Domenica, Gennaio 19, 2020
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L’oscillazione fra transfert narcisistico e transfert oggettuale: area sospesa fra limite della conoscenza e fonte di vita

Giovanna Giaconia e Agostino Racalbuto, 1993

 

“Il dolore è il rompersi del guscio che

racchiude la vostra comprensione.

Come il nocciolo del frutto deve rompersi

per esporsi al sole, così dovrete conoscere

il dolore”.

(Gibran Kahlil Gibran, Il Profeta)

 

 

 

 

 

Il transfert è un fenomeno relazionale. Ci proponiamo di esporre alcune considerazioni teorico-cliniche che riguardano la fenomenologia transfert-controtransfert nel trattamento degli adolescenti e delle personalità narcisistiche descritte da. Kernberg (1981) come “personalità infantili”.

In questo contesto la relazione analitica oscilla fra un polo narcisistico e un polo oggettuale, modulata da difese caratteristiche di entrambi. Tale oscillazione ha una particolare evidenza nell’adolescente a causa della turbolenza del suo processo di crescita.

La situazione traumatica adolescenziale, che trae origine dall’incremento pulsionale di ordine psicobiologico, fa sperimentare un senso di inadeguatezza che ricorda l’arcaica Hilflosigkeit. Il neonato alla nascita è parte di un sistema interattivo madre-bambino; l’adolescente invece si trova di fronte a richieste del mondo esterno, spesso dissonanti con i suoi bisogni, e riattiva di conseguenza quella modalità relazionale narcisistica che all’inizio della vita ha rappresentato la salvezza.

L’apporto della relazione narcisistica – investita ed esperita prima di essere percepita – è presente nelle tracce mnestiche, testimoni di tale relazione e produttrici, nella loro riattivazione, del transfert narcisistico (1).

La relazione narcisistica prende le mosse da quel “narcisismo” che non è inquadrabile solo nelle prime fasi dello sviluppo, ma rappresenta un vero e proprio funzionamento psico-affettivo: ci riferiamo al funzionamento teso all’erotizzazione di sensazioni, intensamente piacevoli o spiacevoli, sperimentate e rimaste come tracce irrappresentabili. Si tratta dell’uso di tracce mnestiche in cui l’oggetto non è riconosciuto in forme rappresentative, ma ha il valore di significante affettivo.

Ripensando Freud, riteniamo che il passaggio tra traccia mnestica e rappresentazione di cosa segua un percorso clinicamente decifrabile, solo in via indiretta. Infatti la traccia mnestica è diversa dalla rappresentazione di cosa; Freud (1915) sostiene che la rappresentazione di cosa consiste in “un investimento, se non delle dirette immagini mnestiche della cosa, almeno delle tracce mnestiche più lontane che derivano da quelle immagini” (p. 85). La rappresentazione di cosa ravviva la traccia mnestica, consentendo a quest’ultima – che ha già un suo “importo” d’affetto – di accedere a un iniziale versante rappresentativo, anche se non verbale-linguistico.

Le tracce mnestiche in quanto tali connesse ad esperienze non allucinabili o ad aree di non significazione non sono soggette ad elaborazione psichica, non possono essere né “ricordate” né “dimenticate”, perché ciò sarebbe attinente solo al pensiero che contempla le rappresentazioni, ancorché non formalizzate. Le tracce mnestiche, fonte investita di affetti che tendono alle rappresentazioni, emergono come intense esperienze affettivo-sensoriali, piacevoli o spiacevoli, e precipitano nella reificazione della relazione narcisistica.

Si tratta di tracce mnestiche relative ad aspetti traumatici, dove la violenza e l’enigmaticità del bisogno pulsionale, scisso dalla rappresentazione, orienta le caratteristiche dell’individuo e il suo destino. A questo proposito potrebbe essere interessante interpretare la Verleugnung di Freud (1938), descritta come “diniego delle percezioni insopportabili”, tipico delle psicosi e del feticismo, come difesa dalla formazione di un troppo doloroso “apparato per pensare i pensieri”. In tale ambito la mancanza di distinzione fra soggetto e oggetto impedisce la formazione del pensiero e il riconoscimento del funzionamento psichico.

L’Io ideale e le vicissitudini del transfert narcisistico

La relazione narcisistica primaria può essere considerata anche come una metafora della sostanziale esigenza dell’inconscio e della spinta pulsionale originaria, per loro natura irrappresentabili e atemporali. Da tale relazione emergono normalmente due filoni di sviluppo narcisistico: un primo, connesso all’Io ideale, in qualità di referente intrapsichico; un secondo implicato nel dipanarsi della relazione narcisistica e che si ripresenta nel transfert narcisistico, secondo le prospettive del narcisismo di “vita” e di quello di “morte”.

