Sabato, Luglio 20, 2019
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Report di Tiziana Gobbetti su “Sándor Ferenczi, psicoanalista classico e contemporaneo” (4 maggio 2019)

L’evento della mattinata è stato dedicato a Sándor Ferenczi, psicoanalista che ha vissuto con impegno e passione la nascita del movimento psicoanalitico, ma anche anticipatore di temi e intuizioni che hanno trovato successivo riconoscimento e sviluppo nella psicoanalisi contemporanea.

Maria Pia Corbò introduce la relazione di Franco Borgogno, ospite del Centro, partendo da alcuni momenti importanti della propria esperienza personale e formativa di analista. Fondamentale nella formazione in psicoanalisi sono gli incontri significativi con colleghi più esperti che sappiano testimoniare cosa voglia dire “essere” psicoanalisti e che, su un piano di risonanza interna, traccino la strada al proprio desiderio di essere analisti in un certo modo. Il ricordo di quegli anni, oltre che a Borgogno, va ad un’altra figura di pregio della psicoanalisi italiana come Dina Vallino, prematuramente scomparsa. L’incontro di Maria Pia Corbò con Ferenczi avviene prima con il libro di Borgogno Psicoanalisi come percorso e nel 2007, attraverso Dina Vallino, con Franco Borgogno e con l’Associazione Sándor Ferenczi, fondata a Firenze nel 2006 (dallo stesso Borgogno e da Carlo Bonomi).

La nascita dell’Associazione ha seguito la progressiva perdita della censura subita da Ferenczi in ambito psicoanalitico, a partire dalla pubblicazione nel 1985 del Diario Clinico e, sette anni dopo, da quella del primo volume del carteggio tra Freud e Ferenczi. L’interesse crescente che queste pubblicazioni hanno suscitato, ha aperto la strada ad una grande espansione di scritti e convegni. Ancora oggi le International Ferenczi Conferences, inaugurate nel 1991, rappresentano uno spazio di incontro e di confronto capace di unire psicoanalisti di scuole ed orientamenti diversi che lavorano ad un pensiero comune, ispirato alle opere dell’autore.

Maria Pia Corbò utilizza il termine “percorso”, presente nel libro di Franco Borgogno e rivisitato nella propria esperienza formativa, per descrivere la specificità della psicoanalisi così come Borgogno, reinterpretando l’eredità di Ferenczi, l’ha saputa indicare: una relazione tra due “soggetti” che condividono una partenza “da lontano”, con cambiamenti nel tempo che attengono al piano degli incontri e al loro significato trasformativo.

La psicoanalisi di Ferenczi non è stata in primo luogo un’attività razionale e cognitiva, ma un’esperienza viva e affettiva. L’attenzione è spostata dal materiale verbale, allo studio di transfert e controtransfert e all’hic et nunc della seduta. Borgogno, secondo Corbò, riprende questa concezione dell’analisi quando la denota come una “conversazione speciale”, in cui l’analista si dispone verso l’analizzando con un ascolto “responsivo”, capace di tradurre in parole gli accadimenti emotivi dell’analisi e di prestare attenzione a tutti i messaggi che gravitano nella seduta, costituiti anche dal tono, dall’uso del linguaggio e dagli atteggiamenti del corpo. L’analista deve essere disponibile a rivivere sulla propria pelle la malattia del paziente ed è questa disponibilità che può permettere al paziente stesso l’accesso a soluzioni diverse da quelle del passato, legate all’esperienza traumatica.

In questa considerazione dell’analisi viene ricordato il concetto di “onda lunga” di Borgogno, lo sguardo dell’analista che sa andare su lunghi tratti dell’esperienza analitica, poiché la visione del percorso a lungo raggio modifica o espande i significati e le valenze delle singole sedute. Per fare questo l’analista deve possedere internamente il senso di un futuro percorribile a tappe: il paziente ha bisogno di seguire i suoi ritmi personali, ma la comprensione del presente, se non può prescindere dal passato, deve contenere al contempo la dimensione del futuro, aperta alla progettualità.

