Giovedì, Agosto 17, 2017
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L'invenzione di un pensiero dal versante somatico della relazione transferale

Carla De Toffoli, 1991

 

 

“Forse noi siamo qui per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti,

finestra;

al più: colonna, torre… Ma per dire, comprendilo bene oh, per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, nell’intimo, mai intendevano d’essere.

(…) passano, ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più di tutto”.

(R.M. Rilke, Elegie duinesi)

 

Verso la fine del 1890 Freud scriveva a Fliess che non desiderava assolutamente lasciar vagare l’elemento psicologico nell’aria senza basi organiche. Ma oltre alla convinzione non aveva niente né di teorico né di terapeutico su cui fondare il suo lavoro, e così doveva operare come se si trovasse in presenza di fattori esclusivamente psicologici. Esprimeva però la speranza che la sovrastruttura dottrinaria della psicoanalisi un giorno potesse essere collocata sulla sua base organica (Freud 1887-1902).

Chi cento anni dopo si avvicina al “misterioso salto” mente-corpo mosso dallo stesso desiderio, non si trova certo di fronte ad una questione teorica risolta. Si trova però notevolmente avvantaggiato rispetto a Freud sul piano della pratica clinica per l’approfondimento del pensiero psicoanalitico sui livelli precoci di sviluppo e di comunicazione, con il conseguente avvicinamento al luogo d’origine dei fenomeni psichici. C’è inoltre una maggiore consapevolezza degli aspetti transferali e controtransferali nella loro natura prevalentemente non-verbale. Il progresso della ricerca scientifica nel campo della neurofisiologia, della biochimica e delle reazioni immunitarie ha portato inoltre una trasformazione radicale dei concetti di conoscenza e di verità, soprattutto grazie al riconoscimento esplicito che il processo e l’oggetto del conoscere non possono essere separati, cosicché ora sappiamo di poter accedere a un particolare tipo di verità, in relazione ad un particolare metodo ed agli strumenti usati.

Il cammino percorso dalle varie discipline di pensiero in questi anni è confluito quindi in una trasformazione del contesto culturale in cui il pensiero psicoanalitico si muove, che consente di riformulare l’interrogativo di Freud in termini del tutto nuovi.

Secondo Lorenz (1983) la sola ipotesi sostenibile dal punto di vista della teoria evolutiva della conoscenza è che corpo ed anima, eventi fisiologici ed eventi emozionali, non siano altro che il medesimo processo reale, del quale noi abbiamo esperienza – come la materia e l’energia, l’irraggiamento corpuscolare e le onde elettromagnetiche – attraverso due modi di conoscere indipendenti e incommensurabili. Egli sostiene che la parete divisoria che separa i processi fisiologici oggettivi e l’esperienza soggettiva dell’individuo esiste stranamente solo per il nostro intelletto, non per i nostri sentimenti.

Come vedremo più avanti, queste affermazioni trovano numerose convergenze nel pensiero psicoanalitico. Gli analisti che si occupano di psicosomatica hanno spesso rivisto il loro assunto iniziale in questa direzione, criticando il concetto stesso di psicosomatica, in quanto allude a due realtà sostanzialmente diverse, che poi verrebbero ad interagire in alcuni casi. Mi sembra che una formulazione soddisfacente della questione sul piano teorico non sia stata raggiunta: mi limiterò quindi a proporre come spunto di ricerca alcune affermazioni di autori diversi, per dare l’idea della complessità di un problema aperto al crocevia di varie discipline.

Nella raccolta a cura di F. Deutsch (1959), che raccoglie il punto di vista di studiosi di diverse discipline sull’argomento, Cobb ribadisce che è del tutto impossibile parlare di salto se si è convinti che la mente è l’integrazione attiva dei miliardi di cellule nervose e delle centinaia di masse cellulari del cervello vivente. La mente è l’integrazione in atto, la relazione che collega. Knapp ha l’impressione che la visione che l’uomo ha di se stesso come composto da due parti separate, la mente e il corpo, sia essenzialmente una fantasia. Similmente, per Weisman, “somatico” si riferisce alle caratteristiche osservabili dell’oggetto della percezione, mentre “psichico” riguarda le caratteristiche basate sull’esperienza del soggetto che percepisce.