L’Io ideale è generato dalle consonanze e dalle sintonizzazioni di sensazioni, pulsioni e oggetto, in qualità di coaguli senso-motori dell’esperienza di contatto, per esempio, fra la bocca e la caratteristica complementare dell’oggetto materno, il seno. La sensazione affettiva elementare dell’”incontro” bocca-capezzolo costituirà, in questa accezione, una specifica serialità di tracce mnestiche attorno alla quale si possono organizzare i processi di fantasmatizzazione (2). In tal modo l’Io ideale è mantenuto nelle condizioni di irrappresentabilità, garante pre-verbale della peculiare caratteristica della originaria relazione narcisistica del soggetto col nucleo dinamicamente attivo, ma irrappresentabile, del contatto materno. Le tracce mnestiche non rimovibili consentono la custodia della relazione primaria, vettore della ricerca, nella relazione d’oggetto, della beatitudine narcisistica.

Nell’analisi la relazione narcisistica coesiste con la relazione oggettuale. Se il transfert narcisistico invade troppo la relazione finisce col pervertirla, così come l’Io ideale eccessivamente erotizzato, troppo basato sull’eccitamento, travolge la relazione d’oggetto, aggredendo e sovvertendo il significato della dualità.

È per questo che nell’analisi degli adolescenti e dei disturbi narcisistici della personalità non ha senso dire se occorre fare o meno uso del transfert. Bisogna piuttosto vedere quale transfert è in gioco e di quale “funzione” psichica si tratta quando l’apparato psichico non è differenziato.

Per l’analista trovarsi di fronte alla ripresentazione delle tracce mnestiche quale situazione affettiva elementare non rappresentabile significa mettere in gioco il proprio nucleo narcisistico ed essere disponibile all’identificazione con un affetto, in grado di avventurarsi oltre i limiti della rappresentabilità. Facciamo riferimento all’espressione bioniana di “pensiero non pensato”, corrispondente a un affetto che incarna la fusione sé-altro, interno-esterno. Tale affetto contiene in nuce la relazione che resta irrappresentabile finché non c’è un apparato per pensare e per vivere rappresentativamente la relazione. Lo stesso Freud (1915) sostiene che “…un affetto non si esprime fintantoché non è riuscito a conquistarsi qualcosa di nuovo che lo rappresenti nel sistema C” (p. 63).

Nella nostra prospettiva, nel corso del processo analitico, di fronte all’emergenza del transfert narcisistico, questo “qualcosa di nuovo” è la disponibilità dell’analista a funzionare come decodificatore del vissuto affettivo-sensoriale e perciò come donatore di senso a ciò che di per sé si connoterebbe soltanto in maniera elementare, piacevole o spiacevole. Ci riferiamo alla capacità dell’analista di elaborare psichicamente dentro di sé il confuso nucleo narcisistico del paziente. L’analista diventa “depositario” (Bleger, 1967) di tale nucleo in lui proiettato che interagisce con i suoi propri nuclei dove opera una analoga indifferenziazione. Questo è per il setting mentale dell’analista una perturbazione che mette in risonanza tutti i suoi livelli di funzionamento. Difensivamente l’analista elabora una risposta psico-linguistica nella quale i riscontri affettivo-sensoriali, le rappresentazioni di cosa, si integrano in una rappresentazione verbale: in questa confluiscono, come area comune, le emozioni di analista e paziente. Entrambi concorrono alla formazione di un’area psichica indifferenziata, quale testimonianza vivente della possibile ricostituzione di un legame che, a partire proprio da sensazioni comuni (area fusionale), significa e prospetta allo stesso tempo la dualità e l’alterità tramite una funzione di reverie. Diventare ricettacolo psichico e somatico dell’informe protomentale che si agita nel paziente comporta per l’analista vivere, lavorare psichicamente ed elaborare il proprio se stesso informe e indifferenziato. In questi ambiti relazionali l’analista dovrà non tanto restituire rappresentazioni già “pensate”, quanto mettere in forma affetti – e gli oggetti ai quali questi sono correlati – col paziente, costruendo cioè qualcosa assieme a lui e per lui, nell’area simbolica. Si può anche rilevare come qui l’analista si accolli il compito di incarnare un oggetto, anch’esso investito dal paziente nel transfert narcisistico prima di essere percepito nella sua funzione, che sia in grado di dare un senso all’esperienza libidico-emotiva dell’area relazionale comune, emergendo come oggetto sottratto all’intossicante potere delle emozioni” (Bion 1965). In senso forte si può dire dunque che compito dell’analista in tali casi è analizzare affettivamente, recuperando una quota rappresentativa verbale, il sentire che l’altro genera in lui; l’analista può così far vivere al paziente l’esperienza vitale di essere per la sua parte – autentico generatore di pensieri.

Intendiamo riferirci a quell’area relazionale narcisistica (3) presente in nuce già nel Freud della “barriera protettiva contro gli stimoli” e del “sistema P-C”. Lo sviluppo del pensiero freudiano ci conduce a Bion (1962) e ai concetti di “barriera di contatto” e di “reverie”; a Bleger (1967) e al “nucleo agglutinato” che noi interpretiamo come area fusionale in cui persistono coaguli indifferenti di sensazioni-affetti e di soggetti-oggetti; alla Tustin (1981) che parla di stadio degli “oggetti sensazioni”, incentrati sul corpo, in cui l’altro è sperimentato appunto come oggetto-sensazione; a Kernberg (1976) che descrive quanto, nel controtransfert, il senso di confusione e di paralisi nell’analista possa essere generato da un livello in cui la relazione, attivata dal paziente, non prevede la distinzione fra il sé e l’oggetto. In questi ambiti non è ipotizzabile una rappresentazione esprimibile in parole, né memorizzabile, come immagine formalizzata. Si può pensare a stati emotivi diffusi; qualcosa che ha l’indeterminatezza del fantasma, conglomerato di affetti oltreché di oggetti-sensazioni, e che stimola l’analista a elaborare pensieri.

