a sentirsi meglio. Il dottor Boccara propone poi una osservazione sulle implicazioni di quanto discusso oggi nell’ambito della formazione dei candidati analisti. Quanto nelle analisi personali e didattiche e nel nostro lavoro con i pazienti vengono messi in evidenza aspetti dissociati di noi? Benjamin esplicita una perplessità rispetto alle analisi didattiche, affermando che esiste un rischio di lasciar fuori dall’analisi ‘la parte traumatica’. Più in generale, ritiene centrale nell’analisi (didattica e non) il riconoscimento, come evidenziato nel lavoro presentato oggi.

Segue l’intervento del dottor Meterangelis, che pone la questione del rapporto fra dissociazione, rimozione ed inconscio non rimosso. Benjamin evidenzia come il concetto di rimozione appartenga ad un altro linguaggio teorico. La dissociazione invece produce macchie nere – qualcosa è tagliato via… l’autrice aggiunge che gli stati dissociati del sé compaiono poi in analisi – attraverso una narrazione particolare nella quale, ad esempio, il paziente cambia tono di voce… oppure la postura… e questi elementi, che devono essere colti con attenzione e sensibilità dall’analista, possono essere discussi assieme al paziente. Vi sono passaggi continui fra diversi stati affettivi del Sè.

Il dottor Meterangelis pone una seconda questione relativa al concetto di rottura e riparazione: quale o quali differenze tra l’uso fatto da H. Kohut (ad es. ne La guarigione del Sè) di questo concetto e la concezione dell’autrice? Benjamin risponde che Kohut condivide ancora la visione idealizzata dell’analista ‘specchio neutrale’, oggi superata. Aggiunge che anche il concetto di un analista che deve ‘rimanere vivo’ (Winnicott) andrebbe secondo lei sostituito con l’idea di un analista che cambi in qualità – e che debba morire per poi tornare vivo. Kohut – prosegue- non ha mai elaborato il trauma della Germania nazista, elemento del quale non ha mai parlato. Questo non gli ha consentito di lavorare sulla catastrofe e sui traumi vissuti dai pazienti nella vita e in seduta.

Segue una domanda della dottoressa De Luca: riprendendo Bromberg, chiede se il Terzo morale può essere inteso come il movimento che permette a paziente e analista di stare tra un enactment e l’altro e di impedire la costante ripetizione della situazione traumatica in seduta. Benjamin risponde che sebbene Bromberg non parli esplicitamente di ‘Terzo’, tuttavia egli fa riferimento ad una terzietà: di fatto negli esempi clinici si vede come Bromberg analista si trovi a pensare assieme ai pazienti a ciò che sta accadendo. L’autrice sottolinea comunque la differenza fra la sua impostazione e quella di Bromberg.

La dottoressa Lupinacci introduce poi la questione di una grossa differenza fra la concezione di riparazione oggi proposta da Benjamin, e la concezione kleiniana classica. Per Klein l’aspetto fondamentale è la dotazione libidica del paziente e il venire a patti con la rottura e riparazione di un oggetto interno intero. Benjamin fa invece riferimento alle comunicazioni tra paziente ed analista, alle rotture comunicative nel setting. La relatrice ribadisce che per la prospettiva relazionale è fondamentale che l’analista riconosca il trauma negato di cui non si è mai parlato, scisso e non riparato. Se l’analista è disponibile a questo riconoscimento il paziente può sopravvivere al danno e alla sua battaglia interna di rotture e riparazioni.

 

Jessica Benjamin - Psicoanalista, Docente di Psicoterapia e psicoanalisi alla New York University

CHAIR: Alfredo Lombardozzi - Membro ordinario SPI e IPA Segretario scientifico, CdPR

INTRODUCE I LAVORI: Giovanni Meterangelis - Membro ordinario SPI e IPA, Presidente CdPR

DISCUSSANT: Giulio Cesare Zavattini - Membro associato SPI e IPA, Prof. Ordinario di Psicopatologia delle relazioni di coppia e genitoriali, Sapienza, Università di Roma

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