Nelle sue conclusioni, Maria Pia Corbò accosta il percorso di un’analisi che sa comprendere passato, presente e futuro alla storia stessa del movimento psicoanalitico, in cui le diverse posizioni teoriche e metodologiche, costruite nel tempo, sono state garanzia di trasformazioni e sviluppo. Gli ostracismi del passato nella psicoanalisi si possono leggere come paura di riconoscere l’altro da sé nella sua specificità. Anche oggi può essere ravvisabile una tendenza a rifugiarsi nelle conoscenze consolidate e questo impedisce di volgere uno sguardo curioso a prospettive che provengono da discipline confinanti. Ferenczi ha mantenuto uno spirito di ricerca e una posizione di continua verifica rispetto al sapere teorico e clinico che la psicoanalisi andava costruendo, interessato sopra ogni cosa a ciò che poteva promuovere la crescita psichica del paziente. Allo stesso modo, ogni generazione di analisti deve confrontarsi con il coraggio di contattare la sofferenza dei propri pazienti, trovando il modo migliore per raggiungerli.

Dall’introduzione di Maria Pia Corbò, si passa alla relazione di Franco Borgogno. Questi, partendo dall’immagine di Ferenczi come precursore della psicoanalisi contemporanea, riprende la storia del movimento psicoanalitico ai suoi esordi e la fecondità dello scambio personale e professionale tra Freud e Ferenczi, visibile nel carteggio tra i due. L’ostracismo subìto da Ferenczi non si è costruito soltanto su invidie e gelosie, legate principalmente al rapporto con Freud, ma è stato una conseguenza, per questo autore, dell’essere più avanti del suo tempo.

Il pensiero di Ferenczi viene esposto seguendo i temi di interesse che hanno caratterizzato il suo percorso, prima di psichiatra e poi di psicoanalista. Nelle vesti di medico compare già l’impronta che Ferenczi darà alla psicoanalisi, visibile nella sua attenzione e partecipazione alle sofferenze del paziente, nel suo rispetto per la storia e la soggettività dell’altro, nella capacità di mettere al vaglio la propria conoscenza e correggere i propri errori. Partendo da queste basi, Ferenczi guarderà da subito all’analisi come a uno scambio tra due soggetti che dividono un terreno di reciproca influenza, seppur nella divisione di ruoli e di responsabilità.

Negli anni successivi al primo incontro con Freud, gli scritti dell’autore mostrano più chiaramente i segni della sua modernità e del suo essere un anticipatore di temi ancora lontani nella psicoanalisi. Borgogno fa riferimento in primo luogo al saggio Il significato dell’eiaculazione precoce del 1908, dove l’attenzione clinica di Ferenczi propone una centratura, inconsueta per quei tempi, sulle conseguenze di depressione e angoscia che il sintomo produce nella partner. L’eiaculazione precoce dell’analista, l’imposizione delle sue teorie e il mancato rispetto dei ritmi del paziente saranno temi che si riproporranno in diversi modi nelle opere successive dell’autore. In questo periodo sono centrali anche le riflessioni legate al transfert e al controtransfert. L’analista è responsabile di fronte alle potenti emozioni transferali del paziente e le comunicazioni di quest’ultimo non sono solo verbali, ma comprendono comportamenti, sintomi fisici e sentimenti positivi o negativi. Incarnando il potere di chi accudisce un partner più debole e dipendente, l’analista invia alla mente del paziente comandi ipnotici inconsci che rimangono dentro di lui non riconosciuti o nominati, riproponendosi come elementi traumatici del passato.

Intorno agli anni Venti Ferenczi riflette su come gli atteggiamenti e la soggettività dell’analista siano correlati alle componenti narcisistiche che il paziente individua nell’analista stesso e arriva a considerare tali componenti un contributo alle resistenze del paziente nei confronti del processo analitico. L’analista deve porsi con coraggio e fermezza nella cura, centrata sull’evoluzione psichica del paziente, attendendo i suoi tempi, ma anche sapendo intervenire con forza se necessario, come farebbe un ostetrico nel suo lavoro. L’attenzione va al trauma, alla tecnica volta a mantenere le capacità di lavoro del clinico e alla presenza attiva e vitale del paziente che va rimessa in moto quando il trattamento appare in stato di arresto. La psicoanalisi in quegli anni, secondo Ferenczi, era troppo centrata su un piano cognitivo ed educativo, mentre egli privilegiava l’interesse per la partecipazione emotiva dell’analista. Analista e paziente per Ferenczi si influenzano reciprocamente e questo produce delle interazioni inconsce, che oggi chiamiamo enactments, e che devono essere individuate e rese alla coscienza della coppia analitica. L’attenzione centrata sull’hic et nunc non è a discapito dell’importanza della costruzione del passato e qui Borgogno suggerisce come sia importante non perdere di vista la “lunga onda” delle sedute, capace di offrire una visione più ampia anche sugli elementi di transfert e controtransfert.