Dobbiamo considerare, ci avverte Freud (1911), che “il punto di partenza” del pensiero consiste “ ... in quei processi psichici inconsci… più antichi, primari, residui di una fase di sviluppo nella quale essi costituivano l’unica specie di processi psichici...” (p. 454) per i quali il bisogno (attinente al sé) non è disgiungibile dalla soddisfazione (esperita dal sé, ma ottenuta tramite l’altro). Freud (1899) nella “Traumdeutung” nel riconoscere al sogno il carattere di soddisfazione allucinatoria del desiderio che presuppone una “disillusione”, un’assenza, fonda una concezione del pensiero che Bion (1962) svilupperà come pensiero onirico. Tale genesi onirica del pensiero, al di là della distinzione esistente fra processi primari e secondari, valorizza una permeabilità conscio-inconscio, soggetto-oggetto, interno-esterno che si ritrova nel transfert narcisistico.

Questo transfert, e il gioco transfert-controtransfert che ne deriva, impongono quindi l’elaborazione di stati sensoriali diffusi, pre-oggettuali, cioè non riconducibili alla differenziazione soggetto-oggetto, e pre-rappresentativi. Tali stati sensoriali, intesi come concorso di strutture psico-biologiche e di afferenze “esterne”, è eminentemente luogo di frontiera, di transizione fra l’organismo e l’ambiente, altro dalla riconoscibile differenza fra interno ed esterno e fra soggetto e oggetto.

Là dove lo spazio della relazione si restringe al transfert narcisistico, all’analista è richiesto di diventare un “sognatore”, disponibile a ricevere le identificazioni proiettive di aspetti del paziente per questi intollerabili e a elaborarli nel controtransfert.

L’importanza della genesi onirica del pensiero, quale vera e autentica ontogenesi della relazione che riprende anche la filogenesi (vedi le competenze psico-biologiche e linguistiche innate del bambino), diventa per l’analisi fondamentale allorché ci si imbatte in pazienti che non riconoscono la sofferenza psichica perché sono quella sofferenza; cioè quei pazienti per cui la sofferenza è parte costituente dell’unica identità possibile, dove l’esperienza della soggettività è esclusa. Perché lo sviluppo riprenda è necessario che l’analista tolleri di ritornare emotivamente a quell’origine informe, luogo psichico indifferenziato, sospendendo per il tempo necessario la conoscenza.

La disponibilità dell’analista a giocare nella relazione anche il proprio nucleo psichico indifferenziato diventa una conditio sine qua non. Col recupero della capacità di emergere dal “bagno” di affetti-sensazioni, egli offre al paziente, formulando nuovi legami tramite il proprio rimando rappresentativo, un’opportunità di cambiamento. Infatti “il passaggio dall’opzione O (Bion) alla formazione del pensiero ha come tramite la natura stessa del legame tra rappresentazione di cosa e rappresentazione di parola, potendo la prima avere a che fare con ciò che il bambino affida alla madre, e la seconda con il risultato di ciò che la madre trasforma e restituisce al bambino” (Giaconia e Racalbuto 1990, 62). A sua volta, la natura del legame fra rappresentazione di cosa e di parola dipende dalla possibilità di recuperare nella prima la quota libidico-emotiva del rappresentante psichico proprio del bambino che chiede (ad esempio il fantasma della fame) e dalla ricchezza affettiva con cui la madre precisa e sintonizza la risposta. Si qualifica così affettivamente una relazione d’oggetto che apre lo spazio della dialettica soggetto-oggetto. L’analista riconosce e testimonia tale spazio, offrendo al paziente un luogo mentale e affettivo che ospiti “realtà” non ancora integrabili.

C’è il pericolo che l’analista esprima qualcosa che riguarda solo se stesso nel caso in cui nella risposta controtransferale cada nell’equivoco di identificarsi soltanto con il nucleo narcisistico. Così va letta, a nostro avviso, l’affermazione di Bion (1974): “Le interpretazioni analitiche che sono stimolate dal controtransfert hanno molto a che fare con l’analista. Se l’analizzando è fortunato hanno qualcosa a che fare con lui. Prima o poi un’analisi basata sul controtransfert finisce in un disastro, o comunque fallisce perché tutte le interpretazioni hanno molto a che vedere con l’analista e poco e a che vedere con il paziente” (p. 317). Quanto affermato da Bion, valido in ogni situazione clinica, lo è tanto di più nell’ambito di cui ci occupiamo.

In queste situazioni l’analista ha il difficile compito di mantenere un atteggiamento di attesa. finché il paziente non gli fornisce un indice, verbale o non verbale, del suo stato emotivo. L’analista sente tale indice come stimolazione a rappresentare l’area comune in gioco. Solo in quel momento è possibile formulare una corretta interpretazione.

