Mercoledì, Settembre 19, 2018
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Report di Andrea Fabiani su "Panorami della mente" (23 giugno 2018)

Sabato 23 giugno si è svolta la giornata organizzata dal Centro di Psicoanalisi Romano dal titolo "Panorami della mente - Psicoanalisi Architettura Paesaggio" che ha visto i tre ospiti, il Prof. Vittorio Lingiardi, lo Psicoanalista Cosimo Schinaia e la Prof.ssa Angela Barbanente, protagonisti di un appassionato dialogo sulla relazione tra psiche e ambiente.

La mattinata di riflessione, introdotta dal Dott. Meterangelis e moderata dal Dott. Lombardozzi, ha preso il via dal lavoro di Harold Searles "L'ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia" con il quale, negli anni Sessanta, lo psichiatra statunitense invitava a interrogarsi sul rapporto tra realtà psichica e ambiente non umano, ovvero tra mente e ambiente, tra interno ed esterno, considerando quest'ultimo rilevante per lo sviluppo della personalità umana nonché per la malattia psichiatrica. Il contributo di Searles mette in luce l'inadeguatezza di una visione dell'uomo limitata alla considerazione dei soli processi intrapersonali e interpersonali, "come se la razza umana fosse sola nell'universo, perseguendo destini individuali e collettivi, in un'omogenea cornice di non essere, su uno sfondo privo di forma, di colore e di sostanza" (Searles, 1960).

I tre relatori hanno offerto interessanti suggestioni e riflessioni, in una commistione di discipline e di stili che ha (ri)portato l'attenzione sul tema dell'ambiente. Stimolati anche dalle considerazioni di autori del settore come Salvatore Settis, che in un suo lavoro del 2010 definiva il paesaggio "il grande malato d'Italia", gli ospiti della giornata hanno dialogato intensamente sul dovere che accomuna le professioni di Psicoanalisti e Architetti: prendersi cura di questo nuovo malato non solo per le decadenti "forme dell'ambiente", ma per il declino molto più complesso delle regole del vivere insieme. L'invito a mantenere una certa "inquietudine" su questo tema significa, per gli autori, da una parte imparare a conoscere i paesaggi dei pazienti e, dall'altra, restituire ai cittadini il ruolo di costruttori del paesaggio.

Il confronto è stato aperto dal Prof. Vittorio Lingiardi (Psichiatra e Psicoanalista, Professore ordinario presso l'università Sapienza di Roma) che ha proposto alla sala i diversi "sentieri" che percorrono il suo ultimo testo "Mindscapes", nel quale ha creato "connessioni sotterranee" tra filosofia, politica, antropologia, poesia, letteratura, arte, neuroscienze e psicoanalisi. Sottolineando l'inseparabilità delle geografie terrestri da quelle mentali, i Landscapes dai Mindscapes, e l'importanza di avere "parecchi luoghi dentro di sé per avere una speranza di essere se stessi" (Pontalis, 1986), Lingiardi ha più volte evidenziato il fatto che i luoghi che visitiamo, viviamo, attraversiamo, sono parte del mondo reale, ma anche parte della nostra identità personale e collettiva, ovvero sono al tempo stesso "una scoperta e un'invenzione, li possiamo trovare perché sono già in noi".

L'originale idea di paesaggio descritta dall'autore si distanzia dall'idea di "panorama", cioè quella di una vista dall'alto, ma è un'idea di paesaggio "esperienziale", cioè di una vista "dal basso", dalla storia e dalla memoria, un'esperienza fisica e immersiva: "il nostro rapporto con il paesaggio non si esaurisce nello sguardo e nella contemplazione, ma implica il corpo e la partecipazione sensoriale, si carica di affetti e di memoria e diventa un elemento dell'identità". Lingiardi ha fatto notare che mentre esploriamo l'ambiente la nostra attenzione si ferma su determinati oggetti creando un territorio di "marcature affettive" che rimangono in una temporalità che comprende, da un lato, il passato in forma di memoria e, dall'altro, il futuro in forma di attesa. Dunque -sostiene Lingiardi- nella vita di ciascuno di noi sono presenti parole, cartoline, consistenze e forme che sono dentro la nostra mente come strutture psichiche e ciascuna ha un suo universo di senso e di emozioni; sono immerse nella memoria e muovono e nutrono la nostra psiche: sono i mindscapes, "paesaggi raccolti nella psiche e psiche immersa nei paesaggi".