Negli scritti dei suoi ultimi anni, Ferenczi guarderà al bambino nel paziente e all’identificazione con il bambino nel paziente da parte dell’analista attraverso l’attitudine dell’analista stesso a contattare le memorie della propria infanzia. Il venire da “lontano” di Borgogno fa parte dell’analisi come percorso non solo per il paziente, ma anche per il clinico, nella sua capacità di concretarsi nella vita infantile del paziente con i suoi sentimenti non accolti di dolore e di rabbia. L’analisi deve contenere dentro di sé anche la dimensione del futuro che inizia con la costruzione di una fiducia progressiva nel metodo psicoanalitico di cui è responsabile l’analista e che dipende dalla capacità dell’analista di saper andare incontro “elasticamente” al paziente come Ferenczi ha saputo indicare.

La produzione di Ferenczi culminerà con la scrittura del Diario clinico, dove sono centrali le riflessioni intorno al trauma cumulativo, con la descrizione di pazienti che nel divenire soggetti sono stati mortificati da genitori assenti psichicamente o che hanno rinnegato i traumi da loro provocati. Genitori che, in una trasmissione generazionale degli elementi traumatici, hanno sofferto a loro volta di un accudimento inadeguato o carente. Borgogno ricorda che traumatici per Ferenczi non sono soltanto gli eventi in sé, ma anche il diniego e l’abbandono psichico da parte delle figure di accudimento. Anche l’analista, dopo aver sollecitato i pazienti a tornare bambini, può mostrarsi insensibile o infastidito dalla dipendenza infantile o dagli intensi bisogni psichici della storia del paziente. Solo se l’analista sarà in grado di incarnare la realtà psichica dell’analizzando potrà credergli veramente e trovare con lui soluzioni diverse da quelle del passato. Questo significherà per l’analista trovarsi ad essere il bambino traumatizzato e sofferente che il paziente ha dissociato da sé nella sua identificazione con l’oggetto abusante o deprivante.

Borgogno evidenzia, nelle sue conclusioni, come Ferenczi abbia riconosciuto al paziente la capacità di leggere l’inconscio dell’analista, ma, trovandosi più avanti rispetto al suo tempo, non abbia ricevuto per la sua intuizione adeguato interesse da parte dei colleghi, arrivando a rivolgersi al paziente stesso, nell’analisi reciproca, come ad un collaboratore delle sue ricerche.

Dopo una pausa si apre la discussione con la sala, centrata sui temi che hanno sollecitato maggiormente gli uditori. Giovanni Meterangelis, chair della mattinata, espone due riflessioni.

La prima, citando la distinzione di Morris Eagle tra una psicoanalisi freudiana che ricerca la verità come svelamento dell’inconscio e una psicoanalisi della solidarietà, di cui Ferenczi è indicato capostipite, considera quest’ultimo un antesignano del costruttivismo, cioè di quella psicoanalisi che guarda alla costruzione di quello che non è mai stato formulato e non solo di ciò che è ignoto al paziente. La seconda riflessione parte dall’idea, condivisa con Borgogno, che il paziente sveli il controtransfert dell’analista. Nominando il contributo degli interpersonalisti viene proposto come accanto all’inconscio rimosso, a cui attiene lo svelamento del controtransfert dell’analista, vada considerato un altro aspetto dell’inconscio, che è l’inconscio non rimosso, attivo nell’analisi reciproca di Ferenczi. La concezione dell’inconscio non rimosso pone l’analista e il paziente in una situazione in cui il paziente fa degli enactments e quando questo avviene, e viene individuato dall’analista, il controtransfert segnala qualcosa che l’analista stesso non ha riconosciuto nella sua analisi personale, un’analisi che il paziente spinge l’analista a fare.

Borgogno, in merito a questi temi, riprende i contributi degli interpersonalisti e della psicoanalisi relazionale dando sostegno alla presenza di un inconscio non ancora formulato accanto all’inconscio rimosso. Solidarietà e verità, indicate da Eagle, non vanno considerate contrapposte; la verità può essere cercata solo nella solidarietà e non è raggiungibile senza di essa. Secondo Paula Heimann per modificare il proprio modo di rapportarsi a sé e agli altri occorre riconoscere come si è diventati ciò che si è. La verità comporta pertanto che il paziente abbia un’idea di quale sia la sua storia, ma anche un’idea di cosa sia stata la sua analisi.

