Domenica, Luglio 15, 2018
  • Informazioni sul Centro

    Il Centro di Psicoanalisi Romano è una sezione della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) che fa parte dell’International Psychoanalytic Association (IPA) fondata da Sigmund Freud. E’ un’istituzione che nasce a Roma nei primi anni ‘50, per promuovere la psicoanalisi, sia come ricerca delle modalità di funzionamento della mente, sia come cura del disagio e dei disturbi psichici...
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  • Centro Consultazione Adulti

    All'interno del Centro di Psicoanalisi Romano è in funzione da molti anni un Servizio di Consultazione condotto da psicoanalisti, attivi nella ricerca scientifica e membri della Società Psicoanalitica Italiana (SPI)...
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  • Centro Clinico Consultazione Bambini e Adolescenti

    Nel Centro di Psicoanalisi Romano è attivo il servizio di consultazione per bambini e adolescenti in naturale continuità e collaborazione con il servizio di consultazione adulti....
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  • "Buona la prima"

    Alcune sequenze di film tratte dal cinema offrono spunti per immagini, pensieri, emozioni che possono caratterizzare i primi significativi incontri nelle relazioni di aiuto e di cura...
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Report di Antonio Braconaro su "Psicoanalisi italiana. Da Nicola Perrotti e Emilio Servadio ai giorni nostri" (14 aprile 2018)

Dopo il primo incontro del 21 ottobre 2017, con la seconda giornata di studio sulla Psicoanalisi Italiana, prosegue il lavoro di inquadramento del contesto storico in cui si è sviluppata la nostra tradizione teorica e clinica, con particolare riguardo all’area del centro sud Italia. L’iniziativa nasce come una risposta alle richieste degli allievi e si è costruita grazie alla collaborazione tra il Centro di Psicoanalisi Romano e la sezione locale del Training.

I lavori iniziano con l’introduzione di Alfredo Lombardozzi che si fa interprete della domanda: “Perché studiare la storia?”. Lombardozzi propone una visione antropologica della storia, che studia il rapporto dell’uomo con il tempo. La storia è collegata alla dimensione psicologica e inconscia dei comportamenti umani e istituisce un equilibrio tra il ruolo degli avvenimenti nel corso del tempo e dei soggetti che ne sono i protagonisti. È dei protagonisti che si parla, dei “Maestri” che hanno segnato le tappe dello sviluppo della Psicoanalisi italiana. Lo studio della storia e del nostro passato recente, conclude Lombardozzi, ci consente di inquadrare in modo dinamico il nostro presente e le prospettive future. È suggestiva la proiezione del video che segue, dal titolo: “Percorsi e immagini dai pionieri ai protagonisti dello sviluppo della SPI” curato da Giuseppe Riefolo e Paolo Boccara, presentato per la prima volta al Congresso di Taormina del 2010 e riproposto per l’occasione. La visione del filmato emoziona perché capace di far vivere un’esperienza intima e familiare come quella di vedere insieme le foto di famiglia, alcune in bianco e nero e altre, più recenti, a colori. Ma è anche capace di farci pensare alla dinamica edipica “tra nuove generazioni che spingono e vecchie generazioni che faticano a fare spazio” come suggerisce Giuseppe Riefolo, che parla di una dimensione dinamica ed epica all'interno della storia psicoanalitica italiana.

Il lavoro di Tonia Cancrini dal titolo “La psicoanalisi a Roma. Passione, vicissitudini, entusiasmo e persone straordinarie” è una testimonianza diretta che ci offre un posto in prima fila da cui vedere il racconto della Psicoanalisi a Roma. È un racconto fatto di incontri. Iniziale e decisivo quello con Nicola Perrotti ricordato per la sua capacità di “incoraggiare e dare fiducia ai giovani” e di cogliere “quell’entusiasmo per la Psicoanalisi che era per lui … il requisito indispensabile per entrare a fare parte della Società”. E usa le parole di Lydia Zaccaria Garinger, altra figura rilevante del panorama psicoanalitico romano, come a cercare di fotografarlo: Certamente egli era un uomo innamorato della vita e forse perciò sapeva ritrovare, nei suoi allievi prima, e nei suoi collaboratori poi, tutto quanto in essi vi era di migliore; sapeva fare emergere i valori delle persone, sapeva indirizzare questi valori all’interesse scientifico, sapeva sollecitarli al servizio di chi soffre”.