Molto interessante il passaggio dell'autore sul concetto di bellezza: "un paesaggio è "bello" perché il suo impatto estetico, qualunque cosa sia (un paesaggio sublime, domestico, trascurato, martoriato), accende un circuito neurale che può produrre un evento psichico". Per questo motivo una definizione operativa di paesaggio non prescinde dalla bellezza, ma non si esaurisce in essa: da oggetto estetico da guardare il paesaggio diventa oggetto "neuroestetico" che viaggia nel nostro cervello, che non si ferma sulla retina o sul circuito cerebrale della visione, ma entra nei circuiti dell'amigdala e di tutte le strutture cerebrali che collegano la visione alla memoria e infine approda a una dimensione etica, cioè un paesaggio da vivere, un paesaggio legato alla salute, alla relazione, allo stare al mondo.

Tema della bellezza ripreso e collegato al tema del "conflitto estetico": citando Meltzer, Lingiardi ha evidenziato la similitudine tra volto e paesaggio (visage-paysage), descrivendo il primo incontro che il bambino ha con il volto della madre: "il neonato è sensibile alla bellezza della madre perché per lui è la bellezza del mondo e l'incontro con la bellezza materna scatena nel bambino una tempesta che porta delizia e tormento, fusione e separatezza". Una bellezza che può provocare esperienze emotive sempre nuove: "l'apparire e lo scomparire degli occhi della madre sono emozioni che passano sul bambino come ombre di nuvole sul paesaggio che gli è ignoto"; questo è il "conflitto estetico" ovvero l’impatto che la bellezza esterna della madre e la sua interiorità enigmatica hanno sul bambino; questa è la bellezza e il dolore -ha concluso Lingiardi- del paesaggio.

Ha proseguito poi il dibattito il Dott. Cosimo Schinaia (Psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training SPI) che ha presentato i temi principali del suo libro "Interno esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica".

Primo fra tutti il progressivo cambiamento delle stanze di analisi dai tempi di Freud a oggi, anch'esse paesaggi importanti per il lavoro dell'analista e del paziente. Schinaia ha descritto minuziosamente le differenze negli arredi, nei colori, nelle caratteristiche degli spazi di analisi attuali rispetto a quelli del passato, facendo riferimento in particolar modo all'entrata di parti dell’identità dell’analista all’interno dei "panorami" delle stanze di analisi; questo ingresso prepotente ha permesso al paziente di incontrare alcune parti del paesaggio dell'analista. Schinaia ha sottolineato come proprio grazie a questi elementi del setting esterno, quindi a questo incontro tra esterno e interno, che si sono potuti riscontrare, nel corso del tempo, movimenti e transfert positivi nel lavoro con i pazienti: "il modo diverso di guardare gli stessi oggetti all'interno della stanza di analisi fa vedere i movimenti, i cambi di ritmo all'interno della relazione analitica".

Rimarcando la creatività come elemento di riferimento principale per architetti e psicoanalisti, Schinaia ha indicato il tema della "responsabilità" come l'aspetto trasversale di entrambe le professioni. "L'importanza della responsabilità significa pensare a quanto il proprio lavoro abbia ricadute sull'ambiente e sulla persona": per gli architetti, quindi, rimanda alle conseguenze estetiche del proprio lavoro (come ad esempio pensare al tipo di materiali utilizzati nelle proprie opere e quindi ai costi che questi producono), mentre, per gli psicoanalisti, la responsabilità più ampia è quella del timing dell'interpretazione: "il contenuto di un'interpretazione può essere perfetto, come una bella opera, ma se la condivisione non rispetta i tempi del paziente, non è centrata su di essi, andrà perduta". Schinaia ha quindi ricordato le possibilità concrete di lavoro comune tra analisti e architetti: la riqualificazione delle strutture di cura (geriatriche, ex ospedali psichiatrici, ecc) o ancora la collaborazione con le strutture di ostetricia, "tutte opportunità per togliere quel velo di patologia da queste strutture e ridare vita a un luogo di appartenenza".

Infine, l'autore ha richiamato l'attenzione sull’importanza della comparsa di elementi architettonici-urbanistici all'interno dei sogni dei pazienti: porte chiuse, scale, case ristrutturate, passaggi segreti, ambienti esterni, tutti elementi che rimandano a differenti momenti del percorso analitico o al rapporto col proprio corpo. "Sono questi punti di contatto tra le due discipline ad essere un intrigante terreno di lavoro e di scoperta!"

A chiudere la mattinata la Prof.ssa Angela Barbanente (Docente di Pianificazione Territoriale presso il Politecnico di Bari, membro della Segreteria Tecnico-Scientifica dell'Osservatorio Nazionale della Qualità del Paesaggio del MIBACT) che ha centrato il suo intervento sulle leggi che regolano il paesaggio in Italia e il loro significato.

