Lunedì, Ottobre 23, 2017
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Al di là di Cartesio: riflessioni sul CorpoMente

Luigi Solano, 2016   

Vale la pena di ricordare anzitutto che il problema di una distinzione tra materia e pensiero, tra mente e corpo, e quindi dei loro reciproci rapporti, sia nato e cresciuto di importanza in alcuni momenti storici della cultura occidentale, mentre la distinzione è sempre stata meno netta in

altre culture, come quelle orientali, quella indigena del continente americano, o quella sciamanica. In realtà è stata scarsamente presente anche nella medicina occidentale fino alla metà dell’800: il medico tendeva molto più di oggi a considerare l’insieme della persona del paziente, ed era ben più consapevole dell’influsso di fattori emotivi/sociali sulla patologia organica.

Parliamo quindi di una costruzione culturale – certo meritevole del massimo interesse – non di qualcosa che scontatamente esiste.

IL DUALISMO: CORPO E MENTE SONO DUE SOSTANZE DISTINTE

Per molto tempo il filone dominante nella cultura occidentale è stato quello dualista, a partire da Platone, attraverso il cristianesimo, fino a trovare la massima espressione in Cartesio: unares cogitans (mente) conferisce forma, vita e funzioni a unares extensadel tutto inerte, il corpo. Le posizioni dualiste hanno implicato in genere una connotazione metafisico-religiosa, laddove il concetto di mente, nel suo avere caratteri di sostanza, separata rispetto al corpo, si sovrappone a quello di anima.

Il dualismo pone immediatamente il problema di possibili influenze reciproche tra le due entità, come indicato dai termini psico-somatico o somato-psichico. Il concetto più diffuso è quello di un influsso della mente sul corpo: è quello dei primi lavori di Freud sull’isteria (anche se si parla di una mente inconscia) e costituisce tuttora la visione «popolare» in questo ambito.

Per quanto oggi pochi sarebbero disposti a sottoscrivere un modello dualista integrale, tracce di questa posizione riemergono non appena ci troviamo di fronte a questioni emotivamente pregnanti. Così si può rimanere turbati quando si legge che sono stati scoperti i mediatori chimici dell’innamoramento, come se quest’ultimo rimanesse privato dei suoi aspetti poetici, ineffabili, ideali. Il turbamento deriva dal sentire messa in discussione l’idea che esistano almeno alcuni fenomeni mentali aventi nulla a che fare con fenomeni fisici, quindi verificantisi in una sfera del tutto separata rispetto al corpo; se così non è si affaccia il fantasma del riduzionismo (di cui parlerò più avanti): l’amore non è che una combinazione di mediatori. Allo stesso modo in medicina (ma anche in psicologia) è dura da smontare una netta distinzione tra disturbi mentali e somatici funzionali da un lato e malattie somatiche organiche dall’altro, come se avessero a che fare con sfere, sostanze, diverse. La psichiatria e la psicologia si sono ritirate in buon ordine da patologie fino a quel momento ritenute di carattere psichiatrico, come l’epilessia o il morbo di Parkinson, nel momento in cui sono state riscontrate alterazioni di tipo organico, come se la cosa non le riguardasse più.

IL MONISMO - IL RIDUZIONISMO AL SOMATICO: ESISTE SOLO IL «CORPO»

Correnti moniste hanno attraversato anch’esse la storia del pensiero occidentale, con connotazioni spesso eretiche rispetto alla religione dominante; hanno trovato la loro piena affermazione nel Positivismo, che si afferma intorno alla metà dell’800 e domina ancora nei fatti il corpo centrale della Medicina, Psichiatria inclusa. Corpo e mente vengono ricondotti ad unità, la mente viene concepita fuori da ogni dimensione metafisica.

Il monismo positivista finisce però per realizzare una riduzione al corporeo dei processi mentali, che rischiano così di perdere qualunque specificità. Riduzione a un «corpo», beninteso, che somiglia molto alla rex extensa di Cartesio, o al fango della creazione dell’uomo nella Bibbia; che è quello costruito attraverso studi effettuati essenzialmente su cadaveri, per l’anatomia, e su gatti anestetizzati, per la fisiologia. Ben lontano quindi dal corpo reale, vivo, immerso in un universo di relazioni dalla nascita ed anche prima.

Il Positivismo si fonda su dati empirici riscontrabili con i sensi; rifiuta qualunque pratica che possa anche lontanamente avere sentore di magia o di suggestione; assegna valore soltanto a leggi che possano apparire valide per tutti i soggetti. Su questi presupposti raggiunge risultati straordinari nella prevenzione e nel trattamento di patologie che fino a quel momento erano state il terrore dell’umanità. Gli stessi presupposti producono però nel tempo una serie di corollari che ostacolano in realtà un ulteriore avanzamento delle conoscenze:

-          un disinteresse per il ruolo nella salute e nella patologia delle relazioni interpersonali (ivi compreso il rapporto medico-paziente) come anche di fattori emozionali (per non parlare di processi inconsci). Se fino a pochi anni prima era chiaro a tutti, medici e non, che Violetta era morta di tisi per le sventurate vicissitudini del suo rapporto con Alfredo, da quel momento in poi la spiegazione diventa un micobatterio particolarmente virulento unito ad una predisposizione familiare;

-          un interesse limitato alle patologie, cioè agli aspetti comuni a tutte le persone affette da una determinata malattia, con scarso interesse per l’individualità del soggetto, fino ai famigerati «protocolli» diagnostici e terapeutici odierni. Questo scarso interesse per l’individuo è alla base di gran parte dell’insoddisfazione diffusa tra la popolazione nei confronti della medicina più ufficiale, e sottende gran parte del successo delle medicine «alternative» o «complementari».

Anche la nuova definizione e classificazione delle malattie, basata sull’anatomia delle lesioni di singoli organi – per quanto probabilmente migliore delle precedenti – finisce per oscurare la consapevolezza, fino a quel momento ben presente nella mente dei medici, di un coinvolgimento dell’intero organismo, e del suo rapporto con l’ambiente, nella genesi di una patologia; per quanto riguarda le malattie infettive, dell’importanza dei fattori individuali di resistenza. Ne deriva inoltre un disinteresse per disturbi fisici in assenza di alterazioni anatomo-patologiche, strutturali. L’isteria di conversione, che è appunto un disturbo di questo tipo, viene definita una simulazione, perché non rientra nel modello. E poiché il modello non è sostanzialmente cambiato, non c’è da sorprendersi di incontrare ancora oggi medici, competenti e qualificati nel loro settore, convinti che l’isteria sia una simulazione, con buona pace di Charcot e di Freud.