È di particolare rilevanza l’accento posto all’impegno politico dello psicoanalista Nicola Perrotti. “Nel pensiero di Nicola Perrotti la liberazione dell’uomo dalle sue schiavitù sociali ed economiche è il perfetto equivalente della liberazione dell’animo dalle sue schiavitù psichiche” Scrive il figlio Paolo Perrotti citato da Cancrini. Sono gli anni in cui Servadio e Weiss emigrano, il primo in India e il secondo in America, e in Italia rimangono Perrotti e Musatti ad esercitare la Psicoanalisi nella clandestinità a causa delle leggi fasciste. E attraverso le parole di Cancrini è legittimo domandarsi se il forte desiderio di libertà e il grande dinamismo del primo gruppo non sia da attribuire anche all’esperienza dolorosa della segregazione delle idee che all’estero potevano invece diversamente proliferare. Ed è all’estero che la Psicoanalisi italiana inizia a volgere lo sguardo, lì dove altre idee avevano potuto svilupparsi, e così incoraggia alcuni giovani analisti ad andarne a fruire. A promuovere questo contatto con l’estero fu proprio Nicola Perrotti. Dopo molti anni, fortunatamente, ritornano a Roma analisti come Adda Corti e Pierandrea Lussana, prosegue a raccontarci Cancrini, portando la ricchezza della loro esperienza fatta con analisti come Meltzer e Bick e facilitando il contatto con i più validi rappresentanti della Psicoanalisi d’oltre manica. Tra questi Rosenfeld, Meltzer, Segal, Betty Joseph e Bion furono invitati in Italia. E come spesso accade in natura con gli innesti, anche le nuove idee sono innestate senza rigetto in una pianta ormai cresciuta e sana. Si sviluppa ulteriormente l’interesse per la Psicoanalisi infantile e si scopre “che nel transfert e nel controtransfert si poteva raggiungere una comunicazione profonda che permetteva di cogliere le esperienze legate al rapporto primario e che questo tipo di approfondimento permetteva di avvicinare anche pazienti molto gravi, borderline, psicotici” (T. Cancrini 2018). Infatti in quegli anni gli analisti del Centro di Psicoanalisi Romano (C.d.P.R.) approfondiscono e consolidano nella formazione e nell’esperienza clinica i modelli di Klein, Winnicott e Bion. Sembra di vedere, attraverso le parole di Cancrini, che nell’albero della psicoanalisi, sviluppatosi da un tronco centrale che rimane portante, sono cresciuti rami robusti. Così cresce robusto l’interesse per la psicoanalisi infantile, per una dialettica viva tra mondo interno e mondo esterno, per il rapporto primario con la madre, per la fusionalità e non ultimo per la relazione mente-corpo. Ascoltando il procedere del racconto si vede il fiorire di questo albero e dei suoi frutti nelle persone e nelle idee. Per approfondire il contributo di questi protagonisti, anche quelli più recenti, rimando al lavoro integrale di Tonia Cancrini (Clicca qui).

Del contributo che l’autrice dà in prima persona segnalo due particolari che sembrano ben rappresentare l’esperienza fatta con i maestri/e ma anche la sua risposta alla domanda degli allievi. A proposito di una supervisione con Adda Corti Tonia Cancrini dice: “Sicuramente ci saranno stati giorni di pioggia e di freddo, ma quello che io ricordo … è il sole, la radiosità di quel bellissimo terrazzo sul Tevere, pieno di piante e di fiori … e credo che questo corrisponda allo stato d'animo di enorme ricchezza e creatività e fantasia legato a quegli straordinari incontri con Adda in cui sono consapevole di avere capito e sentito quali potenzialità di comprensione, di vicinanza, di contatto mi aprisse il rapporto psicoanalitico”. E ancora di una supervisione con Tagliacozzo: “Non dimenticherò mai la supervisione con lui, una bella esperienza di libertà in cui, giovane allieva impaurita e preoccupata, appresi tantissimo con il sentimento di poter essere autonoma e di lavorare con la mia mente, pur essendo accompagnata da una mano sicura e da una presenza attenta, vigile e sempre ricca di suggerimenti e di stimoli, nonché da un sorriso accogliente e affettuoso”. Conclude il suo lavoro ricordando a tutti la ricchezza del nostro Centro che “riesce a far convivere e confrontare tante posizioni differenti, ma aperte e sempre in evoluzione”.