La sala, inserendosi in questo dibattito, rimanda l’immagine di una verità non svelata che paziente e analista costruiscono insieme e che non può prescindere dalla relazione analitica. Viene citato Bion che attribuisce la verità ad O, ma questa verità per Bion è una verità che diviene e che potrebbe dipendere da quella stessa solidarietà di cui parla Eagle.

Altre suggestioni da parte degli uditori partono dal concetto di percorso trasformativo a tappe che procede attraverso interiorizzazioni e identificazioni nella formazione di un’analista, come nell’interiorizzazione del percorso di Ferenczi da parte di Borgogno. Interiorizzazioni e identificazioni accompagnano l’analista anche nel lavoro clinico e solo quello che si è può interagire in modo onesto con il paziente. L’onestà nella relazione di cura è legata alla dimensione della forza e non a quella del potere, perché connessa in modo autentico alla propria umanità e alla propria storia. A questa proposta Borgogno aggiunge come la forza non sia solo il volgersi nella relazione con il paziente con onestà, ma anche il portare avanti le proprie idee con coraggio e fermezza, nonostante le opposizioni e le critiche. Gli fa eco dalla sala una comparazione tra la legittimazione storica di Ferenczi e il processo di validazione del paziente nel suo diritto ad esistere, una validazione che Ferenczi ha mantenuto in una posizione centrale nei suoi scritti. Si riflette con altre voci su come Ferenczi, nella sua incomprensione con Freud, appaia come una figura penosamente drammatica. La difficoltà dell’analista di soffrire il dolore del paziente precede la capacità di sintonizzazione nel rapporto analitico e la predispone. Il dolore di Ferenczi riemerge nella ricerca di una tecnica che possa trasmettere al paziente quanto ha capito ed esperito nel suo percorso, un compito che impegna l’analista ancora oggi.

Ulteriore argomento che sollecita l’interesse dei partecipanti è l’attenzione al corpo che in anni più recenti, con il contributo delle memorie procedurali descritte dalle neuroscienze, si ripropone con altre evidenze alla considerazione del clinico. Viene citato Alexander Lowen, fondatore dell’analisi bioenergetica, grato a Ferenczi per una frase secondo la quale il lavoro futuro in psicoanalisi sarebbe avvenuto non solo dall’alto verso il basso, cioè dalla psiche al corpo, ma anche dal basso verso l’alto. Borgogno ricorda come per Ferenczi le reazioni del corpo dell’analista abbiano a che fare con il paziente, reazioni corporee che si trascinano dietro un significato psichico, che portano, in questo senso, dal corpo alla psiche. Tali reazioni sono valutate come risposte relazionali, ma anche come qualcosa che è dentro l’analista, che non deve sempre avere a che fare con il paziente e che non è di facile riconoscimento. Non solo l’analista osserva il paziente, ma è anche il paziente ad osservare l’analista. L’analista manda dei messaggi al paziente su cosa gli piace e non gli piace, se ha interesse ai sogni, alla sessualità o ad altro. Accanto a questi messaggi, tuttavia, ne trasmette anche altri meno semplici, di cui l’analista stesso non è consapevole. La sala dà valore a come per Ferenczi il clinico abbia molto da imparare dai propri pazienti e come questo abbia cambiato il lavoro dell’analista nel senso di una maggiore collaborazione con il paziente. Si nomina nuovamente Bion che descrive il paziente come il miglior collega dell’analista. Borgogno conclude il suo intervento riportando come Ferenczi si sia sentito spinto a prendere sempre di più dal paziente, lasciandosi toccare dalle esperienze cliniche e motivato dal suo spirito di ricerca. È l’analista che deve mettersi all’ascolto del paziente e non il paziente che ha il compito di ascoltare l’analista e questo è un cambio di prospettiva radicale che Ferenczi ha apportato come contributo alla psicoanalisi.

 

 

 

 

Franco Borgogno, socio ordinario con funzioni di training SPI e IPA (CTP)

Maria Pia Corbò, socio ordinario SPI e IPA (CdPR)

Giovanni Meterangelis, socio ordinario SPI e IPA, presidente (CdPR)

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