L’impatto emotivo delle scoperte e dei risultati dovute al Positivismo è tale da fornire un altissimo livello di credibilità sociale alla medicina. Il paradigma che le sottende perde di storicità, diventa permanente, assoluto, l’unica vera scienza: quanto viene prima è ciarlataneria, quanto verrà dopo potrà essere solo uno sviluppo di quel paradigma. La medicina occidentale sembra ignorare il principio di indeterminazione di Heisenberg, che da tempo ha riconosciuto quanto i dati ottenuti dipendano dal metodo di osservazione, e sembra pensare di possedere verità definitive, oggettive.

Si dimentica il carattere costruttivo, storicamente relativo della nuova definizione di malattia, anche se probabilmente migliore delle precedenti. Si finisce per credere che l’ulcera peptica o il diabete esistano veramente. Diventa impossibile pensare a paradigmi diversi, a un’idea di malattia come derivante da uno scompenso del rapporto tra sistemi, come in passato nella teoria degli umori, o ancora oggi nella medicina tradizionale cinese, o nella medicina omeopatica. L’irrigidimento del paradigma diviene quindi un ostacolo non solo ad accogliere il contributo di fattori psicologici e sociali, ma allo stesso progresso della ricerca orientata biologicamente.

L’AVVENTO DELLA PSICOANALISI E DELLA PSICOSOMATICA

La psicoanalisi, e in seguito quella che chiamiamo ancora con un termine un po’ infelice «psicosomatica» sono state una reazione a tutto questo, un tentativo anzitutto di riportare in primo piano l’importanza di fattori emozionali, relazionali, sociali nel determinare la salute e la patologia dell’essere umano. Si può collocare l’esordio di questa reazione nell’opera di Freud, che andò ad occuparsi proprio di quei fenomeni fisici, detti isterici, che non corrispondevano ad alcuna alterazione anatomo-patologica e risultavano quindi negletti dalla medicina.

La psicoanalisi si pone dialetticamente nei confronti del positivismo nella misura in cui:

  • riporta in primo piano la singola persona con la sua storia, le sue relazioni significative, quelle più precoci ma anche quelle attuali;
  • nello studio della dinamica del transfert riscopre l’importanza del rapporto medico/paziente;
  • accetta le inevitabili limitazioni derivanti dal riconoscere che nessun caso è perfettamente identico ad un altro e quindi accetta uno statuto probabilistico, ben lontano da quello della fisica galileiana;
  • accetta il carattere costruttivo, sempre in divenire della nuova disciplina;
  • accetta il coesistere di aree di sapere consolidate e di aree invece ancora nebulose, aperte a varie ipotesi, che non per questo non meritano di venire esplorate (anche se non ci daranno subito un ritorno in termini di Impact Factor).

Freud però evitò di occuparsi dal punto di vista psicoanalitico di disturbi che implicassero lesioni organiche, nel timore di essere confuso con la schiera dei guaritori dell’epoca prepositivista.[1]Ad occuparsi di patologie somatiche furono psicoanalisti forse considerati un po’ «eccentrici», o studiosi esterni alla Società Psicoanalitica: Groddeck, Alexander, Dunbar, Deutsch, e molti altri.

Le teorie di questo primo periodo (1920-1940), che sono ancora alla base del modello «popolare» di psicosomatica, presentano però una serie di elementi che, oltre ad apparire discutibili sul piano teorico, espongono ad insuccessi sul piano clinico e della ricerca:

  • a cominciare dal termine psico-somatica, si suggerisce che qualcosa che accade nella «mente» si possa ripercuotere sul «corpo», finendo per riproporre un dualismo sostenibile soltanto in termini metafisici;
  • si propone una distinzione netta tra malattie «psicosomatiche» ed altre di origine esclusivamente organica. Tale distinzione da una parte esclude la maggiore parte della patologia somatica dall’intervento psicologico, dall’altra finisce per sostenere la possibilità di ottenere risultati terapeutici in alcune malattie con un intervento solo psicologico, con risultati deludenti.
  • Nell’intento di apparire «scientifici» si cerca di individuare:

-                     «caratteristiche universali», che valgano per tutti gli individui affetti da una determinata patologia (conflitti o personalità specifiche, Alexander, Dunbar)

-                     significati simbolici, universali e definibili a priori, per ogni disturbo o sintomo somatico (Groddeck, Chiozza).

Entrambe le pretese hanno trovato scarso sostegno empirico.

Inoltre, l’aspetto «psicosomatico» viene visto come collegato esclusivamente con caratteristiche della mente individuale, con scarsa o nessuna attenzione al rapporto con il contesto relazionale e con quello sociale più allargato. Tale approccio (al di là della scarsa validità scientifica), unito al modello «influsso della mente sul corpo» finisce per essere colpevolizzante nei confronti dei pazienti, i quali lo esplicitano tipicamente con frasi del tipo «allora me lo sono fatto venire io» «è colpa mia» ecc.

LA RELAZIONE AL CENTRO DELLA SCENA: CRITICA DEL RIDUZIONISMO MA ANCHE DEL MODELLO PSICHE (INDIVIDUALE) SOMA

L’affermarsi delle correnti relazionali in psicoanalisi, da Bion agli Indipendenti britannici, fino alle correnti interpersonaliste, relazionali, intersoggettiviste nordamericane, costituisce una critica forte al riduzionismo del mentale al corporeo nella misura in cui viene affermato che il funzionamento mentale non è riconducibile all’individuo isolato, ma si sviluppa, e può quindi essere esaminato, soltanto all’interno di una relazione: «There is no such thing as an infant», affermava Winnicott nel 1940.

La ricerca «psicosomatica» si sposta più o meno consapevolmente dal ricercare gli effetti della mente sul corpo allo studio degli effetti di esperienze relazionali allo stesso tempo su aspetti corporei e mentali. Così i bambini istituzionalizzati studiati da Spitz e Wolf nel 1946 presentano la cosiddetta depressione anaclitica, ma anche eczemi, scarsa resistenza alle infezioni, mortalità più alta. Studi su animali condotti a livello sperimentale confermano le osservazioni di Spitz: cuccioli di animali separati dalla madre presentano, immediatamente e/o in età adulta, disturbi sia comportamentali che somatici.[2]

Questi effetti della separazione precoce vennero attribuiti dagli autori essenzialmente ad una mancanza di contatto affettivo. Studi più recenti (Hofer 1984; 1987; 1996) hanno invece dimostrato che, al di là dell’innegabile importanza di questo, i contatti fisici (che nella realtà naturale del rapporto con l’accudente primario si intrecciano con quelli affettivi) producono anche effetti direttamente biologici: così le carezze materne stimolano la produzione di ormone della crescita, mentre il cullare stimola la maturazione del sistema vestibolare.

Gli effetti a livello somatico di vicissitudini relazionali sono stati registrati anche a livello adulto. Per citarne qualcuno, persone separate recentemente dal coniuge hanno mostrato (Kiecolt-Gleser et al., 1987; 1988) una situazione immunitaria mediamente peggiore[3] rispetto a persone non separate, mentre tra le persone coniugate risultava connessa (in positivo) con la qualità della relazione coniugale. È stato riscontrato (Figueredo, 2009) un maggiore spessore di placche ateromatose a livello della carotide in donne insoddisfatte della propria relazione coniugale, rispetto a donne soddisfatte.

