Domenica, Dicembre 16, 2018
  • Informazioni sul Centro

    Il Centro di Psicoanalisi Romano è una sezione della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) che fa parte dell’International Psychoanalytic Association (IPA) fondata da Sigmund Freud. E’ un’istituzione che nasce a Roma nei primi anni ‘50, per promuovere la psicoanalisi, sia come ricerca delle modalità di funzionamento della mente, sia come cura del disagio e dei disturbi psichici...
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  • Centro Consultazione Adulti

    All'interno del Centro di Psicoanalisi Romano è in funzione da molti anni un Servizio di Consultazione condotto da psicoanalisti, attivi nella ricerca scientifica e membri della Società Psicoanalitica Italiana (SPI)...
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  • Centro Clinico Consultazione Bambini e Adolescenti

    Nel Centro di Psicoanalisi Romano è attivo il servizio di consultazione per bambini e adolescenti in naturale continuità e collaborazione con il servizio di consultazione adulti....
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  • "Buona la prima"

    Alcune sequenze di film tratte dal cinema offrono spunti per immagini, pensieri, emozioni che possono caratterizzare i primi significativi incontri nelle relazioni di aiuto e di cura...
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Report di Piero Caporali sulla Giornata di Studio “Lavorare con Bion” (10 Novembre 2018)

Si è svolta a Roma, Sabato 10 Novembre la giornata di studio “Lavorare con Bion”, frutto della collaborazione di due gruppi di studio, uno formato da analisti del Centro Psicoanalitico di Pavia, l'altro da colleghi del Centro di Psicoanalisi Romano, che da alcuni anni e in differenti occasioni, si sono ritrovati per confrontare i rispettivi contributi legati ad uno studio approfondito dei testi dell'analista inglese, oltre che dalla messa in comune delle proprie esperienze cliniche. L'opera di W. R. Bion, considerato una delle menti più geniali della psicoanalisi, presenta tuttavia notevoli difficoltà per le caratteristiche di complessità, enigmaticità, talvolta ambiguità, presenti nei suoi testi, spesso caratterizzati da uno stile insaturo, con movimenti in continuo transito, redatti con uno stile che trasmette le difficoltà del percorso verso la conoscenza e la provvisorietà di ciascun passaggio. Proprio per queste ragioni il lavoro in gruppo si è rivelato estremamente favorevole, se non indispensabile, per la comprensione approfondita del suo pensiero.

Nella mattinata, dopo le introduzioni di Angelo Macchia e di Maria Adelaide Lupinacci, conduttrice del gruppo romano, ha aperto i lavori la relazione di Fulvio Mazzacane, dal titolo “Lavorare con Bion: dall'argomento circolare alla funzione narrativa”. L'analista di Pavia ha presentato un modello teorico che guarda all'inconscio non più come un oggetto da disvelare, ma come qualcosa in perenne espansione, e dove lo strumento dell'interpretazione più che legato ad una costante ricerca viene considerato un evento dialogico, una funzione di ponte verso la specificità e l'estraneità dell'altro. Funzione specifica della psicoanalisi è considerata l'attivazione della narrazione, con l'emergere di personaggi che rappresentano le varie valenze in gioco. Numerosi i collegamenti letterari tra la trilogia di Bion Memoria del Futuro, e scrittori come James Joyce e Foster Wallace a coglierne analogie, intersezioni dei livelli narrativi, messa in discussione delle dimensioni consuete di tempo, identità, nessi causali. Secondo l'autore, l'inconscio Bioniano ha le caratteristiche di un processo, frutto degli stimoli continui che la mente riceve dall'interno e dall'esterno, inconscio quindi strettamente radicato nel linguaggio e nel sociale. Mazzacane, che è da tempo impegnato nella costruzione di una sorta di metapsicologia bioniana, guarda ai vari fattori da cui questa è composta (funzione alfa, elementi beta, barriera di contatto, l'alternarsi delle posizioni PS, D, Contiguo Autistica, la relazione contenitore/contenuto, l'oscillazione CN/FP). Un'attenzione particolare è rivolta alla dimensione onirica della seduta e agli strumenti del campo analitico: micro-trasformazioni, reverie, terzo analitico, personaggi, malattie del campo intese in senso ciclico. Il modello teorico proposto è stato illustrato nei dettagli attraverso l'esposizione di un caso clinico.

Ha fatto seguito il lavoro di David Ventura, “Differenze tra 'punto di vista' e 'vertice' nel pensiero di Bion: teoria e clinica”, incentrato su una disamina critica ed evolutiva dei termini che ordinariamente possono essere intesi come sinonimi, mentre per Bion rivestono significati molto diversi, laddove il punto di vista indica l'origine percettiva e la qualità sensoriale dei processi rappresentativi, mentre il vertice indica le trasformazioni elaborative e metaforiche che hanno luogo nel pensiero. Nel lavoro si delinea un'attenta ricostruzione dell'evoluzione di questi concetti a partire dai primi resoconti degli anni '40, fino agli studi sulla percezione e sul pensiero degli anni '60, sottolineando come i due termini si siano sempre più differenziati ed elaborati di pari passo con la maturazione del pensiero bioniano. Il relatore, oltre a sottolineare le principali differenze, cerca anche di individuare gli ambiti di applicazione considerandoli importanti strumenti teorici che ci permettono di rifrangere i diversi componenti sensoriali e mentali delle emozioni, delle sensazioni, e dei pensieri che si convogliano nei vissuti dei pazienti. A corredo della presentazione, l'esposizione di due frammenti clinici ha sottolineato la grande utilità dei termini proposti, soprattutto laddove la continua formazione di punti di vista e vertici viene perseguita coltivando il raggiungimento dell'unisono.