La docente ha sottolineato con forza il rapporto "non pacificato" tra le convenzioni giuridiche e il paesaggio: queste leggi, infatti, prevedono una tutela paesaggistica basata sulla misurabilità e sulla immutabilità del paesaggio (quando un territorio è riconosciuto di interesse paesaggistico allora viene delimitato e protetto da ogni tipo di modifica), fattori che nulla hanno a che fare con il carattere eccezionale e mutevole del paesaggio, che fonda la propria bellezza proprio sulla possibilità di trasformarsi continuamente, di non rimanere congelato, di essere "la rappresentazione dei diversi e molteplici soggetti che continuamente lo abitano e in esso si mescolano liberamente". Dunque la tutela del paesaggio andrebbe intrepretata come consapevolezza collettiva dell'importanza dei luoghi.

A partire da queste considerazioni, la Professoressa ha sollecitato la sala sugli strumenti che, come cittadini, possiamo utilizzare per modificare questa concezione di tutela, primo fra tutti la ricostruzione delle coscienze: "usando gli strumenti della formazione, della sensibilizzazione, della attivazione locale, si può ribaltare questa lettura attuale" e istituire, ad esempio, degli osservatori che abbiano il compito non tanto tecnico di misurare il paesaggio, quanto il compito rappresentativo di mettere a confronto la memoria degli anziani con le modalità con cui i giovani di oggi praticano e trasformano il territorio.

In conclusione, Barbanente ha ribadito che questo modo di concepire il paesaggio nel nostro ordinamento giuridico, che si può considerare come una perdita del senso del limite, del senso di responsabilità, della consapevolezza collettiva, ha determinato una sorta di "scollamento" tra popolazioni e paesaggio, tra modo di concepire il paesaggio da parte delle popolazioni e pratiche d'uso del territorio, "una frattura tra popoli, attività e luoghi", una frattura che può essere risanata passando da una "percezione soggettiva di un che di esterno (del panorama) alla concezione di paesaggio come spazio da abitare, come luogo di identità nostro e di altri, indissolubilmente anche di altri umani e non umani". "Siamo abitanti di territori e costruttori di paesaggi col nostro agire, vedere, sentire e attraversare: attraversare per trasgredire, per mettere in discussione innanzitutto noi stessi e i modi cristallizzati con i quali siamo abituati a guardare i nostri territori".

Al termine delle tre relazioni si è aperto il confronto con la sala che ha risposto attivamente alle sollecitazioni dei relatori, soffermandosi in particolare su due aspetti: la similitudine tra il lavoro dell'analista e il lavoro dell'architetto, e l'importanza di una collaborazione fattiva tra queste due professioni e discipline.

Alcuni hanno proposto le proprie impressioni sulla figura dell'analista che, come un architetto, costruisce un paesaggio, in particolare per quei pazienti che non sono stati in grado di farlo a causa di eventi traumatici che hanno vissuto nella loro infanzia. Altri hanno sottolineato l'importanza del paesaggio, dell'esterno, come qualcosa che ha a che fare non solo con lo spazio ma, appunto, anche con il tempo, con una memoria, con una nostalgia, che può essere salvifica o può far ricadere all'indietro. È proprio in questi elementi spazio-temporali non ricostruiti, non leggibili, che il lavoro dell'analista si innesta e si sviluppa.

Successivamente, autori e partecipanti si sono a lungo confrontati sulle possibilità concrete di lavoro comune tra analisti e architetti. La riflessione si è concentrata soprattutto sulle strutture che ospitano persone con sofferenza psichica, affinché vengano rivalutate e tolto loro quel "velo di follia dissociata" che spesso la struttura architettonica stessa reca con sé. A questo proposito si è ricordata la buona notizia di un recente accordo tra le consulte giovanili di quattro ordini professionali (Avvocati, Architetti, Ingegneri e Psicologi) che hanno stipulato un vero contratto di lavoro comune presentando un'idea progettuale per l'analisi e la riqualificazione di strutture di grande importanza attuale come quelle per l'accoglienza dei minori migranti.

La giornata è dunque riuscita a tenere insieme discipline molto diverse tra loro, non ultime psicoanalisi e politica. In un momento storico e sociale in cui si parla molto di confini e di spazi (spesso chiusi), occuparsi di uno spazio psichico interno abbandonato, degradato, significa occuparsi anche di uno spazio esterno spesso altrettanto decadente.

Nella speranza che spazi di riflessione come quello trascorso insieme in questa ricca giornata possano generare processi di cambiamento importanti per il futuro.

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