Nella nuova prospettiva relazionale l’individuo non viene quindi più visto come un sistema chiuso, in cui un qualche elemento agisce su di un altro (mente corpo o viceversa), ma salute e patologia appaiono connesse alle relazioni, passate e presenti, della vita di un l’individuo; in termini più ampi, al suo essere-nel-mondo. In questo senso comincia ad apparire inadeguato qualunque termine, come quello di psico-somatica, che si limiti ad indicare l’influenza di un elemento interno all’individuo su di un altro elemento ugualmente interno.

Come evitare quindi il riduzionismo senza ricadere nel dualismo?

MONISMO ARTICOLATO (O DUALISMO FUNZIONALE)

Il clima culturale diviene quindi favorevole a una proposta che consideri mente e corpo come due aspetti, seppure differenziati, di una stessa entità. Così Sergio Moravia (1986), un filosofo di Firenze, ha proposto una definizione di mente come «un insieme aperto di funzioni e di modi», che si incarna nel corpo ma non coincide con esso. Così Francisco Varela (es. 2000) vede la mente come fenomeno o proprietà emergente dell’organismo. Porta come esempio la struttura di un tornado, formato da molecole di aria e di acqua, ma che finisce con l’avere proprietà diverse da quelle della semplice aria o acqua. James Grotstein (1997a) parla di mente e corpo come «strana coppia» o «unità stranamente accoppiata», cioè una singola entità che presenta due aspetti inseparabili, come le facce di una stessa moneta, Giano bifronte, i gemelli siamesi.

MONISMO NON RIDUZIONISTA UNITO AD UN DUALISMO CONOSCITIVO:

There is no such thing as a body – There is no such thing as a mind.[4]

Ancora più radicalmente, si può affermare che corpo e mente non possiedano alcun tipo di esistenza intrinseca, distinta rispetto all’insieme dell’organismo, ma siano due categorie che hanno a che fare essenzialmente con il vertice da cui si pone l’osservatore.

la Mente e il Corpo sono una sola e stessa cosa che viene concepita ora sotto l’attributo del Pensiero e ora sotto l’attributo dell’Estensione… l’ordine delle azioni e delle passioni del nostro Corpo è simultaneo per natura con l’ordine delle azioni e delle passioni della Mente (Baruch Spinoza, Etica, Parte Terza, Prop II, Scolio. Cit. in Peregrini et al.,

2009)

Questa posizione pur avendo, come abbiamo visto, origini piuttosto remote, si sta diffondendo nel mondo scientifico solo recentemente. In ambito psicoanalitico è stata espressa nel modo più chiaro da Carla De Toffoli (1991; 2007) e Irène Matthis (2000). Di quest’ultima ho trovato molto utile la metafora per cui il lampo e il tuono appaiono ad un osservatore ingenuo come due fenomeni diversi e distanziati nel tempo, uno registrato con la vista e l’altro con l’udito, mentre in realtà originano da un unico fenomeno fisico, una scarica elettrica. Analogamente diversi autori (es. Godwin, 1991) hanno ricordato come la fisica quantistica è giunta a riconoscere come a livello subatomico lo stesso fenomeno possa essere rilevato sotto forma di onde o di particelle a seconda dello strumento e delle modalità di osservazione utilizzate.

Così possiamo esaminare una persona, un organismo, con la risonanza magnetica, e vedremo delle aree cerebrali in funzione, o anche uno stomaco contratto; oppure attraverso un colloquio o un test psicologico, e sentiremo delle emozioni, coglieremo dei pensieri, delle modalità di porsi in relazione. L’impiego che appare a questo punto utile della parola «psicosomatico» è nella locuzione «approccio psicosomatico», a indicare cioè la possibilità di prestare attenzione ad entrambe le serie di osservazioni. Questa posizione, che possiamo definire monismo non riduzionista unito ad un dualismo conoscitivo, si sta ampiamente diffondendo nel mondo psicoanalitico e non (vedi ad es. Bruni et al., 2009; Peregrini et al., 2009).

Mi sembra che questa visione possa contribuire a chiarire alcuni aspetti che potevano apparire ambigui nell’opera di Freud. Così la pulsione, anziché un concetto «al limite tra psichico e somatico» (Freud, 1915) può essere definita come allo stesso tempo psichica e somatica; così le zone erogene (Freud, 1905), una volta riconosciute come dotate di pensiero organizzato, non rischiano più di apparire un concetto riduzionista; così acquistano maggiore chiarezza le affermazioni «L’Io è prima di ogni altra cosa un Io corpo» (Freud, 1922) oppure «La psicoanalisi reputa che i presunti processi concomitanti di natura somatica costituiscano il vero e proprio psichico» (Freud, 1938). Lo stesso Progetto (Freud, 1895), anziché un monumento al riduzionismo, una traduzione dallo psichico al somatico, può essere risignificato come un tentativo di seguire lo stesso fenomeno su due piani diversi.

PROBLEMI POSTI DA UNA PROSPETTIVA UNITARIA E POSSIBILI SOLUZIONI

L’adozione di una prospettiva unitaria Corpo – Mente (o meglio, CorpoMente), che può apparire a prima vista come l’uovo di Colombo, comporta però una serie di corollari piuttosto problematici, su cui cercherò di soffermarmi nel seguito di questo lavoro:

-          all’interno di un paradigma unitario, è necessario trovare un modo di ristabilire una distinzione, una dialettica tra diversi livelli di funzionamento dell’organismo, che potranno essere visti come operanti in parallelo, ignorarsi a vicenda, influenzarsi reciprocamente ecc.

-          se corpo e mente sono «una sola e stessa cosa» diviene necessario attribuire a ciò che si è soliti chiamare corpo le stesse qualità che siamo soliti attribuire al mentale, considerare cioè un corpo che pensa, che sente, che risponde, che soffre, che gioisce; un corpo che mostra movimenti relazionali, al punto di ipotizzare un transfert corporeo e un controtransfert corporeo.

-          è necessario ripensare l’origine e il possibile significato della patologia somatica.

COME CONCEPIRE UNA DIALETTICA TRA LIVELLI DIVERSI DI FUNZIONAMENTO DELL’ORGANISMO

Come psicoanalisti non abbiamo bisogno di guardare lontano per trovare risposte a questa domanda: la storia della psicoanalisi abbonda di teorie che hanno descritto distinzioni tra diverse entità, o diversi tipi di funzionamento mentale: processo primario/processo secondario (Freud), simmetrico/asimmetrico (Matte Blanco); protomentale/elementi beta, funzione alfa, apparato per pensare i pensieri (Bion).[5]

Possiamo quindi pensare di sostituire alla dialettica mente/corpo il rapporto tra diversi sistemi, a patto di considerarli ciascuno come dotati di un aspetto sia corporeo che mentale, a seconda del vertice da cui li consideriamo, onde evitare di ricadere in un dualismo.