Gli aspetti affettivo-sensoriali connessi a nuclei indifferenziati soggetto-oggetto e pulsione-relazione si ritrovano dunque in particolare nelle dinamiche transferali narcisistiche del trattamento degli psicotici, dei borderline, dei pazienti psicosomatici, delle “personalità infantili” oltre che in quello dell’adolescente.

La comprensione e l’elaborazione delle dinamiche transfert-controtransfert nell’area narcisistica implica il riconoscimento delle difese che il paziente mette in atto. Le difese adolescenziali in particolare non possono prescindete dalla situazione traumatica che l’adolescenza comporta: l’incremento pulsionale di ordine psico-biologico e il vissuto di inadeguatezza simile, come già abbiamo detto, all’arcaica Hilflosigkeit del neonato. Non si tratta di una fantasia perché tale vissuto è fondato sull’identità di percezione e sulla memoria inconscia.

Pensiamo che la memoria inconscia riattivi tracce mnestiche “pure”, che facilitano l’accesso ai conglomerati affetti-sensazioni, soggetti-oggetti, mentre la fantasia, anche inconscia, implica un grado di funzionamento psichico, di capacità rappresentativa che è ipotizzabile come après coup, rispetto a stati affettivo-sensoriali diffusi.

La regressione narcisistica dell’adolescenza mette in risonanza quel nucleo arcaico che interagisce nel processo difensivo, in maniera tale che l’adolescente ne sperimenta il piacere o l’angoscia. Tale nucleo può rappresentare la matrice nella formazione dell’io ideale; oppure può dare luogo alla relazione tirannica e a un’elaborazione fantasmatica secondaria che ne permette la proiezione sul mondo esterno, o ancora a un ancoraggio al corpo che esprime biologicamente gli affetti. Si dà anche il caso che nel corso del processo difensivo la periferia del nucleo interagisca con la realtà esterna, concretizzandosi in un guscio: conglomerato sé-altro da sé.

Non si tratta di una stabile formazione psichica, bensì di un meccanismo psichico che usa elementi di realtà propria e altrui per erigere una difesa dalle perturbazioni che la discontinuità del rapporto con l’oggetto impone: ciò che viene difeso è l’aspirazione a realizzare una continuità narcisistica.

Il materiale clinico (4)

Vengono esposti soltanto i dati necessari alla comprensione della situazione clinica che ci interessa illustrare.

A. è una ragazza di 24 anni, nata gravemente prematura. Ha vissuto in un’incubatrice per un lungo periodo; due traumi quindi fin dall’inizio della vita. In fase avanzata dell’analisi descriveva le separazioni dall’analista come uscire dall’incubatrice.

Nell’adolescenza ha manifestato dapprima disordine nel comportamento sessuale e dipsomania, poi bulimia.

Nell’analisi per lungo tempo la paziente non ha parlato del sintomo bulimico, benché la grassezza fosse resa più evidente da un abbigliamento vistoso. Verbalmente comunicava la sua angoscia, la paura dei mostri che “vedeva” particolarmente di notte negli angoli della sua stanza, avendo coscienza che si trattasse di allucinazioni.

Aveva stabilito fin dall’inizio un rapporto di fiducia, e aveva idealizzato la mia immagine che portava con sé nell’intervallo tra le sedute. Comunicava sogni, associazioni, parlava degli accadimenti quotidiani, dei suoi pensieri.

Tutte le interpretazioni erano accettate e stimolavano la paziente a collegamenti con vicende del passato, o a situazioni che fino a quel momento erano apparse oscure. Era contenta, sentiva di fare nuove acquisizioni che le davano soddisfazione e serenità.

Del tutto opposto era il mio vissuto controtransferale. Mi sentivo insoddisfatta e preoccupata perché contrariamente alle apparenze la paziente mi teneva lontano da sé.

Mi resi conto allora che la fonte di soddisfazione della paziente derivava proprio dal creare una rete di isolamento nelle cui maglie si intrecciavano il suo stesso materiale e le interpretazioni. Una sorta di ripetizione della sua coltre di grasso, di cui io stessa diventavo parte.

Pensai che la paziente creasse questo guscio duro per difendere un tenero nucleo narcisistico ove conservava una idilliaca relazione di tipo fusionale con l’immagine materna buona, la mia immagine idealizzata.

I fantasmi divoranti erano proiettati all’esterno come mostri nelle stanze, squali nel mare, nella piscina, nella stessa vasca da bagno se l’acqua era un po’ più abbondante.

I miei tentativi di promuovere in lei un riconoscimento e un’integrazione urtavano rimbalzando contro il guscio della sua struttura psichica: essi dovevano restare estranei sia all’analista che a lei.

Inserii questa situazione in un modello grafico pre-esistente nella mia mente.

immagine giac

Ad un certo momento A. parlò del suo corpo prima dell’ingrassamento. Allora era molto bella. Me la rappresentai come l’immagine patinata di una rivista femminile, avendo la sensazione che anche la paziente avvertisse un senso di freddezza e di estraneità.

