Mercoledì, Settembre 19, 2018
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Report di Anatolia Salone su “La nascita del sé: processi neuro-biologici e sviluppo psichico del sé”. Incontro con Georg Northoff (24 febbraio 2018)

 

 

Sabato 24 febbraio, presso la sede di via Panama a Roma, si è svolto l’incontro con Georg Northoff dal titolo “La nascita del sé: processi neuro-biologici e sviluppo psichico del sé”, organizzato dalla Commisssione Nazionale Psicoanalisi e Neuroscienze, dal Centro Romano di Psicoanalisi e dal Centro Psicoanalitico di Roma.

La giornata viene aperta da un’introduzione di Anna Nicolò, in cui viene sottolineata l’importanza del dialogo da parte degli psicoanalisti con altre discipline, comprese le neuroscienze. Il Presidente della SPI sottolinea la apprezzabile apertura e curiosità con cui molti neuroscienziati come Kandel, Panksepp, Damasio, Ledoux e Northoff si approcciano al dialogo con la psicoanalisi, atteggiamento spesso osteggiato da una tendenza isolazionista e superficiale che alcuni psicoanalisti nel tempo hanno avuto, nel del timore di una perdita di identità derivante da tale dialogo. Dall’integrazione delle scoperte scientifiche con il patrimonio psicoanalitico, invece, sono stati tratti numerosi spunti, come le scoperte sui diversi tipi di memoria, sulla differenza e sulla possibile comunicazione tra gli aspetti impliciti pre-dichiarativi e quelli espliciti della comunicazione (portate avanti da Mancia, Solms e Merciai), gli effetti del trauma sul funzionamento cerebrale che anche Northoff indaga, o gli effetti della psicoterapia che si è dimostrata in grado di “creare nuove connessioni cerebrali o rafforzare quelle esistenti, soprattutto nell’ambito della dialettica corticalità-sottocorticalità”. In linea con Solms, attuale chair dell’IPA Research Committee, Anna Nicolò sottolinea tuttavia che i modelli scientifici non possono essere integrati solo in teoria, ma è necessario determinare attraverso l’osservazione e la sperimentazione scientifica se e in che punti queste nozioni convergano e possano eventualmente essere trascritte entro un nuovo linguaggio integrato. Non si può pertanto negare l’utilità di una ricerca concettuale che metta a confronto i concetti, almeno quelli di uso frequente, il cui significato è differente sia nei contesti neuroscientifici che in quelli psicoanalitici. La stessa definizione di Self è l’esempio di come molti concetti sono diversi perfino nelle differenti teorie e modelli psicoanalitici. Annunciando per il 2019 un congresso internazionale proprio sul Sé, Anna Nicolò lascia la parola a Giuseppe Moccia, segretario della Commissione Nazionale Psicoanalisi e Neuroscienze.