Quest’ultimo aspetto non è così definito nei diversi autori della tradizione psicoanalitica. Per questo motivo ho trovato molto utile la Teoria del Codice Multiplo di Wilma Bucci (1997a, 2009a), che prevede un Sistema Non-Simbolico[6]e due Sistemi Simbolici, uno Non Verbale (per immagini) e uno Verbale. Il punto che mi appare centrale rispetto al discorso che sto portando avanti è che viene chiaramente esplicitato il doppio aspetto, mentale e corporeo, di ciascuna entità componente: il sistema Non Simbolico osservato in termini somatici corrisponde a ciò che viene comunemente chiamato «corpo», incluse però le aree cerebrali legate ai movimenti involontari, il sistema nervoso autonomo, l’amigdala e gli altri centri legati agli aspetti non simbolici dell’emozione; i sistemi Simbolici corrispondono alla corteccia cerebrale (soprattutto prefrontale e limbica) e all’ippocampo (per le immagini).

Possiamo quindi pensare di ridefinire il rapporto mente/corpo come il rapporto tra i sistemi simbolici e il sistema non-simbolico, ricordando come ciascun sistema possa essere visto come mente o come corpo a seconda del vertice da cui lo osserviamo, e quindi senza ricadere in un dualismo metafisico (Solano, 2009; 2010).

COME CONCEPIRE UN CORPO CHE PENSA, CHE SENTE, CHE SI RELAZIONA: IL CORPO COME SISTEMA NON-SIMBOLICO

Il Sistema Non Simbolico è a mio avviso l’aspetto più originale della Teoria del Codice Multiplo.[7]Comprende funzioni che siamo soliti chiamare funzionamento corporeo, memoria procedurale, memoria implicita, livelli fisiologici dell’emozione. Coordina le azioni motorie anche più raffinate, come guidare un’auto, giocare a tennis, giocare a calcio. Come i sistemi simbolici, ha dignità di pensiero organizzato, anche se non simbolico e in genere non volontario o consapevole. Può essere visto come il canale lungo il quale viaggia l’identificazione proiettiva (Cimino e Correale, 2005), e anche la comune comunicazione emozionale. A differenza di entità facenti parte di altre teorie, come il Pensiero Primario di

Freud, o gli elementi beta in Bion, il suo destino non è quello di essere auspicabilmente trasformato quanto prima in qualcos’altro, ma presenta piena dignità autonoma. Sotto questo aspetto può essere forse piuttosto avvicinato al simmetrico di Matte Blanco.

Il suo funzionamento corrisponde quindi a quello che nella tradizione psicosomatica viene in genere chiamato corpo. Un corpo però che non è quello «solo biologico» costruito dalla medicina, come ho ricordato sopra, su salme prive di vita e su gatti in anestesia: una macchina con dei pezzi da riparare o da cambiare, ma soprattutto, nella derivazione cartesiana, unares extensapriva di senso, funzione, intenzionalità, caratteristiche che dovrà ricevere dalla res cogitans, cioè la mente, l’anima del pensiero religioso. È un corpo, invece, che sente, che soffre, che gioisce; un corpo capace di pensiero organizzato, sebbene non simbolico. Un corpo molto mentale, «il vero e proprio psichico» nella formulazione di Freud del 1938, o una «materia che assomiglia sempre di più a un pensiero», in quella di Carla De Toffoli (2007). Un corpo che comprende la memoria implicita, che a volte chiamiamo memoria del corpo, memories in feeling (Klein, 1957), modelli operativi interni (Bowlby, 1969). Un corpo che si costituisce come un precipitato di relazioni (vedi i già citati studi di Hofer), esattamente come ciò che siamo soliti chiamare mente, e i cui movimenti sono direzionati non solo all’interno del soggetto, ma mostrano anche una componente relazionale, esattamente come i movimenti mentali (Solano, 2000; De Toffoli, 2001).

IL CORPO NEL TRANSFERT E NEL CONTROTRANSFERT

Carla De Toffoli, nota collega di Roma purtroppo venuta a mancare prematuramente, è a mia conoscenza l’analista che nel panorama teorico-clinico attuale è riuscita ad adottare nel modo più coerente una prospettiva corpo/mente unitaria, e a cogliere come il corpo, sia del paziente che dell’analista, possa entrare nella comunicazione di vissuti personali. Comunicazione che possiamo leggere in termini di transfert/controtransfert o di sviluppo di un campo di conoscenza comune: «eventi vissuti dall’uno come psichici, possono passare all’altro come somatici, e ritornare nuovamente psichici attraverso l’immaginazione speculativa e l’elaborazione emotiva. In questo modo gli eventi divengono condivisibili in una interpretazione, e quindi parte di uno sviluppo comune ad analista ed analizzando» (De Toffoli, 2009). Il pensiero di questa autrice è così complesso e al tempo stesso pregnante che non posso che lasciarle la parola:

Susanna racconta che ieri, primo giorno di scuola di suo figlio di sei anni, che soffre di un grave deficit della vista e della motricità, è stata avvicinata (mentre osservava il formarsi delle classi nell’androne della scuola, preoccupata per le eventuali difficoltà a cui il figlio sarebbe andato incontro) dalla mamma di un altro bambino, che le ha detto: «Con le altre mamme stiamo cercando di capire qual è il bambino handicappato che sarà in classe con i nostri figli». La voce della paziente sta trattenendo il pianto, mentre lei mi sembra aggrapparsi alla dignità della sua risposta: «È mio figlio».

L’emozione è fortissima, tra la rabbia e l’annichilimento, ed io, comprendendo la violenza della «pugnalata al cuore», cerco in qualche modo di dar voce al dolore ed allo scandalo espressi dalla paziente. Evidentemente è troppo poca cosa, perché lei continua: Mio marito quando gliel’ho raccontato, ha detto: Io le avrei spaccato la faccia… ma io… È evidente che la risposta del marito la sostiene con la forza della rabbia, forse anche da me si aspettava qualcosa di simile, ma è anche vero che la vendetta non appartiene al modo di essere della paziente. … Penso questo mentre rimaniamo in silenzio, ma dopo un po’ lei ripete esattamente il suo racconto, come se la prima volta non avesse sortito l’effetto dovuto: «Quando l’ho raccontato a mio marito, lui ha detto che lui le avrebbe spaccato la faccia», dice con enfasi ed adesione, come se le stesse salendo la pressione, le si infiammasse il volto per procura. Breve pausa, in cui il picco emotivo collassa e la voce si affievolisce, «ma io…» La sento scomparire, mi sembra che il suo io si stia eclissando, che stia impallidendo e svenendo mentre il sangue esce dalla ferita al cuore.