Questa osservazione mi sembra avvicinabile a quella di Chiozza (1989), secondo cui la coscienza caratterizza come psichica o somatica l’esistenza inconscia in base alle modalità dell’atto conoscitivo. Da questo punto di vista ciò che è “veramente psichico” è il senso o significante di un processo, e ciò che è “veramente somatico” è la sua capacità di affiorare alla coscienza come esistente.

Secondo Ammon (1974), medico e paziente si accordano su una malattia somatica in modo da eludere il conflitto di identità che si esprime nella malattia. Solo perché è percepita come evento somatico, anonimo ed estraneo alla personalità, l’affezione fisica può essere presa sul serio.

Lasciando gli interrogativi teorici sullo sfondo come necessaria cornice, proverò a riformulare la questione secondo l’ipotesi di Lorenz nei termini seguenti: è possibile passare da un modo del conoscere all’altro all’interno dell’esperienza psicoanalitica? La mia tesi è che questo sia possibile in particolari contesti relazionali utilizzando come veicolo e tramite la risposta affettiva dell’analista, intendendo gli affetti come legame di elezione tra la psiche e il soma (McDougall 1989).

La particolare capacità di Winnicott di articolare due facce di un evento – incompatibili tra loro sul piano della logica – ci suggerisce il paradosso per occuparci di un’area che si estende con i suoi interrogativi tra due affermazioni elementari: 1) non c’è alcuna identità intrinseca tra corpo e psiche; 2) d’altra parte per avere una condizione di salute è necessario che una tale sovrapposizione divenga un dato di fatto. Winnicott ci ricorda anche che questa è una conquista che si accompagna alla capacità di usare il pronome di prima persona, e che molti non arrivano così lontano (Winnicott 1988).

Se, sul piano teorico, non è possibile unificare le ricerche sulla mente dell’uomo e quelle sul suo corpo, sul piano clinico ci troviamo necessariamente di fronte all’unità psiche-soma, e possiamo accedere al legame tra la psiche ed il corpo attraverso le emozioni. Come fa notare Soavi (1989), “(…) il linguaggio emozionale fa aderire in un modo inestricabile significati e significanti. Il linguaggio e le emozioni possono essere considerati significanti alternativi di uno stesso significato, ma i caratteri dei loro codici e le loro lingue sono profondamente diversi”.

Nei suoi lavori, McDougall (1989) suggerisce ripetutamente che gli affetti sono i legami di elezione tra la psiche ed il soma.

La trama affettiva che unisce queste due sponde dell’essere umano non può venir costruita da ognuno per se stesso, ed è ipotizzabile che inizi a tessersi fin dalla vita intrauterina come linguaggio tra la madre ed il prodotto del concepimento. Linguaggio che prende sostanza e si esprime mediante modalità di comunicazione corporea via via interpretate ed elaborate dalla madre secondo il proprio patrimonio biologico, emotivo e culturale, e ritrasmesse al feto attraverso messaggi biofisici e biochimici, e forse anche simbolizzate attraverso i sogni.

Cade qui la questione se il versante somatico delle emozioni abbia di per sé significato o scopo di comunicazione, se sia in sé sede ed origine di attività simboliche, se costituisca insomma una forma di linguaggio. Giacché non ha senso porre un’idea astratta di corpo inteso come isolato dalla propria origine e dalla propria storia. Tale corpo è inesistente, perché comunque, fin dal concepimento, esso si trova all’interno di un sistema psicosomatico di cui è parte, le cui vicende, compresi i cambiamenti evolutivi legati alla crescita, vengono percepite, intenzionate ed in qualche modo elaborate con attribuzione di significato dalla madre, che costituisce il mondo esterno per il feto e l’unica possibilità interpretativa di tutto il sistema, almeno finché e nella misura in cui il neonato non sarà in grado di sostenere ed imporre una propria rappresentazione di se stesso ed una propria interpretazione dei fatti relazionali. Tale è l’ambiente in cui il nostro corpo si è formato ed in cui abbiamo cominciato ad esistere.ù

 

 

“Guardate, mi accade che le mani mie si accorgano una dell’altra (…).

È un po’ di

sensazione. Ma per questo soltanto chi oserebbe già

essere.”

(Rilke, Elegie duinesi).

 

 

Questo articolo ha il permesso di ripubblicazione da:

 

Rivista di Psicoanalisi: 1991, 3, pp. 563-597

 

Franco Angeli: Carla De Toffoli - Transiti corpo-mente. L'esperienza della psicoanalisi, a cura di Basilio Bonfiglio, 2014, pp. 70-83

 

 

 

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