Moccia sottolinea innanzitutto quanto il concetto di Sé abbia ricevuto nel tempo differenti definizioni, producendo una certa ambiguità nell’uso del termine, sia in ambito teorico che clinico. Attualmente coesistono versioni esperienziali e fenomenologiche del Sé, come coscienza o esperienza che la persona fa di se stessa, insieme ad altre che si riferiscono al Sé come ad una struttura interiore, un insieme organizzato di funzioni psichiche che lo rendono più simile all’ Io. Moccia ribadisce come tale confusione concettuale vada in parte attribuita all’uso ambivalente che lo stesso Freud fa del concetto di Io, definito sia nel senso ristretto di sistema, particolare e circoscritto, in rapporto dinamico con le altre agenzie della psiche e con il mondo esterno, ma anche come sinonimo di Sé. Hartmann effettua una più netta distinzione tra un Sé (la propria persona), in contrapposizione all’oggetto, ed un Io (come sottostruttura psichica) in contrapposizione alle altre sottostrutture della personalità, differenziando l’investimento libidico del Sé dall’investimento delle funzioni dell’Io e limitando esclusivamente al primo la definizione di narcisismo. Inoltre Hartmann, con la nozione di “ambiente medio prevedibile”, apre la strada all’evoluzione del concetto di Sé che tiene conto delle vicissitudini della esperienza di Sé e della matrice intersoggettiva in cui esse si attuano. Fondamentali a tal riguardo sono le osservazioni sul Sé evolutivo derivate dalla psicoanalisi dei bambini; grazie ai contributi di Winnicott relativi allo sviluppo del Sé si avvalora l’ipotesi di una soggettività preriflessiva primaria emergente dalla relazione di reciprocità innata del bambino e della madre. Successivamente anche Kohut evidenzia le origini intersoggettive della nascita del Sé, ma pone una marcata accezione narcisistico fusionale.A partire dagli anni ’80 le ricerche empiriche sull’infanzia (Stern, Tronik) relative alla regolazione affettiva nella diade madre-bambino hanno dato rilevanti contributi sui processi di formazione del Sé, in parte convergenti con le ricerche concettuali della psicoanalisi, riportando l’accento sull’esistenza nel bambino di competenze innate, soggette a maturazione, che gli consentono di comprendere e interagire con i significati emotivi e le intenzioni psichiche dell’altro. Moccia prosegue evidenziando come, sulla base delle ricerche neuroscientifiche, delle osservazioni psicoanalitiche e delle ricerche sull’infanzia, ormai siamo a conoscenza del fatto che alla nascita alcune aree cerebrali e gli affetti da esse mediate sono molto più funzionanti di quanto pensassimo in passato e che il sistema nervoso centrale è già in grado di organizzare le esperienze corporee ed interpersonali.Oltre ai contributi di neuroscienziati come Damasio e Panksepp, la teorizzazione proposta da Northoff si inserisce in questa cornice teorica ed a partire dai dati neuroscientifici egli sostiene una concezione psicoanalitica del Sé come struttura dinamica[1].

Segue l’intervento di Georg Northoff, Psichiatra, Filosofo e Neuroscienziato presso il Mind, Brain Imaging and Neuroethics Research Unit - Royal Institute of Mental Health Reasearch dell’Università di Ottawa. La sua relazione, supportata da slides, ha come titolo “Brain and Self - Why are they relevant for diagnosis and therapy of psychiatric disorders?”.