Sento un fastidio alla narice destra e mentre inavvertitamente vado ad esplorare con le dita, mi escono alcune gocce di sangue. È la seconda volta che mi succede, in quasi quarant’anni di lavoro psicoanalitico. Cerco un fazzoletto, e questo comporta un po’ di rumore che non sarebbe passato inosservato, ed inoltre temo che lei uscendo mi veda con il viso e la mano sporchi di sangue. Perciò decido di esplicitare: «Sto cercando un fazzoletto, perché tra la pugnalata al cuore, … quella che si meritava che qualcuno le spaccasse la faccia, … era come se qualcuno dovesse svenire, o dovesse scorrere del sangue. Evidentemente tutto questo che stava nell’aria ha dovuto esprimersi con un po’ di sangue dal naso». So che questa paziente può comprendere, ed infatti riflette qualche secondo e poi mi chiede: «E questo la deprime?» «No, è solo qualche goccia di sangue» «Le capita spesso, insomma… ci soffre?» «No, è la seconda volta in più di trent’anni».

Susanna ha un problema nei processi che regolano la coagulazione del sangue, per cui va soggetta a ripetute trombosi, soprattutto cerebrali. La terapia anticoagulante a cui è sottoposta, riesce a mantenere un equilibrio molto precario tra il rischio di trombosi e quello di emorragie interne o esterne, quando l’emozione non più compressa nei coaguli si scioglie in un pianto che ha il sapore del sangue. Perché il sangue non può scorrere normalmente nei vasi sanguigni, ma coagula in grumi che ostruiscono dolorosamente e pericolosamente la circolazione cerebrale? Ricordano forse il grumo di sangue di un aborto praticato in passato, che non potendo essere pensato mentalmente si fa concretamente presente nel corpo? La mia episodica facilità al sanguinamento è stata forse complementare alla sua malattia, ha forse evitato un episodio trombotico, o emorragico, dato che proprio per questo in fondo è venuta in analisi, essendo consapevole delle interrelazioni psicosomatiche? Non lo sapremo mai, ma non è importante saperlo, ma poterlo immaginare, sapere che potrebbe accadere, e sentire che orale perturbazioni emotive si sono depositate nel corpo dell’analista, la grandine si è sciolta e alcuni semi caduti a terra possono germogliare (De Toffoli, 2009).

Un’emozione (un’attivazione non-simbolica) nella paziente stenta a trovare sufficiente espressione verbale, sia da parte della paziente, che – sembrerebbe – da parte dell’analista. Attraverso una risonanza diretta tra sistemi non-simbolici [8]l’emozione emerge nel corpo dell’analista sotto forma di epistassi. L’analista può a quel punto decodificare l’espressione corporea (del sistema non-simbolico), metterla in parole, a collegarla con la storia anche somatica della paziente.

Possiamo trovare diversi esempi di questo tipo nello stesso scritto ed in altri (es. 2001; 2007).[9]

L’ORIGINE E IL POSSIBILE SIGNIFICATO DELLA PATOLOGIA SOMATICA

La maggior parte della psicosomatica tradizionale finiva per affermare e descrivere in vari modi, esplicitamente o meno, l’influenza di processi mentali sul corpo. Anche tutta la ricerca sui correlati fisiologici di emozioni o altre attività mentali può essere intesa in questo modo. Nel momento che accettiamo un paradigma unitario questo modello diventa molto difficile da tenere in piedi. Non possiamo più pensare ad esempio che l’ansia, intesa come fenomeno mentale cosciente, produca una secrezione di adrenalina; tanto meno possiamo accettare un’impostazione biologico-riduzionista secondo la quale l’ansia sarebbe causata dalla secrezione di adrenalina, poiché non si capirebbe a questo punto da cosa sarebbe causata la secrezione di adrenalina stessa. Per rientrare in un modello unitario è necessario piuttosto pensare che la condizione relazionale, la situazione di vita del soggetto – cui il soggetto stesso dà ovviamente il suo contributo e che sperimenta secondo le proprie caratteristiche – siano tali da innescare una reazione nell’organismo che a livello della coscienza registriamo come ansia, a livello fisiologico come aumento di adrenalina (di cortisolo ecc.).

Il problema a questo punto diviene capire in quali condizioni questa reazione può essere tale da condurre a patologia. Di nuovo la formulazione che mi è apparsa oggi più chiara e completa (traendo molti elementi da teorie precedenti e contemporanee, di cui costituisce una sintesi) è quella della Teoria del Codice Multiplo (Bucci, 1997b; 2009a,b; Solano, 2013, 29-66), che concettualizza la patologia come legata ad una disconnessione tra diversi sistemi dell’organismo.

Secondo questa teoria, i tre sistemi (Non Simbolico e due Simbolici) in condizioni di salute sono strettamente connessi attraverso quelli che vengono chiamati «nessi referenziali», che fanno sì che, ad esempio, una emozione sperimentata a livello non simbolico possa trovare rappresentazione in immagini e parole. Questi nessi possono non formarsi a sufficienza per carenze nella funzione di contenimento da parte dell’accudente, o essere interrotti percondizioni traumatiche acute o croniche. Qualunque sia la causa, una carenza di connessione tra la memoria non-simbolica (implicita) di una situazione traumatica e i sistemi simbolici lascia dietro di sé un’attivazione non-simbolica «senza nome» (in qualche modo paragonabile a elementi beta non trasformati in Bion). Questa potrà trovare connessioni simboliche spurie, dando origine a disturbi mentali come fobie o deliri, oppure non trovarne alcuna e disturbare il funzionamento di un organo o di un apparato, dal livello solo funzionale (colon irritabile, extrasistoli) fino alle più gravi patologie organiche, in interazione con le fragilità di costituzione della persona.

Diversi altri modelli sull’origine della patologia somatica possono essere visti alla luce del concetto di disconnessione. Così il modello bioniano (Bion, 1962a,b), quando descrive una funzione alfa poco in grado di metabolizzare gli elementi beta, che quindi possono finire per dannneggiare il funzionamento corporeo; così concetti come quello di pensée opératoire (Marty et al., 1963), vie opératoire (Smadja, 2001), visioni psicoanalitiche del concetto di alessitimia (Taylor, 1987; Taylor et al., 1997), nella misura in cui propongono di fatto una disconnessione tra il livello fisiologico (non simbolico) e quello cognitivo- esperienziale (simbolico) dell’affetto. Il concetto di esperienza non formulata proposto da Donnel Stern (1997) può anch’esso essere inserito in questa cornice.