A. parlava di questa sua immagine come di una trappola acchiappa-ragazzi; in realtà stava con l’uno e con l’altro scartandoli rapidamente come oggetti consumati. Si innamorò infine di un compagno; soffriva ad ogni separazione in modo intollerabile e divenne così soffocante da spaventarlo, al punto di fargli troncare la relazione.

Capì nell’analisi di avere usato il corpo per ristabilire una continuità narcisistica con l’altro. Paragonò la rottura della relazione all’uscita dall’incubatrice.

Esprimeva l’angoscia di separazione anche con fantasie che riguardavano la vagina, dalla quale potevano uscire i contenuti del corpo. Poiché emotivamente in tale ambito non distingueva la mente dall’immagine del corpo e dal corpo fisico, temeva insieme la morte psichica e la morte biologica da cui si proteggeva con il suo guscio.

La paziente avvertiva un forte legame con me: il guscio doveva quindi difenderla anche dalle separazioni che la terapia comportava.

Presa in considerazione questa difesa A. riuscì a sentire la fiducia in me riconoscendo la mia funzione terapeutica e contenitiva; ciò mi permise di entrare in contatto con una bambina affamata e rabbiosa in pericolo di vita.

Il guscio si trasformò in una membrana talora permeabile, tal’altra impermeabile. La paziente poteva proiettare su di me la madre che l’accusava di averla, nascendo, quasi uccisa, e si sentiva piena di odio. Riportando però questi sentimenti nell’interpretazione di transfert, il guscio si richiudeva. Questo mi indusse una maggiore mobilità interpretativa: bisognava rispettare il guscio.

Mi resi ben presto conto che la pubertà aveva riattivato nella paziente il trauma della nascita o dell’uscita dall’incubatrice, che la vagina era per lei omologa alla grande bocca svuotante, che A. si attendeva di essere svuotata (identificazione proiettiva), come aveva svuotato la madre e, nel transfert, l’analista (in quel momento la paziente vedeva tra la madre e l’analista molte somiglianze: entrambe magre, lo stesso stile di abbigliamento; lo studio dell’analisi e la casa materna avevano gli stessi colori).

Se interpretavo la difficoltà ad accettare l’odio per l’analista sentita come madre svuotante, A. rispondeva: “non è vero, io le voglio molto bene, lei è buona e paziente con me”. Compresi, e in tal senso interpretai, che la paziente poteva accettare la “bontà” dell’analista perché lei stessa aveva fatto esperienza di una buona relazione materna (la relazione con la balia); aveva quindi sufficiente fiducia da depositare nell’analista una bambina avida e svuotante, confusa con una madre moribonda.

Non sono stati riferiti molti elementi e della storia e del trattamento; sono stati invece riportati quelli che riguardavano la relazione transfert-controtransfert, relativa al nucleo narcisistico, e il rapporto di questo con il trauma della pubertà che, almeno in questo caso, riattivava il trauma precoce della separazione.

Possiamo dire che le interpretazioni sulla funzione del guscio, di cui accettavo di essere parte, entravano in quel tipo di transfert che altrove è stato indicato con il termine di transfert riflessivo (Giaconia 1989) (5).

Si ritiene che proprio queste interpretazioni perturbassero l’assetto difensivo, non solo nella paziente ma anche nell’analista. Era infatti possibile uscire dall’impasse accettando di accogliere quel confuso nucleo narcisistico che A. depositava in me, qualcosa che aveva a che fare con una bocca-capezzolo che si divoravano reciprocamente e che attraverso un’elaborazione che passava per la mia mente poteva trovare una rappresentazione diversa dai mostri nella stanza, dagli squali e dalla bulimia.

La paziente prese a scherzare sulle sue fantasie cannibaliche nei miei confronti. Io ero emotivamente implicata e avevo un vissuto di affetto e di sgomento assieme; si trattava di fantasie evocative di giochi infantili che pur tuttavia provenivano da una ragazzona grande e grossa che faceva confusione fra concreto e astratto.

Tali fantasie mi turbavano perché la mia risposta emotiva derivava da un livello in cui vigeva la stessa confusione. Era importante capire però che per rinunciare al guscio A. doveva essere certa della mia capacità di identificarsi all’affetto che lei viveva.

Solo così era possibile redigere la storia antica che si svolgeva tra me e la paziente.

Viene adesso riportata una seconda esemplificazione clinica tratta dal materiale analitico della stessa paziente in un momento più avanzato dell’analisi.

In una seduta A. iniziò parlando della dipendenza economica dai genitori, che peraltro gliela facevano pesare. Viveva tutto ciò come una tirannia. A. confessò anche di avere problemi a fare i conti. Riusciva a farli soltanto dopo avere speso il denaro che i genitori le assegnavano; aveva anche speso la quota destinata al pagamento dell’analisi.

Riuscivano difficili le normali operazioni aritmetiche a lei che non aveva mai avuto problemi scolastici con la matematica. Fece un lapsus: “Non riesco nemmeno a fare 4-4 = 8”. Interpretai che A. voleva tiranneggiarmi, spendendo il denaro destinato all’analisi, come i genitori tiranneggiavano lei. Voleva farmi sentire l’umiliazione e l’impotenza, di fronte alla sua onnipotenza matematica.