Domenico Chianese apre il suo intervento dal titolo “Dalla fase dei pionieri alla costituzione del Centro Psicoanalitico di Roma”, dicendo che la storia del suo Centro (C.P.d.R.) è una storia più segmentata, più frastagliata e anche più tragica, ma che dalla tragicità talvolta nascono cose buone e anche significative. Si cimenta in una divertente e voluta confusione degli acronimi dei due Centri, C.d.P.R. e C.P.d.R., che considera uno scioglilingua in atto dal 1962. Precisa che, valorizzando la dimensione storica, non si può fare la storia dei piccoli luoghi se non si fa la macrostoria, così come non si può fare la storia del C.d.P.R. senza fare la storia del C.P.d.R. per arrivare ai giorni nostri.

La storia della Società Psicoanalitica è duplice e inizia con Levi Bianchini ed Edoardo Weiss. Chianese nomina il manicomio di Nocera Inferiore dove hanno lavorato Levi Bianchini, Emilio Servadio e anche Adamo Vergine prima della chiusura dei manicomi. Edoardo Weiss è descritto come una figura di responsabilità e serietà, fa l'analisi con Federn, mentre Levi Bianchini viene, purtroppo, poco ricordato. Il primo gruppo è composto da una ventina di analisti e tra loro emergono Perrotti, Servadio e Musatti. Chianese ci presenta un gruppo litigioso: “Il litigio tra loro era una spartizione del territorio, un’azione di potere, una fondazione mitica”. Ma le divergenze erano relative anche ai criteri e ai sistemi del training formativo. Queste divergenze rendono necessario l’intervento dell’IPA, che nel 1962 nomina una commissione internazionale di controllo e sancisce la costituzione di tre gruppi di insegnamento, uno a Milano facente capo a Musatti (C.M.d.P.) e due a Roma facenti capo rispettivamente a Perrotti (C.d.P.R.) e a Servadio (C.P.d.R.). Il Centro affidato a Perrotti era in via Salaria mentre quello di Servadio in Lungotevere delle Navi. Soltanto ventidue anni dopo, nel 1984, per volere di Piero Bellanova, i due Centri si ritrovano nella sede attuale di via Panama.Nel C.P.d.R. tra i più anziani, Emilio Servadio e Stefano Fajraizen, sono tra i primi a curare pazienti psicotici. Servadio si interessava inoltre di telepatia e coltivava lo yoga. Da quel ceppo originario discendono i Gaddini, Anna Maria Muratori, Piero Bellanova e Carlo Traversa. All'epoca, nel C.P.d.R. c'era “una divisione tra gaddiniani e traversiani, era interessantissimo sentirli, erano due grandi menti”. Definisce “una seconda analisi” una supervisione con Gaddini, durata 6 anni. Di Bellanova presenta la sua capacità organizzativa, il suo rigore e sottolinea che per 19 anni è stato segretario della SPI.

Di seguito Giannotti e Novelletto fonderanno due scuole di specializzazione dell'infanzia e dell'adolescenza. Di questi movimenti Chianese sottolinea l'attività fecondativa della Società Psicoanalitica Italiana in territori esterni. Questi autori co-introducono l'analisi dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e tra questi uno dei più importanti del C.P.d.R. è Eugenio Gaddini, che prosegue, allarga e trasforma la tradizione di Winnicott. Sono ricordati i lavori sull'epistemologia, sulla metodologia e sulla relazione, tra i capisaldi del lavoro del Centro Psicoanalitico di Roma. Con un pizzico di orgoglio Chianese ci ricorda il concetto di relazione analitica di Anna Maria Muratori nel momento in cui Corrao stava formulando il concetto di Campo. Questi due lavori precedono di dieci anni i lavori dei milanesi sul concetto di Campo. Anche dal racconto di Domenico Chianese apprendiamo una storia di grande vitalità, di impegno e passione per la Psicoanalisi.

Nel pomeriggio si approfondisce l’originalità di alcuni importanti contributi della Psicoanalisi italiana: Eugenio Gaddini, Ignazio Matte Blanco e Francesco Corrao.

Loredana Micati ricorda Piero Bellanova con profonda gratitudine. Lui la accoglie in casa “come una figlia” e le trasmette quello che aveva ereditato dai padri fondatori, l'enorme responsabilità che loro sentivano di fronte alle generazioni che arrivavano. E lei sente, a sua volta, la responsabilità di trasmettere il valore del pensiero e delle idee, l’enorme portata clinica e culturale della psicoanalisi nel suo insieme. Anche Micati sottolinea il valore della pluralità e dice: “La pluralità è ricchezza, confronto, possibilità di scontrarsi ma anche di incontrarsi”. Inizia a parlarci di Gaddini che incontra in un congresso a Gerusalemme nel 1977. Della sua formazione con lui ricorda la capacità di incoraggiare molto il pensiero indipendente purché ci fossero contenuti e metodo. Non chiedeva un’appartenenza al gruppo di tipo ideologico, criticava l'eclettismo ritenendolo una difesa contro la conoscenza. Loredana Micati presenta Gaddini in un continuo dialogo con Freud.Per Micati la parte più bella del lavoro di Gaddini si rintraccia in questi lavori: “Note sul problema mente-corpo”, “Formazione del padre” e “Scena primaria”. Ma è nelle prime opere che il lavoro di Gaddini le appare più compiuto e più intenso: il lavoro sull’imitazione e i lavori sull'aggressività.