Un modello di disconnessione può essere anche intravisto nel lavoro di Freud (1894) sulla nevrosi d’angoscia, se visto come descrizione di un processo interno, privo di significati simbolici (la «pressione sulle pareti, munite di terminazioni nervosa, delle vescichette seminali») che non trovando una traduzione, una comprensione in termini simbolici (a causa dell’«insufficienza psichica» di cui si parla al termine del lavoro) produce tensione nell’organismo. Fin dall’inizio dell’opera di Freud troviamo quindi un modello parallelo, alternativo, a quello di un influsso della mente (seppur inconscia) sul corpo che è alla base degli Studi sull’isteria (1892-95).

Di fronte ad un disturbo somatico possiamo quindi pensare non più a qualcosa nella mente, un disagio mentale, che si esprime nel corpo, ma piuttosto a un corpo (sistema non simbolico) che reagisce a problemi inerenti la relazione dell’individuo con il suo mondo trovando scarsa o nessuna connessione con una elaborazione mentale (simbolica), in grado di regolare ed offrire espressione e significato alla reazione.

Tale visione, oltre ad essere a mio avviso più corretta, coerente ed inclusiva dei fenomeni implicati nel processo, ci evita di colpevolizzare i pazienti con patologie somatiche o di etichettarli come mentalmente disturbati.

I disturbi somatici non appaiono più come qualcosa da classificare a parte, come nel concetto mal definito di «malattia psicosomatica». Vengono invece inquadrati come una delle diverse forme che il disagio può assumere in un individuo, in un continuum che comprende disturbi comunemente classificati come psichici, somatici funzionali, somatici organici. Anche la ricerca di caratteristiche qualitativamente specifiche di personalità nei soggetti «psicosomatici» appare obsoleta. La forma finale che assume il disagio viene ad essere determinata da un insieme di fattori (come già sostenuto da Engel nel 1977 nel suo modello biopsicosociale) quali: la gravità della disconnessione; la quantità di attivazione non-simbolica disconnessa, a sua volta secondaria all’entità del trauma e/o della carenza nell’accudimento; la capacità del soggetto di trovare collegamenti simbolici, anche spuri, per l’attivazione non-simbolica, o di incanalarla in agiti; la capacità di cercare aiuto; la risposta dell’ambiente (servizi sanitari inclusi). Non c’è da spiegare nessun «misterioso salto dalla mente al corpo», che appare come un problema artificiosamente costruito da una visione dualista e limitata a un individuo visto come sistema isolato.

In questo modello, un significato simbolico universale a priori (come sostenuto ad esempio da Groddeck, 1926; Chiozza, 1986; Garma, 1953) non può essere presente per definizione nel sintomo somatico, espressione di un sistema non simbolico. È possibile però sostenere che un significato possa essere costruito nella relazione analitica, esattamente come il significato di un sogno.

Non intendo con questo sostenere (perché non lo penso) che ogni organo ed i suoi sintomi abbiano un significato specifico, geneticamente inerente, ma piuttosto che un organo possa venire a rappresentare, in particolari circostanze, qualità, funzioni o forme dell’esperienza affettiva primaria, e della sua regolazione, e che questo possa riproporsi ed essere ricostruito o co-costruito nel transfert (De Toffoli, 2001).

Dal punto di vista clinico questa posizione viene a sostegno dell’opportunità di rimanere anche a lungo a livello non-simbolico (concreto, sensoriale) con il paziente, evitando tentativi prematuri di «traduzione» in termini simbolici (Racalbuto, 1994; Antinucci, 2007). In seguito si potranno istituire collegamenti non solo con il transfert, ma anche con la situazione di vita del paziente (Eagle, 2011); questo può risultare utile in situazioni di consultazione, in particolare all’interno dell’assistenza sanitaria (Solano, 2011).

IL POSSIBILE VALORE EVOLUTIVO/ATTIVANTE DEL SINTOMO SOMATICO

Quanto detto finora può lasciare l’impressione che la comparsa di un sintomo somatico testimoni essenzialmente una disconnessione tra sistemi, espressione di un deficit o di una difesa (come nel concetto di «somatizzazione»). Così il disturbo somatico è stato visto derivare (Bion,1962a) da un eccesso di elementi beta, derivante da una carenza(assoluta o relativa) della funzione alfa; oppure da una interruzione difensiva di connessioni, come nel concetto di Attacchi al legame (Bion, 1957) o di désaffectation (Mc Dougall, 1989); oppure da una condizione alessitimica (Nemiah and Sifneos, 1970; Tayloret al., 1997) concepita in genere come un deficit, o in alcune versioni una interazione tra aspetti di deficit e difensivi (Grotstein, 1997b).

Ora, se da una parte è evidente che nel modello che propongo l’espressione di un disagio attraverso il corpo (il sistema non-simbolico) sta ad indicare che in quel momento il soggetto non è in grado di esprimerlo in altro modo, è possibile d’altra parte valutare che quella espressione possa essere comunque preziosa, rispetto ad una totale mancanza di espressione, come in situazioni descritte come evitamento generalizzato dell’esperienza (Bucci, 2009b) o vie opératoire (Smadja, 2001). A conferma dell’importanza di una espressione almeno somatica è stato recentemente presentato un lavoro dal titolo significativo Do bodies need to talk? (Kotowicz, 2013) in cui viene riferito il caso di un «corpo congelato», che non produceva mai alcun tipo di sintomo o malattia somatica, fino all’improvviso, apparentemente inspiegabile, suicidio.

Winnicott, nel suo lavoro «L’Intelletto ed il suo rapporto con lo Psiche-Soma» (1949) propone un possibile valore evolutivo, attivante del sintomo somatico descrivendolo come un tentativo di «ritirare la Psiche dall’Intelletto per ricondurla alla sua associazione intima originale con il Soma». Posizioni simili sono state espresse anche da Smadja (2001, 96): «Non è sorprendente vedere come il comparire di una somatizzazione dia sollievo al paziente, come se, in assenza di oggetti psichici disponibili, gli organi e le funzioni somatiche potessero andare più che bene».

La Teoria del codice multiplo, nell’offrire piena funzione e dignità al sistema non simbolico di elaborazione (che appare quindi diverso in questo senso dagli elementi beta di Bion) offre anch’essa la possibilità di vedere e teorizzare il sintomo somatico, sebbene testimone di una disconnessione, come una prima espressione, non simbolica, di un contenuto che non ha trovato fino a quel momento alcuna possibilità di espressione, e non come effetto di una difesa contro l’emergenza di quel contenuto. In questa visione, i sintomi somatici (come gli agìti[10]) possono essere visti in alcune circostanze come adattivi e progressivi, piuttosto che sempre regressivi, come è stato spesso assunto.