Dopo una introduzione volta a definire preliminarmente il suo pensiero riguardo l’importanza delle teorie psicoanalitiche del funzionamento psichico come fondamentale modello per le neuroscienze, per la loro capacità di porre le domande giuste su cui poi le ricerche dovrebbero orientarsi per dare risposte, egli passa a definire i due principali modelli di funzionamento cerebrale attualmente concepiti. Il primo modello vede il cervello funzionare come un’automobile: più si preme sull’acceleratore e più l’auto va veloce. Secondo tale modello ad ogni stimolo proveniente dal mondo esterno il cervello risponderebbe con un’attività direttamente proporzionale alla valenza dello stimolo stesso. In questa concezione, tuttavia, viene completamente esclusa la componente soggettiva dell’esperienza, per cui, ad esempio, vedere il Colosseo dovrebbe portare ad un’attivazione cerebrale uguale per tutti coloro che lo osservano, senza tener conto di molti altri fattori propri della singola persona che rendono il vissuto relativo all’osservazione necessariamente diverso per ciascuno, anche in termini neurali. Il secondo modello, invece, prevede che il cervello funzioni come se un’automobile andasse avanti ed indietro, senza guidatore, seguendo traiettorie spaziotemporali non lineari. Northoff fa l’esempio di un tennista come Federer in attesa della battuta di Nadal, che si muove in continuazione per predisporsi al meglio alla ricezione. Tali esempi sono volti ad evidenziare l’importanza dell’attività spontanea del cervello (a volte definita come Resting State), cioè delle attivazioni cerebrali a carico di varie aree che hanno la funzione di predisporci all’eventuale stimolo, interno o esterno, in maniera assolutamente preriflessiva. Il nostro cervello, dunque, è un partecipante attivo alla nostra esperienza. Dalle numerose ricerche di Northoff è emerso che le aree ed i network cerebrali responsabili dell’attività spontanea del cervello sono anche quelli che si attivano di più ogniqualvolta compiamo un’attività mentale, cosciente o meno, che riguarda noi stessi. Tali aree “Self-related” sono principalmente collocate nella linea mediana della corteccia cerebrale e sono dette Cortical Midline Structures (CMS). Northoff passa poi a parlare della definizione di “Spatiotemporal Structure” e di “Spatiotemporal Psychopathology”. Il cervello ha la capacità di definire in termini spaziotemporali l’esperienza soggettiva, in quanto dotato di un “tempo ed uno spazio interni”, derivanti dalle varie frequenze che caratterizzano in modo differente l’attività neuronale e dal funzionamento in termini di connettività cerebrale delle aree stesse. L’obiettivo principale che spinge Northoff nelle sue ricerche è individuare il punto di unione tra cervello ed esperienza psichica, che secondo lui affonderebbe le proprie radici nelle caratteristiche spaziotemporali dell’esperienza stessa, le quali svolgerebbero un ruolo fondamentale nella trasformazione della anomala attività neurale in anomala esperienza psichica. La questione, e questo è il salto di qualità sul piano neuroscientifico, non è posta tanto in termini di “quali regioni o network cerebrali sono correlati a certe specifiche funzioni”, quanto “perché e come l’attività neuronale in certe regioni si trasforma in funzioni cognitive ed affettive piuttosto che rimanere meramente neuronale”. Egli propone che la “valuta di scambio” sia rappresentata dagli aspetti spaziali e temporali dell’attività spontanea del cervello e che i sintomi siano pertanto dei “sintomi spaziotemporali”. Per quanto alcune funzioni (cognitive, affettive, sensorimotorie) siano mappate nel cervello, la loro organizzazione non è statica bensì dinamica, cambia continuamente nel tempo e nello spazio. Le alterazioni cognitive in un disturbo psichico, dunque, non sarebbero legate tanto al contenuto alterato, quanto alla anomala organizzazione spaziotemporale in cui il contenuto è calato. Un esempio è rappresentato dalle esperienze traumatiche precoci: è stato dimostrato che esse si manifestano nell’età adulta tramite un’alterazione dell’attività spontanea cerebrale nelle sue caratteristiche spaziali e temporali e che è da questo che poi dipende la risposta aversiva a determinati stimoli. Il trauma precoce, dunque, viene codificato in termini di specifiche caratteristiche spaziotemporali, le quali rappresenterebbero la matrice esperienziale di base su cui, in un modo ancora da definire anche sperimentalmente, si inserirebbero altri contenuti esperienziali.

Molti studi empirici volti a definire e dimostrare tale teoria hanno evidenziato effettivamente che alla base di vari disturbi psichici c’è la mancata “sintonizzazione” tra tempo interno e tempo esterno. Northoff porta come esempi il disturbo depressivo e il disturbo bipolare, in cui è stata evidenziata una significativa differenza rispetto ai soggetti di controllo sani nella sintonizzazione spaziotemporale. In parole povere, è come se nel depresso il mondo andasse ad una velocità troppo elevata rispetto al tempo interno, e viceversa nel maniacale. La cosa fondamentale è che tale desincronizzazione comporta una percezione di sé e del mondo alterata e questa rappresenterebbe la base della sintomatologia. Altro esempio riportato riguarda gli studi effettuati in persone con elevato grado di narcisismo, in cui una iperattivazione delle aree Self-related sarebbe alla base dell’incapacità di sintonizzazione e di comprensione dell’altro.