È colpita dalla grande potenza immaginativa del lavoro sulla formazione del padre e sulla scena primaria. Per Gaddini il secondo oggetto, cioè il padre, non compare mai sull’orizzonte psichico del bambino, esso nasce dalla madre attraverso una sequenza molto lunga e variegata di trasformazioni corporee nel solo oggetto che esso conosce. La madre compare prima come estranea e poi come esterna al bambino, solo gradualmente essa diventa più esterna e meno estranea, altra da sé. Nel lavoro sull'imitazione Gaddini propone di distinguere, sul piano metapsicologico, imitazione, introiezione e identificazione, per mostrare come quest'ultima presupponga le introiezioni ma anche le imitazioni. Fino ad allora, dice Micati, i termini si usavano senza distinguerli. Secondo Gaddini, inoltre, la frustrazione è sperimentata dal bambino in assenza dell'oggetto. Essa spinge il nascente apparato mentale a compiere un passo avanti, dando luogo a un'immagine allucinatoria dell'oggetto e presentificando così l'oggetto narcisistico assente per confermarne l'esistenza. Per un approfondimento su vita, opere e pensiero di Eugenio Gaddini, rimando al sito della Fondazione E. Gaddini (http://istitutoricci.it/e_gaddini.htm), segnalato dal figlio Andrea Gaddini, presente in sala.

Alessandra Ginzburg ci parla del pensiero di Ignazio Matte Blanco, introducendolo con alcune brevi note sulla sua vita. Dopo aver conseguito la laurea in Medicina in Cile si trasferisce a Londra e segue i seminari di Melanie Klein. Diventato amico sia di Paula Heimann che di Bowlby, nel ‘38 è membro della Società Inglese, ma poi si trasferisce in America dove lavora fino al 1944. Al suo rientro in Cile coordina diverse attività che vanno dal trattamento dell'alcolismo alle disfunzioni alimentari, fonda la prima Società Psicoanalitica Cilena, riconosciuta nel 1949, e diventa professore di psichiatria nel 1966. Giunto in Italia ricomincia la sua formazione e diventa Analista Didatta SPI e tra il 1970 e il 1974 è docente di Psicopatologia all'Università Cattolica. Si forma attorno a lui un gruppo di cui Pietro Bria successivamente diventerà un elemento importante. La quotidiana frequentazione dei malati in ospedale psichiatrico sollecita l'intuizione che la logica schizofrenica sia identica alla logica dell'inconscio e su questo pubblica un lavoro sull’International nel 1959. Nel 1975 Matte Blanco pubblica in Inghilterra il suo primo libro “L'inconscio come insiemi infiniti” che sarà tradotto in Italia nel 1981. Ginzburg presenta le tappe principali che fanno di Matte Blanco un grande teorico ma anche un grande clinico. Matte Blanco usa la logica formale e la matematica per la comprensione dell'inconscio, a lui interessa quella parte dell'inconscio non rimosso che non era stata presa in considerazione da Freud. Utilizza il termine inconscio non rimosso, poi inconscio strutturale e per ultimo inconscio dinamico per descrivere quella parte dell'inconscio che ritiene non aver subito rimozione. Non penetra nella coscienza perché essa non è in grado di accogliere le caratteristiche dell'inconscio non rimosso, caratteristiche infinite e multidimensionali che non possono essere viste come sono e tradotte nella coscienza. Da qui definisce il principio di generalizzazione: l'inconscio non conosce gli individui ma conosce le classi; e il principio di simmetria: l'inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione. Alessandra Ginzburg ci chiarisce come il lavoro psicoanalitico consiste nell'azione di de-simmetrizzazione del pensiero. Trasformare ciò che era stato simmetrizzato in ciò che può essere diviso e pensato, quindi come un lavoro di traduzione. Anche questo contributo rende presente e ci ricorda l’attualità clinica e teorica di questo Maestro della psicoanalisi.