A. divenne triste e sconsolata; diceva “non posso uscire da questo rapporto tirannico”. Io ero infastidita da un inutile pensiero che non riuscivo a scacciare: “perché mai non le veniva in mente di fare un piccolo lavoro, pur avendone ampie possibilità?”. Le posi il problema, principalmente per liberarmene. A. ebbe un moto di sollievo. Divenne chiaro ad entrambe che aveva proiettato in me quella sua piccola parte ancora fragile, che sentiva di potersi separare e crescere, mantenendo una buona relazione. Questo binomio poteva salvarsi dalla tirannia, soltanto a patto di proiettarlo nell’analista: soltanto dopo che le fu formulata la domanda la paziente riconobbe il suo desiderio. Controtransferalmente l’analista si sentiva come la mamma presso la quale il bambino cerca conferma prima di mettere in atto una nuova acquisizione.

Un’altra paziente, B., sebbene molto diversa dalla precedente, propone analoghe situazioni transferali. Si tratta di un’adolescente che aveva molto sofferto nella prima infanzia, per la separazione dalla madre. Dall’età di tre mesi era stata affidata alla nonna; i genitori le facevano brevi visite. Soffriva di dermatite, si graffiava fino a sanguinare, era triste e piagnucolava. Ricordava che, un po’ più grande, la nonna le aveva raccontato che la madre non avrebbe voluto lei, ma un figlio maschio; anche il nonno, sebbene affettuoso con lei, prediligeva il cuginetto coetaneo. Ritornò finalmente a casa, poco prima dell’inizio della scuola elementare. Senza vicende salienti giunse fino a 13 anni, epoca in cui rifiutò la scuola: la marinava per giorni e giorni restando chiusa in casa all’insaputa dei genitori che erano entrambi al lavoro. Desiderava avere successo con i ragazzi, ma respingeva chiunque l’avvicinasse.

La pelle dava a B. grandi tormenti e lei la martoriava vergognandosi delle lesioni. Si sentiva molto in colpa verso i genitori che, pur essendo di modeste condizioni economiche, le permettevano di frequentare una scuola privata. Per compensarli pensava a un rapimento e un riscatto. Giunse così a commettere un atroce delitto.

La paziente è in trattamento da circa tre anni. Inizialmente si sentiva letteralmente a pezzi e aveva grandi difficoltà a riconoscersi in essi.

Era comunque più facile per lei riconoscere come proprie le situazioni in cui dominavano aggressione e odio, mentre sentiva estranee quelle che avevano a che fare con la tenerezza e i sentimenti positivi. Nonostante ciò mi suscitava simpatia e affetto.

Oggi, dopo anni di lavoro, la paziente riesce spesso a mantenere la posizione depressiva.

Recentemente B. ha portato un sogno in analisi: si trovava insieme a dei compagni in visita a un castello. Stavano per partire, ma prima si doveva salutare il padrone di casa ed ella, aveva paura. Entrò in una grande sala, il signore era gentile, ma il suo aspetto la turbava. C’era odore di sangue.

Le associazioni che seguirono furono: il signore faceva pensare a Nosferatu, di Kinski, a Marlon Brando. L’unica volta che B. ha sentito odore di sangue fu “quel giorno” (il giorno del delitto). Sentì nostalgia per il paese natale. Ricordò un sogno infantile nel quale il papà uccideva una strega che la teneva prigioniera e la liberava.

B. tacque a questo punto pensosa.

Il sogno è certo il frutto di un lavoro onirico, di spostamento e di condensazione, e sembra mostrare che importanti integrazioni la paziente le ha fatte; controtransferalmente sentii che non era in quel momento importante interpretare il contenuto del sogno, quanto offrire alla paziente un contenitore per una realtà interna non ancora integrabile. Interpretai: “Lei non riesce a tollerare di avere dentro di sé un assassino, vuole che io assuma per lei questo compito”.

B. disse: “Se lei se la sente per me sta bene”. La paziente poteva tollerare la parte di sé identificata al padre che uccide la madre e i suoi bambini; doveva trovare una mente che la ospitasse e se ne prendesse cura.

Se avessi fatto un’interpretazione di transfert, assumendo su di me il padre assassino, forse la paziente si sarebbe congedata dall’analisi con un allontanamento difensivo come nel sogno; altrettanto si presume sarebbe avvenuto se avessi seguito il filone del castello-analisi. Il sogno recente mostrava le difese dalle fantasie espresse nel sogno infantile. Tra l’uno e l’altro c’era l’agito delinquenziale che reificava la fantasia e rendeva insopportabile la realtà psichica.

La riattivazione adolescenziale dei conflitti dell’area edipica si confondeva con un confuso e intricato nucleo narcisistico che la paziente aveva espulso con l’atto delinquenziale.

Il trauma della pubertà con la riattivazione fantasmatica offriva una possibilità rappresentativa ancorché inconscia anche all’angoscia legata ai traumi della prima infanzia, traumi che la paziente esprimeva a quell’epoca con la pelle martoriata. Ma l’intensità dell’odio di cui tali rappresentazioni erano cariche le rendevano intollerabili e avevano indotto la paziente ad agirle.