La presentazione che Northoff fa dei dati scientifici viene intervallata da numerosi commenti e richiami al funzionamento dinamico della mente ed animata dalla sua personalità vivace, ironica ed appassionata. Il richiamo alla visione che Leonardo Da Vinci aveva della natura e alla sua mirabile capacità di definirne proprio gli aspetti spaziali come se fossero in continua evoluzione nel tempo, tanto da far risultare ogni opera estremamente dinamica e plastica, lo porta ad associare che il cervello, quale organo della natura, abbia un analogo funzionamento, continuamente cangiante nel tempo.

La discussione viene aperta dal commento di Angela Iannitelli, membro associato SPI, la quale riprende innanzitutto le evidenze empiriche cui si è giunti grazie ad una teoria del funzionamento cerebrale basata sulla “Spatiotemporal Psichopathology”, nell’ambito di vari disturbi psichici, non solo la depressione ed il narcisismo, ma anche la schizofrenia. Vengono messe in luce alcune questioni da chiarire, in linea anche con alcune riflessioni critiche che lo stesso Northoff fa: investigare l’impatto che differenti tipi di stimoli (neurali, propriocettivi, esterocettivi) e la loro interazione hanno sul resting state; verificare come “il legame spaziotemporale” e “l’integrazione spaziotemporale” lavorino su specifiche dimensioni psicopatologiche, non solo sulla ruminazione, sul ritiro sociale, e sulla avolizione ma anche sulle altre dimensioni implicate nelle psicosi maggiori; valutare come la storia del paziente modifichi i network implicati in questa teorizzazione, in quanto è noto che le reti neurali DMN (Default Mode Network) e CEN (Control executive Network) presentano delle variabilità individuali non necessariamente legate ad un quadro psicopatologico; valutare, infine, i meccanismi neuronali che sottostanno al “resting state” e che sono alterati nella psicopatologia spaziotemporale.

Angela Iannitelli accenna in maniera critica a quello che un noto scienziato come Weinberger ha definito “Rinascimento delle indagini neuroanatomiche”, un drammatico spostamento delle ricerche dall’indagine del cervello post-mortem all’indagine in vivo, grazie all’uso massiccio del brain imaging strutturale e funzionale. Weinberger, in un articolo pubblicato sull’American Journal of Psychiatry del 2016, suggerisce cautela ai ricercatori e ai clinici chiedendo una pausa e un ripensamento sulle conclusioni che sono state ricavate dai numerosi studi eseguiti con RMN. In tal senso, mai come in questo periodo storico la Psicoanalisi, sottolinea la discussant, avrebbe la forza, la storia, i contenuti scientifici per presentarsi alle neuroscienze come suggeritore di approfondimenti di ricerca, ma mai come in questo periodo storico la Psicoanalisi rischia di perdere il suo statuto di disciplina più vicina al cuore pulsante dell’umano, inseguendo derive neuroscientifiche, neuropsicoanalitiche, che sono già obsolete per gli stessi neuroscienziati.

La discussione prosegue con un intervento di Anatolia Salone, membro associato SPI, collaboratrice di Northoff in studi sulla schizofrenia, la quale inizialmente riprende e delinea alcuni concetti a mo’ di riassunto finale. Viene evidenziato il cosiddetto “Binding Spaziotemporale”, cioè il fatto che l’attività spontanea cerebrale è legata agli stimoli interocettivi, cioè provenienti dal nostro corpo, ma a seconda di come e quando essi vengono “legati” sul piano spaziotemporale agli stimoli esterocettivi e neurali, essi diventano differenti contenuti. E’ il “Binding Spaziotemporale”, pertanto, alla base della codifica degli stimoli e del loro possibile richiamo a livello cosciente sotto forma di differenti contenuti esperienziali. Le CMS hanno una capacità maggiore rispetto ad altre strutture di “legare” molti stimoli, integrarli e trasformarli in differenti contenuti, a seconda dello stato di base in cui le strutture stesse si trovano quando lo stimolo viene esperito. Viene evidenziato come l’integrazione ed il binding spaziotemporale, che sono aspetti precoci e legati ai livelli emotivi di base, siano dunque centrali nella costituzione del nostro pensiero e nella cognizione; alla base di questa funzione c’è la percezione basica, precocemente strutturata e, si potrebbe dire, di natura inconscia, del sé. Salone sottolinea l’evidente cambio di prospettiva sul disagio psichico che questa visione implica, diametralmente opposta al paradigma cognitivo imperante, con dirette ricadute diagnostiche e terapeutiche e di cui molti esempi sono stati forniti nella presentazione di Northoff.