Alfonso Accursio, nell’introdurci al pensiero di Francesco Corrao, ci racconta che, durante una notte di guardia all’ospedale Psichiatrico di Palermo, ascoltando una trasmissione radiofonica, riconosce le voci di Gaddini e Corrao che parlano di Carl Gustav Jung.

Dopo questo ricordo personale inizia a dare alcune brevi informazioni. Francesco Corrao si iscrive all'università all’età di sedici anni. La sua era una famiglia di ingegneri di estrazione socialista con uno zio che a Trieste, avendo protetto degli ebrei, fu ucciso nei campi di concentramento. Interrompe gli studi di medicina dopo due anni, si iscrive a filosofia, per poi tornare nuovamente a medicina dove si specializza in malattie nervose e mentali. Analizzato dalla principessa Tomasi di Lampedusa, incontrerà a Roma Nicola Perrotti da cui sarà molto amato e che molto amerà. Conoscerà Lacan e successivamente anche Bion. Molto passionale nella sua visione della scienza e della vita, era molto rigido rispetto allo smascheramento della verità, non ammettendo compromessi nella ricerca teorica e filosofica della stessa. Sul piano personale, invece, era del tutto diverso. La lettura dei testi di Corrao non è agevole, la difficoltà dipende dall’impianto complessivo degli scritti e dalla sinteticità delle formulazioni. Corrao introduce spesso figure mitiche, con tutti gli enigmi che le figure mitiche rappresentano. Si esprimeva dunque per lo più in modo aporetico, attraverso immagini che potessero rappresentare elementi indicibili. Alfonso Accursio, analizzato sia in gruppo che in analisi individuale da Corrao, conosce personalmente queste dimensioni del maestro: “C'è il Corrao individuale e il Corrao gruppale”. Sente difficile trasferire il pensiero di Corrao, ma ci comunica cosa rimane di lui e dei suoi insegnamenti nel suo modo di lavorare. Innanzitutto il metodo. Quello che interessa Corrao è che cosa avviene all'interno della relazione. Quali sono le regole della rappresentazione mentale e della rappresentazione verbale degli avvenimenti. Citatissimo da Corrao è un filosofo della scienza Charles Sanders Peirce che parla di una logica abduttiva e deduttiva. L'esempio tipico che lui faceva per definire il metodo deduttivo è quello dei cavalli che lasciano le orme in terra: se io vedo un cavallo, posso dedurre induttivamente, vedendo le orme che è passato il cavallo. Se, invece, vedo solo le orme posso dire che è possibile che sia passato un cavallo. Quindi il metodo dubitativo abduttivo comprende una terza possibilità logica che va per ipotesi. Corrao non crea una teoria, apre alla problematica, apre alla ricerca, ci aiuta ad immaginare e a vedere le innumerevoli forme e punti di vista, ma anche la coesistenza degli opposti. Infatti Corrao cita anche Matte Blanco. A proposito del concetto di campo Corrao dice che succede qualcosa di complesso tra le persone, non facilmente inscrivibile in una definizione precisa, che le influenza reciprocamente, qualcosa di creato dalla presenza delle persone stesse. Alfonso Accursio affianca questa definizione a quella di campo bipersonale dei Baranger. A conclusione del suo intervento ricorda un articolo di Corrao dal titolo “Ti Koinon” (in comune - stare insieme) e ci parla anche di koinonia, ossia la possibilità di risonanza e di vivere insieme il dolore; vivere insieme il dolore può attenuare la paralisi che il dolore può provocare alla mente. Anche Malde Vigneri, molto vicina a Corrao per anni, ci affida un ricordo personale: “Ascoltarlo era un piacere della mente, ti dava il senso che fosse indispensabile pensare, era per tutti uno stimolo con l'obbligo di non vivere una vita banale”. Del ricco e appassionato dibattito cito parte dell’intervento di Alfredo Lombardozzi che sottolinea come, nella giornata, si sia passati dal lavoro di riflessione sulla storia generale della Società Psicoanalitica inserita nei vari contesti, a quello interno ai pensieri dei maestri e dei protagonisti. Quello che emerge dalle relazioni è un equilibrio tra la valorizzazione degli aspetti biografici e la valorizzazione del pensiero.

E, in effetti, a conclusione della giornata, si respira un’atmosfera complessiva di rarefazione delle specificità di appartenenza da cui eravamo partiti, che lascia spazio ad un senso di maggiore pluralità e libertà che allarga, con l’aiuto delle idee dei maestri, il nostro ascolto psicoanalitico.

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