UN CASO ILLUSTRATIVO: DINO

Per illustrare questi ultimi concetti riporto ora un caso che si è presentato all’interno di una sperimentazione di cui sono responsabile e supervisore (Solano et al., 2011; Solano, 2014; Solano et al., 2015) che prevede la presenza di uno psicologo accanto al medico negli studi di medicina generale.[11]

Dino è un uomo di 41 anni, alto, dall’aspetto giovanile e molto curato. Si presenta allo studio dichiarando di soffrire da qualche mese di gravi episodi di vertigini. L’assenza di vomito, nausea o tachicardia rende altamente improbabile un problema organico a livello nervoso o vestibolare.

Dino dice di essere molto disturbato dalla riduzione di capacità lavorativa derivante da questo sintomo. Per quanto ammetta di avvertire questi disturbi soprattutto quando «è stressato», si affretta a mettere da parte questa notazione per insistere nella ricerca di una causa organica, attraverso una TAC o altre tecniche sofisticate di brain imaging. Allo stesso tempo è terrorizzato all’idea di scoprire un qualche problema di salute serio.

Medico e psicologa cercano di capire meglio le circostanze di queste vertigini. Si verificano soltanto in situazioni specifiche: al lavoro, specie durante riunioni (in cui magari il pensiero può vagare, non essendo legato strettamente all’esecuzione di un compito) e quando va in palestra.

Dino porta anche le ultime analisi del sangue, il medico le controlla e con intento tranquillizzante esclama «sono perfette!» Dino, per niente tranquillizzato, si chiede in tono ancora più preoccupato da cosa possano dipendere allora queste sue vertigini. Il medico lo visita, effettua delle prove neurologiche, che risultano negative; esclude quindi l’utilità di una TAC o di altre analisi invasive, spiegandogli e sottolineando che le vertigini sono un sintomo per nulla raro in situazioni di vita difficili, e in accordo con la psicologa propone un incontro separato con quest’ultima,[12]per chiarire se e in che misura nella vita di Dino siano presenti condizioni di questo tipo. Dino accetta volentieri, sembra incuriosito anche se un po’ scettico.

All’interno di questo incontro emergono rapidamente particolari molto significativi. Dino è ingegnere, ricopre un incarico di alto livello, ma vive ancora con la madre di 84 anni, semi-invalida, affetta da diabete e insufficienza renale. In casa è presente anche una badante. Il padre è morto quando Dino aveva 22 anni. La madre, dopo la morte del padre, ha sviluppato un tumore al seno, che si è riusciti a trattare con successo. In quel periodo la famiglia si è stretta intorno alla malattia della madre. Dino è l’ultimo di quattro fratelli, gli altri tre sono tutti sposati e vivono per proprio conto, compreso uno che era rimasto disabile a seguito di un incidente, e che ha vissuto con Dino e la madre fino a due anni fa. Dopo il matrimonio di questo fratello, il diabete della madre è peggiorato notevolmente.

Dino è single, si è lasciato da pochi mesi con la fidanzata con cui stava da 12 anni: le sue giornate sono scandite dal lavoro, dalla palestra e dall’assistenza alla madre; non esce molto. Non gli piace particolarmente andare in palestra, ma ci va tre volte a settimana, oltre a seguire una dieta, per timore di ereditare il diabete dalla madre.

La psicologa propone il «semplice» suggerimento che un sintomo fisico può spesso costituire un segnale da parte del nostro corpo, in rapporto a situazioni della vita, e che piuttosto che cercare di eliminare il sintomo in quanto disturbante, potrebbe essere utile lavorare insieme per cercare di capire cosa sta cercando di segnalare. Dino appare sorpreso ma interessato e dice che ci penserà. In realtà non incontrerà più la psicologa.

Qualche giorno dopo, in un turno di ambulatorio in cui la psicologa non è presente, Dino si presenta a studio, ufficialmente solo per chiedere delle ricette per la madre. «En passant», però, dice al medico che ha trovato l’incontro con la psicologa piuttosto utile e gli chiede come può fare per incontrarla di nuovo. Il medico gli dice di chiamare nel giorno in cui è presente per prendere un appuntamento.

Per qualche settimana non si hanno più notizie. Un giorno il medico va a casa di Dino (mentre lui è al lavoro) per un controllo domiciliare alla madre, che anche è sua paziente. «Che avete fatto a mio figlio?» grida la madre appena lo vede «da quando ha litigato con la fidanzata stava sempre a casa, adesso esce tutte le sere!»

Il sintomo somatico – l’attivazione non simbolica – di Dino trova uno spazio di significazione, di connessione simbolica, di elaborazione, nella mente della psicologa. Viene inteso come un segnale d’allarme, un movimento evolutivo, rispetto ad una situazione di vita molto insoddisfacente, piena di doveri e scarsa di realizzazioni, come espressione di una preoccupazione molto realistica rispetto al rischio di rimanere invischiato in una simbiosi con la madre – rischio verbalizzato nel timore di «essere come lei» nel diabete – fino a quando potrebbe essere troppo tardi per cambiare rotta. La psicologa (magari pensando di arrivarci in successivi incontri) preferisce non entrare nei dettagli con Dino, per evitare di attivare resistenze nei confronti di interpretazioni ancora troppo distanti dalla coscienza: si limita a fornirgli il messaggio che il sintomo possa essere un segnale che il suo corpo gli sta inviando e che merita di essere preso in considerazione. Il messaggio sembra aver attivato in Dino un processo di elaborazione che lo ha portato a conclusioni simili a quelle cui erano giunti la psicologa e il suo gruppo, attivando comportamenti nella direzione di modificare la situazione.

Il caso illustra però anche come il valore evolutivo del sintomo possa esprimersi soltanto se trova un contenitore adeguato. Se Dino avesse incontrato un medico disposto a prescrivergli una TAC o quant’altro chiedeva, le cose avrebbero probabilmente seguito un corso ben diverso: la diagnosi, anche dubbia, di una qualche forma di patologia, o una patente di «malato immaginario», in caso le analisi non avessero evidenziato nulla, avrebbero probabilmente rinforzato le catene di Dino, piuttosto che contribuire ad allentarle. Così le reazioni somatiche della madre alla morte del marito o alla separazione dall’altro figlio non hanno certo portato a niente di buono. In questo caso invece mi sembra che la connessione con un livello simbolico del disagio affiorante, avvenuta all’interno della mente della psicologa, del medico, e del gruppo di lavoro che contiene questa esperienza pilota, ha consentito ad un sintomo somatico di diventare effettivamente un segnale, che ha portato a dei cambiamenti tangibili.

 

(1) Piuttosto nota la sua frase: «Vi invito a non civettare con l’endocrinologia ed il sistema nervoso autonomo».

(2) un comportamento simile alla depressione anaclitica umana (Kaufman e Rosenblum, 1967); ulcere gastriche (Ader,1976); maggiore incidenza di malattie infettive (Ader e Friedman, 1965); maggiore suscettibilità da adulti a lesioni gastriche da stress (Ader, 1970; 1974); incapacità da adulti di avere contatti sociali e sessuali con i cospecifici (Harlow, 1959).