La riflessione della discussant si sposta sul fatto che concepire il Self come un sistema dinamico, piuttosto che come una struttura, apre le porte ad un altro importante passo concettuale: il Self è in continua interazione con il corpo e l’ambiente esterno. Esiste dunque un Self conscio, che ha a che fare con la nostra capacità di percepire noi stessi come unità, stabilmente nel tempo (che ci permette di pensare al passato e fare progetti per il futuro, avere un cosiddetto flusso di coscienza), ed un Self inconscio, che invece sarebbe rappresentato in parte dalla nostra capacità di Embodiement, cioè di interagire costantemente con l’ambiente, incorporandolo. Il corpo sarebbe l’interfaccia tra la mente ed il mondo esterno, è il corpo a modellare la mente ad un livello che precede la nostra consapevolezza. Altro concetto ripreso dalla discussant è quello di Continuità del Self, strettamente connesso a quello di Identità. Secondo Northoff l’identità risiede nella stabile rappresentazione mentale di sé nel tempo, nonostante i continui cambiamenti fisiologici e psicologici che avvengono (anche il cervello cambia in continuazione, essendo molto plastico). Si sottolinea come anche qui Northoff ponga al centro della questione la temporalità, la predisposizione che le nostre strutture neurali, soprattutto quelle legate al Self, hanno di modulare il tempo soggettivo. Il Synchronic Self, la nostra percezione del tempo, predispone al Diachronic Self, cioè alla continuità della percezione di noi stessi nel tempo, che dunque sarebbe il nucleo della nostra identità. Da ciò deriva anche una necessaria revisione dei sistemi di memoria: la memoria procedurale non sarebbe codificata in termini di contenuti (non si immagazzinano informazioni), ma in termini di caratteristiche temporali, una forma non cognitiva di memoria legata invece alla specifica percezione di sé che si ha in quel momento.

La considerazione finale, a partenza dalla definizione di un modello del sé strutturato come Northoff lo descrive, rimanda alla centralità, ben nota agli psicoanalisti, dell’importanza delle esperienze precoci, soprattutto relazionali, nel condizionare la percezione di sé e dell’altro, che rappresentano l’impronta su cui poi si definiscono i livelli di funzionamento più evoluti. Salone fa poi un richiamo alle teorizzazioni winnicottiane relative al sé e all’essere, che sarebbero in linea con le evidenze empiriche a supporto della visione che Northoff sostiene. Senza incorrere in facili parallelismi o appiattimenti o sul versante psicoanalitico o su quello neuroscientifico, viene sottolineato il grande sforzo che Northoff fa per pensare anche la ricerca neuroscientifica in termini di soggettività, con splendide scoperte che hanno il merito aggiuntivo di stimolare anche negli psicoanalisti riflessioni ulteriori su quanto noto in termini teorici ed osservativi.

La successiva discussione con la sala appare molto animata, con domande rivolte a Northoff che permettono di riprendere molti dei concetti e delle riflessioni emerse nel corso della sua presentazione, sia sul versante psicoanalitico, che su quello neuroscientifico e filosofico.



Per l’introduzione di Giuseppe Moccia Clicca qui

 

Incontro con Georg Northoff. Roma, 24 febbraio 2018. Report a cura di Cristiana Pirrongelli.

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