Unica difesa possibile per la paziente era rappresentata dal depositare proiettivamente il nucleo per lei inestricabile.

Una lenta e progressiva elaborazione ha permesso alla paziente di assumere la responsabilità e la colpa per l’agito delinquenziale.

Relazione narcisistica, area onirica e trasformazione

Le caratteristiche del transfert narcisistico su descritte, ritrovabili pressoché in tutti i trattamenti analitici, hanno una pregnanza maggiore nel trattamento degli adolescenti.

I fenomeni tipici dell’area relazionale narcisistica sono in parte riconducibili alla posizione schizo-paranoide – come nel caso della paziente A. – e in parte a un’area fusionale non figurabile in termini rappresentativi. Questi ultimi fanno capo a un tipo di funzionamento psichico che non fa uso della fantasia inconscia.

In tale ambito ciò che il paziente sperimenta e comunica come affetto-sensazione suona all’analista come stimolazione di affetti; questa stimolazione evoca nell’analista sia processi rappresentativi che emozioni inerenti i propri nuclei narcisistici, come accade nel caso della prima paziente. Infatti A. stimolava nell’analista l’attività rappresentativa ma anche un affetto di insoddisfazione e di “lontananza” che andava a rappresentare la “sfiducia” della paziente nella relazione e l’allontanamento dall’analista. Da qui la necessità dell’astinenza da parte dell’analista, intesa come mortificazione della pulsione a rappresentare che, se obsoleta, permette di sentire vivo il nucleo narcisistico e di comprendere il suo funzionamento. Per renderne partecipe il paziente l’analista deve usare la comunicazione verbale: ciò potrebbe apparire come una situazione di impasse insuperabile.

Nel caso di A. controtransferalmente l’analista coglieva nei propri affetti il senso di morte che derivava dal diniego da parte della paziente dell’attacco alla relazione oggettuale e della sua stessa angoscia. L’analista viveva sia la mortifera paralisi del guscio sia l’ideale fusione narcisistica: l’oscillazione ha le emozioni di segno opposto che ne derivavano permetteva di riconoscerne il legame e di interpretare l’aspetto difensivo ignoto alla paziente.

La condivisione del vissuto di perfezione narcisistica, ma anche la coscienza del fallimento della reificazione del guscio, forzavano l’analista a ricercare, insieme alla paziente, la via relazionale. Proprio l’oscillazione affettiva fra il vissuto di perfezione narcisistica e quello del fallimento relazionale connesso al guscio suggeriva la gradualità nel fornire alla paziente espressioni verbali che non tradissero il sentire soggettivo “ideale” di A. e non la esponessero troppo alla rottura prematura e angosciosa del suo “guscio” difensivo o ad una eccessiva “lontananza”: nel suo funzionamento psichico affettivo-sensoriale espressioni tipo “lei chiude le mie parole in un reticolo che è tutt’uno con il suo grasso” erano sentite dalla paziente anche nella loro realtà corporea. Il piacere di essere capita e la gratitudine mettevano in crisi la difesa del guscio e generavano una diversa fiducia nella relazione.

Nel secondo episodio che riguarda la stessa paziente, in epoca successiva alla prima, l’analisi del transfert negativo rendeva possibile la proiezione nell’analista di un nucleo relazionale “buono” ancorché fragile. Il riconoscimento affettivamente investito da parte dell’analista di un desiderio di crescita di A. e la sua formulazione in parole permisero alla paziente di integrarlo.

In entrambi i casi l’elaborazione del controtransfert ha assolto principalmente, in accordo con Ogden (1991), la funzione di “monitor” . Tale funzione ha fornito all’analista la traccia della resistenza della paziente a vivere la relazione. Infatti nella prima situazione clinica la relazione transferale negativa impediva il vissuto di una relazione oggettuale seppure allo stato larvale: relazione di carattere narcisistico, in quanto nascente nell’analista attraverso identificazioni proiettive, comunicazioni di stati affettivo-sensoriali.

Ci sembra quindi che la dinamica psichica ci fornisca un indice di lettura della relazione narcisistica oscillante fra morte e vita: a un estremo la reificazione mortifera e l’idealizzazione, spesso sotto le sembianze dell’erotizzazione affettivo-sensoriale, all’altro l’identificazione proiettiva nei suoi caratteri comunicativi e vitali che si appoggiano alle competenze madre/bambino, contenitore/contenuto.

Anche la relazione analitica è caratterizzata dallo specifico della natura umana che è tale da usare tutte le componenti che la costituiscono per promuovere sia la vita che la morte. L’aspetto mortifero e collusivo con le istanze distruttive del paziente può essere ritrovato laddove l’analista si faccia condurre da una motivazione interpretativa “causale”, piuttosto che da un’attitudine astinente e tollerante che recupera poi eventuali interpretazioni propositive. A questo proposito sembra illuminante ciò che Bion (1965) dice in merito all’interpretazione “cause”, laddove la “causalità”“ è costrittiva, e in quanto tale falsificante; nell’area relazionale narcisistica, più ancora che altrove, non si tratta infatti di usare parole che comportino un cambiamento nell’ambito del “sapere” quanto soprattutto nel “modo di essere”.