(3) In termini di cellule NK, linfociti T-helper, risposta ai mitogeni.

(4) Dopo la stesura dell’articolo ho scoperto che un concetto molto simile era stato espresso da Bion nei Seminari Italiani: «Penso che il paziente che vedrete domani è unico, un tutto, una persona completa. E anche se diciamo obbedendo alle regole grammaticali – che possiamo osservarne il corpo e la mente, in realtà non esistono cose come un «corpo» e una «mente» (there is no such thing as a «body» and mind»): esiste un «lui» o una «lei» (Bion, 1985, 51, cit. in Grotstein, 2008, 71).

(5) Va rilevato che se all’inizio del suo lavoro, in Esperienze nei Gruppi (1961) il protomentale può apparire come un sistema in cui fisico e mentale sono indistinguibili, nelle successive formulazioni, a cominciare dalla Teoria del Pensiero(1962a) e Apprendere dall’esperienza(1962b) gli elementi beta non appaiono più come un sistema, una struttura con una propria esistenza autonoma, ma sono piuttosto apparentati a dati sensoriali, destinati ad essere il più possibile trasformati da successivi apparati elaborativi (funzione alfa, apparato per pensare i pensieri). In questo modello gli elementi beta non trasformati risultano in grado di disturbare il funzionamento corporeo, ma non possono essere identificati con il funzionamento corporeo. Solo in tempi relativamente recenti si è giunti a proporre (Hautmann 2002; 2005) che possa essere presente un’attività di pensiero e di trasformazione anche a livello degli elementi beta.

(6) Wilma Bucci usa spesso anche il termine Subsimbolico per indicare questo sistema. Ho deciso di evitare questa dizione per evitare l’impressione di una subordinazione, di una sudditanza, rispetto agli altri due sistemi, concetto opposto alle intenzioni di questa autrice.

(7) Rispetto alle teorizzazioni psicoanalitiche tradizionali il sistema non-simbolico può essere avvicinato, pur differenziandosene per diversi aspetti, al processo primario di Freud, al simmetrico di Matte Blanco, al protomentale di Bion.

(8) In altri sistemi teorici si potrebbe parlare di comunicazione tra inconsci, o di identificazione proiettiva comunicativa.

(9) Gli scritti di Carla De Toffoli sono stati recentemente raccolti in un volume, Transiti Corpo «Mente (De Toffoli, 2014), a cura di Basilio Bonfiglio.

(10) Così Racalbuto (1994,7): «L’irrapresentabilità non era nell’agito assenza; quest’ultima rappresentava […] già la trasformazione, seppur minima, dell’affetto-sensazione, area opaca di senso».

(11) L’esperienza dura ormai da circa 15 anni. Ha coinvolto finora 20 studi medici, per tre anni ciascuno. Il caso riportato è stato fornito dal medico di Medicina Generale Enzo Pirrotta e dalla psicologa Veronica Ingravalle.

(12) La sperimentazione prevede, oltre la presenza dello psicologo accanto al medico per un giorno la settimana, la possibilità di uno o più incontri separati psicologo/paziente in un orario diverso, della durata di circa 50 minuti.

Pubblicato in Rivista di Psicoanalisi, 2016, LXII, 1, pag. 49-77

 

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(1) Piuttosto nota la sua frase: «Vi invito a non civettare con l’endocrinologia ed il sistema nervoso autonomo».

(2) un comportamento simile alla depressione anaclitica umana (Kaufman e Rosenblum, 1967); ulcere gastriche (Ader,1976); maggiore incidenza di malattie infettive (Ader e Friedman, 1965); maggiore suscettibilità da adulti a lesioni gastriche da stress (Ader, 1970; 1974); incapacità da adulti di avere contatti sociali e sessuali con i cospecifici (Harlow, 1959).

(3) In termini di cellule NK, linfociti T-helper, risposta ai mitogeni.

(4) Dopo la stesura dell’articolo ho scoperto che un concetto molto simile era stato espresso da Bion nei Seminari Italiani: «Penso che il paziente che vedrete domani è unico, un tutto, una persona completa. E anche se diciamo obbedendo alle regole grammaticali – che possiamo osservarne il corpo e la mente, in realtà non esistono cose come un «corpo» e una «mente» (there is no such thing as a «body» and mind»): esiste un «lui» o una «lei» (Bion, 1985, 51, cit. in Grotstein, 2008, 71).

(5) Va rilevato che se all’inizio del suo lavoro, in Esperienze nei Gruppi (1961) il protomentale può apparire come un sistema in cui fisico e mentale sono indistinguibili, nelle successive formulazioni, a cominciare dalla Teoria del Pensiero(1962a) e Apprendere dall’esperienza(1962b) gli elementi beta non appaiono più come un sistema, una struttura con una propria esistenza autonoma, ma sono piuttosto apparentati a dati sensoriali, destinati ad essere il più possibile trasformati da successivi apparati elaborativi (funzione alfa, apparato per pensare i pensieri). In questo modello gli elementi beta non trasformati risultano in grado di disturbare il funzionamento corporeo, ma non possono essere identificati con il funzionamento corporeo. Solo in tempi relativamente recenti si è giunti a proporre (Hautmann 2002; 2005) che possa essere presente un’attività di pensiero e di trasformazione anche a livello degli elementi beta.

(6) Wilma Bucci usa spesso anche il termine Subsimbolico per indicare questo sistema. Ho deciso di evitare questa dizione per evitare l’impressione di una subordinazione, di una sudditanza, rispetto agli altri due sistemi, concetto opposto alle intenzioni di questa autrice.

(7) Rispetto alle teorizzazioni psicoanalitiche tradizionali il sistema non-simbolico può essere avvicinato, pur differenziandosene per diversi aspetti, al processo primario di Freud, al simmetrico di Matte Blanco, al protomentale di Bion.

(8) In altri sistemi teorici si potrebbe parlare di comunicazione tra inconsci, o di identificazione proiettiva comunicativa.

(9) Gli scritti di Carla De Toffoli sono stati recentemente raccolti in un volume, Transiti Corpo Mente (De Toffoli, 2014), a cura di Basilio Bonfiglio.

(10) Così Racalbuto (1994,7): «L’irrapresentabilità non era nell’agito assenza; quest’ultima rappresentava […] già la trasformazione, seppur minima, dell’affetto-sensazione, area opaca di senso».

(11) L’esperienza dura ormai da circa 15 anni. Ha coinvolto finora 20 studi medici, per tre anni ciascuno. Il caso riportato è stato fornito dal medico di Medicina Generale Enzo Pirrotta e dalla psicologa Veronica Ingravalle.

(12) La sperimentazione prevede, oltre la presenza dello psicologo accanto al medico per un giorno la settimana, la possibilità di uno o più incontri separati psicologo/paziente in un orario diverso, della durata di circa 50 minuti.

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