Ultima relazione della mattinata è stata quella presentata da Adelia Lucattini su “Dolore e creatività: trasformazione di angosce di morte in speranze di vita in un bambino in analisi”. In essa l'analista romana ha mostrato in un'originale intersezione di spunti teorici e passaggi clinici, l'evoluzione della terapia analitica di un bambino di 9 anni, seguendola attraverso le trasformazioni, verbali, ma non solo, intervenute nel corso della terapia. Lucattini si interroga sulla relazione tra rappresentazione e trasformazione, partendo proprio dalla prima trasformazione operata dall'analista che è la lettura dei processi inconsci del paziente. Questo le permette di entrare in contatto con i suoi stati emotivi più profondi ed antichi e di operare la tessitura di una relazione emotivamente sostenibile, al fine di dare significato alle esperienze traumatiche non rappresentate e non rappresentabili. Trasformazione intesa quindi non come cambiamento, ma come un modo peculiare di vedere le cose che permette successivamente al paziente di essere capito, capire, vedere il mondo con “altri” occhi, promuovendo quindi lo sviluppo della sua creatività.

La discussione a conclusione dei lavori della mattina ha visto una partecipazione vivace da parte dei numerosi colleghi presenti che hanno sollevato varie questioni sugli argomenti trattati. Particolare interesse ha suscitato l'interrogativo sul posto del trauma nei modelli proposti, soprattutto quando manca la memoria, ovvero quando il trauma non è ricordabile, e come la storia si ponga nella situazione analitica alla luce della differente concezione dell'inconscio tra Freud e Bion. Altri interventi hanno riguardato la differenza tra vertici e personaggi che compaiono nell'analisi, quanto un vertice possa rappresentare il setting interno dell'analista, come pensare l'idea di circolarità alla luce del concetto di apres-coup.

La ripresa dei lavori nel pomeriggio è iniziata con la lettura dell'articolo, “Psicoanalisi? Si, ma con-tatto”, in cui il relatore, Maurizio Collovà, ha affrontato il tema della sostenibilità dell'analisi. Dopo aver ripercorso l'evoluzione del pensiero psicoanalitico in base alle finalità principali perseguite, Collovà sottolinea come in Bion lo scopo del lavoro analitico diventa, essenzialmente, la costruzione di funzioni specifiche: la realizzazione di un contenitore, l'espansione della mente, la capacità di pensare. Parametri congiunti all'esperienza analitica sono il Cambiamento, la Pensabilità, la Verità; quanta quota di questi fattori è sostenibile ci darà la misura dell'indicazione all'analisi, considerata dunque come un'operazione potenzialmente dolorosa e portatrice di una valenza traumatica a cui pertanto è opportuno dare uno sviluppo riparativo. L'impatto che l'analisi ha sulla mente impone dunque un'attenta valutazione della sua sostenibilità, cercando di raggiungere quel particolare equilibrio, di cui parla Ferro, tra frustrazione, conoscenza e cura. (ho tolto secondo l’autore) La sostenibilità di un'analisi implica un costante monitoraggio dell'analista sul rapporto tra verità, dolore mentale e capacità di contenimento di questo. Il campo è quindi considerato il principale segnalatore delle capacità assuntive e ciò implica una sorta di aggiornamento di quei criteri di analizzabilità di cui aveva parlato Etchegoyen, sostituiti dai criteri di sostenibilità e cimentabilità. Numerosi frammenti clinici hanno completato ed illustrato i modelli teorici proposti.

A seguire il lavoro di Guido Berdini, “L'esperienza del vero e del falso: alcune riflessioni sulla scia del pensiero di Bion”. Il relatore si occupa del senso di falsità nelle comunicazioni del paziente, spesso avvertito preliminarmente a livello emotivo, più che da considerazioni concrete. Berdini si chiede quali siano gli elementi senso-percettivi, emotivi e concettuali che contribuiscono al vissuto discriminante dell'analista. Bion sottolinea quanto il bugiardo teme l'approssimarsi ad O per la potenziale sopraffazione delle emozioni, e come il registro della falsità inibisca il lavoro analitico privandolo di autenticità, vitalità e rendendolo vano. Da qui il ripercorrere la teoria bioniana a partire da Trasformazioni in cui Bion usa un modello aristotelico di verità, dove vero e falso si contrappongono, una concezione quindi forte di verità, per poi spostarsi ad un concetto più flessibile e complesso, che procede per approssimazioni, legato soprattutto alle dimensioni della congruenza e dell'unisono. Molteplici le variazioni sul tema elencate dal relatore, a partire dalle bugie bianche, bugie difensive, bugie di bambini e adolescenti, menzogne deliberate, bugie perverse, completate dalla descrizione di due casi clinici.

La giornata di studio si è conclusa con la discussione sui lavori presentati nel pomeriggio. Le principali questioni sollevate hanno riguardato i rapporti tra sostenibilità dell'analisi e self disclosure, i cambiamenti dei criteri di analizzabilità alla luce dei modelli proposti e quanto ancora sia utile parlare di criteri di analizzabilità; le difficoltà nell'analisi dei pazienti bugiardi, in particolare nei casi in cui strutture di personalità caratteropatiche siano interamente colonizzate dalla dimensione della bugia.

Al termine tutti partecipanti hanno manifestato una grande soddisfazione per la ricchezza dei contributi e la vivacità degli scambi, tutto ciò anche a conferma della validità di questo format di incontro sicuramente innovativo che moltiplica in maniera quasi esponenziale i frutti del lavoro dei gruppi di studio. La conclusione è stata quindi più che un saluto, un arrivederci al prossimo incontro allargato.

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