Nel secondo caso clinico, quello di B., l’area narcisistica riguardante la situazione transferale aveva lo scopo, nell’intergioco transfert-controtransfert, di aiutare la paziente a formare un suo proprio contenitore mentale per rendere tollerabile la colpa che il raggiungimento della posizione depressiva la portava a sperimentare.

In queste occasioni si tratta di offrire un contenitore che eserciti al contempo una funzione “para-eccitatoria” nei confronti di una realtà interna del paziente non ancora integrabile. A tali livelli le restituzioni” alle comunicazioni del paziente non riguardano tanto i contenuti e le rappresentazioni che esse veicolano quanto la modalità affettiva di funzionare come “contenitore” psichico. Questo funzionamento dell’analista è comunicato attraverso le modulazioni affettivo-verbali più appropriate allo specifico momento relazionale.

L’astinenza dalle rappresentazioni verbali apre, nel mondo interno stesso dell’analista, un “vuoto” rigenerativo, una condizione insatura vitale.

Ipotizziamo che il riferimento dell’analista al proprio Io ideale gli permetta di sperimentare la vasta gamma di situazioni narcisistiche insature e in quanto tali mai soddisfacenti; pensiamo che dalla disponibilità affettiva a tale sperimentazione l’analista sia quindi spinto a coltivare l’aspirazione relazionale a quel punto sentita come strumento di vita psichica, capace di integrare e di inserire nella vita anche le esperienze di morte (simbolica).

L’area onirica, sospesa tra narcisismo e relazione d’oggetto, tra limite della conoscenza e fonte di vita, è quindi l’area in cui il funzionamento Psichico, come autentica “genesi del pensiero” (Bion) trova la libertà creativa.

Sommario

Secondo gli AA. la relazione narcisistica prende le mosse da quel “narcisismo” che non è inquadrabile solo in senso temporale in relazione alle prime fasi di sviluppo, ma che rappresenta un vero e proprio funzionamento psico-affettivo, sensorialmente erotizzato. A questo funzionamento psichico è sotteso l’uso di tracce mnestiche come fonte investita di affetti che tendono alle rappresentazioni.

Di fronte alla presenza nel transfert di tali modalità esperienziali all’analista non resta che essere disponibile all’identificazione con un affetto, da cui elaborare, nei tempi appropriati, delle rappresentazioni verbali affettivamente significative.

Viene presentato del materiale illustrativo in cui appare evidente che l’elaborazione di tale tipo di controtransfert fornisce all’analista la traccia della resistenza narcisistica del paziente. L’assunzione di tale “traccia”, di per sé lontana dalle rappresentazioni verbali, apre nel mondo interno dell’analista un “vuoto” generativo, una condizione insatura vitale. In tale transitoria astinenza dalle rappresentazioni verbali si situa l’area onirica, sospesa fra narcisismo e relazione d’oggetto, come autentica arca generativa del pensiero.

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Lavoro pubblicato su Rivista di psicoanalisi, 1993 - 3, pp. 405-426

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(1) Ricordiamo che la “traccia mnestica” non è la registrazione del “ricordo”. Freud (1895) nel Progetto la svincola dagli oggetti, sostenendo che non c’è somiglianza tra oggetti e tracce mnestiche. Queste costituirebbero piuttosto un “sistema” di “facilitazioni”, in base al quale una “via” (per esempio quella più rispondente al soddisfacimento) viene seguita a preferenza di un’altra. Tale sistema è responsabile delle modalità con cui si stabiliscono i legami tra tracce mnestiche e quindi del “recupero” di modalità relazionali narcisistiche. Facciamo riferimento alle “tracce mnestiche” non come a una verità conoscibile, ma come a un’ipotesi di lavoro ricavata in via deduttiva.

(2) Pensiamo che ciò che è depositato in noi come tracce mnestiche sia in continuo movimento, come un pulviscolo atmosferico sottoposto a sollecitazioni chimico-fisiche, e dia origine a riedizioni mutevoli significanti i vari momenti della vita, in relazione agli incontri che si verificano. Si tratta di incontri come esperienze interne ed esterne in relazione tra di loro sotto la guida degli affetti.

(3) Parliamo di area relazionale narcisistica riferendoci a un concetto di narcisismo “primario” in senso funzionale piuttosto che temporale.

(4) I due casi che seguono sono in trattamento con Giovanna Giaconia. Il primo è un caso di analisi a quattro sedute settimanali. Il secondo riguarda una psicoterapia a due sedute settimanali di una paziente in una istituzione non carceraria: di questa terapia è impossibile fornire ulteriori dettagli per motivi di discrezione.

(5) Per transfert riflessivo si intende quel transfert che, tra l’erotizzazione degli stati affettivo-sensoriali comprendenti sia il sé che l’oggetto inglobato e l’idealizzazione identificatoria con l’oggetto, permea la relazione narcisistica analitica. Si tratta di un derivato dell’Io ideale, comprendente una varietà di registri libidici e aggressivi, proiettivi e introiettivi.

 

 

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